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| Titolo | Braveheart - Cuore impavido |
|---|---|
| Titolo originale | Braveheart |
| Anno | 1995 |
| Regista | Mel Gibson |
| Durata | 178 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura |
| Trama | Sul finire del XIII secolo, sul trono di Scozia siede l'usurpatore Edoardo I Plantageneto, re d'Inghilterra. Lo scozzese William Wallace, la cui famiglia era stata massacrata dagli inglesi, diventato un uomo colto, ma legato alle tradizioni rurali della terra natia, torna dopo molti anni nel suo villaggio, dove vorrebbe creare una famiglia con la bella Murron che, per eludere lo "jus primae noctis" imposto dal feudatario inglese, sposa in segreto. Poi deve difenderla da un tentativo di stupro, ma catturata, la giovane viene barbaramente uccisa. Adirato William suscita una rivolta che estromette gli inglesi dal territorio dopo averli sconfitti a Stirling. Poi con la sua armata, formata da volontari provenienti da tutta la Scozia, Wallace conquista York. Edoardo I, preoccupato, invia a negoziare con lui la principessa Isabella di Francia, moglie dell'inetto principe Edoardo, suo figlio. Il furbo tiranno pensa di sfruttare l'avvenenza e l'intelligenza della giovane Isabella per ammansire Wallace, ma né l'oro né le promesse piegano la volontà dell'uomo, che colpisce anzi la principessa col suo nobile contegno, tanto da inviare la sua dama per avvisarlo del tradimento dei nobili. Nello scontro con l'esercito di Edoardo le truppe irlandesi si uniscono agli scozzesi, ma la disfatta è inevitabile e Wallace viene disarcionato da Robert The Bruce, legittimo candidato al trono di Scozia, che lo lascia andare. Wallace comincia a vendicarsi dei nobili assassinandoli e raccoglie nuove truppe. Isabella torna ad incontrarlo, e tra loro nasce una breve ma intensa passione. Poi l'ignaro Bruce manda a chiamare William, ma è una trappola. Catturato, l'eroe non accetta di pentirsi: rifiuta il veleno che Isabella gli porge per evitargli il dolore delle torture ed affronta impavido i tormenti e la morte.Note - REVISIONE MINISTERO OTTOBRE 1995- FILM VINCITORE DI 5 OSCAR:MIGLIOR FILM- MIGLIOR REGIA- MIGLIOR FOTOGRAFIA- MIGLIOR TRUCCO- MIGLIORI EFFETTI SPECIALI SONORICritica "E bisogna dire che da parecchio non si vedevano sullo schermo scene così avvincenti, giocate senza tanti effetti speciali sul corpo a corpo, con clangori di spade e frecce che saettano. E in mezzo alla mischia a infiammare gli animi Mel che grida contro corrotti e corruttori "libertà al popolo": uno slogan facile, finché non c'é qualcuno che se ne assume la responsabilità a costo della vita." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 1 dicembre 1995) |
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| Titolo | Bride Wars - La mia migliore nemica |
|---|---|
| Titolo originale | Bride Wars |
| Anno | 2009 |
| Regista | Gary Winick |
| Durata | 82 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia, romantico |
| Trama | Liv è un'avvocatessa di successo, Emma è un'insegnante molto premurosa. Legate da una profonda amicizia sin dall'infanzia, le due ragazze hanno sempre condiviso tutto e non potrebbe essere altrimenti per l'organizzazione di quello che ritengono sarà il giorno più bello della loro vita: i rispettivi matrimoni. Entrambe, infatti, hanno ricevuto la sospirata proposta e finalmente potranno mettere in pratica tutto quello che hanno pianificato da sempre, a cominciare dalla prenotazione di una sala all'ambito Plaza Hotel. Tuttavia, per un disguido, i due matrimoni vengono programmati nello stesso giorno e una delle due dovrà rinunciare e spostare la data. Ha inizio così una guerra spietata che porterà Liv ed Emma - fino a qualche giorno prima disposte a fare qualunque cosa l'una per l'altra - a non risparmiarsi feroci colpi bassi.Critica "Peccato per Anne Hathaway, attrice così promettente e così intensa nella commedia 'altmaniana' di Jonathan Demme 'Rachel sta per sposarsi' Questa bufala che inonda i nostri cinema con centinaia di copie è la fiera della vacuità, delle smorfie e delle mossette. (...) Lo snodarsi di schermaglie e ripicche - con lieto fine ma non troppo perché il marketing avrà suggerito di non essere troppo old style - è la sagra del chissenefrega." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 20 febbraio 2009)"'Bride Wars' è uno di quei film che tornando a casa tardi la sera e avendo accesa per un momento la tv lo trovi che sta passando su qualche canale, ti accomodi sul divano, lo guardi distrattamente per dieci minuti, ti chiedi se l'hai già visto, poi sbadigli e vai a dormire. Accade di continuo e non c'è niente di male. Ma se per vedere questo stesso film finché è ancora fresco di uscita devi muoverti da casa, attraversare la città, trovare parcheggio e pagare il biglietto, un'altra domanda spunta inevitabile: ne vale la pena? O non è più saggio accomodarsi subito davanti al video e accontentarsi di un lavoretto di due o tre anni fa? Il risultato è lo stesso, ma ha il pregio che così non costa niente, puoi buttargli un occhio mangiando, bevendo chiacchierando o sonnecchiando e puoi smettere quando ti pare." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 20 febbraio 2009)"Il film molto femmineo (almeno secondo l'idea dei gusti femminili delle produttrici) è prevedibile e mediocre, ma ogni tanto divertente." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 febbraio 2009)"'Star Wars' per 'Bride Wars - La mia miglior nemica' visto che la nominata Oscar Hathaway e la regina delle commediole insipide Hudson fanno le stelle hollywoodiane in rotta di collisione. Divertendosi molto e divertendoci pure un po'. Dirige il Gary Winick dal passato d'autore ('Tadpole') e dal presente da calcolatore ('30 anni in un secondo', 'La tela di Carlotta'). Il cast maschile è insipido. Le donne da urlo: menzione speciale per la trucida Kristen Johnston che rincuora così la mamma piangente di Emma: 'Cara, così ti fotti il trucco!'." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 20 febbraio 2009)"'La mia migliore nemica' è diretto da Gary Winick (peccato il doppiaggio, Hathaway e Hudson avranno avuto sfumature fantastiche), e scritto da Casey Wilson, attrice, nel cast del 'Saturday Night Live', ma anche nel prossimo film di Nora Ephron, 'Julie and Julia' e autrice di commedie teatrali. La commedia, con un certo ritmo teatrale, è anche il segno prevalente in questa guerra combattuta a colpi di sabotaggio della cabina solare (con la povera Emma che ne esce arancione costretta a bagni di limone per tornare normale) e di manipolazione della tinta dal parrucchiere (risultato per Liv degli assurdi capelli blu). Crolli di nervi, cestini di dolci inviati subdolamente per distruggere la linea, vecchi filmini di vacanze alcoliche, in un crescendo di cattiverie che sono la cosa più buffa del film. Winick, e soprattutto la sceneggiatrice, guardano alla commedia sofisticata come 'Sex and the City', con le rivalità tra amiche, la vita sociale di bar, vestiti, seduzione e caccia ai single ..." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 20 febbraio 2009) |
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| Titolo | IL MONACO |
|---|---|
| Titolo originale | Bulletproof Monk |
| Anno | 2003 |
| Regista | Paul Hunter |
| Durata | 103 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura, azione |
| Trama | Un monaco zen, maestro di arti marziali, ha il compito di custodire e proteggere un misterioso dipinto che ha la chiave del potere assoluto. Ora deve trovare il suo successore che secondo un'antica profezia è Kar, un giovane borseggiatore di New York. Una volta trovato e addestrato il ragazzo, i due devono combattere contro un uomo che da oltre sessant'anni cerca di impadronirsi del prezioso dipinto.Critica IL MONACO"L'ispirazione per il film arriva da una striscia di fumetti della Flypaper Press della fine degli Anni'90, geneticamente modificata con un'infinità di citazioni, seduzioni e contaminazioni che ne hanno fatto un ibrido potenzialmente riproducibile. Il tentativo di creare qualcosa di nuovo è riuscito solo in piccola parte, soffocato da una mole eccessiva di ingredienti che talvolta non legano tra loro; e non aiuta neppure il sorrisino ebete che Chow Yun-Fat si trascina per tutto il film e che lo rende inquietantemente simile a Jackie Chan". (Fabrizio Liberti, 'Film Tv', 27 agosto 2003) |
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| Titolo | Burn After Reading - A prova di spia |
|---|---|
| Titolo originale | Burn After Reading |
| Anno | 2008 |
| Regista | Ethan Coen, Joel Coen |
| Durata | 95 |
| Paese | USA, GRAN BRETAGNA, FRANCIA |
| Genere | commedia, noir |
| Trama | La vita di Osbourne Cox, agente della CIA, sta prendendo una piega decisamente negativa. L'agenzia investigativa ha deciso di licenziarlo e sua moglie Katie, che ha una relazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer, vuole divorziare. Per vendicarsi dei suoi ex colleghi, Cox decide di scrivere le sue memorie. Ma per un disguido, il disco su cui sono salvati i dati necessari a redigere il memoriale finiscono nelle mani di Linda e Chad, dipendenti di una palestra, che vedono nel fortunato ritrovamento un fonte per guadagnare soldi extra, innescando così una serie di bizzarre situazioni. Critica "I fratelli Coen riuniscono i fratelli di pellicola George Clooney e Brad Pitt, anche se solo sulla carta, visto che tranne per uno scontro a fuoco molto bizzarro, ripreso con controcampo e montaggio alternati, vivono due storie parallele. Il risultato è una riuscitissima commedia degli errori e degli orrori sulla Cia e i (dis)servizi segreti. Clooney nevrotico fedifrago e funzionario del Tesoro con tanto di pistola chiude la 'trilogia dell'idiota' con i due fratelli da Oscar (prima erano arrivati 'Fratello dove sei?' e poi 'Prima ti sposo, poi ti rovino') ma il vero mattatore è Mr. Jolie con riflessi biondi e pettinatura inguardabile nella parte di un ingenuo istruttore di fitness che si crede furbissimo. I suoi balletti, le sue espressioni facciali e verbali sono quasi da cinema muto e regalano una performance comica di imprevedibile eccellenza. La trama è solo un pretesto per gag e stilettate di satira sociale e politica". (Boris Sollazzo, 'Il sole 24 ore', 28 agosto 2008) "L'America dei fratelli Coen è sempre spaventosa, irrecuperabile, crudele, anche se quasi sempre fa ridere, o forse proprio per questo. Lo era nel violento e drammatico film precedente 'Non è un paese per vecchi', molto premiato, Oscar compreso, lo è ancora di più adesso con l'ironico e travolgente 'Burn After Reading'. Non solo racconta la desolazione dei miti di oggi, gli stessi, che pure prendiamo sul serio e addirittura esaltiamo dimenticandoci di riderne, ma obbliga anche a porsi una domanda meno divertente e più inquietante: se davvero i servizi segreti americani, la Cia, l'FBI, nei piccoli disguidi quotidiani sono così incapaci e spietati, così affidati al caso e così bugiardi, così abili nel nascondere gli errori e a dimenticarli, così burocratici e ridicoli, non è che si comportano allo stesso modo nei grandi frangenti mondiali ed epocali, quando si rompono le alleanze politiche, si creano nemici, si progettano invasioni, ci si imbatte nel famoso fuoco amico, si scatenano le guerre?". (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 28 agosto 2008) "Finalmente i Coen ce l'hanno fatta. Dopo una serie di film forse ispirati ma poco trascinanti e un paio di commedie azzoppate hanno aperto la Mostra di Venezia facendoci ridere di cuore. La conclusione della cosiddetta 'trilogia dell'idiota' ispirata a George Clooney ('Fratello, dove sei?', 'Prima ti sposo, poi ti rovino') con 'Burn After Reading' centra il bersaglio e regala una commedia di quelle che a ripensarci ti mettono addosso i brividi. (...) Per loro fortuna, i due Coen sono impermeabili a qualsiasi provocazione e da anni non rispondono a nessuna richiesta, né intelligente né stupida. L'unica cosa che si riesce a ricavare dalle loro mezze parole è che 'Burn After Reading' nasce in contemporanea con il pluri-Oscar 'Non è un paese per vecchi' e che più che a una trama il loro pensiero era rivolto alla volontà di trovare i giusti ruoli per il gruppo di attori con cui avevano intenzione di lavorare. Come poi dalle loro penne nasca una commedia-thriller invece che un film di fantascienza non sono in grado (non hanno alcuna voglia) di spiegarlo. L'ovatta acefala in cui tutti siamo immersi in questa prima conferenza stampa veneziana si squarcia solo per alcuni secondi, quando una collega illuminata chiede a Pitt e a Clooney se nutrono - nei giorni della convention democratica di Denver - buone speranze o pessimismo verso il futuro del loro paese. I due, inaspettatamente, riferiscono entrambi di un'America in ottima salute e pronta al cambiamento. Speriamo non siano solo battute da trilogia degli idioti". (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 28 agosto 2008) "I fratelli Ethan e Joel, reduci della sanguinaria ballata 'Non è un paese per vecchi', si sono concessi un'altra di quelle eterogenee commedie che marciano sul filo della satira di costume, adombrano un commento politico, si spingono alle soglie del noir e infine si esaltano nella libera uscita delle distorsioni grottesche. In questo caso, inoltre, il cruciale disegno dei caratteri è felicemente affidato a un gruppo di divi che fanno gli attori e attori che fanno i divi, col risultato di conferire all'insieme più smalto di quanto in realtà posseggano sceneggiatura e soggetto. Se dovessimo racchiudere in slogan il meglio di 'Burn After Reading', potremmo non a caso pensare a titoli del tipo 'Brad Pitt palestrato senza cervello', 'George Clooney cialtrone fedifrago' o 'John Malkovich agente Cia nevrastenico'." (Valerio Caprara, 'Il mattino', 28 agosto 2008) "I fratelli Coen una certezza ce l'hanno: il mondo è pieno di stupidi. Che qualche volta sanno quello che fanno ma più spesso non riescono nemmeno a spiegare le ragioni delle proprie azioni, come dice sconsolato il funzionario della Cia che chiude sulla scrivania il dossier top secret. Dentro c'è la storia di 'Burn After Rending', il film che ha inaugurato fuori concorso e con tante risate la sessantacinquesima Mostra d'arte cinematografica di Venezia. (...) Nemmeno quella Cia a cui gli Usa affidano la propria sicurezza (e stavolta ogni riferimento a 'fatti e persone reali' - leggi Bush - sembra proprio voluto). Ad aiutarli un gruppo di attori che dà l'impressione di essersi molto divertito a girare, ma che per una volta sa trasferire allo spettatore altrettanta allegria e divertimento". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 29 agosto 2008) "Benissimo: il Film che ha inaugurato fuori concorso la 65° Mostra, 'Burn After Reading', scritto e diretto dai fratelli Joel e Ethan Coen (per la prima volta Ethan firma anche come regista) è una commedia molto molto divertente, perfetta, piena di star. Una commedia confusa, ridicola e tragica come il mondo contemporaneo dove soldi, sospetto, fitness, sesso on line sono cose essenziali. (...) Il film divertente e tragico (come 'Barton Fink', o 'Fargo') è montato molto velocemente e bene (dagli stessi fratelli Coen, sotto lo pseudonimo di Roderick Jaynes), la fotografia di Emmauel Ludibezki incisiva e bella dà al film toni orientali; tutti gli attori non potrebbero essere più bravi, ma Brad Pitt ha il personaggio migliore". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 28 agosto 2008) "Il film sbaglia del tutto la misura a cui puntava. Voleva essere una satira che prendesse di mira l'agenzia americana di spionaggio, la potente Cia, e la sua omologa sovietica (o russa?). Il pretesto per una sorta di congiura internazionale viene dato nel fiml da quella labilità nei sentimenti, da quella paura di essere se stessi che, a parere dello sceneggiatore e dei registi, distinguono il cittadino medio americano. Bastano due rughe sotto gli occhi a spingere una donna a rifarsi la faccia; basta una difficoltà nello svolgere la propria missione di pastore protestante per spingere quest'ultimo ad aprire una palestra che avrà una inaudita fortuna; basta uno screzio matrimoniale per organizzare incontri ai buio destinati alla completa delusione. (...) Non che i fratelli Coen non abbiano le loro ragioni nel definire eccentrico, a dir poco quasi irriconoscibile, un certo modo di vita all'americana. Ma siamo più vicini alla farsa che alla satira che il film si proponeva. I Coen pensavano evidentemente di rifare uno di quei paradossi di Preston Sturges, di cui 'I viaggi di Sullivan' si rivedono ancora con divertimento. Ma restano molto al di qua delle pur lodevoli buone intenzioni". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 28 agosto 2008) "La costruzione dei Coen è macchinosa, il registro oscillante e malcerto, il ritmo tutto fuorché serrato, le storie s'intersecano poco e male quando è proprio dall'intersecarsi che trarrebbero una forza narrativa che sembra far difetto a ciascuna di esse presa singolarmente. Anche i personaggi sembrano delineati a metà, come da un ritrattista che avesse posato il pennello a metà dell'opera, poco convinto del suo risultato. Eccezion fatta per un Clooney splendidamente in parte - e qui al terzo capitolo di quella che scherzosamente ha battezzato la 'trilogia degli idioti' dei Coen, dopo 'Fratello dove sei?' e 'Prima ti sposo poi ti rovino' - il resto del cast naviga sopra o sotto le righe, tra un Malkovich un po' troppo cupo e un Pitt caricaturale fino a sembrare smorfioso. Certo, l'idea di sovrapporre la griglia ordinata di una spy story - il genere per eccellenza della concatenazione ferrea di tutti i dettagli - all'andatura erratica e stralunata di una commedia degli equivoci, era tutt'altro che infelice. Ma è rimasta in buona parte un'idea, un'intuizione degna di miglior realizzazione. Restano alcune scene imbroccate e fulminanti; su tutte, il dialogo finale tra i due agenti della Cia, in cui uno smagliante J.K. Simmons tira le somme e conclude che no, tutta la vicenda non significa niente, non dimostra niente e non ci sono lezioni da cavarne". (Guido Vitiello, 'Il Riformista', 28 agosto 2008) "Le situazioni si susseguono, tutte all'insegna della commedia degli equivoci, ma anche per i modi, le caricature furbe, le segrete irrisioni con cui sono disegnati quasi tutti i personaggi: con un gusto, un'astuzia, una tale costante presa in giro che, appunto, si finisce per ridere (e non soltanto per sorridere) anche quando partono colpi di pistola, scorre il sangue e ci si ritrovano tra i piedi dei cadaveri. Inutile lodare i grandi interpreti al centro. Tutti fanno a gara, con successo, per battersi in comicità esilarante (sempre sottile, però, quasi di testa)". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 28 agosto 2008) |
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| Titolo | Shattered - Gioco mortale |
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| Titolo originale | Butterfly on a Wheel |
| Anno | 2007 |
| Regista | Mike Barker |
| Durata | 90 |
| Paese | USA |
| Genere | thriller |
| Trama | Neil Randall (Gerard Butler) e sua moglie, Abby Randall (Maria Bello) hanno una vita perfetta a Chicago. Vivono il sogno americano insieme alla loro bella figlioletta, Sophie, fino al rapimento improvviso di quest'ultima. Neil e Abby non hanno altra scelta che assecondare le richieste del rapitore, Tom Ryan (Pierce Brosnan), un sociopatico freddo e calcolatore, che prende il controllo delle loro vite con la brutale efficienza di chi ha niente da perdere. La vita tranquilla di Neil e Abby viene stravolta in un batter d'occhio. È subito chiaro che le richieste di Ryan sono le più terribili perché non vuole il loro denaro. Quello che vuole è distruggere pezzo per pezzo la vita che Neil e Abby hanno costruito in oltre dieci anni. Mentre il tempo corre contro la loro piccola bimba, Neil e Abby capiscono l'incubo è solo all'inizio. Nelle successive ventiquattr'ore sono alla mercé di un uomo che vuole una cosa sola: che loro eseguano la sua volontà. Fino a dove si dovranno spingere per salvare la vita di Sophie? Prima devono prelevare denaro dal loro conto, denaro che Tom brucia e getta fuori dal finestrino dell'auto. Poi devono riuscire a farsi dare 300 dollari da qualcuno in città, in una zona dove non conoscono nessuno. Abby impegna un braccialetto e Neil il suo orologio e così ottengono i 300 dollari. Dopo di che gli viene richiesto di consegnare una busta in un certo posto entro venti minuti, ma Tom rivela a Neil che la busta contiene dettagli imbarazzanti sul lavoro di quest'ultimo, e che se verrà recapitata lo porterà in rovina. Il gioco crudele va avanti, tentano di recuperare Sophie dall'hotel dove viene custodita, solo per essere scoperti da Tom che si vendica facendo spogliare Abby di fronte a lui. Il mistero viene svelato solo nei minuti finali: la moglie di Tom (Judy) è la segretaria di Neil e i due hanno una relazione che Tom ha scoperto. Quel giorno Neil e Judy avrebbero dovuto incontrarsi, inscenando un finto incontro con un superiore. Tom vuole restituire a Neil il dolore che ha dovuto sopportare e sorprendentemente Abby gioca secondo il suo piano. Neil mente a Abby quando stanno tornando a casa dicendole che un collega era l'amante di Judy, Tom ha scambiato Neil con quell'uomo e questa sarebbe la ragione per cui Tom li ha tormentati per tutta la giornata. Abby alla fine rivela tutto a Neil, che in realtà la loro figlia non è stata rapita, che sa della relazione tra Neil e Judy, che ha pianificato tutto assieme a Tom. Anche Abby si è vendicata del dolore che ha dovuto sopportare e ha recitato insieme a Tom. |
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| Titolo | Cars - Motori ruggenti |
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| Titolo originale | Cars |
| Anno | 2006 |
| Regista | John Lasseter |
| Durata | 114 |
| Paese | USA |
| Genere | Animazione |
| Trama | Saetta McQueen è una giovane auto da corsa. Decisa a partecipare alla prestigiosa Piston Cup, Saetta parte alla volta della California, ma lungo la leggendaria Route 66 si imbatte nella cittadina di Radiator Springs e in alcuni dei suoi abitanti a quattro ruote: la bella Porche 2002 Sally, il misterioso Dottor Hudson e il simpatico Carl Attrezzi... Critica "Dopo giocattoli, pesci, insetti, eroi, John Lasseter, mago del cartoon digitale Pixar, con 3000 sofisticati computer, ci offre la più estrema e divertente storia, quella delle auto umanizzate. Prodigio di tecnica (17 ore di lavoro a fotogramma, 43.000 disegni) con al centro una giovane macchina da corsa rossa, Saetta McQueen (c'è anche una 500 romagnola con la Ferrari super io) che, mentre corre a una gara, si perde sulla mitica Route 66: in panne, capirà i valori semplici della vita. Niente umani, solo auto, ma si sta subito al gioco, pur un po' lungo: la psicologia di cofano e parabrezza funziona, i sentimenti vanno in buca, le sequenze a motore sgommano. Ed è intelligente il gusto con cui si cita 'Ultimo spettacolo' di Bogdanovich e la malinconia della provincia, una serie di caratterizzazioni che sono già prototipi di una diabolica furberia che prende al lazo anche i maggiorenni." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 22 settembre 2006) |
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| Titolo | Tutte le cose che non sai di lui |
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| Titolo originale | Catch and Release |
| Anno | 2007 |
| Regista | Susannah Grant |
| Durata | 197 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia, drammatico, romantico |
