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| Titolo | Lettere da Iwo Jima |
|---|---|
| Titolo originale | Letters From Iwo Jima |
| Anno | 2006 |
| Regista | Clint Eastwood |
| Durata | 140 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico, guerra |
| Trama | Durante la seconda guerra mondiale sulla piccola isola di Iwo Hima, tra la spiaggia di sabbia nera e le cave di zolfo, si consuma lo scontro tra i soldati americani e quelli giapponesi. Questi ultimi, mandati allo sbaraglio, sono consapevoli di non tornare più a casa. Tra loro Saigo, un ex fornaio, desidera sopravvivere per tornare a casa e vedere la sua ultima nata. Baron Nishi, campione olimpico di equitazione, è famoso in tutto il mondo per la sua abilità. Shimuzu, un allievo poliziotto, idealista e fiducioso, è destinato a scontrarsi con la dura e crudele realtà della guerra. Il tenente Ito, credendo profondamente nella sua missione di soldato, preferisce uccidersi piuttosto che cadere nelle mani dell'esercito americano. L'esercito e la difesa sono affidati al generale Tadamichi Kuribayashi, uomo di grande cultura, ha studiato in Canada e, essendo stato a lungo anche negli Stati Uniti, sa perfettamente di combattere una guerra senza speranza ma, profondo conoscitore delle strategie militari, ha l'obiettivo di uccidere almeno dieci americani. Incredibilmente, giapponesi e americani si scontrano e combattono per 40 giorni, al termine dei quali 20.000 soldati giapponesi rimangono sul campo, ma dopo aver ucciso 7.000 soldati americani. Di loro, però, non restano solo i cadaveri e il sangue che ha bagnato le rocce, ma anche le lettere mandate a casa, piene di paura ma anche di coraggio ed eroismo.Note - GOLDEN GLOBE 2007 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.- OSCAR 2007: MONTAGGIO SONORO (ROBERT MURRAY, BUD ASMAN). ALTRE NOMINATIONS: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA ORIGINALE.- FUORI CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).- NASTRO D'ARGENTO 2007 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.Critica "Fuori concorso è arrivato a Berlino Clint Eastwood con il suo 'Letters from Iwo Jima', 141 minuti con lo scopo dichiarato di fare da controcampo al suo precedente 'Flags of Our Fathers', che raccontava la conquista dell' isoletta del Pacifico dal punto di vista degli americani. Qui, invece, tutto è visto con gli occhi dei nemici (...) Se 'Flags' raccontava soprattutto la «follia» patriottica di chi stravolge la realtà a fini propagandistici, 'Letters' è il quadro della «follia» propagandistica di chi usa il patriottismo per negare la realtà (la guerra, per il Giappone, era ormai persa). E il fatto che di fianco all'eroismo del generale Kuribayashi (Ken Watanabe), Eastwood racconti la voglia di sopravvivenza di un povero soldatino (Kazunari Ninomiya), la dice lunga sullo spirito antimilitaristico che anima questo straziante capolavoro." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 12 febbraio 2007)"Se 'Salvate il soldato Ryan' è già un cult-movie, si può dire che 'Lettere da Iwo Jima' gli è superiore. Clint Eastwood (del resto associato proprio a Spielberg nella produzione) non solo riscatta 'Flags of our fathers', il mediocre primo capitolo sulla sanguinosa conquista dell'isola a 650 miglia da Tokyo, ma consegna ai posteri un nuovo, indiscutibile classico del genere bellico. (...) Tra tanta angoscia - negata alla retorica perché chi diserta viene fucilato dai capitani o ucciso a freddo dagli sbarcati- c'è solo lo spazio per qualche momento di magica, inaudita, irreale tenerezza: il colloquio con il ragazzo americano agonizzante, la nostalgia del generale per il passato da cadetto negli Usa, la filastrocca infantile che risuona argentina via radio, inneggiando all'Impero che sta crollando." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 12 febbraio 2007) "Gli italiani hanno voluto dimenticare l'alleanza coi giapponesi; i tedeschi non hanno potuto fare lo stesso. Ma anche chi, più che di storia, si occupa di storia del cinema aveva motivo di notare ieri quest'evento: 'Lettere' non è solo il primo film di produzione hollywoodiana girato quasi integralmente in giapponese; è anche il primo film hollywoodiano a mostrare, dalla loro parte, la guerra dei giapponesi nella battaglia che costò più perdite americane. Si va quindi ben oltre 'L'impero del sole' di Steven Spielberg, che non a caso di 'Lettere' è - con Eastwood - il produttore. Solo due del loro calibro potevano mostrare che gli americani non facevanoprigionieri (era già accaduto del resto durante l'invasione della Sicilia). E solo loro potevano mostrare che i giapponesi - 'musi gialli' per molti film hollywoodiani - erano persone né più né meno dei wasp, degli ebrei e dei cattolici ai quali contendevano l'egemonia nel Pacifico. Il resto del merito è di Paul Haggis (regista di 'Crash'), che con Iris Yamashita ha sceneggiato il film, tratto dalla raccolta di disegni e lettere di Tadamichi Kuribayashi, comandante in capo giapponese a Iwo Jima. Ne è uscito un film - dove giganteggia Ken Watanabe - che rasenta il capolavoro più del precedente e connesso 'Flags of our Fathers'; che smonta tanta propaganda razzista; che restituisce l'onore a chi, in spirito, riposa nel tempio scintoista di Yasukuni. Mutatis mutandis, non era certo riuscito a tanto Sam Peckinpah con i tedeschi, quando aveva girato, coi soldi delle loro banche, 'La croce di ferro'." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 febbraio 2007)"Non è del tutto senza precedenti l'idea di Clint Eastwood di dedicare due film a una delle più sanguinose battaglie della guerra del Pacifico, l'uno visto dal punto di vista americano ('Flags of Our Fathers'), e l'altro da quello giapponese ('Lettere da Iwo Jima'). (...) Stranamente, come confermano le candidature all'Oscar, a Eastwood è riuscito meglio il film girato tra i giapponesi e parlato nella loro lingua. (...) Gli scontri si svolgono in massima parte nelle caverne dell'isola attraverso episodi che mettono in luce l'audacia, il fanatismo e la paura. Il tutto narrato in forma anticonvenzionale ed emozionante da un cineasta che sta dando le prove migliori quando altri alla sua età sono in pensione da un pezzo". (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 16 febbraio 2007)"Il monumentale doppio progetto di Clint Eastwood aggiunge un nuovo capitolo all'inarrestabile ascesa del suo talento, che pare non debba smettere mai di sorprendere e suscitare animazione. Se 'Flags of Our Fathers' raccontava la battaglia di Iwo Jima secondo il punto di vista americano, 'Lettere da Iwo Jima' racconta di nuovo lo stesso episodio ma visto dagli avversari giapponesi. (...) Come il precedente, questo non è un film di guerra ma un filo sugli esseri umani che le guerre hanno sacrificato. E' un saggio di misericordia, come sempre per questo magnifico cineasta senza semplificazioni o scorciatoie, semplice e complesso allo stesso tempo." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 febbraio 2007)"Un film di guerra visto con gli occhi del nemico è già una rarità, ma due film dedicati alla stessa battaglia sono un caso forse unico. Ecco perché girando uno dopo l'altro 'Flags of Our Fathers', solo interessante, e 'Letters From Iwo Jima', un capolavoro, Clint Eastwood compie un gesto politico e cinematografico decisivo. Specie considerando il salto di prospettiva operato passando dal primo al secondo capitolo. Se il film americano era in fin dei conti dedicato alle 'macchine', nel film giapponese ci sono solo i soldati, cioè gli uomini. Con tutti i loro sentimenti e i doveri, i dubbi, i conflitti, ammirevolmente orchestrati in un racconto corale tanto asciutto quanto libero nella struttura. Ma stretto intorno a un pugno di personaggi frutto di un'invenzione poetica basata su accurate ricerche (lode allo script della nippoamericana Iris Yamashita). (...) E se Iwo Jima, con tutti i suoi tunnel intatti, è un monumento nazionale, nessun regista giapponese aveva ancora dedicato un film a quella battaglia. Come dire che con questo 'Letters' distribuito in tutto il mondo sottotitolato (giù il cappello), Eastwood non solo colma un vuoto di immaginario ma restituisce a quelle figure senza volto tutta la loro complessità, storica e personale. E pensiamo agli scontri fratricidi fra i giapponesi allo sbando, ai suicidi in serie, a quel soldato che muore stringendo la bandiera bianca (l'altra bandiera, quella che nessuna propaganda mostrerà mai...), ai tanti episodi patetici, surreali, drammatici o semplicemente quotidiani, attraverso cui Eastwood dissotterra, come un archeologo, i suoi personaggi e le loro semplici, irripetibili esistenze. Un lavoro straordinario, paziente, molto personale, lontanissimo ad esempio dalla mitografia roboante di Spielberg (qui produttore). E tanto più prezioso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 febbraio 2007) |
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| Titolo | Leoni per agnelli |
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| Titolo originale | Lions For Lambs |
| Anno | 2007 |
| Regista | Robert Redford |
| Durata | 95 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico |
| Trama | Arian ed Ernst, due studenti della West Coast University, hanno deciso di seguire il consiglio del professor Malley e cercano di compiere nella loro vita qualcosa di importante e si arruolano per andare a combattere in Afghanistan. Malley è orgoglioso della scelta fatta dai due ragazzi ma al contempo vive una profonda crisi morale perché si sente responsabile di aver messo in pericolo la loro vita. Mentre Arian ed Ernest lottano per sopravvivere e Malley si adopera per aiutare uno studente ribelle a trovare la sua strada, a Washington il senatore Jasper Irving sta per fare scottanti rivelazioni ad una giornalista Tv.Note - PRODUTTORI ESECUTIVI: TOM CRUISE E PAULA WAGNER.- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.Critica "Sarebbe piaciuto a Mankiewicz questo film, per l'importanza che attribuisce alla parola, alla dialettica e alla retorica: il regista di 'Eva contro Eva', 'Giulio Cesare' e 'Masquerade' avrebbe saputo apprezzare quella che era stata la sua qualità principale, un cinema fatto di idee, recitazione e poco altro. Ma ricchissimo d'intelligenza e lucidità. (...) Il film, sceneggiato da Matthew Carnahan, e tutto costruito intorno a questi due teatrini della persuasione, dove l'abilità retorica del senatore cerca di smantellare la scettica razionalità della giornalista, mentre l'impegno del professore si sforza di fare breccia nelle posizioni rinunciatarie del suo studente. Redford non risparmia critiche né alle scelte troppo remissive della stampa né a quelle qualunquiste dello studente e sembra avere ammirazione solo per il coraggio e la coerenza dei due ex allievi arruolatisi, disposti al sacrificio estremo della vita. E' il pegno che paga alla retorica dell'eroe insita nella cultura americana ma anche il mezzo per ricordare che quella retorica ha origini classiste e ragioni politiche." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 24 ottobre 2007)"Niente di nuovo, ma chissà che il film non possa ugualmente aiutare a riflettere. Verboso, declamatorio, 'Leoni per agnelli' appartiene al cinema di parola e consta di tre dialoghi che si svolgono in luoghi diversi nello stesso giorno: un'intervista di Meryl Streep al senatore Cruise a Washington; uno scambio tra due amici, nero e messicano, agonizzanti in Afghanistan; una conversazione tra il professor Redford e uno studente della Università californiana a suo tempo frequentata dai due amici ormai morti, sull'indifferenza e l'impegno. Le star protagoniste danno un contributo essenziale: ma la troupe, in nome della serietà dei temi del film, ha rifiutato di partecipare a qualsiasi festa della Festa romana." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 ottobre 2007)"La misurata polemica è efficace spettacolarmente solo quando battibeccano cortesemente Cruise e la Streep. (...) Non abituati a ragionare secondo diversi fusi orari, come fanno gli americani, gli italiani stenteranno a capire che le continue inquadrature degli orologi devono far capire che gli episodi sono sincroni. In fondo è la trovata migliore del film. La Streep è al secondo film alla Festa: nel primo, 'Rendition', era la gelida funzionaria della Cia, con la stessa magnifica disinvoltura. Proprio alla Festa, la Loren ha detto d'odiarla. Invece dovrebbe invidiarla." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 24 ottobre 2007)"Che malinconia ritrovarsi l'icona-Redford nei panni e nei tratti stropicciati e cascanti di un logorroico cattedratico... Anche se si sapeva benissimo che il biondo compare di Paul Newman nei classici 'Butch Cassidy' e 'La stangata', nonché il divo sexy del cinema alternativo anni '70, è diventato a settantuno anni un vate della sinistra americana e l'instancabile boss dell'anti-hollywoodiano Sundance Institute, l'effetto tempo perduto finisce col destabilizzare in partenza 'Lions for Lambs' di cui è produttore, regista ed attore. (...) Purtroppo il film sbaglia totalmente l'impianto, restando sempre indeciso e irrisolto tra il tono teatrale delle ammiccanti battute politiche dell'episodio Cruise/Streep, l'imbarazzante predica del prof Redford e la claustrofobica routine dello scorcio guerresco: incanalati ciascuno nel suo ambito, i temi non trovano un ritmo, eseguono uno spartito sconnesso e, soprattutto, mancano l'attesa fusione finale in senso sia drammaturgico che emotivo. Probabilmente il copione aveva inserito chiavi psicologiche già usurate: il turgido senso del potere che elettrizza il senatore, l'idealismo piagnucoloso del docente in pantaloni di velluto e camicia botton-down, la spacconeria dei due giovani prima emarginati dalla società e poi mandati al macello dalle manovre di Washington e dall'incapacità dei comandanti. Ma certo RR doveva impegnarsi di più, in primo luogo perché il cinema non può accontentarsi delle didascalie e in secondo perché vogliamo sempre un gran bene all'eroe di 'Corvo rosso', 'Come eravamo', 'Il grande Gatsby' e 'I tre giorni del Condor'." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 ottobre 2007)"Con attori meno dotati sarebbe un autogol, nobile ma verboso. Con questo cast, e con dialoghi tanto affilati, è un'americanissima prova di coraggio - e di ottimismo della volontà. Mentre l'Occidente sprofonda nell'ironia, nel disincanto, nelle dietrologie, Redford ci ricorda che siamo tutti sulla stessa barca e ognuno deve fare il suo dovere. meglio: essere se stesso fino in fondo. Anche se sono gli altri a morire, magari per una causa sbagliata. Facile respingere il messaggio al mittente con sufficienza, parlare di retorica, dire la guerra l'hanno volutagli Usa, non ci riguarda. Ma sarebbe più onesto riconoscere che stavolta Redford parla a tutti noi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 ottobre 2007)"Questo è il film. Semplice. Recitato da attori 'forza della natura', di ogni genere e età (siano essi tenori, baritoni, soprano, stonati o controtenori). Il vero misterioso oggetto invisibile ripreso dal bel film è l'inconscio collettivo, lo stesso che poi fa votare la sinistra, soprattutto estrema, anche in Italia per Berlusconi o Cofferati, in nome dei nostri interessi materiali che, ci spiega Redford, sono in questo modo assai malamente tutelati. Fantasia e impegno al potere, invece, come nel '68. In California, l'estate scorsa, mi hanno raccontato, una storia simile a 'Lions and Lambs'. Impegnati e politicizzati quanto altri mai (sono ragazzi della Santa Cruz University), hanno scoperto che alcuni di loro avevano staccato la spina delle discussioni interminabili davanti a 10 birre e, marines, erano partiti. A fare 'i leoni' ma comandati e imbrogliati, come sempre avviene, fin dalla prima guerra mondiale, da quegli agnelli di generali. Clinton, svela 'Rendition', progettò sequestri clandestini di terroristi pericolosi da smistare in segreto. Vero. Dopo Mogadiscio ... CheBush jr. abbia applicato quelle regole per salvare terroristi dalla furia devastante, di Arian, Ernest e Todd, non ce lo aveva però finora raccontato nessun film. Usa." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 24 ottobre 2007)"Il passo di 'Lions for Lambs' è quello solito di Redford, forse leggermente più didascalico. Spettacolo messo al servizio di qualche convinzione. Niente di radicale, niente di rivoluzionario, ma sincero e onesto sì." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 24 ottobre 2007)"Questo discreto prodotto - a basso costo, va riconosciuto - del rispettabilissimo impegno liberal, riesce a essere in una botta sola moralista, con la giornalista e il politico, sia didattico, con Robert Redford e il suo allievo, e anche vagamente retorico, nella resistenza epica e sprezzante della morte dei militari americani circondati dai talebani." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 24 ottobre 2007) "Due parti del film su tre consistono di lunghi dialoghi fra personaggi seduti a una scrivania. ' Leoni per agnelli' (titolo che allude a una battuta di Redford: i soldati inglesi della prima guerra mondiale erano leoni comandati da generali imbelli come pecore) va preso per quello che e una critica alla Casa Bianca, e un'amara riflessione della parte 'democratica' del paese su ciò che Bush ha fatto all'America. Quando Redford incita l'allievo all'impegno, sembra Kennedy quando disse: 'Non domandatevi cosa il vostro paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro paese'. L'idealismo kennedyano si scontra con il modernissimo cinismo del senatore Tom Cruise, il personaggio più sinistro e indimenticabile del film. Alla fine il messaggio è noi democratici siamobrave persone e amiamo l'America, ma Bush ci ha rotto il giocattolo e dobbiamo far qualcosa per aggiustarlo. Lodevole e condivisibile: ma bastava la conferenza stampa, non serviva anche il film." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 24 ottobre 2007)"Non sappiamo come dirvelo, ma qualcuno lo deve pur fare. Robert Redford si tinge i capelli (sfumatura tra Biscardi e la Brambilla). Ma come, il film manda un messaggio e noi indugiamo in dettagli da sciampista? Per forza, sennò dovremmo dire che la fotografia è un gradino sotto il professionale, e purtroppo lo è anche la recitazione di Meryl Streep, giornalista costretta a un botta e risposta di quasi mezz'ora con il senatore repubblicano Tom Cruise. 'Voglio dichiarare guerra a chi fa la guerra', spiega il regista. E aggiunge: 'Sappiano i giovani che ribellarsi è giusto'." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 24 ottobre 2007) |
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| Titolo | Die Hard - Vivere o morire |
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| Titolo originale | Live Free Or Die Hard |
| Anno | 2007 |
| Regista | Len Wiseman |
| Durata | 130 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, thriller |