| Trama | Gray è ormai giunta al giorno delle nozze ma è un funerale che l'attende perché il fidanzato muore in un incidente. Da quel momento gli amici del fidanzato cercheranno di aiutarla ma non riusciranno a tenerle nascosto che lui aveva una doppia vita e che a Los Angeles esiste una donna, Maureen, che ha avuto un figlio da lui e del cui mantenimento l'uomo ha continuato ad occuparsi. Il colpo è davvero forte per la ragazza e diventa maggiore quando Maureen e il bambino si presentano a casa sua. Dopo essere stata Elektra e in attesa di divenire l'aspirante madre borghese del figlio di Juno Jennifer Garner mette alla prova le sue doti di attrice sensibile in una commedia dei sentimenti il cui titolo originale è volutamente molto più allusivo di quello italiano. Il metodo di catturare il pesce per poi togliergli l'amo dalla bocca e lasciarlo andare era quello preferito dal futuro sposo di Gray. In un momento in cui, dinanzi a una tavola imbandita con cibo salutista, deciderà di lasciarsi andare dichiarando quanto disprezzasse quel metodo tipico di chi non vuole assumersi delle responsabilità. Il film, scritto e diretto da Susannah Grant sceneggiatrice di Erin Brockovich non è di quelli che fanno sobbalzare sulla poltrona per l'originalità dello stile ma riesce a prendere all'amo (trattenendolo) lo spettatore disposto a rilassarsi senza però dover neutralizzare i neuroni. Perché i ribaltamenti di punto di vista nel film sono numerosi e anche perché, ammettiamolo, ritrovare Juliette Lewis in un ruolo (quello di Maureen) in cui una patina di volgarità, un pizzico di sciroccamento e un fondo di sensibilità si mescolano, fa sempre piacere. |
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| Titolo | Changeling |
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| Titolo originale | Changeling |
| Anno | 2008 |
| Regista | Clint Eastwood |
| Durata | 141 |
| Paese | USA |
| Genere | thriller |
| Trama | Los Angeles, anni '20. Christine Collins, dopo il rapimento e la ricomparsa di suo figlio Walter, sostiene che il bambino riconsegnatole dalla polizia non è il suo. Fermamente intenzionata a scoprire cosa sia successo veramente a suo figlio, Christine, con l'aiuto del reverendo Briegleb, decide di portare avanti le sue ricerche, scontrandosi però con le autorità locali che non accettano di essere sfidati e contestati da una donna.Note - PRESENTATO IN CONCORSO AL 61. FESTIVAL DI CANNES (2008), DOVE CLINT EASTWOOD HA RICEVUTO IL PREMIO SPECIALE DELLA 61° EDIZIONE (EX-AEQUO CON CATHERINE DENEUVE).- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO (ANGELINA JOLIE) E MIGLIOR COLONNA SONORA.- CANDIDATO ALL'OSCAR 2009 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (ANGELINA JOLIE), FOTOGRAFIA E SCENOGRAFIA.Critica "Eastwood racconta tutto con l'occhio di chi sembra rassegnato alla sconfitta, alla corruzione, al dolore ma senza che questa coscienza diventi strumento per scavare nelle 'cause' o per trovare delle 'ragioni'. La cupezza ma anche la lucidità di film come 'Mystic River' e 'Million Dollar Baby' lasciavano nello spettatore molta più inquietudine e incertezze. 'The Exchange' ci lascia la conferma dell'abilità di Eastwood come regista e come narratore, ma in fondo lo sapevamo già." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 21 maggio 2008)"Una donna sola, un figlio che scompare, l'America dura e dimenticata della Grande Depressione. Sì, dimenticata: anche se l'abbiamo vista mille volte Clint Eastwood, che in quell'America è cresciuto, teme che oggi in realtà se ne sappia ben poco. Dunque la ricrea nel suo stile classico e contenuto, anche per smorzare i toni di una storia (vera) che in altre mani sarebbe stata insostenibile. (...) A ogni svolta del racconto Eastwood apre nuove piste. Offrendo tra le righe perfino uno scorcio non banale della nascente società dello spettacolo (sono gli anni in cui il cinema diventa sonoro) e delle sue patologie. Quasi un capitolo di quella controstoria dell'America che Eastwood va scrivendo anno dopo anno con i suoi film. Sia che racconti la grande storia ('Flags of Our Fathers', 'Lettere da Iwo Jima') o che illumini le vite di personaggi ai margini come in 'Mystic River', in 'Million Dollar Baby' e ora in 'The Exchange'". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 maggio 2008)"Se nella prima parte 'Changeling' è tutto concentrato sulla sorte infernale di Christine e sui depistagli costruiti dalla polizia, la seconda parte intreccia magistralmente il destino della madre e quello del figlio, concludendo entrambe le storie con i due processi. Quello contro la polizia di Los Angeles che vedrà la destituzione a vita del capo della polizia e quello contro Northcott, condannato all'impiccagione. Vera al 100 per cento, comprese quasi anche le battute dei personaggi, la sceneggiatura di 'Changeling' merita già da sola il massimo del riconoscimento. Eastwood di suo ci ha messo tutta l'arte di cui è capace, quella capacità di sentire la musica del cinema (a proposito, di 'Changeling' è autore delle splendide musiche, produttore e regista) e di far suonare tutti gli strumenti presenti su un set in assoluta armonia, sino ad un perfetto e trascinante crescendo sinfonico. La maniacalità di Eastwood per i particolari e la ricerca della perfezione fanno inoltre di 'Changeling' un film a più facce, una più bella dell'altra. Sotto gli occhi dello spettatore si trasforma infatti da film di denuncia a insostenibile horror con serial killer, da grandioso poliziesco ad appassionante court-drama. Alla grandezza di Eastwood vanno affiancate le superbe interpretazioni di Angelina Jolie nella parte di Christine Collins e di un irriconoscibile John Malkovich nei panni del pastore presbiteriano." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 21 maggio 2008)"Se la sostanza politica del film è durissima, dal punto di vista stilistico 'The Changeling' è superiore ad ogni elogio: è splendida la ricostruzione d'epoca, sono straordinari tutti gli attori, ed è toccante il pudore con il quale Eastwood racconta i soprusi vissuti da Walter e dagli altri bambini." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 21 maggio 2008)"Sulla durata di 2 ore e 21 minuti, cui forse gioverebbe qualche sforbiciata, 'The Exchange' conferma ancora una volta il talento narrativo di Easstwood, la sua capacità di ambientare le situazioni e dirigere con mano sicura gli attori. Di Angelina Jolie ha lodato 'la capacità di essere tragica evitando gli eccessi del melodramma'; e la considera una diva che può aspirare al paragonne con certe grandi icone della vecchia Holywood come Bette Davis. Alla luce del risultato, si sarebbe tentati di dargli ragione." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 21 maggio 2008)"Riprendendo il filo già tessuto in 'Un mondo perfetto' e in 'Mystic River', Eastwood ci racconta quest'America che ha sostituito l'incubo al sogno con una commozione e uno sdegno che non cadono mai nel sentimentalismo." (Emanuela Martini, 'Il sole 24 ore', 21 maggio 2008) "Costruito con un solido impianto narrativo classico, quello che contraddistingue tutti i film del regista, 'The Exchange' non raggiunge la grandezza di una pellicola che qui a Cannes ha lasciato il segno, 'Mystic River', ma ha forza di raccontare con sdegno e passione una vicenda che non nasconde legami con il presente e connessioni profonde con le nostre più intime paure." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 21 maggio 2008)"Intenso film drammatico ha una sceneggiatura che in alcune parti scivola nei clichè. E' un atto di accusa contro la giustizia americana dell'epoca che, con troppa facilità, internava in ospedali psichiatrici le persone scomode al sistema." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 21 maggio 2008) |
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| Titolo | Cj7 Creatura Extraterrestre |
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| Titolo originale | Cheung Gong 7 hou |
| Anno | 2008 |
| Regista | Stephen Chow |
| Durata | 89 |
| Paese | Hong Kong |
| Genere | Commedia, fantascienza |
| Trama | Ti (Stephen Chow) e suo figlio Dicky (Xu Jiao), orfano di madre, cercano di sopravvivere in onestà nonostante il lavoro umile del padre e la retta scolastica non irrisoria dell'istituto in cui Ti manda il figlio affinché possa avere possibilità migliori delle sue. Ti è anche in debito con un capo della Triade, semplicemente chiamato Boss (Chi Chung Lam), il quale gli ha prestato i soldi per pagare il funerale della defunta moglie. Dicky vive nella conseguente povertà causata dal minuto salario mensile del padre, proprio lui un giorno cerca di comprare qualche giocattolo al figlio per distrarsi un po'. Ti non riesce a comperare nessun gioco, e così comincia a rovistare nella spazzatura, proprio qui trova un simpatico peluche che porta subito in casa. Col passare del tempo, Ti e Dicky scoprono che il simpatico pupazzo è in realtà un essere animato giunto dallo spazio, e che i suoi simili lo stanno ricercando. |
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| Titolo | I figli degli uomini |
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| Titolo originale | Children Of Men |
| Anno | 2006 |
| Regista | Alfonso Cuarón |
| Durata | 114 |
| Paese | GRAN BRETAGNA, CANADA, USA |
| Genere | avventura, drammatico, fantascienza, thriller |
| Trama | 2027. La razza umana sta per estinguersi perché da 18 anni non nascono più bambini e la scienza non riesce a capire la causa dell'infertilità che dilaga nel mondo. In una Londra infestata da frange nazionaliste violente che vorrebbero mandar via dall'Inghilterra tutti gli immigrati, Theo Faron, attivista pacifista diventato semplice burocrate, viene coinvolto dalla ex-moglie rivoluzionaria, Julian, nel salvataggio e nella protezione di una ragazza rimasta misteriosamente incinta che potrebbe portare un barlume di speranza per la continuazione della specie umana...Note - OSELLA PER IL MIGLIOR CONTRIBUTO TECNICO A EMMANUEL LUBEZKI ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA E MONTAGGIO.Critica "Davvero non risparmia sulle scenografie, l'azione e il ritmo 'Children of Men' di Alfonso Cuaròn, ennesimo thrilling futuristico ambientato nell'Inghilterra del 2027. (...) Il regista messicano, già cooptato a Hollywood per dirigere 'Harry Potter e il prigioniero di Azkaban', affronta con entusiasmo degno di miglior causa l'omonimo romanzetto di P.D. James e ci dà dentro con le atmosfere apocalittiche di un Occidente punito a causa delle sue intolleranze e del suo imperialismo: tra rovine fumanti, campi di prigionia, schiere di poliziotti armati fino ai denti e micidiali attentati di una resistenza in stile Al Zarkawi, l'umanità rischia d'estinguersi perché le donne non possono più far figli. (...) Gremito di stereotipi buonisti e semplicistico come un volantino, 'Children of Men' neppure sfiora la vertigine visionaria di titoli similari come 'Blade Runner', 'L'uomo che fuggì dal futuro', '1984' o '28 giorni', ma in compenso utilizza tutti i dollari dell'importante budget, si giova di recitazioni professionali e inanella colpi di scena abilmente suddivisi tra confronto psicologico e botte da orbi a tutto schermo. In altri tempi si sarebbe detto un film non adatto al concorso e tutt'al più buono per le adunate notturne giovanottesche; ma siccome siamo sostenitori della contaminazione tra arte e intrattenimento a tutti i livelli, non ci resta che segnalare di buon animo i suoi meriti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 settembre 2006)"Anche chi diffida di premesse così, un po' logore, stenterà a non farsi coinvolgere dalle prime sequenze dei "Figli degli uomini". La cui suggestione consiste nel rappresentare un futuro apocalittico sì, ma tanto più allarmante perché non troppo dissimile dal nostro presente: una Londra tenuta in ostaggio dalle misure di sicurezza, la paura degli attentati, le notizie televisive angosciose; come, verosimilmente, potrebbero mostrarsi le metropoli tra vent'anni, a meno di una rapida inversione di tendenza. Conferma il nero pessimismo, del resto, il personaggio del vecchio hippy affidato a Michael Caine, reperto di un'epoca (gli anni '60) ormai percepita come la mitica età d'oro. La seconda parte, però, cambia registro e trasforma la storia in pura dinamica inseguitori-inseguiti. Anche se il regista non rinuncia allo stile realistico (riprende con la cinepresa a spalla, come in un reportage di guerra), il suo diventa solo un film d'azione, con tanto di epilogo consolatorio." (Roberto Nepoti, "la Repubblica", 17 novembre 2006)"Distopia: un futuro in cui ciò che può andare male... va malissimo. Libri e cinema. Intrattenimento e avvertimento. Esempi: '1984' di George Orwell, 'Brazil' di Terry Gilliam, tutta la letteratura di Philip K. Dick e anche 'I figli degli uomini', unico romanzo di fantascienza della giallista P.D. James che nelle mani di Alfonso Cuarón diventa opera affascinante quanto problematica. (...) Piani sequenza magistrali ai livelli di Welles e De Palma, commovente Michael Caine come simbolo della speranza anni '60, gran rock nostalgia in colonna sonora (Deep Purple, King Crimson), sparatorie in città fatiscenti come Bagdad e Beirut. Nel finale non molto convincente l'utopia scaccia troppo facilmente la distopia. Cuarón ci crede ancora. Mentre faceva il film gli è nato il terzo figlio." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 17 novembre 2006)"'I figli degli uomini' immagina che, in tanta desolazione, cresca qualcuno nel ventre di una donna dalla pelle nera e senza marito. L'incantesimo è dunque rotto dopo diciotto anni d sterilità mondiale... Cuaròn imbottisce il film di metafore e allusioni poi le spiega, raddoppiando l'errore. E il prevedibile finale rovina quel po' di arcano che rimaneva." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 17 novembre 2006)"Un film inglese. Firmato però da un regista messicano, Alfonso Cuarón, molto noto in patria specie dopo che un suo film, 'Y tu mamá tambien', è stato premiato a una Mostra di Venezia, ma apprezzato anche a livello internazionale per avere diretto, di recente, un episodio della serie di Harry Potter 'Il prigioniero di Azkabam'. Il film di oggi, titolo italiano 'I figli degli uomini', è tratto da un romanzo di una delle più celebrate gialliste inglesi, Phillis Dorothy James, ma sa anche apparentarsi alla fantascienza. (...) Schemi e modi di una violenza inaudita, immagini sempre cariche d'angoscia, tra luci plumbee, scenografie spettrali (ricreate nelle più squallide periferie dell'Hampshire) e un sonoro traboccante di echi sinistri. Affidati a ritmi che, nonostante la macchina quasi sempre a mano, sia prodiga di sequenze intente a non interrompere l'azione, tra spari, inseguimenti, fughe affannate, rievocazioni quasi allucinate di un Potere contrastato da un terrorismo altrettanto negativo, riescono sempre a prendere alla gola. Facendo, ad ogni pagina, dilagare l'incubo. Gli interpreti, ovviamente, concorrono al raggiungimento solido di questi risultati. Il protagonista, volutamente non eroe, è Clive Owen, una maschera segnata, attraversata però da tremiti. L'ex compagna è Julianne Moore, dura ed indomita. Non dimentico però, in una pagina pittoresca, l'apparizione fugace ma intensissima di Michael Caine, un hippy con occhiali, barba canuta e capelli lunghi. La firma del cinema inglese migliore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 17 novembre 2006)"'I figli degli uomini' di Alfonso Cuaron è stato definito più che fantascienza, fantacoscienza di oggi. Il nostro Clive Owen infatti, più giovane e filosofo di quanto appaia nel mistery Mondadori dell'inglese P.D.James, è un non eroe che si aggira in pastrano nella Londra bombarola del 2027, cercando di salvare i valori dell'umanità distrutta e sterile. (...) Cuaron fa audace riferimento alla Madonna ma anche al ruttino dei neonati. Costellato di angoscia contemporanea (il terrorismo, l'immigrazione nei lager, la terza età che avanza, l'intolleranza regina, la distruzione) il film è una bella occasione mancata per troppo materiale, e per eccesso di grottesco esistenziale. Certo che i pericoli segnalati sono veri e Cuaron, uscito da un Harry Potter dark, mette tutto il suo stile noir messicano nel favoleggiare con combattimenti fragorosi e distruttivi una realtà contemporanea. Owen è ottimo attore, discreto anche quando la sceneggiatura lo mette a dura prova, si muove infelice nelle grigie scene belliche di massa a lui inconsuete ('Inside man', 'Closer'), mentre la moglie ripudiata Julianne Moore è una rivoluzionaria no stop e Michael Caine fa con consapevole ironia un cameo old hippy. Tutto ok, compresa la coscienza infelice, ma il film assorda più che allarmare, è ingenuo e un po' banale nelle intenzioni etico declamatorie, benché visionario nell'inferno della guerra. Insufficiente in psicologia, l'allarme di Cuaron è sincero e riassuntivo di troppe delusioni alla fine omologate dalla bolgia feroce dei corpi che si dilaniano in bello stile di regìa nel fango atmosferico e metaforico: ogni riferimento, dal Libano e dintorni all' Iraq, non è puramente casuale." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 novembre 2006) |
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| Titolo | Le cronache di Narnia: Il principe Caspian |
|---|---|
| Titolo originale | Chronicles Of Narnia: Prince Caspian, The |
| Anno | 2008 |
| Regista | Andrew Adamson |
| Durata | 145 |
| Paese | USA, GRAN BRETAGNA |
| Genere | avventura, fantasy |
| Trama | I fratelli Pevensie uniscono, ancora una volta, le loro forze a quelle dei coraggiosi abitanti di Narnia, per sconfiggere il malvagio re Miraz e consegnare il trono del magico mondo al suo legittimo sovrano: il Principe Caspian.Note - INTERNI GIRATI NEGLI STUDI BARRANDOV DI PRAGA ED ESTERNI IN NUOVA ZELANDA.- VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: LIAM NEESON (ASLAN), EDDIE IZZARD (REEPICHEEP), KEN STOTT (TRUFFLEHUNTER), DAVID WALLIAMS (BULGY BEAR).Critica "Non delude le attese la seconda puntata cinematografica de 'Le cronache di Narnia', la saga fantasy scaturita dalla penna di Clive Staples Lewis e portata sul grande schermo dalla Disney. (...) E proprio tra gli appassionati lettori di Lewis forse alcuni storceranno un po' il naso, visto che le libertà rispetto al testo sono numerose e a volte significative. Ma è il prezzo che si è costretti a pagare nelle trasposizioni cinematografiche, anche se in questo caso il risultato di compromesso appare comunque accettabile. Negli Stati Uniti l'uscita del film non ha riproposto gli stessi commenti che hanno accompagnato il primo capitolo, quando Lewis venne di fatto assoldato tra le file dei cosiddetti neocon, divenendo l'alfiere di una campagna religiosa per teen-ager. Ma al di là di disquisizioni ideologizzate condite con letture semplicistiche e fuorvianti, anche questo lavoro ripropone, seppure in maniera meno forte, i temi cari a Lewis, che definiva se stesso il "convertito più riluttante di tutta l'Inghilterra". Lo scrittore - vissuto in gran parte in Inghilterra, ma irlandese di Belfast e di famiglia protestante visceralmente anticattolica - lasciò il protestantesimo per abbandonarsi all'ateismo prima di abbracciare la religione cristiana, optando per l'anglicanesimo. (...) Al pari di Tolkien - inglese dalla profonda fede cattolica, la cui amicizia influì molto sulla sua conversione - Lewis attinse dagli antichi miti e dai grandi classici della narrativa fantastica per esaltare i temi della trascendenza. Egli era convinto dell'esistenza di un legame tra il linguaggio simbolico caratteristico della letteratura di genere e lo sguardo concreto della fede sulla storia. Nei suoi lavori emerge la nostalgia del paradiso perduto, la molla che spinge l'uomo a riconquistarlo e a ricercare nuovamente, con coraggio e fiducia, la Verità. Questa ricerca è un'intrigante chiave di lettura de 'Le cronache di Narnia', un mondo in cui il bene è bene e il male è male, senza possibilità di compromessi. Una distinzione forse fin troppo manichea, ma che deriva da una visione del cristianesimo che non ammette sconti: "Cristo non ha mai fatto discorsi vaghi, idealistici. Quando dice "siate perfetti" dice sul serio". Allo stesso modo anche i suoi personaggi devono fare una scelta definitiva. (...) Il metatesto cristiano in questa pellicola appare meno evidente, lasciando spazio alla fascinazione di un mondo medievaleggiante, con il suo codice cavalleresco. La stessa figura di Aslan, centrale nel primo episodio, appare meno significativa pur mantenendo il suo alone di sacralità. Così con un'ambientazione che non disdegna stavolta tonalità più cupe e in un rincorrersi di misurate citazioni cinematografiche - da 'Guerre stellari' per i personaggi a 'Il signore degli anelli' per gli scontri armati che tuttavia non riescono a raggiungere lo stesso coinvolgimento nonostante le intenzioni - i 145 minuti di proiezione scorrono via piacevolmente, lasciando comunque significativi messaggi: il valore del sacrificio e della lealtà, il senso dell'amicizia, la potenza del perdono, il significato della misericordia. Ma la parola fine chiude solo un capitolo, perché la Disney ha già avviato la realizzazione del terzo episodio, 'Il viaggio del veliero'." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 19 luglio 2008) |
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| Titolo | Le cronache di Narnia: Il principe Caspian |
|---|---|
| Titolo originale | Chronicles Of Narnia: Prince Caspian, The |
| Anno | 2008 |
| Regista | Andrew Adamson |
| Durata | 145 |
| Paese | USA, GRAN BRETAGNA |
| Genere | avventura, fantasy |
| Trama | I fratelli Pevensie uniscono, ancora una volta, le loro forze a quelle dei coraggiosi abitanti di Narnia, per sconfiggere il malvagio re Miraz e consegnare il trono del magico mondo al suo legittimo sovrano: il Principe Caspian.Note - INTERNI GIRATI NEGLI STUDI BARRANDOV DI PRAGA ED ESTERNI IN NUOVA ZELANDA.- VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: LIAM NEESON (ASLAN), EDDIE IZZARD (REEPICHEEP), KEN STOTT (TRUFFLEHUNTER), DAVID WALLIAMS (BULGY BEAR).Critica "Non delude le attese la seconda puntata cinematografica de 'Le cronache di Narnia', la saga fantasy scaturita dalla penna di Clive Staples Lewis e portata sul grande schermo dalla Disney. (...) E proprio tra gli appassionati lettori di Lewis forse alcuni storceranno un po' il naso, visto che le libertà rispetto al testo sono numerose e a volte significative. Ma è il prezzo che si è costretti a pagare nelle trasposizioni cinematografiche, anche se in questo caso il risultato di compromesso appare comunque accettabile. Negli Stati Uniti l'uscita del film non ha riproposto gli stessi commenti che hanno accompagnato il primo capitolo, quando Lewis venne di fatto assoldato tra le file dei cosiddetti neocon, divenendo l'alfiere di una campagna religiosa per teen-ager. Ma al di là di disquisizioni ideologizzate condite con letture semplicistiche e fuorvianti, anche questo lavoro ripropone, seppure in maniera meno forte, i temi cari a Lewis, che definiva se stesso il "convertito più riluttante di tutta l'Inghilterra". Lo scrittore - vissuto in gran parte in Inghilterra, ma irlandese di Belfast e di famiglia protestante visceralmente anticattolica - lasciò il protestantesimo per abbandonarsi all'ateismo prima di abbracciare la religione cristiana, optando per l'anglicanesimo. (...) Al pari di Tolkien - inglese dalla profonda fede cattolica, la cui amicizia influì molto sulla sua conversione - Lewis attinse dagli antichi miti e dai grandi classici della narrativa fantastica per esaltare i temi della trascendenza. Egli era convinto dell'esistenza di un legame tra il linguaggio simbolico caratteristico della letteratura di genere e lo sguardo concreto della fede sulla storia. Nei suoi lavori emerge la nostalgia del paradiso perduto, la molla che spinge l'uomo a riconquistarlo e a ricercare nuovamente, con coraggio e fiducia, la Verità. Questa ricerca è un'intrigante chiave di lettura de 'Le cronache di Narnia', un mondo in cui il bene è bene e il male è male, senza possibilità di compromessi. Una distinzione forse fin troppo manichea, ma che deriva da una visione del cristianesimo che non ammette sconti: "Cristo non ha mai fatto discorsi vaghi, idealistici. Quando dice "siate perfetti" dice sul serio". Allo stesso modo anche i suoi personaggi devono fare una scelta definitiva. (...) Il metatesto cristiano in questa pellicola appare meno evidente, lasciando spazio alla fascinazione di un mondo medievaleggiante, con il suo codice cavalleresco. La stessa figura di Aslan, centrale nel primo episodio, appare meno significativa pur mantenendo il suo alone di sacralità. Così con un'ambientazione che non disdegna stavolta tonalità più cupe e in un rincorrersi di misurate citazioni cinematografiche - da 'Guerre stellari' per i personaggi a 'Il signore degli anelli' per gli scontri armati che tuttavia non riescono a raggiungere lo stesso coinvolgimento nonostante le intenzioni - i 145 minuti di proiezione scorrono via piacevolmente, lasciando comunque significativi messaggi: il valore del sacrificio e della lealtà, il senso dell'amicizia, la potenza del perdono, il significato della misericordia. Ma la parola fine chiude solo un capitolo, perché la Disney ha già avviato la realizzazione del terzo episodio, 'Il viaggio del veliero'." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 19 luglio 2008) |