| Trama | Il sistema informatico degli Stati Uniti subisce un grave attacco di pirateria rivelandosi gravemente vulnerabile, catapultando il Paese nel caos più totale. Il direttore dell'FBI, essendo a corto di agenti a causa della festività del 4 luglio, per condurre le indagini chiede aiuto alla polizia di New York che assegna l'incarico al detective John McClane. Il poliziotto dovrà scortare presso la sede dell'FBI di Washington un hacker esperto di nome Matt Farrell, ma l'impresa si rivelerà molto ardua anche perché la mente che si nasconde dietro al piano criminale, non ha tralasciato alcun dettaglio ed è determinata ad eliminare chiunque tenti di ostacolarne la riuscita.Critica "Questa quarta avventura ha l'aria di essere la migliore, se si esclude il capitolo iniziale. Sono passati 20 anni da allora e l'inaffondabile McClane dispensa la sua ironia che il bravissimo Bruce Willis esalta con solerte improntitudine. (...) Si direbbe che il film contenga un messaggio ben preciso: vale a dire che il vero e autentico antivirus è l'uomo. Ed allora, invecchiato ma bene in forma, Willis- McClane usa muscoli e cervello in una miscela di esplosioni, corpo a corpo e una forza di volontà tipica degli eroi di tutti i giorni. Durante una colluttazione con un'asiatica, maestra di kungfu, McClane ha una reazione da applausi, mettendo alla berlina tutte le religioni corporee provenienti dall'Oriente. Ad una prima parte forse troppo spinta nel linguaggio tecnologico, fa riscontro una seconda, trascinante e funambolica, nella quale il nostro eroe si oppone a quella che viene definita 'liquidazione totale'. Assieme al taciturno Bourne, McClane è quello che ci resta nel cinema di intrattenimento, non poco." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 26 ottobre 2007)"Qualche anno fa aveva giurato che non avrebbe più incarnato personaggi violenti impegnati a salvare il mondo; e invece eccolo qua, in 'Die Hard - Vivere o morire', per la quarta volta dal 1988 nei panni dell' ispettore John McClane. Bruce Willis è il più espressivo cranio del cinema dopo quello teutonico di Erich von Stroheim. L'accostamento non è improprio perché Willis è nato nel '55 da madre tedesca, Marlene, in una base militare Usa presso Kassel. Nella tradizione 'hard boiled', ineffabile e sarcastico, questo paladino della giustizia è una possente macchina da combattimento alleggerita da un costante ricorso all' ironia. I toni leggeri sono tuttavia contraddetti da momenti di furia improvvisa, quando il nostro parte all'attacco a testa bassa, senza badare al rischio. Stavolta però la novità è che l'eroe si prende un sacco di botte, gronda sangue e ogni tanto negli scontri è messo kappaò addirittura da una terribile femmina esperta di karaté. Il dubbio che l'ormai stagionato McClane potrebbe non farcela a sconfiggere i nemici di turno rende più emozionanti i 138 minuti (troppi, ma si reggono senza noia) del film di Len Wiseman." Repubblicano convinto, fra i pochi divi sostenitori della guerra in Iraq e amico di Bush, «Bruno» aspira alla successione del superfalco John Wayne e invoca metodi sbrigativi per far fuori i terroristi e i presunti antiamericani in generale. Ogni tanto però, sullo schermo come nella vita, il nostro si rivela troppo intelligente per credere che i problemi mondiali si risolveranno con il «grosso bastone» di cui parlava Teddy Roosevelt." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 26 ottobre 2007) |
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| Titolo | Live! - Ascolti record al primo colpo |
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| Titolo originale | Live! |
| Anno | 2007 |
| Regista | Bill Guttentag |
| Durata | 93 |
| Paese | FRANCIA |
| Genere | commedia |
| Trama | La produttrice televisiva Katy Courbet, ossessionata dagli indici di ascolto e dalla competizione con gli altri network sul terreno dei reality show, ha ideato un format destinato a diventare l'esperimento televisivo più sensazionale di tutti i tempi. "Live!" è infatti il titolo del programma in cui i concorrenti, pistola in mano, dovranno sfidarsi alla roulette russa per aggiudicarsi il ricco montepremi. Prima di riuscire a mandare il suo show in onda Katy dovrà però lottare con determinazione per difendere il suo format, forzare le leggi e le interpretazioni della Costituzione, persuadere gli inserzionisti pubblicitari e vincere le resistenze dei dirigenti del network. Ma all'avvio della diretta, i cinici propositi della giovane saranno messi in discussione da un inaspettato fuori programma.Note - EVA MENDES FIGURA ANCHE COME PRODUTTRICE ESECUTIVA.Critica "Rozzo, superficiale, grossolano. Sgradevole. Affonda nella melma che ha l'aria di stigmatizzare con il trucco di proporsi come (finto) reportage. Spinto fino a chiudersi sulla dedica "alla memoria di Katy Courbet", cioè il personaggio assatanato di Eva Mendes. (...) Di certo qualcuno sosterrà invece lo spessore di un vibrante apologo." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 06 marzo 2009)"Concentrata sull'idea forte, la trama sbanda negli sviluppi: ciance bollite su ipocrisia e libertà di espressione, banalità di marketing e teleproduzione spacciate per intuizioni geniali e si va in onda - 5 pallottole per 6 morituri su pedane/caricatore - senza immaginare che il suicida potrebbe restare ultimo o quanto sia rischioso armare gli esaltati. Share oltre il 50%, battuto il Super Bowl. Poiché scrive e dirige un premiato documentarista, riecco il consumato espediente della telecamera a mano. Poiché trattasi di sottosottomoralista film yankee, il finale sarà non solo pentito ('Mio Dio, cos'ho fatto?!'), ma anche punitivo. Da noi, trovare una conduttrice cinica/vera, intalpita tra amici, o isolata in fattoria, era un attimo." (Alessio Guzzano, 'City', 06 marzo 2009)"Girato come un finto documentario, tutto in soggettiva da un filmaker destinato anch'egli a vendersi l'anima, il film-medium ha il difetto-base di confondersi col messaggio, utilizzando lo stesso sensazionalismo viscerale, per cui è facile, per lo spettatore, fare i conti morali con una materia pericolosa, contagiosa e così attuale. Può darsi che si sia già al settimo potere (quello incontrollato di YouTube), intanto è chiaro che si parla di qualcosa che ci riguarda da vicino.Due domande: perché la signorina tiene nel suo ufficio il poster di 'La dolce vita'? E non sa che nella roulette russa si fa girare ogni volta il tamburo della pistola, non ha visto il cacciatore? Sono peccati veniali in un documento d'ipertensione filmica e socio-arteriosa diviso equamente in due terzi di preparazione, con liti in ufficio sull'etica video, e uno di show in cui l'adrenalina vince. Ma è proprio questo schema elementare, spesso vicino al ridicolo, che finisce nell'annunciata coscienza, il limite dell' operazione, il suo essere trash nel senso di materiale grezzo, non lavorato psicologicamente: gli manca un po' di distacco." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 6 marzo 2009)"Il film li racconta attraverso falsi spot e biografie che ricordano in modo sinistro le campagne elettorali americane, sia quelle viste al cinema, sia quelle reali. Dove il film convince molto meno, è nella messinscena dell'immaginaria rete tv (anche il funzionamento del reality, così come lo si vede nel film, è inverosimile: visto che c'è una sola pallottola in una pistola a tamburo, che succederebbe se il primo concorrente la trovasse e si sparasse in testa.. . in barba agli altri 5?) e nel vetusto espediente di far seguire Katy da un'onnipresente videocamera che registra tutti i suoi movimenti, e che quindi sta 'girando' il film stesso che stiamo vedendo. Dopo 'Truman Show', 'Ed TV' e il recente, clamoroso 'Coverfield' simili espedienti narrativi andrebbero proibiti." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 6 marzo 2009)"Da un cineasta ammirato e 5 volte candidato all'Oscar (con due vittorie) per i corti documentari, un film che condanna il cinismo del mondo televisivo con controllata freddezza. Sempre più efficace con lo scorrere dei minuti (ottimi gli attori) e con Eva Mendes che sovverte la sua immagine sex symbol per diventare una femme fatale che seduce senza sesso, ma solo con il profumo del successo. Brava e coraggiosa. Molto poco visto negli Usa. Forse hanno avuto paura del loro, nostro, futuro." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 6 marzo 2009) |
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| Titolo | Il Signore degli anelli - La compagnia dell'anello |
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| Titolo originale | Lord Of The Rings: The Fellowship Of The Ring, The |
| Anno | 2001 |
| Regista | Peter Jackson |
| Durata | 178 |
| Paese | USA, NUOVA ZELANDA |
| Genere | avventura, fantasy |
| Trama | Il malvagio Sauron, re di Mordor, forgia 20 anelli magici che dona ai signori delle altre Sette che vivono nella Terra di Mezzo tenendo per sé 'L'Unico', l'anello che dà a chi lo indossa la supremazia sugli altri. Scoperto l'oscuro disegno, i 19 signori ingaggiano una sanguinosa battaglia contro Sauron. Ma Isildur - colui che ha tolto l'anello dal dito di Sauron - si rifiuta di gettarlo nelle Gole del Destino, dove il fuoco avrebbe potuto porre fine al suo potere. Così Sauron è sconfitto, ma fino a quando l'Anello esiste c'è una possibilità che egli un giorno ritorni. Prima di morire per mano degli orchetti, Isildur getta l'Anello in un fiume dove, tempo dopo, viene ripescato da Smeagol che si trasforma in Gollum, una creatura malefica. Bilbo riesce a sottrargli l'Anello e a consegnarlo al cugino Frodo. Tocca a lui, insieme alla 'Compagnia dell'Anello', portare 'L'Unico' alle Gole del Destino prima che Sauron lo rivendichi per i suoi oscuri progetti.TRAMA LUNGATutto ebbe inizio con la forgiatura degli anelli, nei quali era sigillata la forza. Ne venne però creato uno in più, l'Anello Assoluto, che andò smarrito nei secoli. Passano 2500 anni. Siamo nella Contea, e nel giorno del suo compleanno, tra canti, balli e fuochi d'artificio, Bilbo Baggins, un hobbit anziano e stanco, annuncia di voler partire. Prima di andare via, riceve nella sua piccola e ordinata casa, il nipote Frodo Baggins, un hobbit giovane e timido. A lui lascia in eredità l'Anello, divenuto strumento di potere incontrastato che potrebbe permettere a Sauron, l'oscuro Signore di Mordor, di governare la Terra di Mezzo e di rendere schiave le sue genti. Frodo ora sa che la sua missione è quella di portare l'Anello, attraverso la Terra di Mezzo, fino alla Montagna del Fato, dove è stato forgiato all'inizio, e qui distruggerlo per sempre. Quando si vede in pericolo, Frodo infila l'Anello e scompare, ma così rischia di subirne le malefiche attrattive. Ferito, Frodo viene soccorso dall'elfo Arwen. Si sveglia poi nella località del Gran Burrone, e qui, quando capisce che deve rimettersi in marcia, altri otto si uniscono a lui: il mago Gandalf il grigio; i leali amici hobbit Sam, Merry, Pipino; i coraggiosi umani Aragorn e Boromir; il capace elfo Legolas; il forte troll Gimli. Così composta, la Compagnia riprende il viaggio. Eccoli nel regno dei nani, che è una tomba. Eccoli nei territori governati dal Signore Oscuro, dove questi sta radunando il proprio esercito di Orchetti. Ecco il demone del mondo antico, che fa fuggire tutti e trascina Gandalf nell'abisso. Entrano poi nel Reame della Dama dei boschi, la quale fa guardare Frodo nello specchio d'acqua. Frodo vorrebbe darle l'Anello, ma la battaglia con i mostri si riaccende. Boromir e Aragorn sono colpiti. Boromir dice che il mondo degli uomini cadrà. Aragorn lo rincuora ma poco dopo l'amico muore. La Compagnia ha accusato forti perdite. Frodo sta per andare avanti da solo, ma Sam lo raggiunge di corsa. Arrivano in vista di Mordor, e Frodo, rivolto a Sam, gli dice: "Sono contento che tu sia con me".Note - ARREDAMENTO: DAN HENNAH.- OSCAR COME MIGLIOR FOTOGRAFIA AD ANDREW LESNIE, COME MIGLIOR MAKE UP A PETER OWEN E A RICHARD TAYLOR, COME MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE A HOWARD SHORE, COME MIGLIOR EFFETTI VISIVI (2002)Critica "Agli antipodi di 'Harry Potter', così saggio, borghese e distaccato, stando alla prima puntata 'Il signore degli anelli' è un film visionario, debordante d'energia. Forse gli si potrà contestare una colonna sonora troppo invadente, dalle eclettiche sonorità celtico-gregoriano-pompieristiche. Ma se è vero, come sosteneva Jean Cocteau, che 'il cinema è un sogno da sognare insieme', allora quello di Jackson è puro cinema, e puro sogno". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 18 gennaio 2002)"Medioevo anglosassone, maghi, orchi, hobbit, stregoni, cavalieri neri, principessa degli elfi e regina delle fate popolano la vicenda di un anello onnipotente e malefico, della lotta per possederlo che è poi lo scontro tra Male e Bene, Tenebre e Luce. Successo fenomenale nel mondo, lunghezza tre ore, ben fatto e cupo". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 gennaio 2002) "'Il signore degli anelli' secondo Peter Jackson. Che da regista di razza, e da patito dell'horror, accentua il lato violento e visionario del romanzo di Tolkien, ma non trascura la cornice morale. E se dà massima carica spettacolare allo scontro titanico fra il Bene e il Male, insiste sull'ambiguità che possiede anche i personaggi positivi, pronti a usare le 'forze oscure' del magico anello per i loro fini. Grandi effetti, grande regia, gran cast. E per favore non riduciamo tutto a 'è di destra o di sinistra?', all'italiana". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 gennaio 2002) "E' un pachiderma hollywoodiano pieno di barbe lunghe e leziosi mostriciattoli, con alcuni pregi e tutti i difetti: tra qualche magnifica scenografia, grandiosa ma vistosamente computerizzata e un paio di scene mozzafiato si muovono figure monolitiche assoggettate a un mondo fantastico misterico che qualcuno deve sempre spiegarti con una battuta di dialogo. Vuol dire qualcosa se in tre ore pensi a dove hai posteggiato l'auto, se hai svuotato la lavatrice e che in ufficio è arrivata una stagista carina? L'altra faccia di 'Harry Potter'". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 18 gennaio 2002) |
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| Titolo | Il signore degli anelli - Il ritorno del Re |
|---|---|
| Titolo originale | Lord Of The Rings: The Return Of The King, The |
| Anno | 2003 |
| Regista | Peter Jackson |
| Durata | 201 |
| Paese | USA, NUOVA ZELANDA |
| Genere | avventura, azione, fantasy |
| Trama | Accompagnati dall'infido Gollum, Frodo e Sam continuano il loro viaggio verso il Monte Fato per distruggere l'Anello, mentre il resto della disciolta Compagnia è impegnata nella battaglia contro il potente esercito di Sauron, che ha messo sotto assedio Minas Tirith, capitale del regno di Gondor. Aragorn nel frattempo è costretto a fare i conti con il suo passato poiché da lui dipende il destino della Terra di Mezzo...Note - GOLDEN GLOBE 2004: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, MIGLIOR REGIA (PETER JACKSON), MIGLIOR CANZONE ("INTO THE WEST" DI HOWARD SHORE, FRAN WALSH E ANNIE LENNOX), MIGLIOR COLONNA SONORA (HOWARD SHORE).- 11 OSCAR (2004): MIGLIOR FILM, MIGLIOR REGIA, MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE (FRANCES WALSH, PHILIPPA BOYENS E PETER JACKSON), MIGLIOR SCENOGRAFIA (GRANT MAJOR, ALAN LEE E DAN HENNAH), MIGLIOR MONTAGGIO (JAMIE SELKIRK), MIGLIORI COSTUMI (NGILA DICKINSON E RICHARD TAYLOR), MIGLIOR TRUCCO (RICHARD TAYLOR E PETER KING), MIGLIOR COLONNA SONORA (HOWARD SHORE), MIGLIOR CANZONE ORIGINALE ("INTO THE WEST" DI HOWARD SHORE, FRAN WALSH E ANNIE LENNOX), MIGLIOR SUONO (CHRISTOPHER BOYES, MICHAEL SEMANICK, MICHAEL HEDGES E HAMMOND PEEK), MIGLIORI EFFETTI VISIVI (JIM RYGIEL, JOE LETTERI, RANDALL WILLIAM COOK E ALEX FUNKE).- IL FILM E' STATO CAMPIONE D'INCASSI NEGLI STATI UNITI NEL 2003.Critica Dalle note di regia: "Da un lato abbiamo una battaglia gigantesca, e dall'altro due piccoli Hobbit, Frodo e Sam, che stanno scalando la montagna a quattro zampe. Il legame tra questi due personaggi è il tema centrale del film "... "Tutta la vicenda che abbiamo seguito, i viaggi che questi personaggi affrontano - quello che hanno a cuore, quello per cui combattono, perfino quello per cui sono morti alcuni loro amici - conducono a questo ultimo film."... "Nessuno di questi personaggi uscirà da questa storia immutato. Non saranno mai più gli stessi. Il Ritorno del Re è il più emozionante dei tre film."... "Aragorn è l'erede al trono; è l'unica persona capace di assumere questa posizione a Minas Tirith, ma non è sicuro delle proprie capacità di riuscire a guidare il genere umano. Ha bisogno di credere nella dignità della sua gente."... "deve realizzare un destino che gli richiede di comprendere la tragica e complessa storia della Terra di Mezzo, e di assicurare un futuro fatto di speranza e giustizia per tutti gli esseri del mondo."... Philippa Boyens, sceneggiatrice: "Ciò che spinge i personaggi non è uno stimolo a dimostrarsi degni di tutto ciò. Dipendono l'uno dall'altro, combattendo uno per l'altro... La loro fiducia viene messa alla prova. La fiducia negli altri, nel bene, nei loro legami." ... "Questi sono temi che sono molto vicini a quello che viviamo ogni giorno. Come ti senti nei confronti delle persone cui vuoi bene? Che cosa c'è dopo questa vita? In che modo dici 'arrivederci'? Tutto il tessuto emozionale è descritto magistralmente dal Professor Tolkien nel romanzo. La natura eterna della lotta tra il bene e il male è intrecciata in dei piccoli fili argentati che corrono attraverso tutta la storia, come Sam che, mentre Frodo dorme, alza gli occhi verso i cieli pieni di nubi inquinate sopra Mordor e vede una stella." "Bisogna riconoscere che Jackson riesce a spingere il cinema al limite delle possibilità e padroneggiando magistralmente gli effetti assomma battaglie a perdita d'occhio che riducono i ricordi di Ejzenstejn e Olivier a scaramucce, inventa draghi alati ed elefanti antidiluviani, ragni giganti e catapulte micidiali, morti viventi e scontri all'ultimo sangue. Il tutto trasudante talento e ricchezza fra preziosità di scene e costumi ispirati ai Preraffaelliti e a Böcklin. Mentre gli attori, pur imbrigliati in una recitazione da teatro della fiaba, si concedono qualche momento di intensità: primo fra tutti Ian McKellen, un Gandalf passato attraverso i tanti palcoscenici dove ha recitato Shakespeare. Nel film, come nei precedenti episodi che sono stati girati tutti insieme in una lavorazione durata quasi un anno, risplende e abbaglia la bravura artigianale. Il risultato è una sorta di allucinante simulazione purtroppo carente di emozione autentica. Lo spettatore è avvinto dalle immagini che gli sfarfallano davanti agli occhi, ma non c'è niente che lo stimoli nel profondo. C'era più commozione nelle lacrime del Corsaro Nero che concludevano il mediocrissimo libro di Emilio Salgari. Quanto all'appello alla pace figuriamoci se non ci trova d'accordo, ma espresso com'è in una serie di pleonastiche vignette in sottofinale fa l'effetto di una camomilla dopo una sbornia ad alta gradazione alcolica. Tanto che rischia di essere controproducente: al posto di una pace debole, per il bene dello spettacolo quasi si spera che scoppi presto un'altra guerra. E resta infine il dubbio che il valentissimo Peter Jackson abbia a suo modo accettato la raccomandazione di quel Marino 'per cui in arte conviene accomodarsi al costume corrente e al gusto del secolo'." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 24 gennaio 2004) |
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| Titolo | Il Signore degli anelli - Le due torri |
|---|---|
| Titolo originale | Lord Of The Rings: The Two Towers, The |
| Anno | 2002 |
| Regista | Peter Jackson |
| Durata | 179 |
| Paese | USA, NUOVA ZELANDA |
| Genere | avventura, fantasy |
| Trama | Il viaggio verso il Monte Fato continua, anche se Frodo e Sam si sono ormai divisi da Aragorn, Gimli, Legolas e tutto il resto del gruppo. Per assaltare la torre di Orthanc, e per sfuggire all'asfissiante inseguimento dei cavalieri neri i nostri eroi decidono di stringere un'alleanza con gli alberi viventi (Ent) e i cavalieri di Rohan e quelli di Gondor.Note - ARTISTI CONCETTUALI: JOHN HOWE E ALAN LEE.- TRUCCO E ACCONCIATURE: PETER OWEN E PETER KING.- 2 PREMI OSCAR 2003: MIGLIORI EFFETTI SPECIALI SONORI, MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI.Critica "Film d'autore che sa raccontare la battaglia per liberarsi dal Male. Effetti speciali sontuosi, ambientazioni devastanti, cast superlativo con Wood, Holm, Christopher Lee e McKellen magniloquenti e capaci di muovere l'aria con uno sguardo. Musica bellissima. Dedicato ai fan di Tolkien, che sono intere legioni a destra come a sinistra. La regia potente e oscura riscatta il Fantasy". (Piera Detassis, 'Panorama', 10 gennaio 2002) "Continua la saga tratta da Tolkien con 'Il Signore degli anelli - Le Due Torri', 179 minuti di regia magistrale firmata Peter Jackson. Creature fantastiche, intrighi di corte, triangoli amorosi e una battaglia, al Fosso di Helm, che segna la storia del cinema. E' il capitolo della trilogia più cupo e pessimista. (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 17 gennaio 2003) "Qualcuno, al cinema, ama le battaglie, altri no; ma quella delle Due torri è puro piacere per gli occhi. Ci sono dentro le citazioni del repertorio colto: Paolo Uccello e Ejzenstejn, l'immancabile Kurosawa, una spruzzata della celebre tragedia scozzese di Shakespeare. Ma soprattutto c'è il cinema-cinema, quello che ti rapisce dalla poltrona e, via via, t'immerge sempre più a fondo nel combattimento grazie alla magia della macchina da presa, alle sue evoluzioni, al suo potere occulto di farti identificare con ciò che stai vedendo. Magia bianca, buona medicina, di cui Jackson ci fa dono senza avarizia". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 gennaio 2003)"In Gollum coesistono due figure morali: una è attirata dal Bene e l'altra è posseduta dal Male. E le divaricanti tendenze portano a uno scontro assai bene rappresentato nel film dai litigi fra il 'buono' e il 'malvagio'. Questo è uno degli aspetti più interessanti di 'Le due torri', film spettacolare,con villaggi, fortezze, scontro di eserciti, mostri volanti, perfino alberi secolari che parlano, si muovono e alla fine prendono parte agli scontri armati. Chi ha il gusto della sfrenata fantasia si accomodi in poltrona e si goda lo spettacolo". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 11 gennaio 2003) |
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| Titolo | Love Guru, The |
|---|---|
| Titolo originale | Love Guru, The |
| Anno | 2008 |
| Regista | Marco Schnabel |
| Durata | 87 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia |
| Trama | L'americano Pitka è stato abbandonato da bambino davanti ai cancelli di un ashram, in India, ed è stato cresciuto ed educato dai guru. Diventato adulto, Pitka è tornato negli Stati Uniti dove è diventato un celebre terapista di coppia. Chiamato dall'allenatore di una squadra di hockey, Pitka dovrà riuscire a risolvere la crisi matrimoniale tra un celebre asso di questo sport e sua moglie, che lo ha tradito con un giocatore rivale, e nel frattempo cercherà di conquistare anche la bella proprietaria della squadra per cui gioca il suo assistito... |
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| Titolo | Léon |
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| Titolo originale | Léon |
| Anno | 1994 |
| Regista | Luc Besson |
| Durata | 105 |
| Paese | Francia |
| Genere | Azione, drammatico, romantico |
| Trama | Léon è un killer spietato ed efficientismo usato dalla mafia italiana: analfabeta, beve solo latte e vive come una talpa con la sua pianta e la sua solitudine. Ma un giorno si imbatte in Matilde, una ragazza dodicenne, figlia di un coinquilino, che vive con la matrigna prostituta, la sorellastra ed il fratellino di quattro anni. Costoro vengono sterminati, per una partita di droga trafugata dal padre di Matilde, da una squadra di agenti antidroga comandata da Stanfield un poliziotto corrotto e tossicomane appassionato di Beethoven. Adottata la ragazza, Leon ne subisce il fascino, e lei, infatuata dalla grezza semplicità e terribile efficienza di lui decide di imitarne i metodi per vendicare il fratellino, e individuato dove lavora Stanfield, riesce a raggiungerlo ma, scoperta viene condotta nel suo ufficio. Léon avvertito da un messaggio, accorre e la salva, uccidendo due poliziotti. Stanfield si reca allora da Tony, factotum, cassiere e protettore mafioso di Léon: scoperto il nascondiglio del killer, fa arrestare Matilde uscita a far la spesa. Poi gli agenti assaltano l'appartamento dell'uomo ma vengono decimati. Léon, ferito, apre un varco nel muro facendo uscire nei condotti dell'aria la ragazza. Travestitosi da agente speciale, viene però sorpreso da Stanfield, e prima di morire esplode con lui grazie ad una bomba a mano. Tony promette alla ragazza di custodire il denaro lasciatole da Leén e la consiglia di tornare a scuola, dove, accolta dalla comprensiva preside, mette a dimora la pianta dell'amico morto. Critica "II primo film nuovayorkese dello snob francese Besson, da tempo inattivo, proseguendo nella poetica che gli ha dato gloria con 'Nikita', e formalmente molto seducente, trascina lo spettatore in un vortice di sensazioni mai casuali, gestite con un ritmo ineluttabile di cinema, muovendo un racconto variopinto, cinico, divertente e oltraggioso. Dove non solo Jean Reno, truccato alla Sergio Leone ma anche alla Salvatores, è eccezionale nel dare un'ottusa, bieca tristezza al killer che cura le piante, cucina col guanto a maialino e fa i piegamenti, ma anche l'esibizionista Gary Oldman sembra un vampiro, una scheggia freudiana impazzita; e da ex 'Beethoven' pronuncia battute di nemesi storica. Infine Danny Ajello fa l'oste mafioso e banchiere e la debuttante Natalie Portman, con tutti i suoi eccessi e le sue sgradevolezze, la sigaretta e lo sguardo obliquo, sembra nata dentro questa storia che le si attorciglia addosso. (...) Il racconto non ha cadute di tono, la cinepresa crea un'altra realtà di mali odori, carne sfatta, marciume: è l'apoteosi del mezzo cinematografico, anche a rischio di restare con la sola facciata, alla Gaudì. Nel mezzo di un inferno dl pallottole appare anche una Madonnina che eccezionalmente non piange; viene anche lei sparata." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 13 aprile 1995) "Il più bel film di Clint Eastwood, Bird, era dedicato 'a Sergio (Leone) e Don (Siegel)', due figure decisive nella vita e nel cinema del regista-attore. L'ultimo lavoro di Besson non porta dediche in testa ma iscrive il suo 'padrino' direttamente nel titolo: Léon. La scena d'apertura parla chiaro: primissimi piani, Little Italy, un killer assoldato dai mafiosi, uno sguardo sull'America sovraccarico di mitologia, eccetera. Che Besson invece possa fregiarsi del titolo di erede di Leone è un altro paio di maniche." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 aprile 1995) "'Léon' è, alla base un film d'amore e di sentimenti. Ma il suo universo a fumetti (guardate i primi cinque minuti, con quei dettagli ravvicinatissimi alla Liechtenstein) è attraversato dalla violenza elettrica di Gary Oldman, bravissimo e terrificante nella sua furia esplosiva come l'agente antidroga corrotto che ascolta Beethoven, si fa, strafà e diventa tutto rosso sotto l'occhio della cinepresa. E in questa fiaba nera, che usa pezzi di realismo cinematografico per comporre un racconto assolutamente irrealistico, l'incalzare continuo della musica accompagna un montaggio di precisione cronometrica e sigla l'atmosfera delle diverse situazioni: un ulteriore esercizio di stile, perfetto ma eccessivo, che si aggiunge a un film troppo stilizzato, calcolato, metacinematografico per convincere davvero." (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 21 aprile 1995) |
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| Titolo | Metropolis |
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| Titolo originale | METROPOLIS |
| Anno | 2001 |
| Regista | Rintaro (Shigeyuki Hayashi) |
| Durata | 108 |
| Paese | GIAPPONE |
| Genere | animazione, avventura, fantascienza |
| Trama | Nella città di Metropolis è in corso una grande celebrazione: la costruzione dello Ziggurat, un maestoso grattacielo che ospiterà il leader del mondo. Durante i festeggiamenti, un investigatore privato e suo nipote Kenichi sono alla ricerca del dottor Laughton. Il dottore ha progettato un robot con le sembianze di Tima, la figlia defunta del Duca Rosso, ma il figlio adottivo del duca, Rock, odia i robot. Rock uccide il dottor Laughton e distrugge il suo laboratorio, mentre sopraggiungono Kenichi e suo zio, che riescono a salvare Tima, ma quello che non sanno è che Tima è programmata per prendere il controllo e distruggere tutti gli esseri umani...Note ADATTAMENTO: MARC HANDLER.DVD (COLUMBIA TRISTAR 2002).Critica "Non solo Pokémon, non solo Dragonball. Il cartoon giapponese, la giap-animation, è la nuova onda cinematografica del momento, figlia legittima dei manga e figlia illegittima di quei cartoon spesso demonizzati che investono le tv dei ragazzi di tutto il mondo e considerati trash. Ma bisogna guardare oltre e al di là ci sono i capolavori giapponesi per adulti, barocche metafore sociali, cartoon colti e abilissimi nella fantasia, nel movimento, nel colore. (...) A chi del fenomeno sa poco o nulla consigliamo di catturare al volo questo 'Metropolis', piccolo capolavoro riconosciuto di Rintaro, ideato a partire da un fumetto del maestro (scomparso) del manga Osamu Tezuka e mandato in sala a far concorrenza al miele hawaiano di 'Lilo & Stich'". (Piera Detassis, 'Panorama', 20 giugno 2002)"Il cartone animato di Rin Taro è leggermente squilibrato tra la maturità delle tematiche, il rigoglio visivo degli ambienti e il tratto invece infantile, da manga, riservato ai personaggi. Remoti i collegamenti con il 'Metropolis' di Fritz Lang. Molto originale il lavoro sulle musiche (jazz classico). Da vedere, anche per i non appassionati". (Fabrizio Alò, 'Il Messaggero', 21 giugno 2002) "Portare su pellicola il manga di Osama Tezuka era un'impresa ardua, ma Rintaro astutamente si è rivolto al cinema e alla letteratura, saccheggiandoli a piene mani. Molto suggestiva la sua 'Metropolis', la cui vicinanza con New York è sottolineata da una colonna sonora jazz Dixieland mentre un'inattesa 'I can't stop Loving You', di Ray Charles sottolinea l'inizio della distruzione e lo Ziggurrat ha uno schianto che ricorda quello delle Twin Towers. Film affascinante ma furbo e molto più vicino a 'Final Fantasy' di quanto non si creda". (Fabrizio Liberti, 'Film Tv', 25 giugno 2002) |
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| Titolo | Madagascar |
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| Titolo originale | Madagascar |
| Anno | 2005 |
| Regista | Eric Darnell, Tom McGrath |
| Durata | 88 |
| Paese | USA |
| Genere | animazione, commedia |
| Trama | New York. Alex il Leone, Marty la Zebra, Melman la Giraffa e Gloria l'Ippopotamo vivono un'esistenza tranquilla nello zoo di Central Park, con i pasti abbondanti, le gabbie confortevoli e le coccole dei visitatori. Tuttavia, Marty è annoiato dalla vita in cattività ed è curioso di sapere cosa c'è al di là del muro di cinta, così decide di fuggire approfittando del sistema di evasione dal parco studiato da alcuni pinguini desiderosi di raggiungere l'Antartide. Alex, Melman e Gloria, accortisi della scomparsa del loro amico decidono di andarlo a cercare per riportarlo indietro. L'apparizione degli animali liberi per le strade della città, provoca scompiglio ma suscita anche l'interesse di un gruppo di animalisti che decide di sostenere una campagna per i loro diritti. I quattro amici vengono così imbarcati su una nave diretta in Africa. Purtroppo, a bordo ci sono anche i pinguini che, rendendosi conto che la destinazione non è l'Antartide, decidono di sabotare la rotta dell'imbarcazione, provocando un disastro. Alex, Marty, Melman e Gloria, scaraventati dalle onde, si ritrovano sull'isola esotica di Madagascar, costretti a fare i conti con una vita ben lontana da quella agiata e spensierata che conducevano a New York...Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: BEN STILLER (ALEX IL LEONE), CHRIS ROCK (MARTY LA ZEBRA), DAVID SCHWIMMER (MELMAN LA GIRAFFA), JADA PINKETT SMITH (GLORIA L'IPPOPOTAMA), ALI G (RE JULIEN, ACCREDITATO COME SACHA BARON COHEN), CEDRIC THE ENTERTAINER (MAURICE), TOM MCGRATH (SKIPPER, IL PINGUINO), CHRISTOPHER KNIGHTS (PRIVATE, IL PINGUINO), CHRIS MILLER (KOWALSKI, IL PINGUINO), ANDY RICHTER (MORT, IL LEMURE), CONRAD VERNON (MASON, LO SCIMPANZE').- VOCI DELLA VERSIONE ITALIANA: ALE (ALEX), FRANZ (MARTY), MICHELLE HUNZIKER (GLORIA), FABIO DE LUIGI (MELMAN).Critica "A conferma del fatto che il cartoon americano continua a essere una fonte inesauribile di divertimento per il mondo intero, 'Madagascar', targato DreamWorks, è un film di notevole successo che stando al 'Box Office Report' di Variety si avvia al cospicuo incasso complessivo di mezzo milione di dollari. Differenziandosi della maggior parte dei disegni animati, questa è prima di tutto una scintillante commedia di caratteri, scritta con estro, permeata di umorismo. Nella chiave tecnologicamente avanzatissima dell'animazione computerizzata gli autori, Eric Darnell e Tom McGrath, tradiscono a sorpresa una tangibile nostalgia del movimento frenetico delle vecchie comiche e si ispirano anche ai rimpalli verbali della sophisticated comedy. La qualità del dialogo e lo smalto dell'esecuzione confermano che in definitiva il film sembra rivolgersi allo spettatore maggiorenne più che ai bambini, incapaci di gustare certe finezze. Nella versione originale, secondo un uso invalso in queste produzioni, il film è trainato dalle prestigiose voci di noti attori che hanno l'aria di divertirsi, a cominciare da Ben Stiller (il Leone), e i doppiatori italiani non sono da meno. Anche la prestazione di Ale & Franz, Michelle Hunziker e Fabio De Luigi si può prendere come smentita del luogo comune 'quando ridono gli attori non ride il pubblico'." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 2 settembre 2005)"Metafora degli abitanti di New York, che non lascerebbero mai la Grande Mela, con tutti i suoi neon e i suoi agi, l'ultimo cartoon digitale DreamWorks mette in scena il secolare scontro fra natura e cultura, facendo vincere, a sorpresa, la seconda. Il film non rinuncia a parlare anche agli spettatori adulti, ma a differenza di 'Shrek' o 'Shark Tale', è più diretto, quindi più adatto ai bambini. Non si fa a meno della parata di stelle di prammatica per il doppiaggio: Ben Stiller, Chris Rock, Jada Pinkett e David Schwimmer nella versione originale; Ale, Franz, Michelle Hunziker e Fabio De Luigi in quella italiana. E tutti, Ben Stiller in testa, fanno la loro parte. Ma, se la prima parte del film è divertente (esilaranti i pinguini che ai ghiacci dell'Antartide preferiscono il sole del Madagascar e gli inservienti dello zoo che pettinano gli animali a colpi di spazzola e phon), nel secondo tempo 'Madagascar' perde la carica, finendo con lo spostare l'attenzione su temi come amicizia e lealtà. Un passo più lungo della gamba, perché, su questi argomenti, sfidare la Disney è a dir poco sconsiderato." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 2 settembre 2005)"Dirimpettaio dell'anima di Miyazaki, ecco il bestseller Usa in cui quattro animali (il leone, l' ippopotamo, la zebra, la giraffa) fuggiti dallo zoo a quattro stelle di New York, manhattesi indomiti, provano le fatiche natural di un' altra isola, il Madagascar, coniugando l' aggettivo selvaggio. Accusato dagli animalisti di essere scorretto, anti-Rousseau a quattro zampe, il cartoon in 3D è molto elastico nei disegni (la tecnica schiaccia e allunga), divertente e furbo nelle psicologie, variazione sulla fauna umana, il più disneyano della DreamWorks di Shrek e Shark Tale. Scene cult: il duetto di 'New York New York'; quattro pinguini nevrotici con crema protettiva, che fanno il sushi, dirottano navi e rubano la scena alle star; la spiritosa passeggiata notturna nella giungla; il maquillage allo zoo e la recita coi bambini. Gara di voci celebri tv." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 settembre 2005)"La prima parte è puro divertimenti: poi la sceneggiatura diventa pigra, rinunciando a sfruttare il potenziale comico dei personaggi. Si limita a mettere in fila le gag e i numeri musicali, alternandole con le citazioni cinofile cui i cartoon tridimensionali della DreamWorks ci hanno abituati. Neppure la morale della favola, pur condivisibile che sia, si può dire una novità: gli agi deresponsabilizzano; la tolleranza è la prima regola da rispettare, ecc. Azzeccatissima, invece, l'animazione dei quattro eroi, dinamici come le creature del grande Tex Avery." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 17 settembre 2005) |
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| Titolo | Madagascar 2 |
|---|---|
| Titolo originale | Madagascar: Escape 2 Africa |
| Anno | 2008 |
| Regista | Eric Darnell, Tom McGrath |
| Durata | 89 |
| Paese | USA |
| Genere | animazione |
| Trama | Alex il leone, Marty la zebra, Melman la giraffa e Gloria l'ippopotamo si lasciano convincere dai pinguini a tentare di lasciare il Madagascar, a bordo di un aereo improvvisato, per tornare a New York nell'amato Zoo di Central Park. Quando il piano sembra funzionare, l'aereo perde quota e il gruppo di 'civilizzati' animali precipita nel bel mezzo della selvaggia Africa nera. Le differenze tra la giungla reale e quella di cemento da cui provengono, non tardano a palesarsi e la loro sopravvivenza sembra una mera illusione, ma con il passare dei giorni il gruppo si rende conto che l'Africa potrebbe essere un gran bel posto in cui vivere.Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: BEN STILLER (ALEX), JADA PINKETT-SMITH (GLORIA), CHRIS ROCK (MARTY), DAVID SCHWIMMER (MELMAN), SACHA BARON COHEN (JULIEN), CEDRIC THE ENTERTAINER (MAURICE), ANDY RICHTER (MORT), RAVEN (FRA, IL LEOPARDO), ALEC BALDWIN (MAKUNGA).- VOCI DELLA VERSIONE ITALIANA: ALE (ALEX), FRANZ (MARTY).Critica "Non capita spesso, ma ci sono sequel migliori dell'originale: è il caso di 'Madagascar 2'. Rispetto al prototipo del 2005, il novo cartoon digitale della Dreamworks si affida a una sceneggiatura più creativa e disinvolta, che intesse sulla consueta morale dei film l'animazione mainstream un bel po' di gag divertenti per un pubblico anagraficamente allargato. E si concede perfino divagazioni ecologiche meno 'corrette' del solito". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 dicembre 2008)"Mi corre l'obbligo di un avvertimento ai papà che si preparano a portarci i figlioli: sono sicuro che qualche risatina il film ve la strapperà, però a intermittenze; e non mancheranno i tempi morti in cui sbirciare l'orologio, per poi concludere all'uscita: 'Era meglio il primo!'." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 19 dicembre 2008)"La trama non brilla dunque per originalità, ma brio e intelligenza sopperiscono in questo film di animazione scritto da Etan Cohen, sceneggiatore anche del sottovalutato 'Idiocracy'." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale, 19 dicembre 2008)"Al di là di singole e straordinarie trovate, spesso legate ai personaggi laterali come i pinguini, i lemuri e le scimmie, 'Madagascar 2' è di gran lunga meno inventivo del precedente, arrivando addirittura a ripercorrere la trama in nuce del classico della Disney, 'Il Re Leone' (e sì che la sceneggiatura è di Etan Cohen). Evidentemente si tratta di una citazione; il mondo dei cartoon di cui loro sono delle star, essendo i protagonisti del film tutti dentro lo star systern, stelle del bioparco in Central Park, sorta di Off Broadway animale (non a caso Alex sfida il vero 'Re della giungla' facendo un balletto). Eppure,vedere una versione alternativa, e indie, del 'Re Leone' fa un po' tristezza e dice tutto il limite dei sequel, quando si costringono in ambientazioni già ampiamente sfruttate dall'animazione, come quella africana. Dunque, se confrontiamo l'immaginario di 'Madagascar' con quello di 'Wall-e' e, di conseguenza, quello della DreamWorks con quello della Pixar.. . ecco che casca l'asino. Basta un dato: ad esclusione di 'Toy Story', i film della Pixar sono tutti pezzi unici, prototipi che non ammettono sequel. La DreamWorks, di par suo, ha realizzato l'animazione digitale più vista di sempre Shrek, ma la ha anche replicata fino al quarto sequel spremendone fino all'ultima goccia il successo commerciale, a detrimento dell'invenzione e innovazione, quando non si sa più che leoni prendere." (Dario Zonta, 'L'Unità', 19 dicembre 2008)"Inutile dire che il cartone animato realizzato in 3D, ispirandosi al disegno stilizzato dei cartoni degli anni '30 e '40, e diretto con brio dalla coppia Darnell/McGrath è vivamente incantevole; e le tante gag, fra i numeri del vanesio e tirannico re dei lemuri e dei cinici pinguini che rischiano di rubare la scena agli stessi protagonisti, non mancheranno di divertire i bambini. Resta il fatto che stavolta la storiellina sembra imbastita di ritagli." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 19 dicembre 2008)"Dalla giungla alla savana. Ecco 'Madagascar 2', ovvero tornano gli animali newyorchesi alle prese con la tragicomica riconquista della perduta ferinità. Il cartone Dreamworks è ruggente e struggente, per via di parenti, amici e tanti guai che Alex trova nel Continente Nero. Certo, l'idea geniale dell'originale (l'animale che torna animale) è ripetuta e non superata ma si parla sempre di eccellente animazione per grandi e piccini. Piena di trovate da urlo come la storia d'amore tra la giraffa e l'ippopotamo. Solo Valeria Marini e Cecchi Gori era una coppia più buffa. Ale e Franz come voci al posto del leone Ben Stiller e della zebra Chris Rock Ottima scelta." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 19 dicembre 2008) |
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| Titolo | Un amore di testimone |
|---|---|
| Titolo originale | Made Of Honor |
| Anno | 2008 |
| Regista | Paul Weiland |
| Durata | 101 |
| Paese | USA, GRAN BRETAGNA |
| Genere | commedia |