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| Titolo | Ember - Il Mistero Della Città Di Luce |
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| Titolo originale | City of Ember |
| Anno | 2008 |
| Regista | Gil Kenan |
| Durata | 95 |
| Paese | USA |
| Genere | fantasy |
| Trama | Ember è una città sotterranea che riesce ad essere scintillante di luci grazie a un potente generatore che, però, è stato costruito per durare solo 200 anni. Ora si è prossimi alla scadenza e le luci iniziano a vacillare. Intanto per gli studenti del luogo si sta avvicinando il Giorno delle Assegnazioni in cui, arrivati al diploma, sceglieranno alla presenza del Sindaco il loro futuro con un'estrazione a sorte. Lina desiderava diventare un messaggero ma viene assegnata alla Rete delle Tubazioni, mentre la funzione di messaggero viene attribuita a Doon Harrow, suo compagno di classe. Doon, che vuole un lavoro sedentario, propone a Lina uno scambio che lei accetta con gioia. Tra i due nasce una bella amicizia, ma intanto nella città manca sempre più spesso la luce finché un giorno Lina trova nell'armadio della nonna, una scatola di ferro chiusa da un lucchetto... Critica "Variante del filone di fantascienza postapocalittica, 'Ember il mistero della città di luce' è un film per ragazzi: ma più dark e pessimista di quanto ci si aspetti. (...) Da un romanzo di Jeanne Du Prau, un fantasy claustrofobico che crea un mondo sotterraneo dal fascino degradato: ma dove tutti sembrano ben poco convinti di quel che fanno. A cominciare da ottimi attori come Bill Murray e Tom Robbins, mai visti così ai minimi sindacali."(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 dicembre 2008) "Fate un esperimento. Provate ad entrare nella sala dove proiettano 'Ember - il mistero della città di luce' e chiudete gli occhi. Escludendo i dialoghi (di per sé ovviamente esplicativi) seguite colonna sonora e rumori. Tutto, ma proprio tutto, compreso lo strascichìo del piede di una estemporanea comparsa, vi è fornito con precisione per intuire il crescendo di pathos e comprendere didascalicamente la narrazione. Perché il film, diretto dall'inglese Gil Kenan, è una pellicola format o cinema-ricetta. Diversi strati autosufficienti, scomponibili e ricomponibili, calcolati in base a specifiche esigenze di mercato. Il target di Ember è adolescenziale, modello Harry Potter.(...) La città di Ember è un curioso pastiche di luce fioca in diverse varianti (generatori, lampioncini, elmetti con lampadine) e armamentario scenico postmoderno, ma nell'insieme l'operazione è troppo meccanica e studiata a tavolino per convincere della visionarietà dell'assunto metaforico tra il nostro evo e quello fantascientifico rappresentato. Scritto da Caroline Thompson, sceneggiatrice di molti film di Tim Burton." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 19 dicembre 2008) "Kenan fa il contrario di tanti registi alla moda. Gli altri 'fumettizzano' il cinema. Lui porta un po' di cinema, cioè di complessità,di contrasti, di gusto per il racconto (raro da vedere un film dal vero girato e montato con tanta fluida inventiva), dentro schemi da fumetto. La fiaba infatti non ha nulla di nuovo: c'è un sindaco corrotto da smascherare (Bill Murray); un padre inventore ribelle (Tim Robbins); una coppia di eroi giovanissimi (la deliziosa Saoirse Ronan, Harry Treadaway) alle prese con macchinari giganteschi e losche macchinazioni. Eppure, questo 'Brazil per ragazzi', come ha detto qualcuno, scritto dalla sceneggiatrice di Tim Burton, Caroline Thompson, appassiona per le idee, per le magnifiche scenografie low cost (a Ember tutto scarseggia, dalle materie prime alle energie), per lo stile insieme antico e sapiente. Solo la musica è roboante e banale. Ma si sa, nessuno è perfetto." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 dicembre 2008) "Tratto da un romanzo edito da Fabbri, il racconto è opportunamente ornato di effetti, scoppi, luci, ma anche di una dimensione da commedia teen ager un po' alla Spielberg in cui il regista Gil Kenan ha individuato il popolo catatonico con partecipazione di Tim Robbins, Martin Landau e del sindaco Bill Murray."(Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 dicembre 2008) "La fantasia della scrittrice, animata da un piglio sostenuto, trova un buon riscontro nell'adattamento cinematografico di 'Ember - Il mistero della città di luce' firmato da Gil Kenan, che proviene dall'animazione. I1 maggiore successo del film sta nel mirabolante e asfittico panorama urbano creato, sul modello della lezione espressionista di Caligari, dall'art director britannico Martin Laing, bene affiancato dalla costumista Ruth Myers. Simpatici ed efficaci i due giovani protagonisti, Saoirse Ronan e Harry Treadaway, che allarmati dagli incalzanti blackout cercano una via di fuga dall'agonia della città. Di prim'ordine l'intero cast: gustoso Bill Murray sindaco fellone, sinistro Tioby Jones come suo tirapiedi, nobile Tim Robbins inventore sfortunato e protettivo Martin Landau operaio ciondolone. Il produttore è Tom Hanks, la cui esperienza ha certo contato parecchio." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 19 dicembre 2008) |
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| Titolo | Cliffhanger - L'ultima sfida |
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| Titolo originale | Cliffhanger |
| Anno | 1993 |
| Regista | Renny Harlin |
| Durata | 116 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura |
| Trama | Lei era una scalatrice inesperta, ma era sicura che lui l'avrebbe salvata. Qualche cosa era andata storta in cima alle vette che circondano alte la vallata. E Gabe Walker si è sempre sentito in colpa per la sua morte. Incapace di sopportare la tragedia, Gabe ha lasciato il suo lavoro con la Squadra di Soccorso delle Rocky Mountains, fuggendo dalle montagne che ha tanto amato e lasciando dietro di sé, oltre ai suoi amici, e alla donna che ama, anche la stima che aveva in se stesso. E' passato quasi un anno da quell'incidente e Gabe è tornato alle Rockies per convincere la sua ragazza, Jessie Dighan, a lasciare con lui quelle montagne. Jessie si rifiuta di seguirlo, lui sta fuggendo i suoi problemi e lei non vuole aver parte in tutto questo. E poi le Rockies sono il posto a cui appartiene, dove ha una casa ed un lavoro come pilota di elicotteri nella Squadra di Soccorso. Scoraggiato, Gabe sta per andarsene, quando Jessie gli chiede di aiutare un gruppo di giovani rocciatori che ha smarrito la strada. Una tempesta di neve non permette di usare l'elicottero e i soccorritori dovranno raggiungere gli sciatori a piedi. Gabe si rifiuta, "non è più il mio lavoro" protesta, ma un senso di vergogna lo spinge a ripensarci.Note - REVISIONE MINISTERO NOVEMBRE 1994.Critica "Lascia con il fiato sospeso in più di qualche sequenza ad alta quota, sconsigliabile a chi soffre di vertigini, lo spettacolare cocktail di avventura e poliziesco di Renny Harlin, sempre in bilico tra i crepacci e il ridicolo. Un imperturbabile Sylvester Stallone, incredibilmente a torso nudo anche sottozero, sfodera muscoli di granito e un ghigno stritola-cattivi". (Massimo Bertarelli, 'Il giornale', 22 ottobre 2001) |
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| Titolo | Come Dio comanda |
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| Titolo originale | Come Dio comanda |
| Anno | 2008 |
| Regista | Gabriele Salvatores |
| Durata | 103 |
| Paese | ITALIA |
| Genere | drammatico |
| Trama | Rino e Cristiano Zena, padre e figlio, vivono in una desolata provincia del nord Italia. Rino è disoccupato e mantiene sé stesso e suo figlio come può. Il ragazzo frequenta le scuole medie ed è molto legato al padre che lo sta educando secondo violenti principi razzisti, maschilisti e nazionalsocialisti, ma che lo ama più della sua stessa vita. Il loro unico amico si chiama 'Quattro formaggi', un disadattato che gira per le discariche a raccogliere materiali di recupero per finire un suo strano presepio. 'Quattro formaggi' si mette in guai seri per aver violentato e ucciso Fabiana, una compagna di scuola di Cristiano, e cerca aiuto da Rino che però non accetta di coprire il suo crimine. Durante la violenta discussione che i due hanno sul luogo del delitto, Rino viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale, in stato di coma, mentre 'Quattro formaggi' fugge via. Cristiano è convinto che sia stato suo padre ad uccidere Fabiana ma, secondo i principi da lui appresi, decide di proteggerlo occultando il corpo della ragazza.Note - SUONO IN PRESA DIRETTA: MAURO LAZZARO.- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2009 PER: MIGLIOR FOTOGRAFIA ED EFFETTI SPECIALI VISIVI (EDI).- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2009 PER: MIGLIOR FOTOGRAFIA, SONORO IN PRESA DIRETTA E COLONNA SONORA.Critica "L'impressione d'insieme è che 'Io non ho paura' fosse più compatto e compiuto, più felice. Detto con tutta la consapevolezza e l'apprezzamento per un film di fattura elaborata e di soluzioni visive (fotografia di Italo Petriccione) ricavate da situazioni difficili e contrarie: notte, pioggia. Salvatores ha assecondato l'ispiratore e collaboratore (Ammaniti firma anche il copione) aggiungendo la propria sensibilità a un incontro ravvicinato con le forme più estreme e pericolose, nocive per altro e autolesioniste, che può assumere un sentimento autentico. (...) A lasciare qualche dubbio è l'inevitabile curiosità verso i segreti di bottega: l'immaginare una composizione del cast entusiasmante ma anche sofferente. Potevano essere gli eccellenti, perfino perfezionisti Timi e Germano, ma potevano essere anche altri. Che avrebbero condotto i loro personaggi altrove, chissà con quale esito. Ottimo Fabio De Luigi nel suo ruolo laterale di assistente sociale." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 12 dicembre 2008)"Al di là dell'indubitabile abilità tecnica che permette a Salvatores (e al direttore della fotografia Italo Petriccione e al montatore Massimo Fiocchi) di costruire una scena lunga quasi mezz'ora tra il buio delle notte e il fango di un temporale senza che lo spettatore ne provi stanchezza, tutto sembra troppo significativo (e un po' prevedibile) per emozionare davvero. Proprio come la parentesi 'erotica' o quella 'sociologica', troppo programmaticamente cariche di significato perché lo spettatore in qualche modo non se le aspetti e non le metabolizzi velocemente. E questo nonostante l'impegno di tutto il cast, convincente soprattutto quando non sottolinea eccessivamente la solitudine e il dolore che affligge ogni personaggio. Così la scelta di adeguare completamente stile e narrazione a un codice realistico finisce per schiacciare tutto - la storia di un delitto di provincia, il ritratto di tre personaggi senza speranza, il quadro di una società egoistica e violenta - sotto una cappa di disperazione e di sociologia dove tutto sembra preda di un male metafisico e indistinguibile, troppo apocalittico quando accenna a un mondo ostile e vendicativo o superficialmente assolutorio quando invece si chiude solo sul rapporto tra padre e figlio." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 12 dicembre 2008)"Perché gli uomini diventano cattivi? Il secondo film di Salvatores tratto da un libro di Niccolò Ammaniti sembra voler rispondere a questa domandina insieme immensa e infantile. Cosa è che rende gli uomini malvagi? Non è una domanda innocente. Implica che il male sia un processo, un'affezione, magari latente, qualcosa che non necessariamente nasce con noi ma può impadronirsi del nostro essere. E i protagonisti di 'Come Dio comanda', un padre, un figlio, un matto, sono proprio così. Malvagi e innocenti insieme. Meglio: indotti al male da una serie di circostanze che si chiamano disoccupazione, ignoranza, povertà, isolamento, paura. Tutte cose oggi familiari, e non solo nel Nordest. Il problema è che questa premessa, anziché restare "invisibile", salta agli occhi e stende su tutto, personaggi, paesaggi, eventi, una sottile patina che rende il Nordest di Salvatores astratto e scivoloso malgrado gli ottimi attori e la bella intuizione iniziale". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 dicembre 2008)"All'origine del nuovo film che Gabriele Salvatores ha diretto dopo quattro anni di silenzio c'è il romanzo 'Come Dio comanda' di Niccolò Ammaniti, asciugato, privato altri personaggi, condensato sull'essenziale rapporto padre-figlio e sulla rozza brutalità di certa gente del Nord. Filippo Timi è bravissimo nel personaggio del padre, i1 debuttante Alvaro Caleca impersona bene i1 figlio; Elio Germano, i1 matto, è poco sorvegliato, ogni tanto lezioso. Il film duro dà a volte un'impressione di maniera nel ritratto dei personaggi maneschi e parafascisti: ma è costruito e realizzato benissimo, con una forza grande, appassionante". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 12 dicembre 2008)"Volessimo approcciarci al film 'come dio comanda', cioè come vuole la vulgata ufficiale, dovremmo raccontare la storia. Dire che si parla di un rapporto tra padre e figlio senza mamme e grembi materni in senso stretto, deformato dalla presenza di un terzo incomodo, un emarginato strambo, e da una sovrastruttura socio-culturale (ovviamente dagli autori non condivisa) fatta di un ancestrale razzismo e luoghi comuni sugli stranieri. In mezzo al bailamme di suggerimenti d'attualità, cronaca, quotidianità massmediatica salta fuori pure l'omicidio violento, per certi versi inevitabile. Salvatores prende questa materia pulsante e la trasfigura in un set come il Friuli, che deve però risultare luogo astratto e metaforico. Ci sono le lande desolate, le cave di pietra polverose, l'isolamento abitativo e fisico dei protagonisti. Poi il pathos monta o almeno si tenta questo sentiero. (...) Salvatores è regista della levata nobile anni '80 in cui l'intimismo trovava fragile e piacevole sbocco per testa e occhi su fughe e paturnie individuali. Oggi il rifugio di quegli assunti è il dolly, il plongée, il movimento di macchina da presa arioso, ben fatto, sostanzialmente di plastica. Soluzione che maschera la fatica comunicativa, la distanza interiore dalla materia trattata. Sappiamo che un giorno Salvatores ritornerà a mostrarci qualcosa di sentito, viscerale, finalmente di nuovo suo. E noi saremo lì ad aspettarlo con piacere." (Davide Turrini, 'Liberazione', 12 dicembre 2008)"Se di Timi si sapeva che era bravo; se di Germano si è detto troppo che lo è e lui ha finito col crederlo, la rivelazione del film è l'esordiente quindicenne Alvaro Calca, che rende bene la solitudine della prima adolescenza e la disperazione di aver dubitato del padre." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 12 dicembre 2008)"'Come Dio comanda' è la versione tragica e post-industriale del divertissement intellettuale costruito da Agatha Christie in 'Assassinio sull'Orient-Express': c'è un omicidio e tutti sono colpevoli, non solo colui che l'ha materialmente eseguito. La colpevole è un'Italia che ha perso l'umanità, si è incarognita in un razzismo di ritorno che non dovrebbe esistere in un paese di ex emigranti, e accoglie ideologie d'accatto trasformandole in moralismi ripugnanti. In questa durezza, fa capolino nel finale - ma sarebbe delittuoso raccontarvi come - un barlume di speranza: e si pensa a un grande scrittore friulano, Pier Paolo Pasolini, che aprì il suo primo film 'Accattone' con il verso di Dante 'ttue ne pigli di costui l'eterno/per una lacrimuccia ... '. Sì, forse persino i neo-nazisti hanno un'anima. Filippo Timi ed Elio Germano gestiscono bene due personaggi molto sopra le righe, ma il migliore in campo è il giovanissimo, sorprendente Alvaro Caleca nella parte di Cristiano: perché il ragazzo ha una sua umanità ferita, più complessa di quella degli adulti, e Salvatores - assieme all'attore - la fa emergere in modo straziante." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 12 dicembre 2008) |
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| Titolo | I love Shopping |
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| Titolo originale | Confessions Of A Shopaholic |
| Anno | 2008 |
| Regista | P.J. Hogan |
| Durata | 105 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia, romantico |
| Trama | New York. La venticinquenne Rebecca Bloomwood è un'inguaribile regina dello shopping che sogna di scrivere per la sua rivista preferita. Grazie ad un curriculum preparato ad arte, riesce ad ottenere un incarico per un giornale economico pubblicato dalla stessa casa editrice e viene inserita nella redazione diretta da Luke Brandon. La sua frenesia 'consumista' le provocherà una serie di guai finanziari a causa di una montagna di debiti da pagare, ma nello stesso tempo la aiuterà nel suo lavoro facendole guadagnare il titolo di esperta in consigli economici.Note - SOPHIE KINSELLA FIGURA ANCHE COME PRODUTTRICE ASSOCIATA.Critica "Il film sembra lanciare un monito di assoluta attualità agli americani spinti per troppo tempo a un'euforia dei consumi che ha causato i presenti sfracelli. Ovviamente in forma frivola, dato che il produttore è Jerry Bruckheimer, la costumista Patricia Field ('Sex and the city', 'Il diavolo veste Prada') e che per Becky tutto finisce nel migliore dei modi. Buon supportino cast: Kristin Scott Thomas, Joan Cusack, John Lithgow." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 27 febbraio 2009)"Commedia più spiritosa di quel che il titolo farebbe sospettare." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 27 febbraio 2009)"Lo spunto arriva dal libro di Jemy Kosinski che trent'anni fa fu alla base di una famosa pellicola con l'ineffabile Peter Sellers: Oltre il giardino. Anche se scopiazzato, sulla carta il paradosso funziona mentre nel film si perde per la strada. In compenso, l'adattamento non sembra avere altro scopo che offrire occasioni continue di fastidiosa frenesia all'attrice Isla Fisher, una sorta di reincarnazione di Lilia Silvi monella di celluloide dell'era fascista: gridolini, saltelli, smorfie e carinerie. E non parliamo di quando l'invasione delle femmine schiamazzanti diventa generale: un vero pollaio. La parte di amoroso è riservata a Hugh Dancy e anche su di lui scenda un pietoso velo: tanto che poi che come va a finire la sua storia con Becky lo si capisce subito. Tanti bei nomi, da Joan Cusack a John Goodman, da John Lithgow alla Kristin Scott-Thomas, fanno atto di presenza e non aggiungono granché allo spettacolo. Per quanto riguarda i rapporti fra cinema e letteratura, in passato erano più chiari. Hemingway, per esempio, si rifiutò sempre di vedere qualsiasi film tratto dalle sue opere, altri protestavano per le manomissioni, scrivevano ai giornali, facevano causa Oggi non è insolito che l'autore accetti di partecipare all'operazione cinema con la qualifica di coproduttore come la Kinsella nei titoli di 'I Love Shopping', lasciando che il loro libro finisca indifeso nel tritacarne del commercio." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 27 febbraio 2009)"L'adattamento non sembra avere altro scopo che offrire occasioni continue di fastidiosa frenesia all'attrice Isla Fisher, una sorta di reincarnazione di Lilia Silvi monella di celluloide dell'era fascista: gridolini, saltelli, smorfie e carinerie. La parte di amoroso è riservata a Hugh Dancy e anche su di lui scenda un pietoso velo: tanto più che come va a finire la sua storia con Becky lo si capisce subito. Tanti bei nomi, da Joan Cusack a John Goodman, da John Lithgow alla Kristin Scott-Thomas, fanno atto di presenza e nulla aggiungono allo spettacolo." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 27 febbraio 2009)"Hogan non ama le virgole, solo i punti esclamativi. Eppur si muore. Dalle risate. Grazie ai genitori tirchi di lei (fantastici John Goodman e Joan Cusack: meritavano più spazio). E grazie all'affetto che misteriosamente si prova per le incredibili scemenze di Rebecca, una scatenata Isla Fischer vera bomba sexy con contorno d'allegria. E la fidanzata di Sacha Baron Cohen, alias Borat. Coppia csplosiva." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 27 febbraio 2009) |
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| Titolo | Constantine |
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| Titolo originale | Constantine |
| Anno | 2005 |
| Regista | Francis Lawrence |
| Durata | 119 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, fantasy, horror, thriller |