| Trama | Tom Bailey è un uomo affascinante e di successo, soprattutto con le donne. Tuttavia, un avvenimento sta per sconvolgere l'esistenza di questo scapolo impenitente: Hannah, la sua migliore amica, tornata da un soggiorno di lavoro in Scozia gli presenta il suo nuovo fidanzato, Colin, e gli comunica che presto si sposerà e si trasferirà in Europa. La notizia per Tom è un vero disastro. Non solo perderebbe il suo unico punto di riferimento nella vita, ma durante l'assenza di Hannah, lui si è reso conto di esserne innamorato e l'idea che stia per sposare un altro lo fa impazzire di gelosia. Ad aggiungere beffa al danno, Hannah vuole che lui sia la sua 'damigella d'onore'. Tom accetta il compito ma con uno scopo ben preciso: riprendersi la donna che ama.Critica "Chiunque si accosti alla commedia romantica non può prescindere dal glorioso modello del genere della Hollywood degli anni d'oro. Anche Paul Weiland con 'Un amore di testimone' guarda allo schema classico che cerca di rivitalizzare con lo storico conflitto etnico e culturale tra inglesi e americani. (...) Riprendendo il fortunato filone di commedie matrimoniali ('Se scappi ti sposo', 'Il matrimonio del mio migliore amico', '27 volte in bianco'), il film ha ben poco delle vecchie commedie sofisticate-sessiste soprattutto perché è costruito per il lancio cinematografico di Patrick Dempsey, considerato l'uomo più sexy del piccolo schermo grazie a 'Grey's Anatomy'. L'attore in coppia con Michelle Monaghan distilla glamour, ma quanto a sfumature e a tempi comico-brillanti lascia molto a desiderare." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 14 giugno 2008)"Convenzionale, ma ben oliata commedia estiva, adatta a chi cerca spensieratezza e dialoghi vivaci." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 13 giugno 2008) |
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| Titolo | Mamma Mia! |
|---|---|
| Titolo originale | Mamma Mia! |
| Anno | 2008 |
| Regista | Phyllida Lloyd |
| Durata | 108 |
| Paese | USA, GRAN BRETAGNA |
| Genere | commedia, musicale, romantico |
| Trama | Donna e sua figlia Sophie vivono felicemente su un'isola della Grecia, dove gestiscono un piccolo albergo. Sophie ha 18 anni e sta per sposarsi, ma poiché Donna è una mamma single, la ragazza non ha mai conosciuto suo padre e non ha nessuno che l'accompagni all'altare. Decisa a scoprire l'identità di suo papà, Sophie invita, di nascosto da sua madre, tre uomini che sono stati importanti nel passato di Donna: Sam, Bill ed Henry. Nel frattempo, sull'isola arrivano anche Rosie e Tanya, le più care amiche di Donna, con cui un tempo aveva fondato il trio musicale 'Donna and the Dynamos'. Il magico panorama dell'isola farà così da sfondo a 24 ore di musica e festeggiamenti in cui nuovi amori sbocceranno, altri si consolideranno ed altri ancora rinasceranno...Note - COREOGRAFIA: ANTHONY VAN LAAST.- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 PER: MIGLIOR MUSICAL/COMMEDIA E MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (MERYL STREEP).Critica "La carta vincente è Meryl Streep: nella parte di Donna fa di tutto per rassicurare le signore di mezza età che la vita comincia a (quasi) 60 anni. Considerata a ragione la grande tragica di Hollywood intona con grazia le canzoni, affronta con estro miracolosamente acrobatico i numeri musicali e domina dall'alto del suo carisma l'affollato cast che pure conta nomi di grido quali Pierce Brosnan, Colin Firth e Stellan Skarsgard, oltre alla giovane Amanda Seygried e alla stagionata Julie Walters.." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 3 ottobre 2008)"All'inizio 'Mamma mia!' sembra proprio un film fessacchiotto, con quello scenario da cartolina e tremendamente pittoresco, le facezie da musical antidiluviano, le stucchevoli canzoncine. Poi, pur restando fedele alle convenzioni e allo scenario di una fiaba musicale (e al musical di successo da cui è tratto il film, con le canzoni degli Abba) che per statuto non brilla per verosimiglianza, il film pian piano cresce di spessore." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 3 ottobre 2008)"Piacerà anche a chi non ammira moltissimo Meryl Streep ma ne sarà conquistato vedendola ballare, cantare e saltare sui tavoli. Se li canta lei, persino certi indimenticabili pezzi degli Abba sembrano indimenticabili." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 ottobre 2008)"Il divertimento, se ci si lascia andare e non si pensa troppo al cinema, è garantito e infarcito di nostalgia per le tutine in lurex e le zeppe che i protagonisti, ormai vecchietti, esibiscono nell'estroso finale. Perché la riuscita del film, come usa adesso, è dovuta soprattutto alla bravura scanzonata e autoironica della pantere grigie Streep, Julie Walters, Pierce Brosnan, Colin Firth, Stellan Skarsgard." (Piera Detassis, 'Panorama', 9 ottobre 2008) |
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| Titolo | Man on Fire - Il fuoco della vendetta |
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| Titolo originale | Man On Fire |
| Anno | 2004 |
| Regista | Tony Scott |
| Durata | 146 |
| Paese | USA, GRAN BRETAGNA |
| Genere | thriller |
| Trama | John Creasy, un ex-agente della CIA alla deriva, viene ingaggiato per proteggere la piccola Pita Ramos, figlia di un industriale messicano, dall'ondata di rapimenti che sta sconvolgendo Città del Messico. Dopo un primo momento di totale intolleranza, Creasy inizia ad affezionarsi alla bimba e riacquista la voglia di vivere. Quando Pita, nonostante tutto viene sequestrata, la sua rabbia è tale che decide di farla pagare a chiunque sia coinvolto nel rapimento o ne tragga beneficio...Note - PRESENTATO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004) NELLA SEZIONE "MEZZANOTTE".Critica In 'Man On Fire', lo sceneggiatore Brian Helgeland e il regista Tony Scott giocano sulle contraddizioni di un agente speciale alcolizzato e in crisi che non riesce a proteggere la bambina che dovrebbe sorvegliare; (...) Quando la petulante figlia di papà Pita (Dakota Fanning) gli viene rapita sotto il naso, l'uomo di fuoco giura vendetta e sguainando con disinvoltura pistole e lanciamissili si mette di buona lena a massacrare banditi e fiancheggiatori d'ogni risma: un duro che più duro non si può, anche se nel (poco) tempo libero non smette la proba abitudine di leggere e rileggere la Bibbia." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 3 settembre 2004)"Detective del comune senso della paranoia di oggi, Tony Scott, fratello minore, in tutti i sensi, di Ridley, torna ad allestire un fastoso show di violenza, con denuncia solo formale incorporata, sulla scia dei polizieschi che si attardano oltre 140 minuti. (...) Troppa musica, come sempre, molti stereotipi, psicologie da gialli d'epoca dove i soldi sono alla fonte del Male; ma il thriller con redenzione si segue quasi senza noia, anche se non si può dire che il finale sia lieto o di speranza. L'infanta del complotto è Dakota Fanning, già nei pasticci come figlia di Sean Penn in 'Io sono Sam'." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 11 settembre 2004) |
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| Titolo | Io & Marley |
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| Titolo originale | Marley & Me |
| Anno | 2008 |
| Regista | David Frankel |
| Durata | 120 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia |
| Trama | La tranquilla esistenza dei neosposi John e Jenny Grogan viene messa a soqquadro dall'arrivo di Marley, un vivace cucciolo di Labrador. In pochi anni il simpatico cagnolino si trasformerà in quarantacinque chili di energia incontrollata e suoi i disastri, ma anche il suo affetto incondizionato, accompagneranno i Grogan lungo la miriade di cambiamenti e difficoltà tipiche di una famiglia in crescita...Critica "Non finirà male come 'Revolutionary Road'; però il diavolo di David Framkel ('Il diavolo veste Prada') sceglie la tenerezza senza ignorare i sacrifici che la vita di coppia impone." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 3 aprile 2009)"Nessuno si fa male e alla fine il regista de 'Il diavolo veste Prada' porta a casa un film gradevole, senza griffe e senza graffi. Tratto da best-seller." (Francesco Alò, Il Messaggero', 3 aprile 2009)"'Io e Marley' è gradevole, ma alla fine lungo e scontato. Dei film con i cani di questa stagione ('Hotel Bau', 'Beverly Hills Chihuahua', 'Bolt'), resta comunque tra i più riusciti." (Dario Zonta, 'L'Unità', 3 aprile 2009)"Commedia casalinga con genitori giornalisti - Grogan ha avuto successo coi suoi editoriali canini e ha dato alle stampe un best seller Sperling & Kupfer - che fa sorridere come un cartoon, ma poi alla fine diventa sussurri e grida in versione cinofila e non cinefila. Dirige David Frankel, quello del 'Diavolo veste Prada', modaiolo inguaribile, ma furbo. Tredici anni di vita coniugale visti dal cagnone con nevrosi (i tuoni) che ha avuto sul set ben 22 controfigure. Owen Wilson e Jennifer Aniston, spesso rovina famiglie, qui si tengono stretta la loro con tre cuccioli umani." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 3 aprile 2009) |
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| Titolo | La maschera di Zorro |
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| Titolo originale | Mask Of Zorro, The |
| Anno | 1998 |
| Regista | Martin Campbell |
| Durata | 136 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura |
| Trama | Siamo nella California della prima metà dell'Ottocento, e sono ormai trascorsi venti anni da quando Diego de la Vega, detto Zorro, combatteva a fianco del popolo contro l'oppressione spagnola. Ora, dopo una lunga prigionia e la fatica dell'età avanzata, Zorro capisce che è arrivato il momento per scegliere un successore in grado di fermare don Rafael Montero, il potente ex governatore spagnolo che tempo prima lo ha imprigionato, ha fatto uccidere la moglie Esperanza e gli ha portato via la figlia Elena, che ora si crede figlia di Montero. Questi, tornato dalla Spagna, sta mettendo a punto un piano per comprare la California dal presidente del Messico, generale Santa Anna. De la Vega mette gli occhi su Alejandro, ragazzo forte e coraggioso in cerca di vendetta per l'uccisione del fratello. Diego gli insegna a tirare meglio di spada ma soprattutto gli dà lezioni di comportamento. Dopo molta fatica e contrasti tra i due, il nuovo Zorro è finalmente pronto per affrontare il nemico. Diego ottiene soddisfazione per i torti subiti in passato e riesce a farsi riconoscere dalla figlia Elena, che poi sposa Alejandro-Zorro, col quale è nata una imprevista e contrastata storia d'amore.Note - REVISIONE MINISTERO DICEMBRE 1998.- 2 CANDIDATURE AGLI OSCAR 1999: MIGLIOR SONORO E MIGLIORI EFFETTI SONORI.Critica "Coloratissimo e movimentato kolossal avventuroso, l'antico cappa e spada risploverato con grande senso dello spettacolo, ma non della misura, dato che oltrepassa le due ore. Antonio Banderas salta come un trapezista dai lampadari ai balconi per rovinare la fiesta al cattivo. Se in premio c'è la sfolgorante Catherine Zeta-Jones, il faticoso disturbo è ampiamente ricompensato". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 5 novembre 2001) |
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| Titolo | Matrix Reloaded |
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| Titolo originale | Matrix Reloaded, The |
| Anno | 2003 |
| Regista | Andy Wachowski Larry Wachowski |
| Durata | 137 |
| Paese | USA |
| Genere | fantascienza, thriller |
| Trama | Lasciato ormai alle spalle il difficile periodo della sua iniziazione, Neo (l'Eletto) ora controlla alla perfezione i suoi poteri e continua ad entrare ed uscire da Matrix, insieme a Trinity, per combattere contro le forze della repressione. Nonostante il loro impegno, tuttavia, Zion (l'ultima roccaforte umana sulla terra) è assediata da un esercito di oltre 250.000 sentinelle pronte a dare l'assalto finale al genere umano. A dispetto del pericolo, i cittadini di Zion sono fiduciosi: credono infatti nelle parole di Morpheus e di Trinity che l'Eletto adempierà alla profezia dell'Oracolo, bloccherà le macchine e porrà fine alla guerra. Neo, intanto, è preda di sconvolgenti visioni.Note - COREOGRAFIE DELLE ARTI MARZIALI: YUEN WO PING. - SING NGAI (SERAPH) E' ACCREDITATO COME COLLIN CHOU. - PRESENTATO FUORI CONCORSO AL FESTIVAL DI CANNES 2003 - MATRIX RELOADED E' LA SECONDA PARTE DI UNA TRILOGIA CHE PREVEDE COME TERZO FILM MATRIX REVOLUTIONS - SECONDA E TERZA PARTE SONO STATE GIRATE INSIEMECritica "In 'Matrix Reloaded' la condizione subordinata dell'umanità si ammanta di psico-religiosità e di interessanti, seppur classiche metafore della creatività artistica. Le idee sono poche. Le energie sono quasi del tutto dispiegate per inseguimenti muscolari e botte da orbi come nei film di Bud Spencer. Dominato dal suono, dalla velocità e dagli effetti speciali, il pubblico non fa in tempo a chiedersi perché una volta si sparano addosso e l'altra continuano a picchiarsi. Ma se invece se lo domandasse? Al cinema può accadere qualsiasi cosa. Lo spettatore chiede però che sia necessario, che possa crederci". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 16 maggio 2003)"Con 'Matrix Reloaded' di fatto la storia non avanza, si assesta in una 'dialettica' tra minacce e speranze, tra visioni 'apocalittiche' e giustificazioni 'filosofiche' che rinvia la soluzione del dilemma alla prossima puntata.. Con qualche bello (e cupo) squarcio visionario ma anche con troppi momenti (confusamente) esplicativi". (Paolo Mereghetti, 'Io Donna', 14 giugno 2003) "Difficile appassionarsi alla sorte di personaggi effimeri e artificiosi, a una vicenda che non comincia e non finisce e a uno spettacolo affidato in buona parte alle meraviglie della fotografia e degli effetti. Da un paio di stroncature apparse in anteprima su 'Le Film Francais', si può prevedere che alcuni critici di fronte al film si comporteranno come i resistenti di Zion rispetto alla dittatura di Matrix. Quanto al mio giudizio, ne riparleremo all'uscita del terzo capitolo. Fin d'ora posso però confessare una reazione: nel corso delle due ore e 17 minuti che dura 'Matrix Reloaded' ho avuto il tempo di annoiarmi, ma lo rivedrei volentieri". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 16 maggio 2003)"Si profilano scontri all'ultimo sangue tra i fans del primo 'Matrix' e i convertiti dell'ultima ora. Appartenendo al secondo gruppo non abbiamo dubbi. 'Matrix reloaded' è decisamente migliore del primo episodio, che col suo citazionismo a 360 gradi, ci aveva lasciati freddini. Ma pare che gli ortodossi nutrano convinzioni opposte. Per i sacerdoti del cult, il film del '99 era il Verbo. Questo invece sarebbe solo la corruzione spettacolare, una trappola per gonzi o poco più. Naturalmente per un parere definitivo converrà aspettare la terza fatica dei fratelli Wachowski (...) Ma non è vietato prendere 'Matrix Reloaded' per quello che è: uno spettacolo grandioso e tecnicamente rivoluzionario, una macchina da guerra capace di assimilare ogni possibile suggestione, visiva, narrativa e concettuale. Da Kurosawa al cyberpunk, da 'Alien' a 'Mad Max', dalle teorie filosofiche di Jean Baudrillard agli incubi di Philip K. Dick. Senza dimenticare il cinema di arti marziali di Hong Kong e i grandi film d'animazione giapponesi anni '90, primo fra tutti 'Ghost in the Shell' di Mamoru Oshii, che si vide anche a Venezia ed è forse l'antecedente più cospicuo di 'Matrix'". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 maggio 2003)"Il primo 'Matrix' fu gioia per gli occhi e per lo spirito: pungolo filosofico, effetti speciali da urlo, miti greci, acrobazie asiatiche, occhiali modaioli, lotte sempiterne (Uomo contro Macchina), piazzamenti degni di Montale. Ma nel secondo episodio le sconfinate opportunità offerte ai mirabolanti fratelli Wachowski dalla vastità del tema hanno preso loro la mano confondendone le idee. C'è di tutto: Fritz Lang e John Woo, Yoko Ono e 'Mad Max', il 'Truman Show' e la grotta di Platone, Monica Bellocci e Persefone, Alice e Philip Dick, il meglio dello zen fuso al peggio della new age. Non sarebbe grave. E' grave aver fatto di tutta l'erba 'colta' un fascio, ruminandolo inconsistente tra una fantasmagoria visiva e l'altra; qui intanto perde quella con la noia". (Alessio Guzzano, 'City', 22 maggio 2003)"Non si può negare che la regia dei fratelli Wachowski sia esperta; né che i trucchi della 'virtual cinematography', curati da John Gaeta, abbiamo fatto ulteriori progressi. Se la magia latita, è perché il film ha tutti, e non solo, i caratteri del seguito: nessuna creazione d'atmosfera, nessuna presentazione dei personaggi. Unica - ma non decisiva - novità, il secondo episodio introduce nell'universo chiuso della fantascienza una certa sessualizzazione: benché, nella morfologia e nel costume, somigli sempre più a un prete, l'eroe fa l'amore con l'eroina". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 maggio 2003) |
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| Titolo | Matrix Revolution |
|---|---|
| Titolo originale | Matrix Revolution |
| Anno | 2003 |
| Regista | Andy Wachowski Larry Wachowski |
| Durata | 138 |
| Paese | USA |
| Genere | fantascienza, thriller |
| Trama | Mentre Trinity veglia Neo ancora in coma, Morpheus sta cercando di adattarsi alla realtà che l'Uno su cui aveva fondato le sue speranze di una nuova rinascita è, in realtà, un altro sistema di controllo ideato dagli architetti di Matrix. Intanto l'esercito di Zion, aiutato da valorosi volontari come Zee e Kid, combatte per ritardare l'avanzata delle sentinelle e delle macchine. A fiaccare la resistenza dei combattenti anche il fatto che l'agente Smith è divenuto potentente al punto tale da voler distruggere insieme le macchine e il mondo reale. Con l'aiuto di Niobe, Neo e Trinity decidono di sfidare il nemico nel loro cuore dove nessuno si era mai avventurato, la Città delle Macchine.Note - MATRIX RELOADED E MATRIX REVOLUTIONS COSTITUISCONO IN REALTA' UN UNICO FILM PRESENTATO IN DUE PARTI.Critica "Estetica hi-tech perfetta, assoluta eleganza, fotografia e scenografia al massimo del cinema virtuale." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 7 novembre 2003)"Tre episodi, tre tonalità, tre universi cinematografici. Semplificando e sintetizzando, il primo 'Matrix' esponeva la Filosofia della serie (e traeva linfa dalla fantascienza più concettuale); il secondo era lo Spettacolo (azione + coreografie + arti marziali + effetti mai visti). Mentre in 'Matrix Revolutions' domina la Guerra. Con relativi cliché (il cinema bellico), che i Wachowski non sfuggono ma corteggiano e ostentano. (...) Se non puoi batterli unisciti a loro, dice un vecchio adagio. E' quanto accade in 'Revolutions', con l'aggravante di vere cadute sentimentali che rovinano il tono tecno-luttuoso, la sapienza cinetica, la concettuosità cyber-punk di quella che resta la saga più spettacolare mai vista. Inutile insistere sul progressivo umanizzarsi dei programmi unica vera novità di 'Revolutions' se a essere trascurati o calpestati sono i sentimenti dei protagonisti. Potrà sembrare un modo antiquato di guardare un film così (post)moderno. Ma l'insipienza drammaturgica dell'episodio finale parla chiaro. La generazione precedente (Spielberg, Lucas, perfino Cameron) manteneva ben saldo un piede fra gli umani. Quella dei Wachowski rischia ad ogni passo la tecnolatria." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 novembre 2003) |
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| Titolo | Matrix |
|---|---|
| Titolo originale | Matrix, The |
| Anno | 1999 |
| Regista | Andy Wachowski Larry Wachowski |
| Durata | 136 |
| Paese | USA |
| Genere | fantascienza |
| Trama | Esistono due realtà: una è rappresentata dall'esistenza che conduciamo ogni giorno, l'altra è nascosta e non accessibile a tutti. Neo vuole disperatamente scoprire la verità su "Matrix", mondo virtuale elaborato al computer creato per tenere sotto controllo le persone. Neo crede che l'unico uomo in grado di rispondere a questa domanda sia Morpheus, personaggio sfuggente considerato l'essere vivente più pericoloso che esista. Una notte, in un locale, Neo viene avvicinato da Trinity, una bella straniera che lo conduce in un altro mondo sotterraneo e gli fa conoscere Morpheus. Questi conduce Neo alla presenza dell'Oracolo, una donna cui è affidato il compito di scegliere l'eletto. L'Oracolo gli dice che a salvarsi sarà lui o Morpheus. Il malefico Cyfer consegna Morpheus alla polizia, e Neo allora cerca di salvarlo, rientrando in Matrix. Dopo una sparatoria, Morpheus viene ferito, ma Neo lo trascina via e insieme scappano in elicottero. Neo è l'eletto. Mentre si avvia all'uscita di Matrix, un poliziotto gli spara e lo uccide. Trinity, accorsa sul posto, dice che lo ama. Neo risorge, Trinity e Neo si baciano. In un mondo dove tutto è possibile, quello che accadrà dopo dipenderà da voi e da loro.Note - 4 OSCAR 2000: MIGLIOR MONTAGGIO, MIGLIORI EFFETTI VISIVI, MIGLIORI EFFETTI SONORI E MIGLIOR SONORO.Critica "Effetti visivi innovativi, e grandiosi. Romanticismo nero. Invenzioni divertenti: i personaggi ricevono informazioni direttamente nel cervello, il futurismo elettronico si mescola alle arti marziali della tradizione orientale, che la lavorazione sia avvenuta a Sydney in Australia o altrove non ha importanza, tanto è sempre buio e i paesaggi urbani sono diapositive immensamente ingrandite. Keanu Reeves va benissimo, come andava benissimo in un film per qualche verso analogo, "Johnny Mnemonic"; Laurence Fishburne vorrebbe essere Morgan Freeman, ma non lo è". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 7 maggio 1999)"Sembra complicatissimo il messaggio di "Matrix", e mai come ora si è confuso con il "medium", ma forse è semplice. I fratelli Larry e Andy Wachowski, che ai tempi del lesbo thriller "Bound" sembravano due porcelloni, ci mandano a dire che viviamo comandati da una Intelligenza Artificiale, in una realtà virtuale che solo il potere della mente rende tangibile. E' Matrix, tesoro, la Matrice. Basterebbe ancora una domanda per risalire alla Causa Prima, forse a Dio. Insomma, la Vita è sogno, parola di computer". (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 8 maggio 1999)"Per raggiunti limiti anagrafici e per inadeguatezza "culturale" quelli della mia età dovrebbero rinunciare a misurarsi con certi fenomeni dell'età cyber, come Matryx, il fortunatissimo film dei fratelli Wachowski, Larry e Andy, 33 e 31 anni rispettivamente. Dovrebbero rinunciare non perché incapaci di leggere tra le righe dell'ambizioso e furbo progetto dei due brillanti registi, arrivati, al secondo film, a una produzione da 70 milioni di dollari. Non perché non vedano e in qualche misura non apprezzino, sotto il cyber-action-movie, l'abile frullato misto di bibbia e yoga, metafisica e matematica, kung fu e Sergio Leone, buddhismo e arti marziali, alta tecnologia e messaggi messianici, velo di Maya e Alice nel paese delle meraviglie, e chi più ne trova più ne metta. Ma perché mentre, a quanto risulta, i giovanissimi si divertono un mondo e delirano di gioia di fronte alla realtà virtuale messa in essere da Matryx, chi ha superato i quarant'anni, di fronte alle due ore e passa del film dei Wachowski prova - dopo un'iniziale ammirazione per alcuni effetti notevolissimi, la bella fotografia e la ricchezza produttiva - una incontenibile irrequietezza, e il desiderio di darsela a gambe". (Irene Bignardi, 'la Repubblica,' 8 maggio 1999)"Incuranti dall'ondata di pernacchie da cui sono stati travolti nella loro opera prima, e tutti invano hanno sperato ultima, l'indecente thriller saffico 'Bound', i fratelli Larry e Andy Wachowski hanno virato di parecchi gradi abbracciando il cinema dell'irrealtà. E qui viene il difficile per chi deve raccontare il film ai lettori, anche se il dovere professionale gli ha imposto di restare imperterrito al proprio posto per i 136 minuti (interminabili) del film, tenendo gli occhi e, purtroppo, anche le orecchie, aperti. Con incommensurabile invidia per chi, grazie al favore delle tenebre, se l'è invece svignata già nel primo tempo". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 maggio 1999) |
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| Titolo | Max Payne |
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| Titolo originale | Max Payne |
| Anno | 2008 |
| Regista | John Moore |
| Durata | 100 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, drammatico, thriller |
| Trama | Max Payne è un poliziotto cui sono state uccise la moglie e la figlia neonata da criminali sotto l'effetto di Valkyr, una nuova droga. Determinato a trovare i produttori e gli spacciatori della droga, si fa arruolare nella DEA, la Drug Enforcement Agency, per stranare i colpevoli e compiere un'adeguata e liberatoria vendetta. Si troverà a combattere con la famiglia mafiosa che controlla il mercato del Valkyr e, accusato ingiustamente della morte di un collega, verrà braccato anche la polizia. Calato in una situazione di incubo, continuerà la sua lotta solitaria.Critica "Sembra una trama seria, e forse lo è, ma la fonte è un famoso videogame. Con Wahlberg e Kunis." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 28 novembre 2008)"Poca luce, sia morale sia materiale: i personaggi si muovono in un limbo tecnologico che non dà molte emozioni e che appartiene al finto cinema. Non so se esista un'epica, né tanto meno un'etica, del video-cinema, ma questi personaggi, a metà tra il vecchio Callaghan di Eastwood e i giustizieri della notte di Bronson con qualche accenno pure al sempre di corsa Bourne, appartengono ai primordi di un genere che qui il regista John Moore, esperto di remakes, si limita a rinfrescare con gli effetti digitali ma rispettando le qualità dell'originale videogioco. Il suo film migliore rimane Dietro le linee nemiche, ma qui i tempi del videoplay non si assimilano a quelli sintetici del racconto che utilizza le riprese in soggettiva mettendo lo spettatore nei panni del ribelle protagonista Payne. Ma gli effetti più speciali sono chiamati phantom, il che permette un approccio diverso di slow motion chiamato bullet-time, nel solco dei proiettili al ralenti inaugurati da 'Matrix'. Mark Wahlberg, passato dalle boogie nights del porno alla ricerca degli scandali perduti, a queste notti truci di violenza, corre e spara dopo aver dichiarato in privato la sua estraneità, come padre, alla pedagogia del fantasy per educare il suo piccino. La bellona di turno è Mila Kunis, l'invecchiato Beau Bridges e nel gruppo si distingue anche l'ex giovane e moschettiere Chris O'Donnell." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 28 novembre 2008)"Il regista John Moore ha fatto in questo senso le cose perbenino, ricorrendo a un sistema di cineprese che permette di adottare il bullet-time, ossia il marchingegno che permette di conferire più vigore veristico al tradizionale processo di slow motion delle immagini. Tutto sta nella predisposizione di platea: qualora si gradisca un tourbillon adrenalinico e fine a se stesso, il gioco vale la candela; ma se al cinema si chiede di sprigionare una tensione epica, meglio procurarsi i vecchi dvd dei giustizieri della notte alla Charles Bronson." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 novembre 2008) |
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| Titolo | Piacere Dave |
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| Titolo originale | Meet Dave |
| Anno | 2008 |
| Regista | Brian Robbins |
| Durata | 90 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia, fantascienza |
| Trama | Una misteriosa astronave è arrivata sulla Terra. Si tratta di un velivolo spaziale a forma di essere umano, governata da un equipaggio di minuscoli alieni giunti sul nostro pianeta in cerca di aiuto. Per mantenere la copertura della loro missione, gli extraterrestri dovranno fare in modo che la loro 'astronave' si mimetizzi tra gli umani, imparando i nostri usi e costumi. I guai cominciano quando la navicella si innamora di una donna terrestre... |
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| Titolo | I Robinson - Una famiglia spaziale |
|---|---|
| Titolo originale | Meet The Robinsons |
| Anno | 2006 |
| Regista | Stephen J. Anderson |
| Durata | 102 |
| Paese | USA |
| Genere | animazione, avventura |
| Trama | Il dodicenne Lewis, giovane scienziato in erba, è cresciuto in orfanotrofio e per una serie di motivi non è riuscito a trovare una famiglia disposta ad accoglierlo. Desideroso di conoscere la sua vera mamma, Lewis elabora una macchina in grado di viaggiare nel tempo, ma la sua invenzione attira l'interesse di un malvagio essere venuto dal futuro. In suo aiuto accorre Wilbur Robinson, un ragazzo che lo porterà nel futuro introducendo il piccolo orfano nella sua bizzarra famiglia. Insieme vivranno una serie di straordinarie avventure.Note - TRA LE VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: ANGELA BASSETT (MILDRED) E TOM SELLECK (CORNELIUS).- VOCI DELLA VERSIONE ITALIANA: EDOARDO MIRIANTINI (GRUFOLO), TIBERIO TIMPERI (ZIO GASTON), GIOVANNI MUCIACCIA (CORNELIO ROBINSON), CARLO CONTI (ZIO ART), FRANCESCO VENDITTI, (FRANKIE LA RANA CANTERINA), SERSE COSMI (ALLENATORE).Critica "Tratto da un libro di William Joyce, presentando il ritratto di una famiglia avvenirista differente da tutte, il film ha l'intento didattico di abituare alla diversità e di indurre a vivere in funzione del futuro anziché rimanere prigionieri del passato: 'Andare sempre avanti' è il suo motto. II futuro non è ideato con particolare creatività, ma nel complesso il film è gradevole,divertente." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 8 giugno 2007)"Sceneggiatura troppo esile, immagini già viste (il look ricorda molto 'Gli incredibili') ma personaggi divertenti, soprattutto per quanto riguarda la buffa famiglia del titolo che però appare nel film dopo 'soli' 40 minuti. Più per piccini che per grandicelli. In questo il limite rispetto al prodotto Pixar è evidente. In alcuni cinema italiani si potrà vedere in digitale 3D ovvero il formato futuristico con cui si ammireranno e realizzeranno i film in futuro. James Cameron lo sta già facendo adesso con 'Avatar'". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 8 giugno 2007)"Con un occhio alla saga di 'Ritorno al futuro', questo piacevole film d'animazione gioca con un complesso andirivieni di piani temporali adatto, come si conviene alla Disney: sia per i grandi che per i più piccoli. Particolarmente curata l'edizione italiana con le scritte tradotte nella nostra lingua (come accadeva in passato) e con le curiose voci d'eccezione di Carlo Conti, Tiberio Timperi e Serse Cosmi, allenatore senza pallone. Giovanni Muciaccia, l'idolo dei bambini per il programma 'Art Attack', appare addirittura ritratto in alcuni fotogrammi." (Pedro Armocida, 'Il Giornale', 08 giugno 2007)"'I Robinson. Una famiglia spaziale' è una piacevole sorpresa rispetto alla media dei film d'animazione delle ultime stagioni. Lo traversa un pizzico di follia che - per fare un accostamento ai film Disney in animazione tradizionale - ricorda 'Alice nel paese delle meraviglie'. Come gli inviatati al 'tè di matti', i Robinson costituiscono una bella compagnia di squinternati, schizzati ed eccentrici. E, in fondo, anche la morale è esorcizzata da battute di dialogo insolitamente scanzonate. Del tipo: 'Se Louis Armstrong avesse detto non posso, non sarebbe mai arrivato sulla luna.' 'Ma quello era un jazzista!'." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 8 giugno 2007)"Siamo in un tempo geometrico indeterminato, terso, non troppo inquinato, lineare, futurista più che futuribile, in cui il segno grafico la fa da padrone rispetto alla partitura ovvia dei sentimenti e alla meccanica simpatia dei tipi stralunati che compongono l'identikit del fantagruppo, nonna compresa. E c'è anche un cattivo con la bombetta, un sornione e patetico inventore, forse uscito da un reality Se funziona al box office, promette l'autore, arriva presto il 2, anche se la storiella gira un po' a vuoto e con frenata ironia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 8 giugno 2007) |
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| Titolo | Men of Honor - L'onore degli uomini |
|---|---|
| Titolo originale | Men Of Honor |
| Anno | 2000 |
| Regista | George Tillman Jr. |
| Durata | 129 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico |
| Trama | TRAMA BREVE"La storia è fatta da quelli che infrangono le regole" recita lo slogan pubblicitario del film. E' la storia di Carl Brashear, primo afroamericano sommozzatore della Marina Militare statunitense, e del suo istruttore, che dapprima lo ostacola ma poi decide di aiutarlo, colpito dalla determinazione con cui supera tutti gli ostacoli.TRAMA LUNGAAnni '50. Nelle campagne del Kentucky Carl Brashear, giovane di colore, ha progetti molto precisi per il proprio futuro. Pur essendo figlio di un agricoltore, si arruola in Marina, che da poco si è aperta alle minoranze etniche. Per due anni scrive lettere, prima di essere ammesso nel programma della scuola Sub. L'ufficiale istruttore, Bill Sunday, non vuole però sentir parlare né di Carl né delle sue ambizioni. Sunday è oggi un ufficiale della Marina addetto ai corsi e diventato famoso non solo per i guai che ha sempre creato a motivo del suo difficile carattere ma anche per gli straordinari risultati ottenuti come sommozzatore. Nel corso delle lezioni, Sunday crea a Carl tutti gli ostacoli possibili, aspettando che il ragazzo crolli e si ritiri. Non è così, e anzi Carl si afferma ad alto livello e partecipa a molte missioni. In una di queste, anni dopo, perde una gamba, viene curato e indicato per la pensione. Carl però ancora una volta si ribella e vuole affidarsi alla riabilitazione per tornare operativo. In questo sforzo si trova a fianco proprio Sunday, che ora lo sostiene: anche in tribunale dove il caso è arrivato, e che emette sentenza a favore dell'impegno di Carl. Quando arriva il momento naturale della pensione, Carl ha il grado di Capo Istruttore Subacqueo, il più alto cui possa aspirare un soldato di leva.Critica "Biografia vecchio stile (di ogni immagine si può intuire la composizione e il momento in cui apparirà) ma costruita solidamente. La moglie cattiva è Charlize Theron". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 13 aprile 2001) "Al di là della confezione vecchio stile scelta dal regista George Tillman Jr., ci si chiede cosa irrita di più: se il De Niro crudele canaglia fascista,che pare un incrocio tra Braccio di Ferro e il Marlon Brando di 'Riflessi in un occhio d'oro', se l'inverosimile Gooding jr votato al masochismo estremo come un'eroina di Lars von Trier, oppure la sbandierata ideologia superomista e insaziabile di retorica d'un film più incline al sadomasochismo che all'antirazzismo". (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 13 aprile 2001)"Invecchiare stanca. Arrivato vicino alla senilità, Robert De Niro è stato preso dall'ansia ed ha sbagliato parecchie mosse. Così ha rifiutato il ruolo del boss crudele in 'Gangs of New York' e si è sprecato in troppi film di profilo basso. (...) Nel marziale 'Men of honor', nella parte del 'primo capo' addetto all'addestramento degli allievi, il grande Bob eccede in smorfie e tic. Francamente è il peggiore di tutti". (Claudio Carabba, 'Sette', 26 aprile 2001)"Nel rispetto dei codici dei generi, ben scritto dal debuttante Scott Marshal Smith, 'Men of Honor' è un film di solida fattura, dai sentimenti manichei, con un De Niro straordinariamente reazionario, che recita anche muovendo le rughe delle palpebre degli occhi: e un Cuba Gooding jr., quello di 'Jerry Maguire', con l'occhio pesto dell'umiliato che guarda all'infinito della Storia. Come col film di Redford sul golf, siamo di fronte a un recupero del vecchio buon stile del cinema Usa, senza trucchi, quello che s'interessava agli uomini, alle loro memorie e anche alle loro protesi". (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 14 aprile 2001) |
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| Titolo | Miami Vice |
|---|---|
| Titolo originale | Miami Vice |
| Anno | 2006 |
| Regista | Michael Mann |
| Durata | 140 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, thriller |
| Trama | L'FBI richiede l'aiuto delle autorità di Miami per smascherare gli autori di un rilevante traffico di droga. Le indagini sotto copertura vengono affidate ai detective Ricardo 'Rico' Tubbs e James 'Sonny' Crockett. I due si mettono subito in azione spacciandosi come Sonny Burnett e Rico Cooper piloti di offshores e contrabbandieri, partecipando alle manovre dei narcotrafficanti capeggiati da Arcángel de Jesús Montoya insieme ad Isabella, affascinante amministratrice di origine cubano/cinese. Man mano che vanno avanti con le indagini, i due poliziotti mettono a rischio la loro copertura soprattutto quando Sonny inizia una relazione con Isabella e la famiglia di Rico viene messa in pericolo...Note - PRESENTATO IN 'PIAZZA GRANDE' A LOCARNO 2006.Critica "Non è la riedizione nostalgica su e giù per Miami in spyder dei famosi telefilm anni ' 80 con la fiera delle vanità delle griffe e della musica. È un Michael Mann (produttore della serie originale), è un finto film d'azione e ideale sequel di 'Heat' e 'Collateral', in cui i due agenti, pim pum pam, fanno le solite cose ma il senso sta nei silenzi, nei colori delle notti, nei dubbi esistenziali (sì, anche gli agenti ne hanno!) e nelle traiettorie di fuga per terra, aria ed acqua. Miami Vice, nei suoi toni oscuri, maledettamente infernali, non è quello che mostra. È da introiettare la lentezza intensa, violenta in cui Sonny e Rico (infelici per merito di Colin Farrell e Jamie Foxx) sprofondano da subito nel ping pong tra Bene e Male e nelle sorprese dell'amore che intralciano la morale, specie se si mette in gioco la seduzione matura di Gong Li." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera' 13 ottobre 2006) "Miami Vice è la riproposta a distanza di oltre vent'anni di personaggi e situazioni dell'omonima popolarissima serie della NBC TV ideata e prodotta fra il 1984 e il 1989 dallo stesso regista Michael Mann. (...)Pur altamente spettacolare e realizzato con dispendio di mezzi, in Usa il film non ha incassato quanto si sperava; e uno dei probabili motivi è la rinuncia agli spunti umoristici che alleggerivano gli episodi originari. Qui il duetto di Sonny e Rico, assumendo toni decisamente notturni e drammatici in un contesto di violenza senza fine, rispecchia i tempi duri di questo inizio del terzo millennio e non strappa nemmeno un sorriso. I non più allegri eroi rimangono fedeli al gioco pericoloso di infiltrarsi nelle trame del contrabbando di droga, ma operano in un contesto malavitoso che nonostante i loro sforzi sembra in ultima analisi invincibile. E sulla falsariga del plumbeo 'action movie' magistralmente girato, si innesta il vero tema del film, ovvero l'attrazione fatale fra Sonny e la regina del crimine Isabella: una stupenda, ineffabile Gong Li che pare uscita da una poesia di Prévert, il tipo di femmina della quale ci si innamora con un'occhiata. (...) Peccato che Mann non abbia portato fino in fondo il bizzarro progetto di trasformare del tutto l'originario prodotto seriale in un torbido melò, con l'eroe in bilico fra l'amore e il dovere quasi come don Josè nella Carmen. Anche così, tuttavia, al di là del sovraccarico e a volte confuso contorno, il tema dell'amore impossibile emerge alla grande e il cineasta conferma la sua vena di raffinato stilista." Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 13 ottobre 2006) |
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| Titolo | Milk |
|---|---|
| Titolo originale | Milk |
| Anno | 2008 |
| Regista | Gus Van Sant |
| Durata | 128 |
| Paese | USA |
| Genere | biografico, drammatico |