| Trama | John Constantine è un investigatore dotato di poteri paranormali che nella vita ha un'unica missione: sconfiggere il male per guadagnarsi il Paradiso e sfuggire così all'Inferno al quale è condannato. Il suo destino è stato segnato molto tempo prima, quando ancora bambino si tolse la vita per sfuggire alle visioni che lo tormentavano e, dagli Inferi, gli fu concesso di continuare a vivere nel mondo degli uomini - una sorta di terra di mezzo tra il regno dei cieli e l'oltretomba - fino al giorno della sua morte. Quando la detective Angela Dodson, della polizia di Los Angeles, gli chiede aiuto per scoprire chi ha ucciso la sua gemella Isabel, morta in circostanze misteriose, i due iniziano a indagare insieme...Critica "'Constantine' di Francis Lawrence è l'atteso film tratto dal bellissimo fumetto 'Dc/Vertigo Hellblazer' ambientato a Liverpool e con protagonista modellato su Sting. Qui sono andati in California e hanno preso Reeves per ottenere l'effetto 'Matrix' distruggendo l'equilibrio noir del fumetto per un'avventura lunga e macchinosa dagli ingombranti effetti speciali in cui Constantine deve fermare il figlio del Diavolo. Lawrence, mediocre regista di videoclip, azzecca belle inquadrature ma non sa legarle insieme. Bello l'Inferno: una ex città rovente e dai palazzi divelti che ricorda Baghdad sotto i bombardamenti. Reeves è la nota più stonata. Non ha i denti gialli da tabagista e possiede due espressioni. Con sigaretta e senza sigaretta." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 25 febbraio 2005)"Adattamento di un romanzo grafico inglese ('Hellblazer'), 'Costantine' è un film meticcio che flirta con l'horror, il fantastico, il noir per raccontare, con toni molto cupi, una storia di diavolerie, supereroi e redenzione che - per fortuna - nessuno ci chiede di prendere sul serio. Se qualcosa merita il prezzo del biglietto, è il personaggio che gli dà il titolo: variante di antieroe classico ereditato dal cinema di detective in bianco e nero, solitario e cinico, non accattivante col prossimo, che combatte sul doppio fronte dei diavolacci in digitale e dei propri demoni interiori. Per Keanu, che a suo tempo fu l'Avvocato del diavolo, la conversione non poteva essere più radicale." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 febbraio 2005)"Benvenuti nel circo digitale di 'Constantine'. Hollywood ormai attinge a piene mani alla produzione fumettistica di culto e spesso gli eroi di carta sono un pretesto per sperimentare un cinema che non si può definire neanche postmoderno tanti sono i generi frullati con delirante esuberanza per trascinare lo spettatore in un'esperienza audiovisiva altra. Il film di Francis Lawrence, che s'ispira al comic 'Hellblazer', si configura come uno spericolato viaggio nel cinema di ieri, di oggi e anche di domani, una seducente frantumazione di qualsiasi logica narrativa e stilistica, un'estremistica manipolazione di materiali iconografici, simbolici, religiosi, filosofici, che rendono inopportuno e inutile qualsiasi giudizio basato sulle tradizionali categorie del bello e del brutto. (...) La canonica lotta tra il Bene e il Male prende la forma di un'incessante sfida del poliziotto alle insidiose trappole tese da Satana, a esseri inorganici indistruttibili, a mostruose creature proteiformi. Keanu Reeves ricicla il look, il piglio, le acrobazie digitalizzate di 'Matrix' e attraversa l'inferno di una Los Angeles infestata dai demoni in compagnia di una rutilante overdose di effetti speciali e degli stereotipi del noir, della fantascienza, dell'horror, dell'action movie." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 5 marzo 2005) |
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| Titolo | Coraline e la porta magica |
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| Titolo originale | Coraline |
| Anno | 2009 |
| Regista | Henry Selick |
| Durata | 100 |
| Paese | USA |
| Genere | animazione |
| Trama | La piccola Coraline scopre nella sua casa una porta segreta dietro cui si cela una versione alternativa, e molto più interessante, della sua esistenza. Coraline inizierà a passare gran parte del suo tempo nel mondo parallelo ma, ben presto, la bizzarra avventura comincerà a diventare pericolosa. Per salvare se stessa e i suoi genitori, Coraline dovrà contare sulla sua forte determinazione e sul suo grande coraggio, ma avrà anche a disposizione l'aiuto di alcuni vicini e di un gatto nero parlante.Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: DAKOTA FANNING (CORALINE), TERI HATCHER (MADRE DI CORALINE), IAN MCSHANE (SIG. BOBINSKI).Critica "Henry Selick era l'autore (insieme a Tim Burton) del fantastico 'Nightmare Bifore Christmas'. Questa volta, invece, il film è stato concepito e realizzato a tre dimensioni (il primo in assoluto con pupazzi in 'stop motion'), mischiando tecniche artigianali e tecnologie all'avanguardia, che si sommano con la cura delle scenografie, la profondità di campo, lo studio dell'incidenza della luce. Va detto, però, che la tridimensionalità non è il fine, ma solo uno dei mezzi. (...) Perché il 3D è al servizio di una storia forte, fondativa addirittura. Anziché lisciare e rassicurare il pubblico, come la maggior parte dei cartoon, la fiaba di Coraline ci parla del divario tra fantasia e realtà, degli universi taroccati dell'edonismo e della quantità d'illusione che ciascuno di noi è disposto a tollerare pur di non guardare il mondo a occhi aperti." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 giugno 2009)"Difficile rendere più concrete e vivide le angosce dell'infanzia, ma il tocco di genio di Selick sta nell'inventiva sfrenata con cui anima ambienti e figure di contorno: topi che eseguono parate in stile sovietico, anziane attrici ancora piene di ardori, gatti che parlano e scompaiono come 'Alice nel paese delle meraviglie' gotica. Un magnifico assaggio di ciò che può dare il 3D al cinema d'autore. Se ne avrà la possibilità." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 giugno 2009)"'Coraline e la porta magica' è il nuovo film di Henry Selick, 56enne del New Jersey, mago dell'animazione già collaboratore di Tim Burton per 'Nightmare Bifore Christmas'. (...) 'Coraline' è bellissimo: è un cartone animato in 3D dove la tridimensionalità ha un suo perché, non si limita a un'ostentazione di oggetti sporgenti; è in fondo la natura stessa della storia, imperniata su un mondo multiplo come i colori dei famigerati occhialetti necessari per la visione." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 19 giugno 2009)"Attenzione a quello che si desidera perché i desideri possono avverarsi. E' questa la riflessione da cui parte 'Coraline e la porta magica' che affronta il turbolento mondo dell'infanzia con un film complesso e affascinante. Va chiarita subito una cosa, però: non è una pellicola per bambini sotto gli 8/10 anni. Selick, che ci ha abituato al ribaltamento dei mondi del bellissimo 'Nightmare Bifore Christmas', mette in scena la storia di una ragazzina sveglia e curiosa, scontenta però dei genitori troppo occupati con il loro lavoro." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 19 giugno 2009)"Si scorgono le tracce degli archetipi di 'Coraline', cominciando da 'Alice nel Paese delle meraviglie', passando per 'Pinocchio', fino a 'L'invasione degli ultracorpi'. Ma la costruzione degli ambienti è completamente diversa. Anche la psicologia di Coraline è abbastanza originale. Un'ora e quaranta minuti sono tanti per un film d'animazione, anche se esso unisce per la prima volta la tecnica dello stop-motion e quella del 3D. Né il ritmo è travolgente. Quindi o gli accompagnatori dei bambini ricorreranno a un lungo riposo preventivo, o dovranno farsi raccontare, poi, il film dagli accompagnati." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 19 giugno 2009)"'Coraline' è davvero incantevole: nel disegno bellissimo ispirato a un film precedente co-diretto dal regista Selick insieme con Tim Burton, 'Night Bifore Christmas' nella vicenda tratta da un libro per bambini di Neil Gaimen d'immenso successo e prima ancora da 'Alice nel paese delle meraviglie'; nella realizzazione in 3D con relativi occhialini. (...) Molto bello." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 19 giugno 2009)"Henry Selick realizzò con Tim Burton 'A Nightmare Before Christmas'. Qui ribadisce il gusto gotico allestendo una favola nerastra fitta di luminosi dettagli sopraffini in stop motion (marionette e microdettagli in plastilina fotografati passo passo). E la arricchisce in 3D e - nel finale - con il digitale. Ne esce un capolavoro tecnico di macabra eccellenza. Non è per i piccolissimi, ma per i piccoli sì. Può far paura, certo. Spaventi formativi che matureranno le baby coscienze." (Alessio Guzzano, 'City', 19 giugno 2009)"Il dosaggio sapiente di effetti visivi potenti ed evocativi, il tono narrativo sempre adeguato e lo sviluppo misurato dei vari personaggi rendono godibilissima questa pellicola, capace di veicolare anche messaggi tutt'altro che banali in una società in cui si vale non per ciò che si è ma per ciò che si riesce anche falsamente a mostrare e le persone sono considerate solo come potenziali acquirenti cui indurre desideri. Un mondo in cui il più delle volte però si scopre, a volte dolorosamente, l'illusorietà e persino la pericolosità sia di un insensato apparire, sia di uno spasmodico desiderare. Ed è quello che, nel suo piccolo, sperimenta Coraline, la ragazzina protagonista della storia. Annoiata e insoddisfatta da genitori che, presi da un lavoro che non amano, non le prestano la dovuta attenzione, Coraline, come Alice, finisce magicamente in un mondo parallelo che non è molto diverso dal suo, anche se decisamente migliore. (...) Tutto bene, dunque? Non proprio, perché anche in questo mondo tutto ha un costo. Anche la felicità. La ragazzina è subito colpita da un particolare tutt'altro che secondario. Tutti i personaggi di questo mondo apparentemente perfetto mostrano un agghiacciante particolare: hanno due bottoni al posto degli occhi. E presto scoprirà che è quello il prezzo che dovrà pagare se vorrà vivere per sempre in quella dimensione in cui tutto sembra bellissimo. Ma rinunciare ai suoi occhi - è la proposta della strega malvagia che si cela sotto le vesti dell'"altra mamma" equivale a vendersi l'anima, come Coraline avrà modo di appurare con sgomento. La bambina dovrà dimostrare tutto il suo coraggio per liberarsi dalla trappola tesagli dalla strega. (...) Non mancherà il lieto fine, come in ogni favola che si rispetti. Il come ci si arriverà, tra non pochi colpi di scena, lo lasciamo agli spettatori (per inciso, il film non è adatto a bambini molto piccoli). Ma sia ai grandi che ai piccini sicuramente non sfuggirà la morale della storia magistralmente confezionata da Selick e dai suoi quattrocentocinquanta collaboratori in sette anni di lavorazione: un mondo perfetto non esiste, nemmeno nell'immaginazione; la fantasia non è sempre migliore della realtà, perché a volte anche il sogno più piacevole può trasformarsi nel peggiore degli incubi; la felicità vera è quella di tutti i giorni, fatta di piccole, grandi cose, con le sue sorprese e i suoi limiti; basta solo saperla riconoscere e apprezzare." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 25 giugno 2009)"Tutto incentrato sul confronto realtà/fantasia, il film si impernia sullo sdoppiamento fra colori tetri e melanconici da una parte e pennellate luminose e sfavillanti dall'altra, che si alternano e si rifrangono in un continuo gioco stridente e contrapposto, occasione per mettere a confronto l'essere e l'apparire, la noia della quotidianità e l'illusione onirica che inganna e seduce. Con l'immagine dei bottoni che, alternativamente, si fa simbolo di apertura o di chiusura, di libertà o di schiavitù." (Enzo Natta, 'Famiglia Cristiana', 16 luglio 2009) |
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| Titolo | La sposa cadavere |
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| Titolo originale | Corpse Bride |
| Anno | 2005 |
| Regista | Tim Burton |
| Durata | 75 |
| Paese | GRAN BRETAGNA, USA |
| Genere | animazione, fantasy |
| Trama | Europa, XIX secolo. Il giovane e impacciato Victor sta per sposare la fidanzata Victoria, ma durante le prove del matrimonio non riesce a pronunciare la formula del voto coniugale. Costretto dal sacerdote ad imparare a memoria le parole del giuramento, Victor vaga per la foresta declamando la formula ed è qui che si imbatte in un ramoscello, simile ad un dito, su cui infila la fede nuziale pronunciando la fatidica frase in modo corretto. Il ramoscello si rivela essere il dito di una giovane promessa sposa assassinata, che improvvisamente ritorna come zombie e pretende di essere legalmente sposata all'incredulo Victor. Il ragazzo viene così trascinato nel mondo dei Morti, un universo certamente più vivace rispetto alla severità dell'ambiente vittoriano in cui è cresciuto, ma basta poco tempo a far capire a Victor che niente e nessuno potrà mai tenerlo lontano dal suo vero amore...Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: JOHNNY DEPP (VICTOR), HELENA BONHAM CARTER (LA SPOSA CADAVERE), EMILY WATSON (VICTORIA), ALBERT FINNEY (FINNIS), RICHARD E. GRANT (BARKIS BITTERN), CHRISTOPHER LEE (PASTOR GALSWELL), JOANNA LUMLEY (MAUDELINE), JANE HORROCKS (VEDOVA NERA), ENN REITEL (MAGGOT), MICHAEL GOUGH (GUTKNECHT ANZIANO), DANNY ELFMAN (BONEJANGLES), DEEP ROY (NAPOLEONE BONAPARTE).- FUORI CONCORSO ALLA 62MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2005).- NOMINATIONS OSCAR 2006: MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE.Critica "Accoppiamenti poco giudiziosi nel musical macabro di Mike Johnson e Tim Burton, 'The Corpse Bride', cioè 'La sposa cadavere', realizzato come il capolavoro del '93 'Nightmare Before Christmas' in stop motion, cioè con veri pupazzi mossi fotogramma per fotogramma. Vista l'evoluzione della tecnica, il risultato è così smaltato e perfetto da risultare meno travolgente e bizzarro del suo geniale precedente. (...) Via con cagnolini scheletriti, vermi spiritosi, pub dell'oltretomba, teschi canterini pescati qua e là, dalle 'Silly Simphonies' disneyane ai balletti messicani di Eisenstein, passando naturalmente per le illustrazioni dell'intramontabile Edward Gorey. Con sicuro divertimento e il segreto rimpianto per l'epoca in cui questo universo, non ancora normalizzato, regalava qualche brivido in più." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 settembre 2005)"C'è ancora qualcuno convinto che non è da vip esaltarsi per un lungometraggio d'animazione? Oppure che il genere è riservato alle orde di frugoli scortati da mamme & papà rintronati dallo spumante e dal panettone? A questi strani signori è il caso oggi di dedicare il nostro messaggio più perentorio: 'La sposa cadavere' prodotto e diretto da Tim Burton (coregia di Mike Johnson), benché fuori gara, è il film più bello della Mostra n° 62. L'autore di 'Edward mani di forbice', 'Mars Attacks!' e 'Batman' non fa altro che ribadire la vocazione a riflettere l'universo fiabesco nel suo specchio privato, un tripudio di poesia alternativa, humour nero, macabra fantasia e illusionismo rigeneratore. (...) Le musiche di Danny Elfman impazzano tra ragnatele, croci, bare e candele, preparando l'inevitabile scontro finale che ristabilirà l'ordine naturale delle cose inoculando, però, il dubbio che solo nell'aldilà sia possibile liberarsi dalle norme e dalle divisioni sociali. Per l'attuale gusto di massa è molto difficile rendere competitive le caricature dei personaggi, le proporzioni degli interni e degli esterni e la resa di luci e fotografia, ma il superesperto team di Burton supera di slancio tutti gli ostacoli (paradossalmente) posti dall'uso del computer e dalla tecnologia digitale, conferendo alla favola una patina particolarissima, allo stesso tempo nostalgica e futuribile. I designers non a caso si sono ispirati ai dagherrotipi dell'età vittoriana e alle creazioni dell'architetto spagnolo Gaudì, facendo sembrare, per esempio, che il colore risulti colato attraverso la terra per arrivare nel regno dei morti o che gli edifici del sottosuolo assomiglino a degli scheletri con resti di pelle. In effetti, quando deambula vezzosamente col suo velo stracciato davanti al terrorizzato Victor, 'La Sposa Cadavere', per la gioia di chi ancora s'aspetti dal cinema un segnale grandioso, non è nient'altro che la versione anni 2000 della Norma Desmond di 'Viale del tramonto'". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 settembre 2005)."Capolavoro del cinema d'animazione in stop-motion (i movimenti sono ripresi un fotogramma alla volta), cui Burton e il suo co-regista Mike Johnson hanno lavorato per dieci anni, il film riprende lo stile funerario (ma tutt'altro che lugubre) di 'Nightmare before Christmas'); tanto che lo si potrebbe considerare il secondo episodio di una serie dedicata a Halloween (festa che Burton preferisce al Natale) cui è auspicabile un seguito. (...) Morto o no, 'La sposa cadavere' è puro divertimento anche per il pubblico infantile, col suo contorno di buffi trapassati e personaggini animali che non spaventano nessuno. L'antica utopia fra vivi e morti ha trovato raramente una rappresentazione così rasserenante, e perfino festosa. La paura, semmai, è un'altra. Il film s'avvale di un doppiaggio d'eccezione: oltre a Depp ci sono la moglie del regista Helena Bonham Carter, Emily Watson, Albert Finney, Christopher Lee, citati nei titoli di testa dell'edizione originale come autentici protagonisti. Curarne l'edizione italiana deve essere un problema da incubo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 8 settembre 2005)"Mettere in immagini un ribaltamento simile non è da tutti, ammettiamolo. Ma siamo certi che proprio questa premessa così paradossale ha spinto Tim Burton verso la fiaba ebreo-russa adattata con grande libertà nel sofisticato e vorticoso 'La sposa cadavere'. (...) L'incontro-scontro fra i due mondi, coi loro modi opposti di intendere l'esistenza (calcoli, regole e menzogne nell'al di qua, danze, amori e bevute nell'aldilà), culmina in un faccia a faccia collettivo che sarebbe macabro se in quei morti viventi grandi e bambini non riconoscessero i loro cari perduti, con incontenibile gioia reciproca. E' il momento più alto di un film realizzato come il musical-capolavoro 'Nightmare Before Christmas' con la nobile e antica tecnica dello stop motion (pupazzi veri, animati pazientemente fotogramma per fotogramma); ma più morbido, più smaltato, meno bizzarro e inquietante del precedente exploit animato di Burton. Anche perché nel frattempo la tecnica si è evoluta, il movimento è a tratti fin troppo perfetto. Ma questi forse sono sofismi. 'The Corpse Bride' è comunque un regalo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 ottobre 2005)"Toccante e sgraziato, 'La sposa cadavere' arriva a un mix incantevole di divertimento e poesia. Corrisponde pienamente a quella caratteristica affascinante che ha fatto il sistematico successo di Tim Burton anche al box office: essere mai adulto e mai bambino, saper cogliere quella coesistenza di comico e di nero, di buffo e di spaventevole, di tenero e di allarmante prediletta non soltanto dai bambini. Mike Johnson, amico e collaboratore di Burton che ha seguito 'La sposa cadavere' anche mentre Burton realizzava 'La fabbrica di cioccolato', è un regista soprattutto televisivo di 39 anni nato a Boston." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 28 ottobre 2005) "Non importa sapere della tecnica della stop motion che Burton usa per i suoi pupazzi di plastilina, il risultato è fantastico. Da un'antica favola dark ebraica l' autore al Cioccolato offre un film macabro, divertente, una silly simphony coi vermi tra gli occhi. Pura armonia: non solo per citazioni ('Via col vento', 'Topolino', 'Bava') e per riferimenti alti (Joyce, Spoon River), né per i trucchi ispirati al genio Harryhausen: perché Tim crede più nell'aldilà festoso e colorato che nei vivi grigi e vittoriani e il senso del gotico si sposa alla fiaba con la festa finale capolavoro. La tenerezza della morte, la coniugazione di un controsenso che diventa una fiaba morale con un tasso di fantasia impagabile, mix perfetto di horror, ritmi, humour. Non perdetelo, è un delitto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 ottobre 2005) |
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| Titolo | Covenant, The |
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| Titolo originale | Covenant, The |
| Anno | 2006 |
| Regista | Renny Harlin |
| Durata | 97 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, horror, thriller |
| Trama | Strani avvenimenti accadono alla Spenser Academy, un collegio del New England destinato ad accogliere i rampolli delle famiglie più importanti della regione. Quattro studenti, discendenti delle prime famiglie stanziatesi nella colonia di Ipswich all'inizio del Seicento - ai tempi dei processi alle streghe di Salem - hanno ereditato poteri straordinari dai loro antenati. Giunti alla soglia della maggiore età devono confrontarsi con la difficile gestione delle loro facoltà sovrannaturali e con la strenua battaglia contro una forza malvagia cercando, nel frattempo, di non svelare il segreto che le loro famiglie hanno tenuto nascosto per secoli.Critica "Scuola, magia, elite. Come sempre negli horror peggiori, infuriano temporali, diluvi, fulmini e saette, luci di candela, nuvole nere, strade lucenti di pioggia. Come sempre negli horror facili, si moltiplicano scritte in carattere gotico, incisioni di teschi, torture, processi alle streghe di Salem, grosse chiavi, costruzioni seicentesche: 'The Covenant' è nello stesso tempo complicato e malfatto. (...) Il potere speciale che se usato fa invecchiare potrebbe essere la giovinezza che si logora quanto più viene spesa; ma il film sembra troppo mediocre, e gli attori troppo sciatti, per consentire perfino metafore elementari del genere." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 16 febbraio 2007)"Sembra la trama di Harry Potter; ma a paragone di 'The Covenant' la saga del piccolo mago ci fa la figura di un classico. Si pesca un po' dall'intero repertorio del cinema fantastico, effetti speciali e voli alla 'Matrix' in testa, preoccupandosi soprattutto del look con cui travestire un cast di attori insipidi. Ne risulta una sceneggiatura nebulosa e scarsamente coerente, non riscattata dalle piatte sequenze d'azione." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 febbraio 2007)"Dalla Finlandia viene il grande cinema laconico di Aki Kaurismaki ma anche quello rumoroso di Renny Harlin, ex marito di Geena Davis un tempo abile confezionatore di brividi hollywoodiani (un buon 'Nightmare', il secondo discreto 'Die Hard', il più che pregevole 'Spy'), da qualche anno diventato l'ombra di se stesso. Peccato. 'The Covenant' è forse il punto più basso della sua carriera. (...) La cosa più divertente del film è un'imprecazione non riportabile contro Harry Potter. Ma è una battuta che dura cinque secondi. Il resto è un delirio di maghi stupidotti ed effetti speciali al computer che non spaventano, non impressionano, non emozionano. Giovani attori insignificanti. Uno di loro si chiama Kitsch. Emblematico. La maledizione de 'L'esorcista - La genesi' continua per Harlin. Appena arrivato sul set italiano di quel film per sostituire Paul Schrader fu messo sotto da un camion. Dopo ha diretto 'The Covenant'" (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 16 febbraio 2007) |
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| Titolo | Amici x la morte |
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| Titolo originale | Cradle 2 The Grave |
| Anno | 2002 |
| Regista | Andrzej Bartkowiak |
| Durata | 100 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, thriller |
| Trama | Un pericoloso criminale, Ling, rapisce Vanessa, figlia di Tony Fait (capo di una gang di professionisti del crimine), chiedendone in cambio della liberazione una grossa partita di diamanti neri appena rubati dalla gang. Per salvare la figlia Fait è costretto - suo malgrado - a cercare l'alleanza di Su, un agente segreto del governo di Taiwan che sta dando la caccia a Ling. Su, infatti, è l'unico in grado di combattere Ling, che in passato è stato suo assistente. Avversari dal punto di vista etico, ma uniti dal comune intento di ritrovare Ling, il ladro e l'agente segreto uniscono le loro forze per combattere il nemico.Note - REVISIONE MINISTERO MAGGIO/GIUGNO 2003.- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL MAGGIO 2007 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.Critica "Campione di arti marziali, Jet Li conosce a 11 anni Richard Nixon. Forse scioccato dall'incontro, non riesce a imporsi come nuovo Bruce Lee, anche se tecnicamente gli è superiore. Colpa di una faccia non proprio simpatica. In 'Amici per la morte' di Andrzej Bartowiak anche il rapper DMX è più carismatico di lui. Ed è tutto dire". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 6 giugno 2003). |
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| Titolo | Crank |
|---|---|
| Titolo originale | Crank |
| Anno | 2006 |
| Regista | Mark Neveldine (Neveldine) Brian Taylor (Taylor) |
| Durata | 84 |
| Paese | USA, GRAN BRETAGNA |
| Genere | azione, drammatico, poliziesco, thriller |