| Trama | Biopic su Harvey Milk, il primo politico americano apertamente gay ad essere eletto ad una carica pubblica. Dopo aver vinto le elezioni nel 1978, dopo tre tentativi, per la giunta comunale di San Francisco fu ucciso insieme al sindaco da un altro componente della giunta il 18 novembre 1978. L'epilogo della sua vicenda umana sconvolse la società americana, ma le battaglie condotte da Milk - un ebreo di New York che, arrivato nella West Coast in cerca di una vita diversa, per le sue lotte contro le discriminazioni sessuali era chiamato il 'sindaco di Castro', una circoscrizione di San Francisco - avevano ormai dato i suoi frutti.Note - SEAN PENN E' STATO CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO.- OSCAR 2009 A SEAN PENN COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA E A DUSTIN LANCE BLACK PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR FILM, MIGLIOR REGIA, ATTORE NON PROTAGONISTA (JOSH BROLIN), COLONNA SONORA, MONTAGGIO E COSTUMI.- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2009 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2009 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.Critica "Nei casi di biopic basati su vicende reali, è uso compiacersi se il regista non fa il santino del protagonista. In 'Milk' però c'è parecchio di più. Van Sant immerge lo spettatore in un perfetto contesto d'epoca, mischiando la pellicola nuova a riprese di repertorio con l'aggiunta di idee originale: come lo split-screen, il mosaico visivo che suddivide lo schermo in tanti piccoli schermi, a restituire il corrispondente visivo del 'passaparola'. Altro merito, quello di non enfatizzare o additare troppo gli elementi già forti del film: come la trasformazione della politica in spettacolo, per la quale gli anni 70 furono decisivi, o una sorta di fatalismo drammatico implicito negli eventi. Saggiamente, il regista sceglie la via del dramma a freddo, mentre delega l'implicita essenza melodrammatica alle note di 'Tosca', opera molto amata dall'attivista. Quanto a Penn, si cala nel personaggio con l'intensità dolente degli adepti del 'metodo' Actor's Studio, tirando fuori la parte femminile che è in lui, come in ciascun uomo. Lo contrasta bene Josh Brolin, che abbiamo appena visto nella pelle di George Bush." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 gennaio 2009)"Il film, tentato specie sotto finale da euforia militante, si libra grazie allo straordinario lavoro di tessitura tra filmati d'epoca e fiction e per la passione civile che lo anima. Sean Penn merita l'Oscar per aver ceduto a una femminilità emozionante, ma mai di maniera. Sensuali e spregiudicate le scene con l'innamoramento di James Franco, bravissimo anche lui." (Piera Detassis, 'Panorama', 29 gennaio 2009) "'Milk' è un ottimo, riuscitissimo film, ben fatto, coinvolgente, commovente. L'equilibrio tra attività pubblica e vita amorosa del protagonista è perfetto: l'atteggiamento verso l'assassino è pietoso; la ricostruzione del mondo gay di San Francisco nei Settanta è viva, precisa. E Sean Penn protagonista è sempre più bravo, eccellente." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 29 gennaio 2009) "Sean Penn, come Harey Milk, è ancora una volta straordinario; nel ruolo del suo amico-rivale-assassino, Josh Brolin resta in politica, dopo 'W', ma qualche scalino più in basso." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 23 gennaio 2009)"Il film è, letteralmente, tutto sulle spalle di uno dei pochi eterosessuali coinvolti - il citato Sean Penn - che si cala nel corpo e nell'anima di Harvey Milk con un'adesione psicotica impressionante. Scegliere un attore non gay era una scommessa, totalmente vinta grazie al talento di Penn: forse un omosessuale non avrebbe retto al peso dell'identificazione emotiva, o avrebbe ecceduto in cliché. Si può tranquillamente affermare che Penn è l'unico motivo artistico per vedere il film. Gli altri motivi - che pure esistono, e rendono 'Milk' un'opera comunque importante - sono extra-filmici: Van Sant rievoca un momento decisivo della lotta per i diritti civili in America; Harvey Milk è stato un esponente politico di spicco, al di là della sua carica, perché fu una sorta di rompighiaccio per la partecipazione dei gay alla vita politica. L'aspetto di gran lunga più interessante del film, per chi gay non è, è il modo in cui Milk viene dipinto come un politico abile e non privo di cinismo. A dimostrazione, per chi nel Duemila non se ne fosse ancora accorto, che gli esseri umani - uomini e donne, etero e gay, bianchi e neri - sono tutti uguali." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 23 gennaio 2009) "Un ritratto insolito quanto straordinario dominato da un Sean Penn oltre ogni elogio. L'impagabile spaccato di un'epoca, rievocata dal punto di vista eccentrico e rivelatore di una minoranza. Una testimonianza commovente e insieme fuori dagli schemi che vale anche come monito per la difesa di tutte le minoranze e dei loro diritti. Oggi come ieri. Otto nominations non sono troppe: il 'Milk' di Gus Van Sant è tutte queste cose insieme." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 gennaio 2009)"'Milk' è la cronaca di una morte annunciata - come 'Elephant', 'Last Days', 'Paranoid Park' e 'Gerry'. Però, rispetto alla narrativa sparsa, alla spazialità destabilizzante e al lirismo contemplativo degli ultimi quattro film di Gus Van Sant, questo biopic sul consigliere comunale Harvey Milk e la lotta per i diritti omosessuali anni settanta, è un lavoro strutturato, articolato in un impianto classico, meticolosamente ricostruito, in una sovrapposizione di fiction e documentario, quasi cauto. Un film adulto, che Van Sant sognava di fare da anni. E un film involontariamente, quanto inequivocabilmente, del momento - anche al di là dell'attualità californiana." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 23 gennaio 2009 |
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| Titolo | Minority Report |
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| Titolo originale | Minority Report |
| Anno | 2002 |
| Regista | Steven Spielberg |
| Durata | 140 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, drammatico, fantascienza, fantasy, giallo, poliziesco, thriller |
| Trama | Nel 2080 a Washington, il progresso tecnologico ha permesso all'uomo di mettere a punto un sofisticato programma che consente di prevenire e punire il colpevole di un crimine prima ancora che venga commesso. Questo particolare servizio è affidato a tre giovani poliziotti veggenti (i Pre-Cogs) che vivono in una camera di sospensione liquida. Il comandante di questa sezione è John Anderton, un uomo che, distrutto da una tragedia familiare, ha deciso di dedicarsi corpo e anima a questa nuova impresa. Un giorno, però, Anderton finisce fra i sospettati quando il verdetto dei veggenti afferma, senza ombra di dubbio, che ucciderà uno sconosciuto in meno di 36 ore.Critica "Da un racconto di Philip K. Dick, scrittore di culto sprofondato nella schizofrenia, ispiratore già di 'Atto di forza' e 'Blade Runner'. E' la fantascienza adulta di Steven Spielberg che abbandona i bimbi di 'E.T.' e 'A.I.' a favore delle atmosfere piovose e metalliche di questo film algido quanto perfetto. Per chi vive nel ricordo del capolavoro di 'Blade Runner', predilige la fantascienza-noir e coltiva la sindrome del 'Grande Fratello', quello di Orwell e non della tv. E naturalmente pensa - a ragione - che Spielberg sia il più grande". (Piera Detassis, 'Panorama', 22 agosto 2002)"A volte gli sceneggiatori usano le pagine dei libri per scriverci le loro variazioni, finché a un certo punto quello che c'è sotto, forma un pasticcio illeggibile con quello che c'è sopra. E' ciò che Scott Frank e Jon Kohen hanno fatto a spese del racconto 'Minority Report' di Philip K. Dick (Fanucci editore) inzeppandolo di arbitrii e sviandone i significati. Fatto tanto di cappello al magistero registico di Steven Spielberg, alle luci senza luce del suo operatore Janusz Kaminski, alla frigida fantasia tecnologica dell'art director Alex McDowell e alle fatiche di Tom Cruise, stavolta più acrobata che attore, bisogna dire che le variazioni rispetto al testo ne indeboliscono il valore metaforico. " (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera')"Da un racconto di P.K. Dick, uno Spielberg maturo. Che guarda a Kubrick per parlare del futuro, ma in realtà allude al nostro presente. Trama pletorica e 'buonista'. Ma il mondo ipertecnologico di 'Minority Report', creato con l'aiuto del Medialab è davvero fantastico". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 settembre 2002) "Tra Hitchcock e il noir di fantascienza, è la riflessione di Spielberg sul paradosso della sorveglianza, nel caso si spinga fino a quella mentale (..) C'è una doppia anima in Spielberg: il cineasta problematico, impegnato socialmente, fedele al potere del mercato, dotato di sensibilità esistenzialista, e il cineasta fanciullo che sente il cinema con la fiducia del sognatore. Si fondono senza perdere coerenza e forza?". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 27 settembre 2002) "Anche quando sono imperfetti, i film di Steven Spielberg hanno il massimo fascino. (..) Grande tema. Tom Cruise al suo meglio, effetti speciali mirabolanti, costruzione narrativa pastrocchiata: un film da vedere assolutamente in questo inizio della stagione cinematografica". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 4 ottobre 2002) |
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| Titolo | Miracolo a Sant'Anna |
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| Titolo originale | Miracle At St. Anna |
| Anno | 2008 |
| Regista | Spike Lee |
| Durata | 144 |
| Paese | USA, ITALIA |
| Genere | drammatico, guerra |
| Trama | Toscana, 1944. Quattro soldati americani appartenenti alla 92ª Divisione "Buffalo Soldiers" dell'esercito statunitense, interamente composta da militari di colore, rimangono bloccati in un piccolo paese al di là delle linee nemiche. I quattro sono rimasti separati dal resto della compagnia dopo che uno di loro ha rischiato la vita per trarre in salvo un bambino italiano, Angelo. Asserragliati sulle montagne toscane con i tedeschi da un lato ed i superiori americani incapaci di gestire gli eventi dall'altro, i soldati riscoprono una dimenticata umanità vivendo tra gli abitanti del paese e con un gruppo di partigiani. L'innocenza, il coraggio e l'affetto di Angelo, li aiuteranno a recuperare la speranza per andare avanti.Note - RIPRESE EFFETTUATE IN ALTA VERSILIA, IN GARFAGNANA E A ROMA.- FiILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE NAZIONALE DAL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI- ALL'INIZIO DEL FILM UNA SCRITTA AVVERTE GLI SPETTATORI CHE I FATTI NARRATI SONO FRUTTO DELLA FANTASIA DEL REGISTA E DI JAMES MCBRIDE, AUTORE DELL'OMONIMO ROMANZO E DELLA SCENEGGIATURA, E CHE LA VERITÀ E LE RESPONSABILITÀ PER QUANTO ACCADUTO - L'ECCIDIO NAZISTA DEL 12 AGOSTO 1944 A SANT'ANNA DI STAZZEMA IN CUI FURONO TRUCIDATI 560 CIVILI - SONO STATE ACCERTATE .Critica Dalle note di regia: "E' un film sulla Seconda Guerra Mondiale, brutale e terribile, un giallo che affronta eventi storici e la cruda realtà della guerra. Ma è anche una storia di compassione e amore. C'è un elemento molto lirico, magico e mistico al suo interno". "Fa impressione pensare che prima di 'Miracolo a Sant'Anna', Spike Lee aveva firmato un capolavoro come 'When the Levees Broke' ('Quando si sono rotti gli argini'. Fa impressione perché quello che non funziona nella ricostruzione romanzata dei combattimenti in Toscana intorno alla Linea Gotica, nel 1944, è proprio quello che faceva la bellezza e il fascino del documentario su New Orleans devastata dall'uragano Katrina: il rispetto delle persone, delle cose, della realtà. Possibile che un regista capace di restituire l'intensità e la disperazione così autentica e toccante delle persone sconvolte dal disastro meteorologico possa sembrare così falso e retorico quando racconta le persone alle prese con la guerra? Possibile che il regista di 'Miracolo a Sant'Anna' sia lo stesso di 'La 25ma ora', dove le angosce di un piccolo spacciatore diventavano le incertezze e le paure di tutta una nazione? Possibile che l'abilissimo burattinaio di 'Inside Man' finisca per ingarbugliare tutto, fili, dita e marionette, raccontando una storia cosi poco convincente? Perché il vero problema del film che Spike Lee ha tratto dai romanzo omonimo di James McBride e che ha scatenato un mare di polemiche tutte extracinematografiche è proprio quello di perdere subito la bussola e mescolare troppi registri e troppe (irrisolte) ambizioni." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 3 ottobre 2008)"Alcune sequenze di combattimento sono da antologia del 'war movie', senza dubbio. E tuttavia i difetti restano molti. Tra gli altri, l'incapacità di dirigere gli attori italiani (quelli americani sono molto bravi), incluso un grande come Omero Antonutti." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 3 ottobre 2008)" E' piaciuto anche a noi se non altro perché riempie una bella lacuna nella cinematografia di guerra. Com'è noto, è il cinema ormai la nostra memoria. I testimoni del conflitto mondiale sono sempre meno. Ai loro ricordi si sono ormai sovrapposte le immagini dei film. E i film, dobbiamo ammetterlo, finora non hanno fatto un buon servizio alla truppe di colore. Le uniche (o quasi) sequenze stampate nelle nostre menti sono quelle dello stupro dei marocchini a Sophia Loren nella 'Ciociara'. Belle sequenze che però infilavano nell'inconscio dello spettatore l'idea che i neri allora in Italia avessero solo violentato e ucciso. Spike ha voluto ristabilire la verità e questo gli fa solo onore. Cioè ci ha ricordato che tra i molti americani che morirono per ridare la libertà agli italiani tanti, tantissimi avevano la pelle scura. E furono tantissimi perché, discriminati anche nell'esercito, se c'era qualcuno da mandare a macellare sceglievano loro, le mission impossible le rifilavano a loro, negli sbarchi (in Sicilia, ad Anzio) le prime ondate erano formate dai Buffallo Soldiers. Preoccupato troppo del messaggio, Spike ha commesso l'errore in cui era già incappato ai tempi di 'Malcom X'. Ha messo troppa carne al fuoco, ha alternato a sequenze pregevoli altre decisamente di maniera, ha messo su un prodotto che dura almeno 40 minuti di troppo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 ottobre 2008)"Al regista non interessano i morti italiani di allora, ma morti (e soprattutto vivi) americani di allora e di oggi, cioè la divisione Buffalo presa come simbolo della condizione semilibera degli ex schiavi. Nella gara a chi è peggio, vincono gli ufficiali bianchi dell'esercito americano, ridotti a elemento di contrasto con la loro truppa, nera e ignorante, a tratti vile, ma fin troppo coraggiosa, come carne da cannone. Insomma, 'Miracolo a Sant'Anna' è un polpettone con qualche boccone digeribile." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 3 ottobre 2008)"Tutte le scene di guerra, di scontro, di battaglia sono concitate, bellissime; lo stile, i toni evocano i vecchi film sulla Seconda guerra mondiale. (...) Poi c'è l'ambizione (già presente nel romanzo di James McBride da cui il film è tratto) di raccontare ogni sfaccettatura dell'umanità incancellabile persino dalla guerra, ogni aspetto di quel momento italiano: il che porta a immagini alte ma anche a bozzetti, banalità, macchiette. Miracolo a Sant'Anna non è il miglior film di Spike Lee: ma è un film di Spike Lee, quindi importante. L'ambientazione e tutti i valori produttivi sono perfetti: sembra di vedere le fotografie d'epoca, nel primo film prodotto dalla società On My Own di Roberto Cicutto e Luigi Musini, ex Mikado. Le polemiche che hanno preceduto e accompagnato il film sono prive di senso, frutto di incultura, di localismo, di dilatazione dei media." (Lietta Tornabuoni, "L'Espresso", 16 ottobre 2008)"Nell'intento di scrivere una sorta di favola sullo sfondo della guerra - una favola in cui far convergere qualcosa di magico e di miracolistico, alcuni aspetti del conflitto tra bianchi e neri e in qualche modo l'eterna lotta tra il bene e il male che qui non risparmia neppure le brigate partigiane al loro interno - la regia non riesce a indirizzare il racconto su un percorso preciso. Non riesce neppure a rendere credibili i personaggi, soprattutto quelli italiani, ai quali ha applicato caratterizzazioni troppo stereotipate. Va un po' meglio con i soldati statunitensi, che non restano ingabbiati in cliché. Cosicché la parte più riuscita della pellicola - che peraltro ha suscitato reazioni contrastanti negli Stati Uniti - è quella che racconta le discriminazioni e i pregiudizi all'interno dell'esercito a stelle e strisce nei confronti dei soldati neri, usati come carne da macello. E siamo di fronte al tema centrale della pellicola, il razzismo, la cui denuncia da sempre caratterizza l'impegno civile e l'opera di Spike Lee (vedi Malcom X). Ma qui ci si ferma. (...) A sfuggire è, in ultima analisi, il senso stesso del film, confuso in tanti indizi di diverso segno. Di sicuro non è in gioco la verità storica, e accusare Lee di revisionismo appare eccessivo e fuori luogo, nonostante alcune dichiarazioni avventate dopo le critiche ricevute dalle associazioni di ex combattenti (...) Semmai lo si può accusare di essersi cimentato in una materia delicata con troppa superficialità, e con un soggetto tanto ambizioso quanto insignificante e inverosimile che ha finito per travolgere anche la sua mano di bravo regista." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 15 ottobre 2008) |
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| Titolo | MirrorMask |
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| Titolo originale | MirrorMask |
| Anno | 2005 |
| Regista | Dave McKean |
| Durata | 101 |
| Paese | GRAN BRETAGNA |
| Genere | fantasy |
| Trama | Helena, una ragazza di quindici anni, vive e lavora nel circo insieme a tutta la sua famiglia. Helena però, ha altri sogni e spera di fuggire al più presto da quel mondo e iniziare una nuova vita. Dopo l'ennesima lite con i suoi riguardo al suo futuro, sua madre si sente improvvisamente male ed Helena crede che la colpa sia soltanto sua. Una notte, mentre è al capezzale di sua madre, si addormenta e al suo risveglio si ritrova in un mondo fantastico, popolato da personaggi eccentrici, tutti con il volto coperto da una maschera. Anche nel mondo dei suoi sogni non tutto va per il verso giusto e ci sono due regine in lotta tra loro per il potere. Quando la Regina Bianca si ammala, Helena viene spedita alla ricerca dell'unica cosa in grado di curarla: la "Mirrormask". Iniziano così le sue peripezie e Helena comincia a chiedersi se stia realmente sognando o no...Note - MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA DEI GIOVANI AL 58MO FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI LOCARNO (2005).- PRESENTATO ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2006) NELLA SEZIONE 'NEW CINEMA NETWORK'. |
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| Titolo | Riflessi di paura - Mirrors |
|---|---|
| Titolo originale | Mirrors |
| Anno | 2008 |
| Regista | Alexandre Aja |
| Durata | 110 |
| Paese | USA, ROMANIA |
| Genere | horror |
| Trama | Ben Carson è un ex detective sospeso da un anno dal dipartimento della polizia di New York per aver accidentalmente sparato e ucciso un altro poliziotto sotto copertura. Abbandonato dalla moglie e divenuto alcolizzato, Carson trova lavoro come guardiano notturno presso un grande magazzino devastato dal fuoco e abbandonato. Tra i resti carbonizzati dell'edificio, Carson nota qualcosa di sinistro intrappolato negli specchi che adornano le pareti. Infatti, oscure presenze si riflettono nei giganteschi specchi, minacciando sia lui che la sua famiglia.Note - REMAKE DEL FILM "GEOUL SOKEURO" (2003) DI KIM SUNG-HO.Critica "Senza aggiungere nulla di nuovo, Alexander Aia si limita a mettere in fila situazioni di repertorioed effetti (neanche tanto) speciali per un pubblico da multiplex provvisto di pop corn. Poco sfruttato anche il tema - inquietante - delle vittime che vedono riflessa la propria agonia. Kiefer Sutherland fa del suo meglio per immedesimarsi nell'incubo; Paula Patton bella da paura". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 3 ottobre 2008)"Spiacerà a chi ormai ne ha fin sopra i capelli degli horror orientali. E anche delle loro trasposizioni americane." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 ottobre 2008)"Remake di un horror della Corea ('Into the mirror', dove però non c'erano rovine ma magazzini in funzione), il film di Alexandre Aja è datato e banale ma nella seconda parte il tema non nuovo nel terrore dello specchio minaccioso con i piccini a rischio, la solita vasca al sangue, concorrono a creare quel minimo di tensione la cui assenza rende per tre quarti il film sbadigliabile. Il set delle rovine è un edificio di Bucarest incompiuto dopo la morte di Ceausescu, e questo ci spaventa davvero." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 3 ottobre 2008)"Siamo nell'ambito esplicito, dichiarato e voluto del film di genere, horror, e la tensione e la plausibilità con cui è costruita la storia è un titolo di mento di Aja e di Sunk-ho Kirn. Il fatto poi che il male scelga gli specchi, ma anche qualsiasi altra superficie riflettente, acqua piuttosto che il pomolo di una porta, aggiunge una dose di inquietudine degna di Stephen King. Aja gioca molto sul doppio, sulla schizofrenia dell'immagine e il risultato è di forte suggestione e tenuta. Il fatto poi che l'horror si sia trasferito in Romania, patria di Dracula, forse contribuisce ulteriormente a caricare di paura lo spettatore, pronto a zompare sulla sedia anche per un banalissimo battito d'ali di un piccione. Quando poi si arriva a situazioni più forti, bisogna essere attrezzati, in attesa del sequel." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 3 ottobre 2008) "Certo che vuole una bella fantasia a escogitare una storia così idiota. I patiti dell'horror sono avvezzi a trangugiare qualsiasi boiata, ma qui siamo ai confini della decenza. (...) Il povero invasato Kiefer Sutherland, che strepita e si dimena per tutto il tempo, offre impensabili speranze ai senza lavoro: un sorvegliante per ogni casa disabitata e addio alla disoccupazione mondiale." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 3 ottobre 2008) |