| Trama | Chev Chelios è stato per anni un killer a pagamento per un potente gruppo criminale della West Coast, ma ora ha deciso di rifarsi una vita insieme alla fidanzata Eve e di imboccare la via della legalità. Purtroppo, Chev ha fatto la sua scelta mandando a monte l'ultimo incarico che gli era stato affidato e lasciando in vita la vittima predestinata. I suoi committenti, furiosi per lo sgarbo subito, hanno deciso di vendicarsi e Chase si trova costretto a tenere alta l'adrenalina per evitare che un potente veleno, iniettatogli durante il sonno, fermi il suo cuore per sempre. Deciso a trovare l'antidoto che gli possa salvare la vita e preoccupato per l'incolumità di Eve, Chev inizia una corsa disperata nelle vie di Los Angeles. |
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| Titolo | Il curioso caso di Benjamin Button |
|---|---|
| Titolo originale | Curious Case Of Benjamin Button, The |
| Anno | 2008 |
| Regista | David Fincher |
| Durata | 163 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico, fantasy, romantico |
| Trama | La vita di Benjamin Button scorre in maniera molto particolare. Nato alla fine della Prima Guerra Mondiale, Benjamin sin dalle sue prime ore di vita rivela tutte le caratteristiche di un uomo di oltre ottant'anni destinato a morire subito. Invece, la sua esistenza attraverserà tutto il 1900 con un miracoloso e graduale ringiovanimento...Note - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (BRAD PITT), SCENEGGIATURA E COLONNA SONORA.- OSCAR 2009 PER MIGLIOR SCENOGRAFIA, TRUCCO ED EFFETTI VISIVI. LE ALTRE CANDIDATURE RICEVUTE ERANO: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (BRAD PITT), ATTRICE NON PROTAGONISTA (TARAJI P. HENSON), SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA, COLONNA SONORA, MONTAGGIO, COSTUMI E MISSAGGIO SONORO.Critica "Tolto il paradossale spirito iniziale, 'Il curioso caso di Benjamin Butten', candidato a 13 premi Oscar è un film all'antica. Volendo coinvolgere lo spettatore nell'analisi del protagonista, la cinepresa segue ritmi pacati. Questo non è un film da tagli rapidi e movimenti frenetici. Lo ha compreso Fincher e Pitt e gli altri attori lo hanno assecondato. Il racconto attraversa molti momenti storici, tutti risolti con sensibilità da un artista che si concede, qua e là, pause distensive: il sommergibile affondato dal rimorchiatore nella II Guerra Mondiale e l'uomo dell'ospizio colpito cento volte dal fulmine senza danni." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 13 febbraio 2009)"Amore, morte, la fatalità del tempo che passa senza poterlo fermare. Il racconto di Fitzgerald più che curioso come l'autore lo aveva definito, semmai strambo, come giudicato dalla critica, interessò per anni il cinema, sia pure senza successo date le difficoltà soprattutto tecniche che faceva sorgere, oggi invece in anni in cui su uno schermo si può fare ormai quel che si vuole, ecco David Fincher tentare la prova affidando a Brad Pitt la parte del protagonista, avendolo già avuto al fianco in 'Sever' e in 'Fight Club'. Due thriller che non gli facevano comunque dubitare della sua capacità di affrontare una storia in cui lo strambo, appunto, si accompagnava al fantastico. Eccolo così ricorrere per il testo a Eric Roth, lo sceneggiatore di 'Forrest Gump', ed eccolo raccontare la vita a ritroso di Benjamin puntando molto sul suo candore e sulle sue ingenuità proprio alla Forrest Gump, fino a quell'amore che diventerà il punto fermo della sua vicenda. Con molto realismo nel resto, con una certa attenzione per le cornici e gli eventi in mezzo, lasciando che il segno stilistico più forte sia dato dalle immagini - la fotografia è di Claudio Miranda - quasi decolorate comea voler citare i viraggi del cinema di ieri. Al centro, Brad Pitt è convincente anche quando il trucco e il corpo immiserito di un altro rischiano di cancellarne i carismi almeno fino a quando non ci apparirà come è oggi. Lo affianca Cate Blanchett con cui torna a far coppia dopo 'Babel', il momento più doloroso e drammatico del loro amore è quando l'età che con il tempo non si ferma, li dividerà di nuovo. Non era del tutto la cifra di Fitzgerald, ma è la più forte (e commovente) del film di oggi." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 13 febbraio 2009)"Soprattutto nuovo è lo spostamento dai colori picareschi e grotteschi di un racconto che voleva divertire e semmai ammiccare in modo piccante all'eterna ambizione maschile, di non smettere mai di amare donne sempre più giovani, al dramma romantico e melò di uno scherzo della natura e del destino, del corto circuito che rende impossibile un grande amore." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 13 febbraio 2009)"Cosicché l'opera - un melodramma in stile fantasy, forse troppo lungo con i suoi 163 minuti - emoziona solo a tratti, soprattutto nella parte finale, quando si evidenzia drammaticamente il percorso di ringiovanimento del protagonista. Tuttavia il film, insistendo sulla frase che ripete spesso la madre adottiva di Benjamin "non sai mai cosa c'è in serbo per te", non manca di suscitare riflessioni sulla vita e sulla morte. (...) Così, mentre il messaggio sembra essere, malgrado tutto, che non importa se si è costretti a vivere la vita a ritroso, l'importante è come la si vive e che comunque ognuno è responsabile del proprio destino, in realtà è sempre più evidente che è il tempo a governare il destino di ciascuno. Non solo. In una società in cui si è alla ricerca dell'eterna giovinezza, dell'elisir di lunga vita, questa storia paradossale e malinconica ci dice anche altro. In primo luogo, insinua che ringiovanire potrebbe essere tutt'altro che un'esperienza piacevole, soprattutto se allontana inesorabilmente dalle persone amate; potrebbe anzi diventare una terribile condanna, stemperata solo - come avviene nel film e nel racconto - dal progressivo venir meno della memoria e dei ricordi. In secondo luogo, sottolinea che la vita va accettata così com'è, con i suoi ritmi, le sue stagioni, con le sue gioie e i suoi limiti, e che è vano illudersi di poter rovesciare il corso delle cose, sovvertendo e violentando la natura." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 13 febbraio 2009)"Da una battuta di Mark Twain ('La vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18') a un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald, a un kolossal di David Fincher... l'idea di un uomo che cresce ringiovanendosi ha perso di mistero." (Dario Zonta, 'L'Unità', 13 febbraio 2009)"Tutto qui, verrebbe da dire. Con un gran numero di eventi e di personaggi a movimentare questa cavalcata attraverso il Novecento, da cui però non si cava un minimo di emozione. C'è una pesante cornice narrativa con Cate Blanchett pure lei sfigurata dal make up, che dal letto di morte racconta tutto a sua figlia Julia Ormond. C'è la nascita prodigiosa di Benjamin, che il padre industriale lascia sulle scale di un istituto gestito da una donna di colore, a New Orleans. Poi l'infanzia in sedia a rotelle: l'iniziazione sessuale di quel vecchietto gagliardo (Ma chi sei - dice stremata la ragazza del bordello - Dick Tracy?) i primi amori, la passione contrastata, per quella bambina conosciuta troppo presto, o troppo tardi, e inseguita per tutta la vita, che da grande farà la ballerina (Blanchett, appunto). Inframezzata da viaggi; amori, liti, battaglie, che instillano nello spettatore un dubbio capitale. Forse l'errore è nel manico. Un film così andava fatto in 3D, appunto. Oppure in bianco e nero e con immagini poco definite che lasciano più spazio all'immaginazione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2009)"David Fincher si è sempre buttato senza rete nell'inconscio, nella follia (da 'Seven' a 'Zodiac') e qui prende l'occasione giusta per fare un salto in alto nel tempo e nello spazio, con avvio clamoroso anche se i trucchi di Rick Baker sono prodigiosi, ma non si ha mai l'idea di un bimbo. Poi il film si allunga e si gode come chewing gum, talvolta torna il sapore forte dell'idea originale, la lotta proustiana contro il Tempo che Resnais girò in 'Providence', altrove il filo si allenta, prendendo scorciatoie sentimentali. E affiorano temi fitzgeraldiani, notti tenere di jazz e caviale (è magica la parte con Tilda Swinton), ma il continuo trasloco d'epoche e look appesantisce un film di 166 minuti che non trova sempre l'equivalente visivo al vorrei dell'autore. Comunque piacerà tantissimo. Anche perché, volere o no, il contrasto con il tempo ci appartiene e piacerebbe provare questo sgambetto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 febbraio 2009)"Gran brutta moda quella dei film chilometrici. Nel 1920 il saggio Francis Scott Fitzgerald aveva scritto un racconto di cinquantanove pagine: 'Il curioso caso di Benjamin Button', che, tanto per capirci al volo, compie il percorso esattamente inverso del più celebre 'Il ritratto di Dorian Gray'. Il dispersivo regista David Fincher (l'autore di 'Seven'), con la complicità degli sceneggiatori Eric Roth e Robin Swicord, lo ha allungato a dismisura trascinandolo oltre le due ore e mezzo. Quindi tra qualche risata, molti oh di meraviglia, per la sublime fotografia, i magnifici costumi e soprattutto gli stupefacenti trucchi, c'è tempo, eccome, per diversi sbadigli. Resta comunque un eccellente film, anche se tredici nomination all'oscar sono decisamente troppe." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 febbraio 2009) |
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| Titolo | Il Codice da Vinci |
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| Titolo originale | Da Vinci Code, The |
| Anno | 2006 |
| Regista | Ron Howard |
| Durata | 152 |
| Paese | USA |
| Genere | thriller |
| Trama | Un professore americano di Harvard, Robert Langdon, è chiamato a collaborare con la polizia francese, a Parigi, per risolvere il caso di un misterioso assassinio commesso all'interno del Louvre. Inseguito da un implacabile ispettore della polizia francese e da alcuni personaggi legati ad un misterioso 'Maestro', Langdon, con l'aiuto di una crittologa francese, deve riuscire a interpretare una serie di indizi lasciati dall'ucciso attraverso i quadri di Leonardo da Vinci. Le indagini porteranno alla luce le tracce per svelare un incredibile mistero, protetto per secoli da una setta segreta, che potrebbe sconvolgere e minare i fondamenti della religione cristiana...Note - FILM D'APERTURA, FUORI CONCORSO, AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006).Critica "Tanti segreti e nessun mistero. Ci aspettavamo uno scandalo, una provocazione, un calcio alla cristianità o almeno al Vaticano. Invece 'Il Codice da Vinci' di Ron Howard è solo uno di quei filmaccioni frenetici e verbosi che sono da sempre la specialità di Hollywood, non molto più credibile di 'Mission Impossible III' malgrado le pretese. Anzi, a caldo viene da dire che senza il genio di Leonardo da Vinci e la bravura di sir Ian McKellen, immenso attore inglese e protagonista occulto di questo film in cui l'occulto trionfa, non si saprebbe bene cosa stare a guardare anche se il materiale apparentemente non manca. (...) I 43 milioni di lettori del libro sanno che in filigrana si agitano Maria Maddalena, il Sacro Graal (no, non è una coppa...) e gli ipotetici discendenti di Gesù. Ma con tanto ben di Dio, è proprio il caso di dire, Howard si limita a impaginare l'ennesimo film pieno di scene ad effetto e di complotti vicini e lontani. Con qualche sciabolata d'ironia qua e là per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Senza ritrovare se non a sprazzi il pathos forse grossolano ma efficace del romanzo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 maggio 2006)"Per realizzare in film che coinvolge l'esoterismo, la numerologia e metà della mitologia dell'Occidente, ci sarebbe voluto un erudito come Peter Greenaway: ma quello, si sa, tratta con gente di diversa levatura (Dante, Shakespeare...) di Brown; e, soprattutto, non rende quattrini al botteghino. Se si sceglie di mettere alla regia Ron Howard, che è cresciuto ma è rimasto diligente come il Ritchie di 'Happy Days', non ci si può aspettare un film d'autore. Quel che Ron ha realizzato è di avere per le mani una trama di cospirazioni e sette segrete. Pur sforzandosi di inventare qualche inquadratura 'impossibile', Howard fa il suo lavoro da onesto regista di blockbuster miliardario, col montaggio rapido, la musica roboante, il numero contrattuale di primi piani per le star e la dose minima di umorismo. Il suo compito diventa più difficile quando si tratta di parafrasare in linguaggio cinematografico le lunghe e complesse 'spiegazioni' storiche del romanzo. Se la cava ricorrendo alla vecchia soluzione del flashback, con sequenze concitate e colorate in bluastro, che sembrano rubate ai peplum nostrani, ma con l'abbondanza di mezzi dei kolossal di Cecil DeMille. Ne risulta una pellicolona complessa e un po' macchinosa, dove la parte didascalica rallenta l'azione e dove tutti i divi appaiono un po' spaesati, come se cercassero di capire davvero - nella realtà, non nella finzione - quel che sta succedendo loro intorno." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 17 maggio 2006)"Di 'Il Codice da Vinci' mi sono piaciuti i primi 15 minuti. Purtroppo il film ne dura altri 136 durante i quali si disperde in situazioni che Hitchcock avrebbe segnato con la matita rossa e blu. Eppure è stupendo l'inizio notturno con Jean-Pierre Marielle che fugge inseguito dal killer Paul Bettany fra i capolavori delle gallerie del Louvre, contrappuntato con la lezione sui simboli che il professor Tom Hanks sta tenendo in altra parte di Parigi. (...) Pur incarnati da attori esperti, da Alfred Molina che fa il vescovone della congiura clericale al sempre diabolico Ian McKellan, i personaggi non prendono vita proprio come i protagonisti Hanks e Tautou. Può ancora appassionare, gestito dall'abile regista Ron Howard, il vetusto meccanismo dell'innocente in fuga; e può avvincere l'ulteriore messa in opera della caccia al tesoro. Ma il resto sono chiacchiere: risibili flashback pseudostorici evocati a sostegno di tesi insensate, accuse odiose al Vaticano e all'Opus Dei e affermazioni blasfeme che possono indurre i credenti a reagire in qualche modo. Speriamo con più sale in zucca degli integralisti islamici, che per una vignetta su Maometto hanno provocato morti e feriti. In realtà la sentenza su 'The Da Vinci Code' è già stata pronunciata a Cannes. Non per niente la Francia è la patria della ghigliottina: in occasione della prima proiezione alla stampa, nella sala Debussy, la testa di questo gigante della sottocultura è finita nel canestro fra il disinteresse generale. È stato un madornale errore portarlo al festival, vedremo se sopravviverà allo smacco confermandosi come il campione annunciato dell'intera estate cineplanetaria." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 maggio 2006)"Un thriller che giustamente rivendica tutta la sua libertà deve, in punto di coerenza, confrontarsi con gli indici e le regole del genere ed è su questo piano che 'Il Codice da Vinci' finisce per gettarsi a corpo morto nelle fauci dei censori ideologici e degli snob preventivi. Non vorremmo disturbare, a questo proposito, i nobili travagli dei luminari della Chiesa o le infide astuzie dei talebani del relativismo, ma c'è stato un signore chiamato Alfred Hitchcock che in quest'ambito fa più testo (per carità, si fa per dire) dei Vangeli: non a caso sullo schema del protagonista accusato ingiustamente, braccato dagli sbirri e dai killer, ma per fortuna sostenuto da un'intrepida fanciulla, il maestro del brivido ha collaudato una fluidità narrativa e una cadenza visionaria quasi sempre irresistibili. Il regista di 'Cinderella Man', che resta peraltro un ottimo professionista, cerca invece d'impreziosire con il montaggio survoltato, la musica tonitruante e il carisma delle star una trama attorcigliata e macchinosa, da una parte sfruttando senza remore la sua presunta audacia anti-cattolica, dall'altra riducendola per forza di cose al solito tourbillon di cospirazioni incrociate e complotti di sette segrete. (...) Tom Hanks è sprecato a dispetto del ruolo risolutivo, Audrey Tautou ex Amélie sgrana gli occhioni con monotonia insopportabile, Jean Reno è un poliziotto francese che sembra capitato lì per caso, Paul Bettany è un monaco invasato che fa torto all'originale e solo l'immenso Ian McKellen nella parte di Sir Teabing fa venire voglia di rituffarsi nelle pagine dell'unico vero vincitore, il (lui sì) luciferino Mister Dan Brown.." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 maggio 2006)"I critici snob storcono il naso, perché è tutto molto tradizionale, un po' pacchiano. Urge non prendere sul serio le dispute teologiche sul lato umano di Gesù e sulle nozze con la Maddalena, ma godersi un divertente thriller dal bell'inizio notturno che non tratta di sesso, ma di Templari, del Graal, di guerre religiose e Leonardo. (...) La Tatou è la criptologa per niente lì per caso, il magnifico Ian McKellen fa da perno e Reno indaga sull'intrigo internazional spirituale." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 maggio 2006) |
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| Titolo | Dante's Peak - La furia della montagna |
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| Titolo originale | Dante's Peak |
| Anno | 1997 |
| Regista | Roger Donaldson |
| Durata | 112 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico |
| Trama | Il ricercatore Harry Dalton viene inviato a studiare l'attività sismica nei pressi di Dante's Peak, cittadina nel nord degli Stati Uniti dove è sindaco Rachel Wando, che gestisce un locale di ristoro ed è madre separata. Harry ben presto recepisce attraverso accurati esami i segnali inconfondibili di quel tipo di attività che precede un'eruzione. Ne informa il sindaco che però, avendo appena siglato un accordo economico con un uomo d'affari, vorrebbe non diffondere allarmismi. Rachel però è costretta ad ammettere la realtà delle cose e, durante un'assemblea generale dei cittadini, mentre arrivano le prime scosse, cerca di evitare il panico dilagante. Una nuvola di cenere sovrasta la montagna e si avvicina alla città. Quando il sisma comincia a dilagare, Harry aiuta Rachel a raggiungere i due figli che erano andati a casa della nonna Ruth. Il gruppo affronta situazioni difficilissime, sempre in bilico tra la vita e la morte. E' la nonna a perdere la vita in mezzo ad acque inquinate dalla lava, mentre gli altri riescono a sfuggire al pericolo. Quando la nuvola si placa e torna la calma, Harry propone a Rachel e ai ragazzi di partire tutti insieme, come una nuova famiglia.Note - REVISIONE MINISTERO APRILE 1997Critica Gli effetti speciali sono il punto di forza di tutto il baraccone. Con la differenza che qui, rispetto ad altri film del genere, c'è qualcosa di più. Una sceneggiatura più accurata anche se non certo originale, una regia attenta (l'australiano Donaldson è quello di "Senza via di scampo" e "Specie mortale"), un protagonista soft come Pierce Brosnan, l'ultimo 007 ("Goldeneye"). (L'Eco di Bergamo, Franco Colombo, 14/4/97) Il film stereotipato e mal recitato, niente affatto bello, è interessante come esempio del neocatastrofismo hollywoodiano: e gli effetti speciali sono sempre grandiosi e divertenti come un fuoco d'artificio. (La Stampa, Lietta Tornabuoni, 11/4/97) A paragone con "Dante's peak. La furia della montagna" di Roger Donaldson, le pietre miliari del filone sismico-vulcanico, Terremoto di Mark Robson (1974) e Il diavolo alle 4 di Mervyn Le Roy (1961), artisticamente diventano drammi di Shakespeare. E' infatti difficile dirigere e montare male una pellicola come Donaldson, ed è difficile anche recitare peggio di Pierce Brosnan. (Il Giornale, Maurizio Cabona, 17/4/97) |
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| Titolo | Il cavaliere oscuro |
|---|---|
| Titolo originale | Dark Knight, The |
| Anno | 2008 |
| Regista | Christopher Nolan |
| Durata | 150 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura, azione, fantasy, poliziesco, thriller |
| Trama | Aiutato dal tenente James Gordon e dal procuratore Harvey Dent, Batman riesce a smantellare i resti dell'organizzazione criminale che infestava le strade di Gotham City. Ma ben presto i tre si ritrovano preda di una mente criminale in rapida ascesa: The Joker.Note - I COMPOSITORI HANS ZIMMER E JAMES NEWTON HOWARD, DOPO AVER RICORSO, SONO STATI RICONOSCIUTI COME GLI UNICI TITOLARI DELLA COLONNA SONORA PER CUI HANNO POTUTO CONCORRERE PER OTTENERE LA NOMINATION AGLI OSCAR CHE IL MUSIC BRANCH EXECUTIVE COMMITTEE DELL'ACADEMY AVEVA PRIMA LORO NEGATO RITENENDO IL LAVORO FRUTTO DI CINQUE AUTORI.- GOLDEN GLOBE 2009 (POSTUMO) A HEATH LEDGER COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA.- OSCAR 2009 A HEATH LEDGER (POSTUMO) COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA E A RICHARD KING PER IL MONTAGGIO SONORO. IL FILM ERA CANDIDATO PER: MIGLIOR FOTOGRAFIA, MONTAGGIO, SCENOGRAFIA, TRUCCO, MISSAGGIO SONORO ED EFFETTI VISIVI.- SPECIALE NASTRO D'ARGENTO 2009 AD ADRIANO GIANNINI PER IL DOPPIAGGIO DI HEATH LEDGER.Critica "Mentre i tre eroi «positivi» sono costretti a fare i conti con i limiti e il senso delle loro azioni, continuamente messe in discussione da una voglia di vendetta che finirà per travolgere tutto o quasi. In questo modo il film si colora di echi apertamente langhiani, che finiscono per concretizzarsi nell'esplicita citazione della Gloria Graham del Grande caldo, con il volto metaforicamente diviso in due metà, una affascinante e una orripilante. Come infatti succederà al viso del procuratore Dent dopo l'esplosione da cui Batman lo strappa mentre avrebbe voluto salvare Rachel (Maggie Gyllenhaal), la donna amata da entrambi: da un lato conserva il suo volto fiducioso e positivo, dall'altro il fuoco accentua la smorfia orrida e criminale di un essere crudele e vendicativo. E questa idea del volto come indice di moralità (specchio dell'anima?) finisce per diventare una delle chiavi di lettura del film, dall'ossessione di tanti per smascherare il vero volto di Batman al trucco sbavato e ferino di Joker. Che proprio in quella specie di maschera «non finita», con il rossetto che non rispetta più i lineamenti della bocca e delle cicatrici e la biacca che non copre le rughe e le asperità del corpo, trova la perfetta messa in forma dell'ambiguità e dell'indeterminatezza morale che lo identificano. A cui Ledger aggiunge una recitazione sapientemente inquietante che ha giustamente lasciato il segno e che lo candida a ricevere il secondo Oscar postumo della storia, dopo quello a Peter Finch per 'Quinto potere'. E se alla fine il messaggio di un bambino e il comportamento delle persone stivate nei due traghetti sembrano lanciare un messaggio di speranza e di fiducia nei comportamenti del genere umano, la vera morale del film resta quella di una ambigua lezione sul «lato oscuro» della vendetta e sui limiti che si possono raggiungere per piegare il Male ai fini del Bene. Anche a costo di tradire la verità." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 luglio 2008) "A fronte di tanta abbondanza di 'caratteri' e situazioni, che il ballo in maschera di Nolan profonde senza risparmio, è inevitabile che Barman perda un po' la leadership lasciando spazio agli altri; incluse le godibili caratterizzazioni di Michael Caine, il maggiordomo Alfred, e di Morgan Freeman, il saggio Lucius Fox. Chi ruba la scena all'eroe, però, è lo sventurato Ledger, che rilancia la potenziata leggenda dell'altrettanto sfortunato Brandon Lee del 'Corvo'. Anche se la candidatura postuma all'Oscar di cui tanto si parla è di gusto discutibile, senza dubbio Ledger si è calato nel Joker, a suo tempo interpretato da Jack Nicholson, con una partecipazione al limite del transfert, tratteggiando un malvagio integrale che resta impresso nella memoria. Più che di Bale o di chiunque altro, il film è suo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 25 luglio 2008) |
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| Titolo | Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo, The |
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| Titolo originale | Day After Tomorrow, The |
| Anno | 2004 |
| Regista | Roland Emmerich |
| Durata | 125 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico, fantascienza |
| Trama | A causa di strani avvenimenti atmosferici, il paleoclimatologo americano Jack Hall e il suo collega scozzese Rapson ipotizzano l'avvento di una nuova 'glaciazione'. Il loro timori vengono confermati quando scoprono che sta per prepararsi una tempesta globale che investirà il pianeta e lo farà piombare in una nuova Era Glaciale. Mentre cerca di avvertire la Casa Bianca dell'imminente disastro ambientale, Hall deve riuscire anche a raggiungere la città di New York per salvare suo figlio Sam che si trova nella biblioteca pubblica di Manhattan...Critica "In una Manhattan invasa dalle gelide acque dell'oceano i rifugiati nel palazzo della Public Library si vedono transitare silenziosamente davanti ai finestroni una moderna versione del Vascello fantasma: un mastodontico cargo russo abbandonato dall'equipaggio. Basterebbe questa immagine, degna delle fantasmagorie del surrealismo pittorico, per nobilitare 'The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo', uno di quei kolossal catastrofici sui quali volentieri si esercitano le ironie della critica. La verità è che ridiamo di certi spettacoli per esorcizzare le nostre paure, proprio come prima dell'11 settembre avremmo sogghignato se ci avessero fatto vedere l'incredibile crollo delle Torri gemelle. (...) Tra acrobazie a rischio ed effetti speciali, Emmerich manda avanti il racconto in un succedersi di situazioni dove forse troppo spesso la plausibilità cede il passo al fervore visionario. Ma è cinema di alto livello professionale." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 29 maggio 2004) "Alcuni vantaggi nel vivere alla periferia dell'Impero. Uno: generalmente i film-catastrofe non vengono ambientati a casa nostra. Ergo, non dobbiamo vedere due o tre volte l'anno sul grande schermo il Colosseo devastato dai tornado, San Pietro distrutta dai terroristi o il Pirellone sventrato da una tempesta di ghiaccio. Due: mentre gli americani sono costretti dal livello dei loro consumi a esportare i loro complessi di colpa sotto forma di cinecataclismi, noi ce ne stiamo comodamente seduti a sgranocchiare pop corn. E non ci facciamo nessun problema di verosimiglianza. Per questo i film-catastrofe viaggiano così bene nel mondo. (...) In momenti come questi Emmerich dà il meglio di un cinema che per il resto è condannato in partenza alla metafora politica, ovvero al pistolotto democratico (divertente ma ipocrita). E' per un improvviso squilibrio fra acque dolci e acque salate (ricchi e poveri? Islamici e cristiani? Tutto fa brodo) che il clima impazzisce. E poiché la glaciazione parte dal Nord, toccherà al Terzo Mondo, peraltro invisibile nel film, accogliere i superstiti in fuga dai paesi opulenti. Magari nella realtà i paesi poveri non sarebbero così ospitali, ma chissà, si può sempre sperare." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 maggio 2004) "A ben guardare, lo schema narrativo è lo stesso dei serial televisivi: alternanza di scene tra i vari 'characters', in modo da moltiplicare la suspense e minimizzare la noia. Risultato, l'ultimo, ragionevolmente ottenuto, se si considera che situazioni e tipologie umane sono visti e rivisti. Roland Emmerich replica l'operazione pop di 'Independence Day', dove esercitava la sua ironia iconoclasta contro la Casa Bianca, congelando la Statua della Libertà (con inquadrature che citano 'Il pianeta delle scimmie') e la bandiera a stelle e strisce. Altro momento ironico, nel seriosissimo film, quello in cui milioni di profughi americani cercano di espatriare clandestinamente nel Messico che chiude (all'opposto di ciò che accade nella realtà) i propri confini. Però gli yankee in disgrazia si fanno voler bene, trovano asilo, si rimboccano - metaforicamente - le maniche e ricominciano da capo ." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 maggio 2004) |
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| Titolo | Ultimatum alla Terra |
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| Titolo originale | Day The Earth Stood Still, The |
| Anno | 2008 |
| Regista | Scott Derrickson |
| Durata | 103 |
| Paese | USA |
| Genere | fantascienza |
| Trama | Helen Benson si trova faccia a faccia con un alieno chiamato Klaatu che ha viaggiato nell'Universo per avvertire l'umanità di un'imminente crisi globale. Quando delle forze che sfuggono al controllo di Helen ritengono ostile l'extraterrestre e gli negano la possibilità di parlare ai leader del mondo come aveva richiesto, lei e il figliastro Jacob, con cui è in cattivi rapporti, scoprono rapidamente le conseguenze mortali del messaggio di Klaatu...Note - REMAKE DEL FILM "ULTIMATUM ALLA TERRA" (1951) DI ROBERT WISE.Critica "L'originale, onestamente, già non era un capolavoro anche se conserva il merito di un messaggio innovativo e politicamente forte in un momento in cui la guerra fredda era un concetto poco metabolizzato dalle masse. E in fondo 57 anni dopo avviene lo stesso, ma con il riscaldamento globale e simili. Il messaggio di Klaatu è rivoluzionario, un ultimatum che non a caso lui pone subito, vuole dirlo all'Onu e gli rispondono, come sempre fa l'Occidente civilizzato, con i missili. L'uomo non può sopravvivere alla Terra, ma l'unica speranza per quest'ultima di continuare ad esistere è l'estinzione del genere umano. Altro che dinosauri, neanche l'ambientalista più fanatico direbbe una cosa del genere. Peccato rimanga l'unica intuizione geniale in un film di fantascienza approssimativo e fintamente vintage, dotato di un ottimo cast (Jennifer Connelly, John Cleese, Jon Hamm e il piccolo Jaden Smith) sempre confinato in dialoghi e caratterizzazioni banali. Budget alto, ma non si vede." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 12 dicembre 2008)"Il regista Scott Derrickson si premura di usare gli effetti speciale al servizio di una pasta visiva da film d'epoca. Eppure, il messaggio arrivava più efficace e diretto nella vecchia pellicola in bianco e nero." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 12 dicmebre 2008)"Se volete sfidare con l'intelligenza un film altrimenti tedioso, cercate nel suo inconscio. Così, tanto per giocare, noi ve ne diamo due. La prima è politica: a governare la crisi della minaccia aliena non è il presidente degli Stati Uniti, ma il Segretario alla Difesa (Kathy Bates, una donna, benché ottusa come tutti gli uomini quando al potere). Metafora: anche il cinema hollywoodiano considera la gestione Bush totalmente incapace. La seconda è ambientalista: la distruzione aliena delle cose realizzate dagli uomini viene compiuta da un nugolo di insetti neri che una volta bloccato nella sua corsa si trasforma in un pulviscolo nero. Metafora: le polvere sottili distruggeranno il mondo." (Dario Zonta, 'L'Unità', 12 dicembre 2008)"Keanu si impegna con successo a non esprimere alcuna emozione. Il tasso emotivo del film, del resto, è inversamente proporzionale all'uso di trucchi digitali. I cinefili rimpiangeranno l'assenza della mitica frase 'Klaatu barada nikto!". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 12 dicembre 2008) |
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| Titolo | Death Race |
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| Titolo originale | Death Race |
| Anno | 2008 |
| Regista | Paul W.S. Anderson |
| Durata | 105 |
| Paese | USA |
| Genere | fantascienza, thriller |
| Trama | Stati Uniti, 2012. La crisi finanziaria spinge gli uomini a cercare distrazione negli sport estremi. Jensen Ames invece, dopo essere uscito dal carcere, vorrebbe vivere in tranquillità con la moglie e la loro piccola bambina ma viene prima licenziato e poi colpito e narcotizzato. Quando si sveglia ha un coltello in mano e la moglie accanto a lui è ferita a morte. Dopo l'arresto, nonostante si proclami innocente, viene tradotto in un penitenziario di massima sicurezza, Terminal Island, situato in mezzo all'oceano. La venefica direttrice Warden Hennessey lo costringe a correre con automobili dotate di lanciafiamme e mitragliatrici sostenendo gare all'ultimo sangue sotto l'identità e la maschera di un altro detenuto morto in un incidente. Ma in quel mondo corrotto non è solo l'identità ad essere falsa...Note - REMAKE DEL FILM "ANNO 2000 LA CORSA DELLA MORTE" (1975) DI PAUL BARTEL.Critica "Prodotto da Roger Corman e interpretato da David Carradine con Stallone in una parte minore, 'Death Race 2000' era un trash cult che metteva in scena una corsa della morte nel futuro prossimo. Qui il soggetto è ripreso, intrecciato con gli stereotipi del film carcerario, declinato in un'ennesima versione di videogame per il grande schermo. (...) Rumoroso ed efficiente intrattenimento; 'sano', quello è un altro discorso." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 28 novembre 2008)"C'era una volta Roger Corman. Anche se il geniale produttore Usa è ancora attivo, era negli anni '70 che faceva furore con filmetti geniali come 'Anno 2000, la corsa della morte' diretto dal compianto Paul Bartel. A 33 anni di distanza ecco il remake coatto firmato Paul W. Anderson, il regista inglese di 'Resident Evil' e del sottovalutato 'Alien vs. Predator'. (...) Cambia tutto rispetto al 1975. Nomi, trama e tono. Il film prodotto da Corman era povero (le macchine erano un trionfo kitsch), provocatorio, intelligente e spiritoso. Questo è ricco, blando, stupido e serioso. La differenza tra il cinema anarchico e pericoloso di ieri e quello politicamente corretto e ipocrita di oggi. Corman si farà due risate: una all'incasso dell'assegno dei diritti e una alla fine del film." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 28 novembre 2008) |
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| Titolo | Bobby Z |
|---|---|
| Titolo originale | Death and Life of Bobby Z, The |
| Anno | 2007 |
| Regista | John Herzfeld |
| Durata | 97 |
| Paese | USA / Alemania |
| Genere | Azione, Dramma, Thriller, Poliziesco |
| Trama | Tim Kearny es un antiguo marine que actualmente se encuentra en prisión. Perdedor nato, es especialista en meterse en líos, la pieza que sobra en todos lados. De modo que cuando el agente Escobar, de Drogas y Narcóticos (Dea), le ofrece una oportunidad de comenzar de cero -salir libre y totalmente limpio-, Tim cree que finalmente su vida está dando el giro que tanto esperaba. Todo lo que debe hacer es hacerse pasar por el difunto pero todavía afable, tranquilo y magnate del narcotráfico Bobby Z. Bobby desapareció unos años atrás, dejando toda su fortuna en manos de su mano derecha, El Monje. Entonces, sin que sus colegas lo supieran, la policía federal encontró a Bobby muerto en una cárcel tailandesa. Tim guarda un asombroso parecido con Bobby. Desafortunadamente, ésta es la única característica que tienen en común. |
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| Titolo | Sex List - Omicidio a tre |
|---|---|
| Titolo originale | Deception |
| Anno | 2008 |
| Regista | Marcel Langenegger |
| Durata | 108 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, thriller |
| Trama | Jonathan McQuarry, un anonimo revisore di conti che lavora per alcune tra le più importanti società di New York, conduce un'esistenza votata solo al lavoro, senza concessioni a svaghi o relazioni sentimentali. Tuttavia, l'incontro con il carismatico e affascinante avvocato Wyatt Bose introduce Jonathan in universo che, contraddistinto dal lusso e da donne magnifiche e disponibili, è frequentato solo da alcuni facoltosi privilegiati che, non avendo tempo per una vita personale, si rivolgono alla 'La lista', una sorta di locale del sesso dove, con il giusto numero di cellulare e tre semplici parole: "Sei libero stasera?", è possibile organizzare una serata all'insegna dell'"intimità senza complicazioni". Ed è attraverso 'La lista' che Jonathan incontra 'S', un'affascinante e misteriosa sconosciuta. Ma la relazione con lei si rivelerà molto pericolosa. |
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| Titolo | Defiance - I giorni del coraggio |
|---|---|
| Titolo originale | Defiance |
| Anno | 2008 |
| Regista | Edward Zwick |
| Durata | 137 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico, guerra |
| Trama | 1941. Mentre i Nazisti stanno portando orrore e morte nelle comunità ebraiche europee, tre fratelli polacchi, i Bielski, si nascondono nel mezzo della foresta bielorussa dove, insieme ai partigiani sovietici, organizzano la Resistenza contro gli oppressori tedeschi. Per tre anni, centinaia di ebrei hanno trovato rifugio tra i boschi dove i ribelli avevano organizzato un piccolo villaggio.Note - NEL 2009 E' STATO CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE E ALL'OSCAR PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA.Critica "Si vede lo sforzo del regista per significare la portata drammatica dell'episodio; fin nella scelta di una fotografia dai toni neutri, per 'fare realismo'. Purtroppo Zwick non è dotato per le sfumature. Volendo fare un film per il grande pubblico - e non c'è niente di male - finisce per rivestire una sceneggiatura un po' semplificata, ma che pone anche quesiti giusti con una regia scolastica, musica tonitruante, interpretazioni sopra le righe." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 gennaio 2009)"Va detto che a fronte dell'enormità, e delicatezza, del tema va registrata tutta la pochezza di questo adattamento cinematografico. Qualcuno penserà non rilevante il giudizio estetico innanzi alla tragedia devastante di una storia vera. In questi casi si è innanzi alla cosiddetta 'dittatura del referente' (ovvero quando è bene sospendere ogni riferimento critico nelle more di un tema eticamente, politicamente ideologicamente fondamentale), cosa che noi rifuggiamo sempre o quasi perché convinti che la forma è sostanza." (Dario Zonta, 'L'Unità', 23 gennaio 2009)"Peccato che su questa trama incandescente di fatti e problemi (come uscire dai cliché che in 60 anni di storia si sono incrostati sulle vittime della Shoah? Come rappresentare forse per la prima volta al cinema degli ebrei in armi contro i nazisti?) sia risolta in termini di semplice cinema d'azione, sia pure arricchito da una iniezione di Grandi Problemi, in puro stile vecchia Hollywood. Con un'aggravante. Questa è una storia in larga parte sconosciuta. Raccontarla significava affrontare una serie di problemi, storici e cinematografici, che il regista di 'Glory' e 'L'ultimo Samurai' scavalca a pie' pari. Chi pensa che il cinema popolare sia per forza sinonimo di stereotipo esulterà. Ma la storia vera dei fratelli Bielski meritava ben altro." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 gennaio 2009)"L'eroica epopea viene evocata correttamente, benché senza voli, nel film di Edward Zwick, ambientato in Lituania. In un gruppo di interpreti tutti convincenti spicca Daniel Craig, che ha ereditato da Sean Connery insieme al ruolo di 007 l'intelligenza di alternarlo con impegni diversificati. Apprezziamo il suo carisma, pur trovandolo un po' monotono." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 23 gennaio 2009)"Il film ricrea benissimo la foresta rifugio di questa stona incredibile di sopravvivenza. Sembra scritta per un kolossal Hollywood '70, invece corrisponde, con qualche facilitazione narrativa, a un episodio reale ma non pubblicizzato. Classica lotta tra gli idealisti di lotta dura senza paura e i compromessi per tirare avanti, mentre per 2 ore assistiamo allo straordinario quotidiano di un gruppo di vittime che si ribellano al massacro annunciato. Recitato virilmente bene, dall'espressivo Daniel Craig, fisico e recitazione da proletario con occhi azzurri, da Liev Schreiber e dal cresciuto Jamie Bell (ex Billy Elliott), il film sembra inventato ed è invece crudelmente vero. Le scene di massa, la marcia, la mensa, gli svelti amori, le svelte baruffe, le paure di questa strana comunità sono realizzate con un grado di suspense tipico del cinema bellico mentre rimangono sotto tono i rapporti tra i fratelli e le scorciatoie affettive legate a stereotipi del cinema avventuroso ma con denuncia incorporata." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 gennaio 2009)"La questione morale è risolta dall'autoassolutorio: 'Uccideremo senza diventar bestie'. E se tutti i personaggi si dicono affamati, quasi nessun interprete è emaciato, men che mai l'atletico Daniel Craig e il paffuto Liev Schreiber." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 23 gennaio 2009) |
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| Titolo | Departed - Il Bene e il Male, The |
|---|---|
| Titolo originale | Departed, The |
| Anno | 2006 |
| Regista | Martin Scorsese |
| Durata | 149 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico |
| Trama | A South Boston il Dipartimento di Polizia del Massachusetts dichiara guerra alla criminalità organizzata nel tentativo di distruggere il dominio del boss mafioso Frank Costello. Un giovane poliziotto del luogo viene mandato in incognito tra le fila della gang ma nello stesso tempo un membro di una banda malavitosa viene scelto per infiltrarsi nella polizia di Boston. Tutti e due hanno il compito di scoprire i piani e i segreti delle due organizzazioni. Costretti entrambi ad una doppia vita, si impegnano in una folla lotta contro il tempo in cui, per salvarsi la vita, ognuno dei due deve evitare di essere scoperto mentre cerca di scoprire l'identità dell'altro.Note - REMAKE DEL FILM "INFERNAL AFFAIRS" DI WAI KEUNG LAU E SIU FAI MAK (2002).- EVENTO SPECIALE ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2006).- GOLDEN GLOBE 2007 COME MIGLIORE REGIA.- OSCAR 2007: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE E MONTAGGIO. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER IL MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (MARK WAHLBERG).- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2007 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.Critica "'The Departed - Il bene e il male' di Martin Scorsese smentisce che la Festa di Roma, dove è stato presentato ieri, sia il 'deposito-rifiuti' della Mostra di Venezia, come sostiene il suo direttore, Marco Müller. Infatti il film di Scorsese è uno dei rari a meritare quattro stelle sia di giudizio di critica, sia diaffluenza di pubblico. (...) Meno verboso di 'Mean Streets', 'Quei bravi ragazzi' e 'Casinò', 'The Departed' è montato magistralmente da Thelma Schoonmaker, che ha un'età, ma dà al film il ritmo giusto per il pubblico giovanile, senza far perdere il filo nei rovesciamenti di fronte. The Departed è anche uno dei rari film che ha la fine nel titolo e il senso nel sottotitolo recita: 'Il bene e il male'. L'uno e l'altro insieme, non 'Il bene o il male'. Simili fisicamente, coetanei, abiti diversi ma colori uguali, i due sono contemporaneamente dr. Jekyll e Mr. Hyde. (...) Al terzo film consecutivo con Scorsese, Di Caprio diventa più essenziale. Jack Nicholson, per una volta, fa tutto senza strafare mai. Già in un ruolo di Doppio nel 'Talento di Mr. Ripley' di Anthony Minghella, altro film da festival (Berlino), Damon incarna l'antagonista che Scorsese non proclama apertamente vincitore del confronto. Ma solo lui avrà progenie, dettaglio significativo in una vicenda di cattolici. Omaggio/oltraggio alla provenienza cinese del soggetto, Scorsese e lo sceneggiatore William Monahan mettono Nicholson a truffare agenti segreti di Pechino. Ma il cattivo dei cattivi non sono il bandito o il poliziotto del Massachusetts o le spie della Cina. È qualcuno che non si vede mai: l'Fbi, matrice dell'incubo ad aria condizionata dove tutti odiano tutti." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 16 ottobre 2006)"Una vera fortuna per il cinema (e per tutti noi) che Martin Scorsese sia tornato ai tempi di 'Quei bravi ragazzi' ed anche (un po') a quelli di 'Gangs of New York'. Con tanto mestiere in più e con una capacità di muoversi dietro alla macchina da presa che si è sempre apprezzata fin dai tempi di 'Mean Street', adesso però con una padronanza, una forza, una vitalità come in pochi a Hollywood mostrano di avere. (...) Scorsese ha retto le fila di questo intrigo sanguinoso in modo tale che quasi non concede il minimo respiro. Con le reciproche angosce dei due infiltrati, la descrizione affannatissima degli ambienti in cui l'uno e l'altro si muovono, portando la violenza al diapason ma non disdegnando, nei dialoghi, pur votati a un iperrealistico turpiloquio, delle puntate verso l'umorismo che comunque, anche quando fanno sorridere, non attenuano l'ansia, le tensioni e l'arsura del contesto. Con immagini durissime e un continuo, rapidissimo alternarsi degli episodi riferibili all'uno e all'altro degli infiltrati che riesce sempre, senza sforzo, a prendere alla gola. Come tutto il film, del resto, e, in un certo senso, come quei due attori protagonisti mai fino ad oggi così incisivi. Billy, l'infiltrato tra i gangster, è un Leonardo Di Caprio, aggressivo, esasperato, furioso, come ancora non si era visto. Di fronte a lui, e contro di lui, Matt Damon, l'infiltrato tra i poliziotti, si impone con una costante, perversa ambiguità. Carica di ombre nere. Il boss è Jack Nicholson, un monumento al male." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 15 ottobre 2006)"Ispirato fedelmente a un successo di Hong Kong che ha già generato altri due episodi e un paio di spin off ('Infernal Affairs' di Andrew Lau ed Alan Mak), 'The Departed' ha una trama così perfetta che sembra un cristallo. Per giunta molte fra le scene più spettacolari, se non lo stile inimitabile, vengono dritte dall'originale. Eppure il film di Scorsese, scritto strepitosamente da William Monahan, non sembra neanche un momento un remake. Questione di 'densità'. Solo Scorsese, che da molti anni non era così in forma, sa sorprenderci di continuo usando in simultanea tutti gli elementi che fanno un film, luci, dialoghi, riprese, dettagli, montaggio ma anche di 'accento'. Nel film asiatico prevalgono azione e suspense, ovvero il moltiplicarsi di sottotrame e doppi giochi. Qui sono i personaggi e le loro motivazioni a trasformare quello che potrebbe essere solo un travolgente film d'azione in una tragedia moderna. (...) Basterebbero i suoi incontri con l'uno e con l'altro, così diversi, a dare un'idea della complessità messa in campo da Scorsese in questo film che alterna pieni e vuoti, accelerazioni e sospensioni, con maestria assoluta. Creando intorno ai suoi protagonisti tutto un mondo eccentrico e spietato di tagliagole, cravatte leopardate, citazioni impreviste (Freud, Joyce, Hawthorne...), cellulari impazziti (lo sbirro Alec Baldwin, che finalmente può intercettarli: 'Dio come amo il Patriot Act'). Rabbia, ironia, affanno esistenziale: 'The Departed' declina in chiave americana (e cattolica) l'angoscia identitaria che a Hong Kong è pane quotidiano. Ma lo fa con un tale miracoloso equilibrio e con un senso dello spettacolo così frenetico e contemporaneo che agli Oscar quest'anno, se avessero un po' di spirito, dovrebbero mandare gentilmente tutti a casa e coprire di Oscar solo Scorsese e il suo film. Sarebbe anche una giusta riparazione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 ottobre 2006)"Scorsese rifà un film di Hong Kong per raccontare lo scontro eterno tra verità e menzogna e punta tutto su tre attori in stato di grazia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 16 ottobre 2006) |