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| Titolo | Mission: Impossible III |
|---|---|
| Titolo originale | Mission: Impossible III |
| Anno | 2006 |
| Regista | J.J. Abrams |
| Durata | 125 |
| Paese | USA |
| Genere | azione |
| Trama | Ethan Hunt sta per sposarsi con la bella infermiera Julia e ha deciso di ritirarsi dalla squadra operativa della I.M.F. per dedicarsi solo all'addestramento dei nuovi agenti. A farlo tornare in azione interviene però lo spietato Owen Davian, un trafficante di armi implicato nello spionaggio internazionale. L'agente Hunt, insieme ai compagni Luther, Declan, Zhen e Lyndsey, si trova così a inseguire tra Roma, Shanghai e gli Stati Uniti un pericoloso ordigno che potrebbe sconvolgere le sorti del pianeta. Tuttavia, la sua vera missione è quella di conciliare il mestiere di agente segreto e il suo rapporto con Julia che ignora la sua vera professione...Note - IL REGISTA INIZIALMENTE PRESCELTO, JOE CARNAHAN, HA RINUNCIATO A DIRIGERE IL FILM PER DIVERGENZE CON LA PRODUZIONE.Critica "Perplesso, ammirato, divertito, frastornato: sul quadrante dello spettatore la lancetta del gusto è costretta agli straordinari. Sull'essenza di 'Mission: Impossible III' è, però, facile avere le idee chiare: le avventure & sventure del mitico agente IMF (Impossible Missions Force) non nascondono, ma, anzi, ostentano le stigmate industriali e il loro bouquet di azione adrenalinica, acrobazie vertiginose ed effetti speciali visionari pretendono in linea di massima un unico approccio, quello del prendere o lasciare. Come il James Bond dell'omonima e indimenticata saga, Ethan Hunt è, infatti, un personaggio che non ha bisogno di surplus contenutistici e si realizza integralmente nella suspense survoltata, nel ritmo delirante e nell'inverosimiglianza spudorata delle situazioni, per l'appunto, cinematografiche. Dopo il prototipo di Brian De Palma del 1996 e il sequel griffato dall'ottimo stile di John Woo quattro anni più tardi, la serie tv di culto ideata da Bruce Geller si ripresenta, così, in un prodotto insieme perfetto e deludente: niente da dire sulle qualità aerodinamiche delle sequenze, sul virtuosismo folgorante del montaggio, sulla ricchezza delle scenografie intercontinentali (da Berlino e Shanghai a Roma e alla Reggia di Caserta) sulla feroce applicazione degli interpreti; mentre il copione e la regia (firmata dallo Jeffrey J. Abrams delle serie televisive 'Alias' e 'Lost') sembrano preoccupati d'introdurre gracili varianti psicologiche che finiscono per inficiare uno spettacolo per definizione autoreferenziale. (...) Moderatamente antipatriottico quanto basta per fronteggiare gli antiamericani, 'M:I:III' restituisce in termini di puro piacere delle immagini ciò che lo spettatore perde in profondità e credibilità. Certo uno schema antico e collaudato che, peraltro, accanto all'esaltazione del coraggio, alle meraviglie della tecnologia e al fascino dell'istinto di sopravvivenza, aveva un gran bisogno di distinguersi per una, sia pure intrinseca, originalità di situazioni o soluzioni... Aspettiamo fiduciosi il numero 4." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 maggio 2006)"'Mission: impossibile III' è il tipo di film che ti sembra di aver già visto: parte per l'invasiva campagna promozionale, parte per quanto somiglia alle due puntata precedenti. Con un deficit di 'carattere', però. Il tentativo di rendere più complesso Hunt, umanizzandolo e rivelandone la fragilità, naufraga senza appello. Impossibile identificarsi un solo attimo in Cruise, che per sedurre fa il bambolotto come ai tempi di 'Cocktail' (quasi vent'anni fa), per esprimere l'ira stringe la mascella. Così, l'interesse finisce per concentrarsi negli 'stunt', iperbolici ma alla lunga ripetitivi. Cast delle grandi occasioni: ma, a fronte degli effetti speciali, non sono che comparse." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 5 maggio 2006) |
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| Titolo | Mist, The |
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| Titolo originale | Mist, The |
| Anno | 2007 |
| Regista | Frank Darabont |
| Durata | 127 |
| Paese | USA |
| Genere | fantascienza, horror |
| Trama | Maine, Stati Uniti. La tranquilla esistenza di una piccola città di provincia viene sconvolta dall'improvvisa apparizione di una fitta nebbia che nasconde un segreto letale.Critica "Se King non è mai stato un ottimista sulle qualità morali del genere umano, questa volta la sua fiducia tocca i minimi storici (e Darabont aggiunge un finale particolarmente nero). Quanto alle creature mostruose, ragni, uccelli, insetti, bestie coi tentacoli - facevano più paura sulla pagina, che si guardava bene dal descriverle." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 ottobre 2008)"Più che il marchio di Darabont e del suo solito soggettista, Stephen King (in questo caso un racconto tratto dalla raccolta 'Scheletri', Sperling & Kupfer), 'The Mist' ha quello dei nefasti fratelli Weinstein. Un altro suo modello ideologico è infatti il polpettone che i suddetti fratelli hanno prodotto per Robert Rodriguez, 'Planet Terror': ricerche condotte da militari sfociano nel disastro collettivo. Dunque i più cattivi sono loro, seguiti dagli integralisti religiosi in attesa di qualsiasi episodio che giustifichi il loro grido: 'l'apocalisse! l'apocalisse!'. Del resto sono proprio gli strepiti di Marcia Gay Harden, unica vera attrice nel tragico supermercato del Maine (ma ricostruito in Louisiana, mille miglia a sud!), tengono desti fino alla fine". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 10 ottobre 2008)"The Mist' è la ricognizione del sentimento della paura e del timore dell'ignoto. L'interpretazione degli eventi è affidata a personaggi/cliché che Darabont rimodella senza presupporre retorica, enfasi e sensazione di dejà vu. David si pone alla testa del resistenza, ma appena si intuisce che tra gli strati di nebbia ci sono mostri famelici con tentacoli, accompagnati da uccellacci e insettacci altrettanto assetati di sangue, tra le corsie prende quota la predicatrice per caso Mrs. Carmody. Così in 'The Mist', come in molti horror d'oltreoceano di buona levatura, si ragiona e si mette in scena l'eterno scontro tra individualismo e collettivismo, tra fede nei propri mezzi e fedeltà cieca verso sacre scritture. Tanto che nel film di Darabont il momento più sadicamente intenso è il linciaggio del soldato da parte della cricca di mistici invasati. Lo sguardo di Darabont è volutamente insostenibile, giocato su panoramiche e messa a fuoco continuamente modulata tra primi piani e sfondi nella stessa inquadratura, per rendere omogeneo e senza via di fuga l'incubo dei protagonisti. Musiche inizialmente spettrali e infine sacrali di Mark Isham." (Davide Turrini, 'Liberazione', 10 ottobre 2008)"Noi, dopo aver atteso per due ore e passa una vera sorpresa di qualsiasi natura, abbiamo deciso diaccontentarci dell'insolita crudeltà con cui Darabont infierisce sui suoi personaggi, stupidi generici, fanatici religiosi, violenti per natura, ma anche innocenti puniti per colpe altrui. Ragni e insettacci giganti fanno il loro sporco lavoro ma con qualche sussiego, come se si dessero le arie. Succede, negli horror "d'autore"." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 ottobre 2008) |
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| Titolo | Mongol |
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| Titolo originale | Mongol |
| Anno | 2007 |
| Regista | Sergej Bodrov |
| Durata | 120 |
| Paese | GERMANIA, RUSSIA, KAZAKHISTAN, MONGOLIA |
| Genere | drammatico, storico |
| Trama | Le vicende dell'infanzia, dell'adolescenza e dell'ascesa al potere del giovane Temugin, al secolo noto come Gengis Kahn, il grande conquistatore che, all'inizio del 13mo secolo, riuscì a riunire le tribù mongole sotto il suo comando arrivando a conquistare gran parte dell'Asia.Note - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.Critica "'Mongol', di Sergej Bodrov è, un filmone sull'infanzia e la gioventù di Gengis Khan, girato in spazi abbaglianti, con attori rigorosamente mongoli, battaglie violentissime e musiche alla David Lean. La notizia è che funziona: ed era lecito dubitare, perché Bodrov è un bravissimo regista che però aveva dato il meglio di sé in film produttivamente più piccoli, come 'S.E.R.' e 'Il prigioniero del Caucaso'. 'Mongol' era una scommessa prima di tutto per lui, e la si può dare per vinta: e pensare che Gengis Khan, in Russia, è ancora un nome tabù. Il film racconta la sua schiavitù, le tragedie che perseguitarono la sua famiglia - e si ferma alla vigilia dell'impero, con un sottofinale buddhista e anti-violento che male, davvero, non fa. Tenetelo d'occhio." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 24 ottobre 2007)"Per chi non è sensibile agli assilli del cuore e preferisce quelli della spada, la Festa ha offerto 'Mongol', prima parte, di tre, dell'ambizioso affresco storico di Sergei Bodrov su Gengis Khan, alias Temucin (Tadanobu Asano). È una supercoproduzione russomongola, dove vediamo infanzia e giovinezza del futuro conquistatore. Al Signore degli anelli, Bodrov oppone il Signore del mondo, che non aveva resipiscenze, ma non era il mostro che gli stessi russi, soggiogati, dipinsero. Un'opera utile, ma che risente di Conan e altri film del filone." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 26 ottobre 2007)"Realizzato in coproduzione russo-tedesca, produttivamente perfetto, 'Mongol' avrà qualche sfumatura alla 'National Geograpich',ma è affascinante. Forse non è un abuso dare un significato politico alla battuta spesso ripetuta: 'I mongoli hanno sempre il diritto di scegliersi i propri capi'." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 9 maggio 2008)"Detestate le lotte per il non-potere, come 'Il Signore degli Anelli', e amate le lotte per il potere? Ecco la prima parte di un'altra trilogia: 'Mongol' di Sergei Bodrov. (...) Girato dove avvennero i fatti, 'Mongol' ha il ritmo solenne del cinema russo. Se si sopporta che Temucin bambino parli con accento romanesco, si può vedere." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 9 maggio 2008) |
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| Titolo | Monsters & Co. |
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| Titolo originale | Monsters, Inc. |
| Anno | 2001 |
| Regista | Pete Docter, David Silverman, Lee Unkrich |
| Durata | 91 |
| Paese | USA |
| Genere | animazione |
| Trama | TRAMA BREVE James P. Sullivan, detto Sully, e il suo assistente Mike Wazowski abitano a Monstropolis, un universo parallelo abitato da mostri di tutti i tipi minacciati da una grave crisi energetica. Il fatto che il combustibile viene prodotto dalle urla di terrore dei bambini, rende necessario intensificare il lavoro dei dipendenti della "Monsters & Co" che consiste nel balzare di notte nelle camere dei piccoli per raccogliere le loro preziose grida.TRAMA LUNGAMostropoli è una città popolata da una folla di mostri di ogni forma e dimensione. La loro maggiore fonte energetica è costituita dal 'produrre' urla di spavento umane e la più grande centrale di raccolta e di trasformazione di queste urla in energia è la "Monster & co". Un'ampia scelta di porte fornite dalla fabbrica consente l'accesso al mondo degli umani. Una squadra di mostri scelti varca queste porte per entrare nelle camere da letto dei bambini, spaventarli e raccogliere così le loro urla. I mostri però sono convinti che i bambini siano tossici e che un contatto diretto con loro potrebbe risultare catastrofico. Il capo della società, Henry J. Waternoose, è alle prese con una crisi energetica dovuta al fatto che i bambini non urlano più tanto facilmente come in passato. L'elemento migliore della compagnia è Sulley, un mostro di due metri e mezzo. Il suo assistente è un piccolo essere verdastro con un solo occhio, di nome Mike. Sulley è molto popolare in fabbrica, e ha un solo nemico, il camaleonte Randall, numero due della compagnia. Una notte, mentre si trova al reparto Spaventi, Sulley scopre che una porta non è stata rimessa a posto. Aprendola, lascia che una bambina umana entri nel suo mondo. Impaurito per la tossicità dei bambini, Sulley cerca di rimediare ma peggiora le cose. Non trova la porta per rimandarla indietro, ma scopre che autore di tutto è Randall, ben deciso ad aggiudicarsi il titolo di 'terrorizzatore' dell'anno. Randall ha anche escogitato un nuovo metodo per strappare le urla ai bambini e per metterlo in pratica ha l'aiuto di Waternoose che decide di esiliare sull'Hymalaya Sulley e Mike. Dopo molti rischi, i due fanno però ritorno a Mostropoli, smascherano la cospirazione e rimettono a posto le cose. Un po' controvoglia, Sulley acconsente a rispedire a casa la bambina, che lui ha chiamato Boo e a cui si è affezionato. La crisi energetica è superata grazie alla scoperta che per produrre energia sono più efficaci le risate dei bambini che non le urla. Infine Mike ricostruisce la porta giusta, e così Sulley può di nuovo fare visita a Boo. Prima del LM viene proiettato un corto dal titolo PENNUTI SPENNATI. Lungo un filo tropo teso che sta per spezzarsi, alcuni pennuti piccoli prendono in giro un pennuto più grande di loro. Salvo poi essere sbalzati dal tendersi del filo, e finire a terra privi di penne. Note OSCAR PER LA MIGLIORE CANZONE ORIGINALE "IF I DIDN'T HAVE YOU" A RANDY NEWMAN (2002).LE VOCI SONO: SULLIVAN- ADALBERTO MARIA MERLI (VERS. ORIG. JOHN GOODMAN); MIKE- TONINO ACCOLLA (VERS. ORIG. BILLY CRYSTAL); RANDALL- DANIELE FORMICA (VERS. ORIG. STEVE BUSCEMI); BOO- LUDOVICA GRISAFI (VERS. ORIG. MARY GIBBS); WATERNOOSE- VITTORIO DI PRIMA (VERS. ORIG. JAMES COBURN); CELIA - MARINA MASSIRONI (VERS. ORIG. JENNIFER TILLY); ROZ - LORETTA GOGGI (VERS. ORIG. BOB PETERSON).Critica "L'animazione è quella tridimensionale, magica e illusionistica della Pixar, già creatrice degli ottimi 'Toy Story'. Il mostro gigante Sulley, verde e spaventoso ma di cuor tenero, è il diretto rivale di 'Shrek'. Successo americano strepitoso. I bambini ne andranno ghiotti, potendo rivivere l'insana attrazione infantile per ciò che si nasconde nel buio, dai mostri alle creature più fantastiche": (Piera Detassis, 'Panorama', 10 gennaio 2002)"Scritto e diretto da Pete Docter, 'Monsters & Co.' è come gli altri film prodotti della 'Pixar' del geniale John Lasseter ('Toy Story', 'A Bug's Life') una sfaccettata e irresistibile riflessione sullo spettacolo, anzi sull'industria dello spettacolo. (...) La metafora fila, come hanno ben visto i 'Cahiers du Cinéma'. Ma se la metafora è riuscita, dunque invisibile, lo spettacolo è di prima classe. Perché alla 'Pixar', da sempre, tengono presente la lezione dei maestri. E nulla è più classico, oggi, di questi film generati al computer ma capaci di far rivivere la meraviglia, l'invenzione, il divertimento di una volta. Accadeva già in 'Shrek': gli attori migliori li troviamo ormai nei film digitali. Paradosso solo apparente: dietro il lavoro degli animatori c'è infatti un attento studio dei classici - e il contributo degli attori che danno voce e, non visti, corpo ai personaggi. Per cui anche il trionfo della tecnologia può generare una nuova specie di umanesimo". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 marzo 2002)"Si dovrebbero organizzare marce a favore dei film d'animazione, ghettizzati agli Oscar in una categoria a parte dall'aspetto decisamente B. Mentre lo storie con attori in carne e ossa, preferibilmente sofferenti, sono considerate cose da grandi, nell'immaginario dell'Academy l'animazione resta roba da bambini: invece 'Monsters & Co.', con i suoi pupazzoni e mostri virtuali, è non solo più bello e divertente, ma anche più profondo dei vari 'A beautiful Mind', o 'Mi chiamo Sam'". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 marzo 2002)"Divertente, graffiante, immaginosa, buffo, educativo, per gli adulti-bambini e i bambini-adulti. L'idea è semplice e centrata (...) Nonostante la riconoscibile provenienza dei modelli narrativi il mago della computer graphic Lasseter ha prodotto forse la più 'adorabile' avventura di pupazzi del decennio". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 14 marzo 2002) |
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| Titolo | La mummia 2, il ritorno |
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| Titolo originale | Mummy Returns, The |
| Anno | 2001 |
| Regista | Stephen Sommers |
| Durata | 130 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura |
| Trama | TRAMA BREVEDieci anni dopo il loro terrificante incontro con la mummia del sacerdote egizio Imhotep, Rick ed Evelyn vivono a Londra con il figlio Alex. Il loro tranquillo mènage familiare però rischia di essere sconvolto da un nuovo pericolo. A centinaia di miglia di distanza da loro, sotto la distesa di sabbia infuocata del deserto, il fiero guerriero Re Scorpione sta per destarsi per guidare l'esercito di Anubi alla conquista del mondo. Intanto, una banda di criminali decisi a dominare la Terra risveglia dal sonno eterno la mummia di Imhotep, conservata al British Museum.TRAMA LUNGANel deserto del Sahara, nel 3076 a.C., un guerriero di nome Re Scorpione, dopo aver fatto un patto con il dio Anubi, lo aveva tradito ed era stato maledetto per l'eternità. Adesso Re Scorpione sta per risvegliarsi e sollevare l'esercito di Anubi, al comando del quale annienterà il mondo civilizzato. Nello stesso momento anche il corpo pietrificato di Imhotep, sacerdote egizio, unico in grado di contrastare Re Scorpione, inizia a rigenerarsi nelle viscere del British Museum di Londra. Nella capitale inglese, siamo nel 1935, vivono Rick ed Evelyn, ormai sposati e con un bambino di otto anni, Alex. I tre rimangono ben presto coinvolti nelle minacciose manovre messe in atto dai contendenti: Ardeth Bay, capo della polizia dei Medjai, vuole impedire alla creatura di tornare in vita e per questo recluta Rick, e poi anche la famiglia. Viene rapita prima Evelyn, poi è la volta di Alex, e il piccolo è sottoposto a prove durissime prima di riuscire a togliersi il bracciale che si era infilato durante la visita al museo. Ad un certo punto, in Egitto, Evelyn sembra colpita a morte. Ma Rick legge la frase magica del libro, e la ragazza torna in vita. Quindi, impugnata la lancia di Osiride, dopo un concitato duello, Rick uccide Re Scorpione. Quindi la famigliola sale sul dirigibile pilotato dall'eccentrico Izzi, per fare ritorno a Londra. Note L'ATTORE DWAYNE JOHSON E' ACCREDITATO COME 'THE ROCK'.Critica "Il termometro della cattiveria e della brutalità ad effetti speciali (un florilegio che affossa il buono e il meraviglioso) spetta a una new entry, Re Scorpione, metà bestia, metà uomo alle testa di un esercito di resuscitati. Le incursioni della computer graphic manderanno in visibilio i ragazzini e forse anche i nonni. Curiosità: il giovane attore che interpreta il figlio di Fraser, di nove anni, ha visto il primo 'La mummia' 58 volte". (Silvio Danese, 'Il giorno', 11 maggio 2001) "Benché abbia la stessa ingenuità e lo stesso umorismo lepido, il film è un poco migliore della prima puntata; ma la sceneggiatura è distratta, la direzione degli attori pigra, l'apparizione delle mummie non sempre spaventosa". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 11 maggio 2001) "Il sollecito sequel de 'La Mummia', dopo il fragoroso successo del prototipo, sopperisce alla mancanza d'ispirazione mummificando gli attori in uno scenario di straripante grandeur: suono a tutto volume, due ore abbondanti di durata, effetti speciali martellanti, ritmi furibondi. A confronto, Indiana Jones sembra un film di Antonioni. La regia citazionista di Stephen Sommers insiste sul connubio fantasy più (auto)ironia, sull'Harrison Ford dei poveri Brendan Fraser, sul gran sacerdote Imhotep e su qualche trovata nuova (...) Dopo dieci minuti si è già sazi anche se affascinano alcune digital-sequenze che ricostruiscono un antico Egitto da cd-rom". (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 11 maggio 2001) "Malgrado i trucchi, 'La mummia - Il ritorno' è un film démodé per il fatto che si ispira a fumetti anni Trenta e per l'ostinazione ad affidarsi completamente alle tecniche digitali per suscitare meraviglia. Mentre il cinema sta finalmente cominciando a rendersi conto (vedi 'La tigre e il dragone' o 'Il gladiatore') che, se vuoi davvero coinvolgere lo spettatore, ti occorre anche una storia". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 maggio 2001)"Ritorna Brendan Fraser nei panni dell'archeologo O'Connell e bissa il successo dell'originale (...). I cliché esotici vengono ipersfruttati, ma stemperati nell'ironia. Vietato ai maggiori di sei anni". (Paolo Mereghetti, 'Io donna', 2 giugno 2001) |