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| Titolo | L'avvocato del diavolo |
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| Titolo originale | Devil's Advocate, The |
| Anno | 1997 |
| Regista | Taylor Hackford |
| Durata | 143 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico, thriller |
| Trama | In una piccola località della Florida, Kevin Lomax è diventato un avvocato di grande successo. In tribunale difende un insegnante accusato di pedofilia e, nonostante le prove contrarie, riesce a far scagionare l'imputato. La sera stessa viene avvicinato da un collega di New York, che rappresenta un importante studio legale intenzionato ad offrirgli incarichi di grosso prestigio. Kevin è sconsigliato dalla madre, ma incoraggiato dalla moglie, l'attraente e innamoratissima Mary Ann, cosicchè insieme partono per New York e vengono alloggiati in un lussuosissimo appartamento. Dopo qualche giorno, Kevin incontra John Milton, capo del potente studio legale, che gli prospetta un futuro all'insegna del successo e di grossi guadagni. Kevin si getta nel lavoro, che ben presto diventa una vera e propria ossessione. Accetta di difendere un uomo molto ricco, accusato di tre brutali delitti, e apprende poi della morte violenta di Eddie, socio amministratore dello studio. Intanto Mary Ann, abbandonata a sé stessa, cade in una profonda crisi nervosa e viene ricoverata in ospedale. Arriva a New York la madre di Kevin che deve confessare alcune cose al figlio. Kevin si sente chiuso in un cerchio sempre più stretto e comincia ad aver paura. Finalmente Milton rivela la sua vera natura: è il Diavolo e sta compiendo la sua opera di seduzione e di conquista. Kevin sembra fare a tempo a ribellarsi, anzi riacquista coscienza e si ritrova nel tribunale dell'inizio. Rifiuta allora la difesa del pedofilo, e lascia soddisfatto l'aula. Ma, sulle scale, lo insegue un giornalista che gli chiede un' intervista e gli promette grande notorietà. Kevin accetta, e subito dopo il giornalista si trasforma: è Milton/Diavolo.Note - REVISIONE MINISTERO DICEMBRE 1997.Critica "Siamo infatti di fronte a una favolaccia metropolitana a sfondo metafisico imbastita per affermare che ogni patrocinatore legale deve obbedire alla propria coscienza morale, a rischio altrimenti di diventare l'avvocato del diavolo. Tesi fragile sulla quale vorrei sentire il parere di qualche esperto: a me pare che all'avvocato, non essendo un giudice, spetta solo tutelare i diritti alla difesa. (...) Che si può aggiungere? 'L'avvocato del diavolo' non è 'Rosemary's Baby', il regista Taylor Hackford non è Roman Polanski e a Pacino, per penitenza di avere accettato un ruolo tanto stupido, imporremo di recitare tre volte di fila il suo prediletto 'Riccardo III'. Un vero diavolo, quello". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 20 dicembre 1997)"In questa strana atmosfera da fine secolo, a contrasto con i progressi della scienza e della tecnologia, fioriscono le sette e i riti satanici; e il regista Taylor Hackford, nel mettere il dito sulla piaga di una professione ad alto rischio morale come quella dell'avvocato, si ispira evidentemente a 'Rosemary's Baby' di Polanski. Però è difficile lasciarsi coinvolgere da una vicenda troppo lunga, sbilanciata fra registro drammatico, thriller, grottesco; e commuoversi alle disavventure della meschina Mary Ann che ingenuamente si fa trascinare sull'orlo della pazzia. Detto ciò, restano i pregi di una confezione all'americana dove la qualità dei singoli contributi artistici (fotografia, scenografie, montaggio) si fonde in un ritmo in fin dei conti accattivante. E se Keanu Reeves conferma una bella grinta, Pacino è pur sempre Pacino". (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 24 dicembre 1997)"Dura troppo e mantiene poco questo legal thriller impregnato di zolfo che il regista di 'Ufficiale e gentiluomo' costruisce sulla contrapposizione delle star in cartellone. In un clima tra il ridicolo e il perverso, si precisa infatti l'ambiguo rapporto che lega i due uomini: il carrierista seducente pronto a tutto per vincere la causa, il genio del male in grisaglia profondo conoscitore della natura umana. Come finisce la sfida? Con una classica trovata hollywoodiana della serie 'E se fosse stato tutto un sogno?'. Ma siccome, come teorizza Milton-Satana, 'la vanità è l'oppiaceo più naturale', chissà che la storiella non possa ricominciare. Gigione come poche volte, Al Pacino fa rimpiangere l'asciuttezza dimessa di Donnie Brasco per prodursi in un 'assolo' in linea con il tono eccessivo, barocco, survolato del film". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 20 dicembre 1997) "Bravo nel girare le sue lussuose inquadrature a larga scala, Taylor Hackford non osa pigiare sul pedale del grottesco: così si arriva a uno strano epilogo, dove Milton-Pacino un po' scherza un po' fa il babau, producendosi in smorfie diaboliche sullo sfondo di un altorilievo animato di raro gusto kitsch. Tutto ciò non impedisce al film di essere una bella compilazione di shock visivi, con momenti di paura degni del migliore cinema orrorifico. Keanu Reeves interpreta bene un personaggio ambiguo combattuto tra il sano piacere dell'onestà e quello, malsano però intenso, di vincere sempre. Invece il grande Al, questa volta, è gigione ai limiti del vanesio. Ma la vanità non è forse il peccato preferito del Diavolo?". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 dicembre 1997) "Avvincente giallo, con ampie diramazioni nell'horror e nel fantastico, che naviga nell'assurdo e soffre di elefantiasi, eppure ti mette addosso più di un brivido ed esibisce sensazionali effetti speciali, anche se talvolta sfiora i confini del ridicolo. Il luciferino Al Pacino sovrasta lo spaurito Keanu Reeves e la spettacolosa neozelandese Charlize Theron". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 25 ottobre 2000) |
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| Titolo | Il falsario - Operazione Bernhard |
|---|---|
| Titolo originale | Die Fälscher |
| Anno | 2007 |
| Regista | Stefan Ruzowitzky |
| Durata | 98 |
| Paese | GERMANIA, AUSTRIA |
| Genere | drammatico, guerra |
| Trama | Berlino, 1936. Sorowitsch è un abile falsario, gigolò e giocatore d'azzardo di successo. Un giorno però la sua fortuna viene meno, viene arrestato e portato nel campo di concentramento di Mauthausen. Otto anni dopo, Sorowitsch viene trasferito nel campo di Sachsenhausen e qui ritrova il sovrintendente Herzog, responsabile del suo arresto, che lo ha scelto appositamente insieme ad un gruppo di abili truffatori e falsari per stampare un'elevatissima somma di denaro falso, così da rimpinguare le casse dello stato ed avere i fondi necessari a portare avanti il conflitto bellico. Il gruppo di falsari si trova costretto a scegliere se accettare di collaborare con i nazisti in una 'prigione dorata' - baracche pulite, ottimi pasti e bagni funzionanti - oppure negare il loro aiuto e salvare la vita di milioni di persone grazie alla fine della guerra per la sicura sconfitta della Germania...Note - IN CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).- OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.Critica "La falsificazione di sterline da parte del Reich durante la guerra ha ispirato a Jean Giono 'Cresus' (1960), con Fernandel, e a Terence Young 'Agli ordini del Führer e al servizio di Sua Maestà', con Christopher Plummer (1967). Che però raccontavano fatti di completa fantasia o ampiamente romanzati. La vicenda dei reali falsari, detenuti in campo di concentramento come criminali comuni, politici o come ebrei, è ora descritta fedelmente nel film 'Die Fälscher' ('I falsari') dell'austriaco Stefan Ruzowitzky. Protagonista,l'attore reso celebre dalla serie tv 'Rex', Karl Markovics:attorno a lui, nel ruolo di asso del falso nella Berlino degli anni Trenta, si forma il gruppo che ingannerà perfino la Banca d'Inghilterra. Ma era tardi per cambiare l'esito delle guerra... Miscela di film giallo e film concentrazionario, 'Die Fälscher' schiera attori bravi, con facce 'vere', e vanta una notevole aderenza storica e soprattutto evita ogni retorica e ogni stereotipo." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 11 febbraio 2007)"Va segnalata col massimo calore la sorpresa 'Die Faelscher' dell'austriaco Stefan Ruzowitzky, ispirato alla storia autentica e incredibile degli esperti ebrei che nel lager di Sachsenhausen lavorarono per 3 anni alla cosiddetta 'Operazione Bernhard', consistente nel falsificare sterline e poi dollari per finanziare lo sforzo bellico e al contempo minare l'economia dei nemici. (...) Ma non sono i paralleli col presente la parte migliore di un film incalzante come un thriller e insieme dilaniato dall'atroce dilemma che attanaglia i prigionieri. Collaborare, salvandosi, o sabotare, facendosi trucidare? Sopportare o ribellarsi, e perché? Anche questo è un film di cui riparlare a lungo. Augurandosi che esca in Italia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 febbraio 2007)"Dubbi e interrogativi sul comportamento umano sono al centro anche del film tedesco 'Die Fälscher' ('Il falsario') di Stefan Ruzowitzky, che ricostruisce con toni un po' troppo da fiction televisiva l'avvincente storia dell'operazione 'Bernhard', grazie alla quale i tedeschi negli ultimi anni di guerra stamparono false sterline (134 milioni) e falsi dollari (poche migliaia) per mettere in crisi le economie nemiche: al centro della storia, e del film, il falsario (ebreo) Salomon Sorowitsch (Karl Markovics), detenuto prima a Mauthausen e poi a Sachsenhausen, che si chiede fino a dove il bisogno di sopravvivere lo può spingere a collaborare con i nazisti." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 14 febbraio 2007)"Il viennese Stefan Ruzowitzky narra dell'Olocausto con doti non inedite ma neppure frequenti: alta tensione drammatica, senso di vertigine dell'orrore, concretezza dei singoli casi umani affidati a giuste facce: il prigioniero che ha perso i figli, l'ufficiale hitleriano (ex comunista) ormai sganciato da qualunque credo, l'ambiguo protagonista aggrappato al compromesso (Karl Markovics, noto per 'Il commissario Rex'). Giusta candidatura all'Oscar come miglior film straniero." (Alessio Guzzano, 'City', 15 febbraio 2008) |
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| Titolo | La storia infinita |
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| Titolo originale | Die Unendliche Geschichte |
| Anno | 1984 |
| Regista | Wolfgang Petersen |
| Durata | 101 |
| Paese | GERMANIA OCCIDENTALE |
| Genere | fantasy |
| Trama | Bastian, un bambino orfano di madre e con un padre dal carattere pratico, è un sognatore. Gli piacciono i libri più avventurosi e fantastici e, una mattina in cui tre compagni di scuola lo infastidiscono per la strada, egli si rifugia da un libraio che, amabilmente, si fa sottrarre uno splendido, vecchio libro. E' "La storia che non ha mai fine". Bastian decide di rifugiarsi nella soffitta della scuola e lì passerà un giorno ed una notte (di uragano), affascinato dalle avventure di Atreyu, un piccolo quanto coraggioso "Cacciatore del bufalo purpureo". Atreyu è convocato nella Torre d'avorio dai capi del Regno di Fantàsia ed incaricato di trovare il rimedio per salvare l'imperatrice e Fantàsia stessa, che sono minacciati dalla inarrestabile avanzata del "Nulla". Atreyu dovrà affrontare, armato soltanto di un medaglione-talismano, una serie di imprese e di ostacoli e Bastian ne segue, così, le gesta. Il cacciatore, che ha incontrato il Mordirocce, il Maghetto e l'omino buffo, arriva poi tutto solo e su un cavallo bianco alla "palude delle tristezze". Da qui, perduto con gran dolore il cavallo, inghiottito dalle sabbie mobili, va a consigliarsi con la saggia Morla, l'essere più intelligente del Regno, una tartaruga gigantesca che vive dentro il Monte Guscio. Morla invita il ragazzo a consultare, a 10.000 miglia di distanza, l'oracolo del Sud. Mentre coraggiosamente Atreyu inizia il suo pericoloso e faticoso viaggio, si pone sulle sue tracce il cattivo genio del "Nulla"', una specie di pantera nera, dalle cui grinfie lo salva Falkor, uno strano drago buono, che lo rapisce in aria, per depositarlo vicino alla grotta in cui vive una bizzarra coppia di quasi-nani. Lui è uno scienziato che, avendo per tutta la vita studiato l'oracolo, dà ad Atreyu vari consigli onde avvicinarlo. L'oracolo, però, è protetto da una grande porta, sulla cui soglia stanno due enormi sfingi, inesorabili con gli eventuali audaci. Atreyu miracolosamente sfugge ai loro raggi mortali, dopo di che arriva alla porta successiva, quella del Grande Specchio Magico, in cui si può scrutare l'essenza del proprio animo. Superata anche questa terribile prova, Atreyu apprende dall'oracolo che l'imperatrice di Fantàsia, per essere guarita dal suo male, dovrà avere un nome del tutto nuovo, nome che solo un ragazzo terrestre potrà attribuirle, salvando allo stesso tempo il Regno di Fantàsia. Tocca ad Atreyu individuare questo ragazzo oltre i confini del Regno e, se lo troverà, il "Nulla" sarà sconfitto. E' a questo punto del libro che Bastian con grande timore comprende che lui sarà l'eletto. Così Atreyu si fa portare in volo dal fido Falkor ai confini di Fantàsia. Il "Nulla", intanto, avanza negli spazi immensi dei cieli e i due vengono separati dai turbini; il piccolo Cacciatore, sbattuto su di una spiaggia, incontra ancora una volta il Mordirocce, ormai triste e separato dai suoi vecchi amici ed anche il gigante di pietra lo implora di trovare il misterioso fanciullo. In una tana della montagna si rivela ora la presenza della belva nera: la quale spiega ad Atreyu che Fantàsia muore, perché la ente non sogna più, non ha più nè inventiva, nè reazioni ed è proprio per questo che essa diventa preda del "Nulla". La belva è il braccio secolare del "Nulla" stesso, il servo del Potere, che appunto prospera, dilaga e vince per la passività e l'inerzia di tutti. Nella tempesta, Atreyu lotta con la belva ed ha la meglio, poi arriva il bravo Falkor che in groppa se lo porta via e, mentre il Regno sembra andare in pezzi, i due arrivano alla Torre d'avorio, ove finalmente incontrano l'imperatrice: una bambina, alla quale Atreyu rende il medaglione, dichiarandosi sconfitto. Ma l'imperatrice gli rivela che, grazie alle imprese compiute, il fanciullo Eletto è già lassù: è Bastian, che lassù vive una nuova, straordinaria realtà di vita. Ovviamente, tutti questi eventi sono "vissuti" da Bastian che, chiuso nella soffitta della scuola e immerso nell'affascinante libro, si è completamente identificato con il piccolo eroe di Fantàsia. E' ormai a Bastian che spetterà di gridare verso il cielo all'imperatrice il suo nuovo nome, con ciò salvandola dalla fine. Del Regno, tuttavia, non resta che un granello di sabbia, amorosamente custodito nel cavo della mano: da esso risorgerà il nuovo mondo di Fantàsia, grazie ai sogni dei bambini e degli esseri semplici di tutta la terra. All'alba, Bastian si vede ancora in groppa al suo amatissimo drago, il che gli consente, volando allegramente, di cominciare ad esprimere tutti i desideri che vuole...Critica "E' un film fantastico con un messaggio: se gli uomini smetteranno di sognare, non riusciranno a sopravvivere. Manca però, di tensione drammatica e di ritmo avventuroso. Dura un'ora e mezza e sembra che non finisca mai." (Laura e Morando Morandini, Telesette)"Dal bel romanzo di Michael Ende, un film che, pur semplificandone il testo, riesce ad affascinare e anche a esprimere concetti profondi. Gli effetti speciali meno computerizzati della media attuale, sono davvero belli, fatelo vedere ai bambini: potrebbero imparare qualcosa." (Francesco Mininni, Magazine italiano tv) |
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| Titolo | DINOSAURI |
|---|---|
| Titolo originale | Dinosaur |
| Anno | 2000 |
| Regista | Eric Leighton |
| Durata | 82 |
| Paese | USA |
| Genere | animazione, avventura, family |
| Trama | Sessantacinque milioni di anni fa una pioggia di meteoriti getta nel caos il mondo dei Dinosauri. Il piccolo iguanodonte orfano Aladar vive su un'isola con un branco di lemuri che lo hanno adottato, guidati dal severo capo Kron. Quando uno dei meteoriti cade nei pressi dell'isola, il gruppo è costretto a cercare riparo sulla terraferma. Qui incontreranno altri dinosauri e nuovi pericoli ma, secondo Aladar, con lo spirito di adattabilità e la collaborazione, tutto si può risolvere.TRAMA LUNGASiamo nell'era del tardo Cretaceo, 65 milioni di anni or sono. L'iguanodonte Aladar è stato separato dal branco quando era ancora un ovetto ed è stato allevato su un'isola da un clan di lemuri. Quando una devastante pioggia di meteoriti getta il suo mondo nel caos, Aladar, insieme ai vari membri della sua famiglia adottiva, ritiene opportuno cercare rifugio sulla terraferma. Qui giunto, si unisce ad un gruppo di dinosauri in fuga verso un luogo sicuro dove poter nidificare. Avendo poco cibo e poca acqua a disposizione e con la minaccia costante di predatori assetati di sangue, il branco si mette in cammino e affronta pericoli di ogni genere. Il capobranco Kron impone ritmi faticosissimi, ed è disposto ad eliminare chi non riesce a tenere il passo. Aladar si sente in dovere di intervenire e, così facendo, si mette in urto con Kron. La sorella di Kron, Neera, è conquistata dalle capacità e dalla gentilezza di Aladar, e si mette dalla sua parte. Dopo un aspro duello, Kron muore. Aladar si mette alla testa del gruppo e lo conduce verso i luoghi tanto attesi per fermarsi e nidificare. Critica "Siamo al realismo digitale, con fondali veri e paesaggi filmati. L'effetto visivo è formidabile e inquieta la perfezione vuota. Il costosissimo film (tra i 150 e i 200 milioni di dollari per 75 minuti) farà impazzire solo bambini e adulti-bambinoni?". (Piera Detassis, 'Panorama', 24 agosto 2000) |
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| Titolo | Disaster Movie |
|---|---|
| Titolo originale | Disaster Movie |
| Anno | 2008 |
| Regista | Jason Friedberg Aaron Seltzer |
| Durata | 90 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia |
| Trama | Le buffe disavventure di un gruppo di ventenni, tutti eccessivamente attraenti che, mentre tentano di risolvere una serie di misteri che potrebbero porre fine alla distruzione dilagante sul pianeta, si imbattono in ogni possibile genere di evento catastrofico e disastro naturale.Critica "Dovremmo ridere? Parodiaccia con molte parolacce. I cinepanettoni di Natale di Neri Parenti, a confronto, sono Lubitsch. Delle quattro commedie istantanee realizzate dal 2006 a oggi dalla coppia Jason Friedberg e Aaron Seltzer, 'Disaster Movie' è sicuramente la peggiore. Ma confidiamo che il duo riuscirà presto a superarsi."(Francesco Alò, 'Il Messaggero', 10 ottobre 2008) "La ripetitività è pari solo alla volgarità delle gag, spesso autoreferenziali, a volte incomprensibili: ai due registi non manca l'inventiva e il gusto della satira, ma cercano sempre la scorciatoia più facile e possibilmente schifosa. Nessun tabù verso coprofilia e parolacce, ma quelle poche volte che, pur grevemente, cercano una soluzione più elaborata del citazionismo pedissequo, la risata è piena e soddisfatta. La domanda è un'altra: a quando un Italian Movie? Da Moretti a Muccino, ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 10 ottobre 2008)"Spiacerà a chi tollera le parodie (da 'Scream' a 'Hot movie') quando ovviano alla cretineria di fondo con bordate di gags senza tregua. Qui le tregue sono parecchie." (Giorgio Carbone, 'Libero', 10 ottobre 2008) |
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| Titolo | Documentario (Discovery Atlas) - Italy Revealed |
|---|---|
| Titolo originale | Discovery Atlas: Italy Revealed |
| Anno | 2006 |
| Regista | Cassian Harrison |
| Durata | 90 |
| Paese | |
| Genere | Documentario |
| Trama |
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| Titolo | Disturbia |
|---|---|
| Titolo originale | Disturbia |
| Anno | 2007 |
| Regista | D.J. Caruso |
| Durata | 104 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico |
| Trama | Il giovane Kale è rimasto orfano del padre, morto in un incidente d'auto di cui lui si sente responsabile. Dal momento della tragedia, Kale, che era un ragazzo socievole e con tanti amici, si è chiuso in se stesso ed è diventato cupo, introverso e irascibile al punto di arrivare a picchiare un suo professore in un momento di estrema ira. A causa del suo gesto, Kale viene condannato a trascorrere alcuni mesi agli arresti domiciliari e passa molto tempo in solitudine, anche perché sua madre è costretta a lavorare giorno e notte per fronteggiare le spese familiari. Stanco di occupare il tempo tra videogames, internet e televisione Kale inizia a rivolgere la sua attenzione verso il mondo fuori dalla finestra. In un primo momento l'oggetto delle sue attenzioni è la bella coetanea della porta accanto, Ashley. Poi, quando lei si accorge di essere spiata, con grande sorpresa di Kale, decide di fargli compagnia e insieme passano il tempo a guardare il resto del vicinato. Tuttavia, il gioco dei due amici rischia di diventare molto rischioso quando si imbattono in un vicino di casa che potrebbe essere un pericoloso serial killer. |
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| Titolo | Domino |
|---|---|
| Titolo originale | Domino |
| Anno | 2005 |
| Regista | Tony Scott |
| Durata | 127 |
| Paese | USA, FRANCIA |
| Genere | thriller |
| Trama | Domino è cresciuta in un ambiente privilegiato, tra lusso ed eleganza, ma non è mai stata interessata al patinato mondo del jet set. Solo quando entra a far parte di una stravagante banda di cacciatori di taglie, un gruppo composto da individui poco raccomandabili che danno la caccia ai malviventi, Domino riesce a sentirsi veramente realizzata. In poco tempo lei e i suoi compari - Ed Mosbey, un ex detenuto, Choco, un latino americano molto sensuale, Alf, un afgano esperto di bombe -diventano il più esperto e famoso gruppo di cacciatori di criminali di Los Angeles, tanto da richiamare l'interesse dei media. Il produttore televisivo Mark Heiss, infatti, li mette sotto contratto per diventare le star di un nuovo reality show, "The Bounty Squad". Tuttavia, quello che i quattro non sospettano è che sarà la missione più difficile della loro carriera... |
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| Titolo | Donkey Xote |
|---|---|
| Titolo originale | Donkey Xote |
| Anno | 2007 |
| Regista | Jose Pozo |
| Durata | 90 |
| Paese | ITALIA, SPAGNA |
| Genere | animazione, avventura |
| Trama | L'asinello Rucio ci narra la vera storia di Don Chisciotte, un uomo intelligente, coraggioso e appassionato che con il suo fedele amico, Sancho Panza, e il cavallo Ronzinante gira la Spagna in lungo e in largo alla ricerca della sua amata Dulcinea...Critica "Un soggetto accattivante, il Don Chisciotte di Cervantes; un budget di 15 milioni di euro; l'intento più o meno velato dei realizzatori di far concorrenza nientemeno che alla Disney e alla Dreamworks. Con queste promettenti premesse arriva in anteprima nazionale al Fiuggi Family Festival il film di animazione in 3D Donkey Xote di José Pozo, coprodotto da Spagna e Italia. Ma fin dalle prime scene la delusione è pari alle attese. Malgrado una tecnica pregevole e un disegno accattivante ma troppo simile al tratto del riuscitissimo Shrek, la storia non solo non decolla, ma sembra non avere né capo né coda. La sceneggiatura appare frammentata, i personaggi non vengono caratterizzati con la necessaria forza e nessuno di essi assurge a un ruolo da protagonista; neppure l'asino di Sancho Panza, Rucho, che ricorda in maniera imbarazzante il ciuchino del citato Shrek e che all'inizio sembra avere il compito di narrare la "vera" storia di don Chisciotte cavaliere errante. Certo nel giudizio non si può non tener conto della complessità narrativa dell'opera di Cervantes, ma ciò non basta a giustificare le tante carenze. Troppo presi a fare il verso ad altre pellicole, a inserirne personaggi e citazioni non sempre adeguate - da Star Wars a Casper, da Monsters a Il re leone - gli sceneggiatori finiscono per cadere nella trappola del già visto, senza trovate davvero divertenti o capaci di un sussulto, e inciampando anche in qualche caduta di stile. In un simile guazzabuglio si perde l'essenza del mitico personaggio di Cervantes. Che fine ha fatto la follia del cavaliere errante idealista e solitario che combatte contro i mulini a vento, alla ricerca di una vita eccezionale e della sua amata Dulcinea? L'Europa ha ancora molto da imparare in fatto di animazione dai maestri americani, soprattutto in creatività e originalità". (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 4 agosto 2008)"Già essere arrivati in fondo ad un film su Don Chisciotte è impresa rara. L'alone di iella, che ammanta la figura del cavaliere romantico di Cervantes al cinema, è risaputa. Casi più eclatanti rimangono il progetto di Orson Welles, sostanzialmente mai nato, e gli svariati flagelli atmosferici e medici che accompagnarono il set del Chisciotte di Terry Gilliam. Lo spagnolo Jose Pozo, in fondo, porta a termine serenamente la sua opera quando la massima sfortuna sarebbe stata rimanere senza corrente elettrica. Ne esce 'Donkey xote' che, come titolo vuole, rende maestro di cerimonia l'asino Rucio, il vispo supporto mobile di Sancho Panza che tanto somiglia al ciuchino di Shrek. (...) 'Donkey xote' è un lavoro formalmente rigoroso in termini di grammatica della messa in scena (master d'insieme, campo, controcampo); gestito con cura tra dinamiche fluenti di grafica 3D, dettami basici della characther animation e modulazione di luci ed ombre; infine giocato sull'intrusione invasiva e divertita della presenza parlante di animali di scena. Disturba un pochino, però, questa inopinata scelta di doppiare il film ostinandosi su un umorismo alla Zelig che ovviamente snatura il testo originale e lo tradisce nei salaci scambi di battute tra personaggi intenti soltanto a rifugiarsi in riferimenti italianizzati della contemporaneità." (Davide Turrini, 'Liberazione', 31 ottobre 2008) |
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| Titolo | Doom |
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| Titolo originale | Doom |
| Anno | 2005 |
| Regista | Andrzej Bartkowiak |
| Durata | 100 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, fantascienza, horror |
| Trama | Un gruppo speciale dei Marines viene inviato su Marte dopo aver ricevuto l'SOS di una base scientifica installata sul pianeta. Quella che sembrava una missione di soccorso si trasforma ben presto in una battaglia contro delle forze oscure e misteriose...Critica "Essendo tutt'altro che un capolavoro, 'Doom' costituisce l'oggetto ideale per uno studio di filmologia, la disciplina che si occupa dei rapporti tra film e spettatore. Intanto perché, mutuato dall'omonima trilogia di videogame, adotta un linguaggio ibrido tra cinema e videogame, due forme 'spettacolari' assai diverse. Basti vedere la sequenza - la più interessate, del resto - riproducente in digitale la 'soggettiva' che è poi il punto di vista del gioco: quello da cui l'eroe (il giocatore) massacra il maggior numero possibile di mostri. Sul piano della logistica, inoltre, il film di Bartkowiak compie un itinerario tra ambienti diversi molto simile agli spazi virtuali in uso nei giochi elettronici. La faccenda, però, presenta aspetti bizzarri e paradossali, poiché le sensazioni percettive ed emotive del film sono profondamente eterogenee rispetto a quelle del videogame; senza contare che il primo, a differenza dell'altro, non prevede l'interattività. Perfettamente omologo alle immagini sintetiche, invece, il pur corposo 'The Rock', che ha solo due espressioni. Con il fucile e senza." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 marzo 2006)"2046' non è solo l'ultimo film di Wong Kar-wai. E' anche l'anno in cui è ambientato 'Doom' di Andrzej Bartkowiak, ennesimo film tratto da videogame dopo 'Resident Evil' e 'Alien vs. Predator'. 'Doom' fu il primo "first person shooter", ovvero quando nel 1993 ci si divertiva come matti a sparare in soggettiva correndo e saltando dentro labirintiche costruzioni. 'Doom' film è senza arte né Marte, nel senso che pur essendo ambientato sul Pianeta Rosso, non ce lo fa vedere. I personaggi, squadra di militari invasati inviati su Marte per indagare su esperimenti andati maluccio, corrono, sparano e si scannano in un'atmosfera claustrofobica. I mostri non si vedono quasi mai e quando si vedono non vorresti averli visti tanto sono realizzati male al computer. Verso la fine arrivano due minuti in soggettiva piuttosto brutali in cui il film tratto dal videogame diventa emozionante ed adrenalinico quasi quanto il videogame. Ma è poco e arriva troppo tardi. C'è il nostro amato The Rock , che ha voluto essere il militare più cattivo e stupido, ma il suo innato carisma non basta. Continuiamo a sognarlo come nuovo Conan. Ma in 'Doom', anche per lui, è game over." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 24 marzo 2006) |
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| Titolo | Doomsday - Il giorno del giudizio |
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| Titolo originale | Doomsday |
| Anno | 2008 |
| Regista | Neil Marshall |
| Durata | 105 |
| Paese | GRAN BRETAGNA, USA, SUDAFRICA |
| Genere | fantascienza, thriller |
| Trama | Scozia. Milioni di persone vengono infettate da un virus letale, il 'Reaper'. Il Governo britannico decide quindi di mettere l'intera regione in quarantena e di isolarla dal resto del mondo costruendo un moderno 'Vallo di Adriano'. Circa trent'anni dopo, però, nel centro di Londra scoppiano alcuni casi della stessa infezione. Il piano perfetto che era stato attuato dal Governo sembra oramai essere saltato e una squadra speciale, capitanata dal maggiore Eden Sinclair, viene mandata nell'area dove si era diffuso il ceppo per tentare di trovare un antidoto all'epidemia.Note - GIRATO IN SCOZIA NEL CASTELLO DI BLACKNESS, A FALKIRK E A CAPE TOWN IN SUD AFRICA.- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 10 SETTEMBRE 2009 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI. |
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| Titolo | Il dubbio |
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| Titolo originale | Doubt |
| Anno | 2008 |
| Regista | John Patrick Shanley |
| Durata | 104 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico |
| Trama | Una suora che gestisce una scuola cattolica nel Bronx, si insospettisce per un presunto caso di pedofilia quando uno dei preti del corpo insegnante inizia a rivolgere particolare attenzione alla vita di uno studente afro-americano. In realtà, l'insegnante ha un approccio con gli studenti innovativo e lontano dagli schemi tradizionali.Note - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 PER: MIGLIOR REGIA, ATTRICE PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO (MERYL STREEP), ATTORE NON PROTAGONISTA (PHILIP SEYMOUR HOFFMAN) E ATTRICE NON PROTAGONISTA (AMY ADAMS E VIOLA DAVIS).- CANDIDATO ALL'OSCAR 2009 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (PHILIP SEYMOUR HOFFMAN), ATTRICE PROTAGONISTA (MERYL STREEP) E NON PROTAGONISTA (AMY ADAMS E VIOLA DAVIS), SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.Critica "Un test di recitazione da manuale e un ricco contributo a un tema sociale di primario interesse: certamente non assolutorio, ma anche violentemente anticlericale alla Almodovar." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 30 gennaio 2009)"Attenzione però: tratto dalla sua stessa commedia (ora a teatro con Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi per la regia di Sergio Castellitto): quello di John Patrick Shanley non è un film storico, tanto meno un pamphlet sugli scandali dei preti pedofili. Malgrado l'esattezza del contesto storico, l'autore americano batte infatti su uno dei temi più cinematografici che vi siano - 'Il dubbio' appunto - immergendoci grazie a un cast superlativo e a una regia classica quanto sorvegliata: in quella zona grigia dove la convinzione sfuma nel pregiudizio e la lotta per il potere si maschera da difesa delle regole, o della virtù. Non sapremo mai se padre Flynn è colpevole o no, ma non importa. L'Inquisizione è sempre fra noi, ha solo cambiato volto (ed è incrinata a sua volta dal dubbio, come mostra il potente epilogo). A noi riconoscerla. Anche grazie a un film che avvince e costringe a pensare dal primo all'ultimo minuto." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 30 gennaio 2009)"Non c'è dubbio che il meccanismo dell'operazione sia architettato per dibattiti dal cineforum al salotto, con una drammaturgia ad alto effetto (la punizione, la redenzione, il sesso) tutta in chiaroscuro psicologico-claustrofobico con Meryl Streep ovviamente strepitosa, che passa dal musical alla penombra religiosa e freudiana; ma non dimentichiamoci com'è brava, nell'edizione italiana ora a Roma, anche la nostra Lucilla Morlacchi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 30 gennaio 2009)"Ben adattato dallo stesso Shanley che firma anche la regia, con gli straordinari Streep e Hoffman affiancati dall'ottima suorina Amy Adams e la superba madre nera Viola Daflis (tutti candidati all'oscar), il film è un quartetto di voci giocato sul registro dell'interiorità." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 30 gennaio 2009) |
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| Titolo | Dragonball Evolution |
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| Titolo originale | Dragonball Evolution |
| Anno | 2009 |
| Regista | James Wong |
| Durata | 100 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, fantasy |
| Trama | Le straordinarie avventure di Goku., un ragazzo deciso ad esaudire l'ultimo desiderio di Nonno Gohan che, in fin di vita, gli ha donato una delle Sfere del Drago e gli ha chiesto di ritrovare le restanti sei. Aiutato dal Maestro Roshi, Goku dovrà riuscire nella sua missione prima che il malvagio lord Piccolo riunisca le Sfere diventando così il padrone del mondo.Critica "Gli eroi dei fumeffi in carne e ossa: occhi blu/verdi per Goku, movenze da ballerina per Bulma, paffido volto da vampiro per Lord Piccolo che vuole la distruzione della Terra, capeffi da bad boy per Yamcha, viso delicato e muscoli d'acciaio per Mai, complice del perfido Lord e per Chi Chi amata da Goku. Sono i buoni e i cattivi di Dragonball Evolution: si presentano a chi non ha molta dimestichezza con i loro personaggi e a chi, invece, conosce perfettamente le avventure della popolarissima graphic novel giapponese creata nel 1984 da Akira Toriyama. (...) Dice il regista James Wong, nato a Hong Kong, cresciuto in California, scelto dalla Fox per il kolossal costato oltre cento milioni di dollari: «Il glamour e l'interesse per ogni età della serie di album Dragonball non nasce solo dalle azioni dei diversi protagonisti, ma dall'intero, ricco mondo che Toriyama ha creato per loro: un universo complesso di esseri umani e supereroi, che nel film è riprodotto in un prossimo futuro e in una realtà multirazziale e multiculturale. Tradizioni del passato e avvenirismo tecnologico si fondono». (Giovanna Grassi, 'Corriere della Sera', 8 aprile 2009)"Malgrado il flop di 'Speed Racer', a Hollywood insistono con gli adattamenti da 'anime' giapponesi. Arriveranno anche 'Ninja Scroll', 'The Last Airbender' e 'Akira', Qui si scrive di 'Dragonball Evolution', fantasy da 100 milioni di dollari più leggero (84 minuti: deo gratias) e simpatico del solito grazie a una trama assurda (perché Goku è americano?), recitazione sopra le righe, attori buffi ed effetti speciali roboanti. Quello ceh non finziona è i l cattivo: Lord Piccolo, con il suo look alla Tin Curry di 'Legend', è di una noia mortale. Goku sembra il fratello più espressivo di Harry Potter. Nuova saga? Dipende del box office di dopodomani. (Francesco Alò, 'Il Messaggero), 10 aprile 2009) |
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| Titolo | Duplicity |
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| Titolo originale | Duplicity |
| Anno | 2009 |
| Regista | Tony Gilroy |
| Durata | 129 |
| Paese | USA |
| Genere | thriller |
| Trama | L'ex funzionario della CIA Claire Stenwick e l'ex agente dei servizi segreti britannici Ray Koval hanno una relazione sentimentale segreta. Quando vengono a conoscenza della battaglia tra due multinazionali rivali per ottenere il brevetto di una formula segreta, i due decidono di entrare nella lotta, ma sui due fronti opposti. Le capacità operative di ognuno, infatti, permetteranno loro di vincere in entrambi i casi e dividersi così la posta in palio. Tuttavia, l'impegnativo gioco tra spie li renderà consapevoli che la parte più difficile del lavoro sarà proprio fidarsi della persona amata...Critica "Gilroy scrive una scenggiatura nomade che la sa più lunga dello spettatore e tuttavia regala emozioni blande. Contrariamente alle aspettative, poi, la bella coppia protagonista si attiene ai minimi sindacali, poco convinta e - soprattutto - molto meno sexy di quanto ci si potesse aspettare. Meglio, a conti fatti, i sinistri cattivi delle grandi corporation, il survoltato Paul Giamatti e l'elegante Tom Wilkinson." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 aprile 2009)"Così in 'Duplicity', film di spionaggio, commedia romantica, metafora dell'occidente, tutto è doppio e forse di più. C'è la sfida fra Julia Roberts e Clive Owen, spie e amanti, complici e rivali, costretti ad amarsi e tradirsi in un vorticare di città e espedienti, ma c'è anche quella a distanza fra i boss rivali, gli strepitosi Tom Wilkinson e Paul Giamatti (da non perdere assolutamente il loro match iniziale al rallentatore, se esistesse l'Oscar per i migliori titoli di testa 'Duplicity' lo vincerebbe ad occhi chiusi anche perché ci vorrà tutto il film per capire perché due signori in giacca e cravatta si azzuffano come teppisti di fronte al loro staff e e ai loro jet personali). ma ci sono anche dialoghi ceh si ripetono mistesriosamente parola per parola a distanza di anni e chilometri, scene viste due volte da due punti di vista diversi cambiando radicalmente senso. Più un arsenale di trovate di sceneggiatura e finezze di regia (...) che rendono 'Duplicity' irresistibile e tutt'altro che fatuo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 aprile 2009)"Alti rischi, sgraditi amplessi per causa di servizio, fotocopiatrici/trasmittenti, gran beffa finale tutt'altro che inaspettata. Due ottimi interpreti insolitamente affilati (invecchiati?) tentano di resuscitare un glorioso genere brillante/intelligente. E gli scorpioni come sc...opulano? Qui col tanga.." (Alessio Guzzano, 'City', 17 aprile 2009) |
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| Titolo | Déjà Vu - Corsa contro il tempo |
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| Titolo originale | Déjà Vu |
| Anno | 2006 |
| Regista | Tony Scott |
| Durata | 128 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, drammatico, romantico, thriller |
| Trama | Attraverso una speciale porta spazio-temporale, l'agente FBI Doug Carlin deve tentare di sventare un tragico attacco terroristico ai danni dell'Orleans Ferry ed evitare così la morte di centinaia di vittime innocenti tra cui Claire Kuchever, la donna di cui è innamorato...Critica "Piacerà a chi segue con simpatia i film che prospettano nuove idee per combattere il terrorismo. E apprezza la coppia Tony Scott - Denzel Washington già apprezzata in 'Man on fire'." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 dicembre 2006)"Come tutti i registi tecnici, Tony Scott dà il meglio quando ha a che fare con la tecnologia (e col suo lato in ombra: la metafisica). Succedeva con 'Nemico pubblico', il suo miglior film. Succede ancora con 'Déja vu', che dietro al plot da fanta-thriller parla di culto delle immagini, di realtà virtuale, insomma di cinema. Per quasi metà del tempo infatti vediamo un gruppo di spettatori seduti davanti a uno schermo che cercano di capire: a) cosa è successo, b) come deviare il corso degli eventi. E' la parte più appassionante del film, insieme allo strepitoso inseguimento strabico sulle sopraelevate di New Orleans, con Denzel che grazie a un casco speciale vede insieme presente e passato. Sicché con l'occhio destro fa la gimkana fra i Tir nel presente, col sinistro insegue il sospetto che ha percorso quegli stessi cavalcavia 4 giorni e 6 ore prima. Da vertigini. E vedrete cosa succede quando il visore si rompe e dal passato gli arrivano solo i suoni... Peccato che il resto corsa a ritroso nel tempo, salvataggio, amore sia del tutto improbabile. Magari Tony Scott non farà mai un film bello fino in fondo. Ma sul nostro presente, e sulle sue mitologie, ha molto da dire." ('Il Messaggero', 15 dicembre 2006)"Ecco un poliziesco così assurdo che sarebbe piaciuto ad Alfred Hitchcock, il più illustre alfiere del cinema inverosimile. Ciò non toglie che 'Déjà vu - Corsa contro il tempo' sia un film oltremodo eccitante. Diretto da Tony Scott, considerato, a torto, solo il fratellino di Ridley, sconfina nella fantatecnologia, ottimo pretesto per far quadrare conti più indigesti della Finanziaria. (...) La tambureggiante altalena tra oggi e ieri non toglie tensione alla storia, in cui spicca l'atletico cinquantaduenne Denzel Washington: lui sì che ha fatto un patto col diavolo." (Michele Anselmi, 'Il Giornale', 16 dicembre 2006) |
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| Titolo | EQUILIBRIUM |
|---|---|
| Titolo originale | EQUILIBRIUM |
| Anno | 2003 |
| Regista | Kurt Wimmer |
| Durata | 107 |
| Paese | USA |
| Genere | fantascienza, thriller |
| Trama | Il regime totalitario che regna in Libria è riuscito a eliminare le guerre nel mondo grazie al Prozium, una droga che altera la mente e inibisce ogni tipo di emozione. Libri, arte e musica sono severamente vietati e provare sentimenti è un crimine punibile con la morte, così come non assumere la dose quotidiana del medicinale. John Preston è un alto ufficiale del governo incaricato di scovare e distruggere i sovversivi, ma il giorno che salta la sua dose di Prozium, improvvisamente diventa l'unica persona in grado di abbattere il regime e abolire le rigide leggi imposte dal governo.Critica "In una cornice alla 'Metropolis' di Lang il regista descrive una società rigorosamente divisa in servi e padroni sotto il segno di una bandiera-svastica, con sbirri che sciabolano come samurai ed eroi che si fanno uccidere per nascondere le poesie di Yeats. Simile a Oskar Werner, il pompiere bruciatore di libri in 'Fahrenheit 451 di Truffaut, anche Christian Bale, eccellente attore, si lascia pian piano affascinare dalle motivazioni della resistenza, soprattutto quando smette la droga equilibratrice e si fa carico della spregiudicata Watson. Senza offrire grandi novità rispetto ai classici della fantasociologia, il film è girato, con un severo senso dello stile che gli conferisce una dignità alquanto arida". (Tullio Kezich, 'Correre della Sera', 12 luglio 2003) "Che cosa abbia indotto lo sceneggiatore-regista Kurt Wimmer a saccheggiare mezzo repertorio della fantascienza, da Orwell a 'Metropolis', da 'Noi' di Zamjatin a 'Gattaca', compilando un bignami a largo schermo che sa di già visto come pochi altri film, è un mistero che aspetta di essere chiarito. Altro mistero è come ci sia capitata dentro Emily Watson avvezza a film e registi migliori. Ma lei almeno, interpretando la dissidente, può fare l'emotiva. Invece l'emergente Christian Bael è opaco e insensibile: forse per via del ruolo, ma dà l'impressione che lo sarebbe altrettanto se interpretasse il giovane Werther". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 12 luglio 2003)"Ci sono infinite (e non allegre) allusioni al nostro mondo inerte, arido e drogato nella vicenda del film. (...) In versione molto bruna, Emily Watson è incantevole". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 luglio 2003) |
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| Titolo | Eagle Eye |
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| Titolo originale | Eagle Eye |
| Anno | 2008 |
| Regista | D.J. Caruso |
| Durata | 118 |
| Paese | USA |
| Genere | thriller |
| Trama | Rachel Holloman è una mamma single che per la prima volta si separa dal figlio Sam, di otto anni, partito con la banda della scuola alla volta di Washington. Jerry Shaw è un 23enne senza uno scopo preciso nella vita che, per sbarcare il lunario, lavora in una copisteria e vive all'ombra dei successi di suo fratello gemello, avviato invece verso una brillante carriera nelle pubbliche relazioni dell'aeronautica militare. Rachel e Jerry, estranei tra loro, si troveranno improvvisamente catapultati insieme in una serie di situazioni pericolose e alla mercé di una donna misteriosa che li contatta e li tiene sotto controllo attraverso vari congegni tecnologici. Il drammatico svolgimento degli eventi li vedrà uniti non solo per cercare di sopravvivere ma anche per non essere catturati da una squadra speciale dell'FBI, impegnata nelle indagini contro un'organizzazione terroristica.Note - STEVEN SPIELBERG FIGURA ANCHE COME PRODUTTORE ESECUTIVO.Critica "Non basta mettere gente comune in situazioni straordinarie per sentirsi Steven Spielberg (qui produttore), né accumulare rischi uno peggio dell'altro per appassionarti alla sorte dei personaggi. Tanto più quando le scene d'azione si susseguono come le piattaforme d'un videogioco, non vengono 'preparate', finiscono all'improvviso per lasciar posto alle successive. Il tutto tra spiegazioni 'telefonate', al telefonino, onde farci capire quel che succede. Credendo di compensare una sceneggiatura povera di sorprese, e una regia enfaticamente casuale, Caruso infarcisce la pellicoletta di strizzate d'occhio e citazioni da film altrui." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 febbraio 2009)"Improbabile ed eccentrico come il suo nome e il suo cinema, Daniel John Caruso Jr ha il vizio e il vezzo di puntare molto alto. Non fa eccezione il suo 'Eagle Eye', in cui il tutto è peggiorato da un'entità che controlla semafori e traffico e che ha pensato bene, come capita spesso alle macchine nei film, di prendere consapevolezza di sé e di salvare il mondo distruggendolo. (...) Bella idea, in fondo, seppur non molto originale: il soggetto di Spielberg è un furto a Kubrick, il complotto di un sistema statale schiavo di un hard disk troppo sviluppato fa parte di un genere che vede 'War Games' come antenato. Il problema è la regia di D.J. Caruso, costante esercizio di stile che non disdegna ogni tipo di effetto speciale, narrativo e visivo. Lo spettatore raggiunge la saturazione dopo venti minuti, sconfitto dall'eccesso, dalla grottesca mancanza di senso del ridicolo (il finale è imbarazzante), dalle incoerenze di sceneggiatura e da coincidenze troppo improbabili persino per un pc impazzito. E seppur parliamo di fantascienza probabile, di un'ipotesi di futuro possibile, un minimo di realismo o almeno razionalità servirebbe per rimanere nel film. Che invece scappa via come i due protagonisti, ossessivamente, provano a fare. Tentazione che viene, dopo la prima metà della pellicola, anche a chi guarda." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 20 febbraio 2009) |