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| Titolo | La mummia |
|---|---|
| Titolo originale | Mummy, The |
| Anno | 1999 |
| Regista | Stephen Sommers |
| Durata | 124 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura |
| Trama | Nel 1719 a.C. in Egitto, in seguito ad un amore proibito con Anck, amante del Faraone, il sacerdote Imhotep si lascia andare a gesti disperati. Gli dei allora gli infliggono una tremenda maledizione: ad Hamunaptra, città dei morti, il suo corpo sarà mummificato senza che lui sia morto, condannato ad un'esistenza tra urla di dolore sotterranee. Tremila anni dopo, nel 1923, il legionario Rick O'Connell e il suo compagno Beni si imbattono nelle rovine di Hamunaptra durante una battaglia. Qualche anno dopo, O'Connell, in carcere in attesa di condanna a morte, capisce che la conoscenza esatta della località in cui si trovano i resti dell'antica città gli può salvare la vita. O'Connell stringe allora alleanza con l'egittologa Evelyn, bella e maldestra, e con suo fratello Jonathan. Ma ci sono anche cercatori d'oro attratti dalle ricchezze nascoste di cui si favoleggia; c'è un gruppo di esploratori americani; c'è Ardeth, capo di un gruppo di guerrieri locali che hanno il compito di proteggere quel territorio sacro per evitare che Imhotep torni in vita e distrugga il mondo. Tra litigi, contrasti e ostacoli imprevisti, la maledizione infine si scatena: la Mummia torna in vita e mette in atto una forza disumana. Tutti gli esploratori cadono vittime della spaventosa vendetta della creatura. Imhotep vorrebbe impadronirsi di Evelyn come sostituta di Anck. O'Connell si oppone e, sfidando grandissimi pericoli, riesce a ricacciare indietro il mostro. O'Connell ed Evelyn si dichiarano reciproco amore. Note - NOMINATION ALL'OSCAR 2000 PER IL MIGLIOR SONORO.Critica "(...) ne è venuto fuori un tipico filmone-evento, un anonimo baraccone da 80 milioni di dollari, imbottito di effetti speciali, destinato a un pubblico di ragazzini e orfani dell'inimitabile Indiana Jones. La mummia medesima è generata dai computer. E pensare che il povero Karloff si faceva sei ore in sala trucco al giorno".(Paola Jacobbi, "Panorama", 30 settembre 1999) |
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| Titolo | La mummia 3, La tomba dell'imperatore Dragone |
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| Titolo originale | Mummy: Tomb Of The Dragon Emperor, The |
| Anno | 2008 |
| Regista | Rob Cohen |
| Durata | 114 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura, commedia, fantasy, thriller |
| Trama | La famiglia di esploratori O'Connell è ancora una volta alle prese con una mummia di 2000 anni che minaccia spietatamente il mondo. Il malvagio Imperatore cinese Drago, infatti, a causa di un sortilegio è rimasto sepolto nell'argilla con i suoi 10.000 guerrieri, un grande esercito silenzioso di terracotta, ma quando il giovane e audace Alex O'Connell risveglia il sovrano dal sonno eterno, questi decide di partire alla conquista del mondo con questo suo strano esercito, dotato di poteri straordinari. Gli unici in grado di fermarlo sembrano essere proprio mamma e papà O'Connell.Critica "Tra streghe e maledizioni si passa nella Shangai '40, si scala l'Himalaya con Yeti, diverte con le migliaia di zombie d'argilla (vedi quelli meravigliosi sepolti a Xian). Alla fine è un miscuglio esotico, rumoroso e polveroso dove il regista Rob Cohen non nega nulla, specie al computer, imitando Harrison Ford con la trovata dello junior in love."(Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 26 settembre 2008)"Come si vede. la verità archeologica è mischiata con l'adventure a effetti speciali; ma soprattutto si celebra l'ibridazione della megaproduzione hollywoodiana con il repertorio tematico e lo star-system cinese: l'imperatore è il divo Jet Li; la strega sua avversaria, la Micelle Yeoh della 'Tigre e il dragone'. Tutti partecipano a un gioco innocuo, senza sorprese ma piuttosto simpatico.". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 settembre 2008)"All'avventura non manca la maledizione della strega Michelle Yeoh, e naturalmente Fraser intende frenare la prepotenza dell'imperatore. Rimangono tutto lo spazio e tutte le circostanze per andare avanti, con la quarta puntata." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 26 settembre 2008) "Rivolto a spettatori infantili, 'La Tomba' annoierà gli altri nei momenti di recitazione, li disorienterà in quelli di concitazione." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 26 settembre 2008)"Il risultato cambia poco, medesimo è il carrozzone. La storia è un pretesto per far ronzare le eliche al supervisore degli effetti speciali: in Cina O'Connor, durante uno scavo, sveglia gli spiriti da secoli incastrati in un esercito di terracotta. C'e chi ha notato somiglianze con l'ultimo Indiana Jones con l'apparizione del figlio e il riferimento alla Seconda Guerra Mondiale. Pure tra saghe ci si copia." (Dario Zonta, 'L'Unità', 26 settembre 2008) |
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| Titolo | San Valentino di sangue 3D |
|---|---|
| Titolo originale | My Bloody Valentine |
| Anno | 2009 |
| Regista | Patrick Lussier |
| Durata | 101 |
| Paese | USA |
| Genere | horror |
| Trama | Tom Hanniger torna ad Harmony, sua città natale, allo scadere del decimo anniversario del 'Massacro di San Valentino', in cui ventidue persone persero la vita per mano di un efferato assassino. Il ritorno di Tom scatenerà la vendetta del killer che, nascosto dietro una maschera da minatore, ricomincerà a mietere vittime armato di piccone.Note - REMAKE DEL FILM "IL GIORNO DI SAN VALENTINO" (1981) DI GEORGE MIHALKA.Critica "Se lo volete vedere è meglio che vi indirizziate nei locali attrezzati perla proiezione in 3D. San Valentino è il secondo film a grosso budget che esce col tridimensionale e promette di bissare il successo di 'Viaggio al centro della Terra' uscito qualche mese fa. (...) È una bella rivincita per il 3D che 56 anni or sono doveva essere per Hollywood il colpo del secolo (una rivoluzione paragonabile a quella del sonoro) e invece si rivelò la grande peracotta. Mettersi quegli occhialini fosforescenti da bancarella dei vu cumprà si rivelò per ogni spettatore una grandissima (e insanabile) rottura. Così quella ventina di film che erano già stati girati col nuovo sistema dovettero mandarli nelle sale in versione piatta (e l'effetto della faccia di Vincent Price che si disfaceva nella 'Maschera di cera' era ovviamente di minore impatto). Da allora è passato più di un cinquantennio, e credevamo sinceramente che il discorso fosse stato archiviato. E invece all'alba del XXI secolo ci hanno riprovato e hanno fatto centro. Chi è abbastanza vecchio come noi, da ricordare gli orridi occhialini, è il caso che sia rassicurato. Ora ti danno gli occhialoni, che puoi applicare senza fastidio anche sulle lenti nonnali e ti coprono tutta la visuale (dal 1953 gli schermi si sono molto allargati). Insomma, le coltellate di San Valentino sembrano vibrate sullo spettatore. Il che per un fan di splatter è il massimo della goduria." (Giacomo Ferrari, 'Libero', 8 maggio 2009)"Nonostante qui cambi il mezzo espressivo di produrre senso (e fare cinema) - il 3D, che pervade il titolo grand guignol di forte sperimentazione - la delusione è palpabile. Il manifesto di 'San Valentino di sangue 3D' è più invitante del remake in réclame: «Fatti spezzare il cuore», recita la frase di lancio. E noi, co-registi dell'amore per l'originale, distribuito in Italia con il titolo 'Il giorno di San Valentino' (1981), il cuore ce lo facciamo spezzare davvero. Ad ogni rivisitazione, ci roviniamo il fegato: questa volta, però, è tutta colpa del 3D. (...) Nel remake di Lussier, il gioco sta nel vedersi lanciare addosso (per un'ora e quaranta di pellicola) ogni genere d'oggetto contundente. il piccone in 3D ha la sua carica grottesca, poi si procede per accumulo e gli effetti seppelliscono qualsiasi emozione in miniera, dove è ambientata gran parte della storia, il piacere di confrontarsi con una tecnica lecita come il 3D, legata al genere horror, era pi onirico in 'Nightmare 6: La fine' (1991), con l'ultimo quarto d'ora scatenato nella testa di Freddy Krueger, vincente anche in 'Venerdì 13: Weekend di Terrore '(1982), recuperabile con occhialetti e spleen nel dvd giapponese. Per il resto, lo slasher diretto dal 1981 da George Mihalka e l'edizione 2009 sono molto simili; il divario più evidente è rappresentato dai costi. Se il primo è noto come cult a basso budget, riscoperto a gennaio con un'edizione speciale per il mercato home video, il secondo, che è costato oltre 15 milioni di dollari, ne ha incassati 50 al box office Usa e spiana la strada a un sequel già in lavorazione,." (Filippo Brunamonti, 'Il Manifesto', 8 maggio 2009)"La tridimensionalità serve a poco, giusto a spaventare lo spettatore quando il piccone sta per colpirlo: ma ci si abitua presto. Sono decenni che ogni tanto il cinema americano tenta la resurrezione del 3D e dei suoi occhialini, che non hanno mai funzionato. Vedremo se, questa volta, piacerà finalmente il giocattolo, che ha pure inaugurato il festival di Cannes." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 maggio 2009)"Siamo nel territorio dell'horror versione splatter. (...) Gli effetti sonori esasperati completano il quadro. Fan in visibilio, astenersi gli impressionabili." (Pedro Armocida, 'Il Giornale', 22 maggio 2009) |
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| Titolo | La mia super ex-ragazza |
|---|---|
| Titolo originale | My Super Ex-girlfriend |
| Anno | 2006 |
| Regista | Ivan Reitman |
| Durata | 95 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia, romantico |
| Trama | Matt Saunders ha deciso di lasciare la sua ragazza, Jenny Johnson, e sta iniziando una nuova storia d'amore con Hannah, una sua collega. Tuttavia, Matt è ignaro del fatto che dietro il volto di Jenny si nasconde G-Girl, una donna con inimmaginabili superpoteri che, ferita e gelosa, ha deciso di rivolgere proprio contro il suo ex-fidanzato...Critica "Le premesse di un film come questo sono tutte interne al soggetto, basato sull'inedito connubio tra commedia sentimentale e parodia dei supereroi (G-Girl è un po' la cugina dell'insicuro Spider-Man). Poste simili premesse, Don Payne cerca di tirarne fuori tutte le conseguenze più paradossali e improponibili. Assai meno trsgressivo che nella serie dei "Simpson", però, lo sceneggiatore rispetta in realtà le regole della commedia di situazione, senza offrirci mai vere sorprese; prima di andare a parare in un epilogo da cartoon con esubero di effetti speciali. Rodata nelle parti di donna da combattimento, Uma Thurman gioca con disinvoltura la carta dell'autoderisione." (Roberto Nepoti, "la Repubblica", 17 novembre 2006)"La Thurman, accumulato il grottesco con due Tarantini due, è la 'G girl' di questa parodia dell'eroismo da comics, una sorta di super woman che, per influsso di un meteorite, può volare via e deviare un Boeing 747. (...) L'autore dei 'Ghostbusters', Ivan Reitman, con lo scrittore dei 'Simpson', Don Payne, organizza una media fanta commedia equamente divisa tra sentimenti ed effetti volanti speciali, compreso l'amplesso rompi letto della super Uma strizzata in black, che alla fine clonerà un'altra super girl (la Anna Faris degli 'Scary movies'). Uno scontro di dame virato in caricatura che tiene la rotta del piacevole anche se non riesce mai ad innestare una vera satira dovendo soddisfare due generi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 novembre 2006)"Accettata l'idea di una superwoman comica, ma forse voleva essere satirica, per almeno un'ora si ride sottopelle. Il regista Ivan Reitman è un vecchio bucaniere della comicità surreale, ma il suo film termina in modo pasticciato e frettoloso. (...) Tra rivelazioni e rivalità si consuma questa passabile farsa bionica, con qualche sequenza spettacolare e qualche battutaccia non male. Luke Wilson non è Cary Grant, ma sa far risaltare con la sua goffaggine la potenza del matriarcato rifondato dal cinema americano. La Thurman si ricicla per un futuro comico. Diverrà una Leslie Nielsen al femminile." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 17 novembre 2006)"Dopo 'Kill Bill', Uma Thurman si è calata nel personaggio di una supereroina dotata di superpoteri, confermando la vocazione a cambiare generi e tipologie. 'La mia super ex-ragazza', diretta da Ivan Reitman ('Ghostbusters', 'Gemell'»), amplifica e trasfigura in chiave fantasy gli eterni motivi amorosi della possessività, della gelosia, del tradimento. (...) La commedia antiromantica è costruita sul collaudato sdoppiamento fantascientifico di Superman, ma qui la motivazione sentimentale della protagonista fa sfumare i contorni dell'eroina dai poteri speciali e la dimensione fumettistica si disperde sotto i colpi della piattezza narrativa e di imprese troppo prevedibili." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 25 novembre 2006) |
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| Titolo | Il mistero delle pagine perdute |
|---|---|
| Titolo originale | National Treasure: The Book Of Secrets |
| Anno | 2007 |
| Regista | Jon Turteltaub |
| Durata | 120 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura, azione |
| Trama | Nel frammento di una pagina del diario di John Wilkes Booth, l'assassino di Abramo Lincoln, tra i principali cospiratori per la morte del primo presidente degli Stati Uniti viene citato il trisavolo di Benjamin Franklin Gates, il brillante e arguto cercatore di tesori. Benjamin, con l'aiuto dei suoi collaboratori, intraprenderà una nuova avventura che lo porterà a viaggiare tra il vecchio e il nuovo continente, per andare alla ricerca di elementi utili a scagionare il suo avo dall'infamante accusa, e a rivelare alcuni misteriosi e oscuri segreti internazionali.Critica "Indifferente al ridicolo involontario, l'unico di cui abbondi, 'Il mistero delle pagine perdute' procede flebile e prevedibile, fra brividi fasulli, sostenuti dalla larghezza di mezzi, che consente almeno una notevole ricchezza visiva, il minimo per un film-panettone. I comprimari sono nomi noti e stimati: Jon Voight, Harvey Keitel, Ed Harris, Helen Mirren e Diane Kruger. Ma il livello medio è quello di Cage e della Kruger, persone la cui singola presenza dovrebbe avvertire lo spettatore di star ben lontano. Figurarsi quando sono insieme." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 21 dicembre 2007)"Il film, tra un 'Oh mio Dio!' e l'altro, offre una sua molesta, interminabile inverosimiglianza fracassona priva dell'humour necessario a queste operazioni che portano, più che la firma non memorabile del regista John Turteltaub, quella del producer Bruckheimer che fa sempre lo stesso mediocrissimo film. Meglio quando la bella Kruger e Justin Bartha giocano con le macchinine a Londra (inseguimento a tutta birra, letterale) e poi quando appaiono attori veri, il cattivo poi eroico Ed Harris e la ex regina Helen Mirren, nell'inutilmente folto cast con Jon Voight e Harvey Keitel." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 dicembre 2007)"Dopo il sorprendente successo del primo film, torna con 'Il mistero delle pagine perdute' la squadra de 'Il mistero dei templari', ancora con Nicolas Cage nei panni di Ben Gates, avventuriero più colto di quel che sembra. L'idea del produttore Jerry Bruckheimer è quella di mescolare Indiana Jones con 'Il codice da Vinci'. La ricerca di antichi reperti storici associati a scomode verità tenute nascoste alla collettività. Il primo film era apprezzabile in quanto blockbuster scacciapensieri che funzionava come bignami storico. (...) Ignorando l'invadenza del parrucchino, il film diretto da Jon Turteltaub (nel cast anche Diane Kruger, Jon Voight, Helen Mirren) propone avventura e risate per grandi e piccini. Simpatico." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 21 dicembre 2007) |
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| Titolo | Never Back Down - Mai arrendersi |
|---|---|
| Titolo originale | Never Back Down |
| Anno | 2008 |
| Regista | Jeff Wadlow |
| Durata | 110 |
| Paese | USA |
| Genere | drammatico, sportivo |
| Trama | Jake Tyler non riesce ad inserirsi nella sua nuova scuola finché non incontra un veterano di arti marziali che lo aiuterà a cambiare del tutto la situazione. Lo addestra, infatti, attraverso un club di boxe segreto, ad utilizzare mente e corpo in modo tale che Jake potrà battersi alla pari con il campione locale di arti marziali, Ryan McCarthy. |
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| Titolo | Agente 007, mai dire mai |
|---|---|
| Titolo originale | Never Say Never Again |
| Anno | 1983 |
| Regista | Irvin Kershner |
| Durata | 137 |
| Paese | GRAN BRETAGNA, USA, GERMANIA OCCIDENTALE |
| Genere | spionaggio |
| Trama | James Bond, momentaneamente disoccupato, viene mandato da M, il suo capo in una clinica per rimettersi in forma, eliminare tossine e dimagrire un po'. Qui viene fortuitamente a conoscenza di un complotto ai danni di un giovane americano esperto di missili nucleari. Il suo capo è una splendida ragazza bruna, Fatima, agli ordini della 'Spectre' che vuole rubare due missili per ricattare il mondo. Qualche tempo dopo M affida a Bond il compito di salvare il mondo. A capo dell'organizzazione c'è Largo, che a sua volta esegue gli ordini di un dirigente superiore che rimane nell'ombra. Largo sfida a duello Bond e viene sconfitto.Note - REMAKE DI AGENTE 007, THUNDERBALL - OPERAZIONE TUONO DIRETTO DA TERENCE YOUNG NEL 1965.- E' L'ULTIMA APPARIZIONE DI SEAN CONNERY NEI PANNI DEL LEGGENDARIO AGENTE 007.- IL FILM E' STATO CAMPIONE DI INCASSI IN GRAN BRETAGNA NEL 1984.Critica "Dopo dodici anni Sean Connery è tornato alla grande e a far da padrone nei panni dell'agente segreto che lo rese famoso nel 1961 e nella cui veste ha girato ben sette film. Un rientro da professionista serio e impegnato. In questo film d'azione dall'inizio alla fine la produzione non ha guardato a spese, sia per quanto riguarda il regista (Kershner) sia per gli attori coprotagonisti (Brandauer, von Sydow), sia per le musiche (Legrand), sia per tutto il resto della troupe. Il film è un rifacimento ben congegnato di 'Thunderball - Operazione tuono' ma Bond è più moderno ed attuale: stessa grinta, stesso temperamento, stesso fascino, stesso infallibile intuito, ma in più un azzeccato senso di autoironia che lo rende simpatico e più credibile. Troviamo nel film alcune ingenuità che però si riscattano nel ritmo serrato della vicenda che avvince lo spettatore: i mezzi tecnici e gli effetti speciali sono buoni; le scene di massa, quelle subacquee, gli inseguimenti, la fotografia sono pregevoli. C'è una gradevole satira al sistema segreto americano; non tutto è perfetto, non tutto è previsto, basta un niente per sì che una semplice esercitazione militare possa tramutarsi in una tragedia nucleare mondiale." (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 96, 1984)"'Mai più'. Connery l'aveva detto nel '71 dopo il suo settimo Bond e invece c'è ricaduto. Non male però. Qui fa tutto: ama, riceve punizioni fisiche, balla persino il tango come Rodolfo Valentino. C'è la malvagia Carrera e la dolce Basinger." (Laura e Morando Morandini, Telesette)"L'ultima volta di Sean Connery come James Bond risaliva a 'Una cascata di diamanti' del 71: poi l'attore aveva appeso la pistola al chiodo per dedicarsi a interpretazioni più impegnative. Convinto a suon di miliardi, Connery torna a sparare sfoggiando stile e autoironia, ma anche i segni del tempo. I ritmi di 007 non fanno più per lui. Il film è quasi un rifacimento di 'Thunderball'". (Francesco Mininni, Magazine italiano tv) |
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| Titolo | Una notte al museo |
|---|---|
| Titolo originale | Night At The Museum |
| Anno | 2006 |
| Regista | Shawn Levy |
| Durata | 108 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, commedia, fantasy |
| Trama | Larry Daley, guardia notturna al Museo di Storia Naturale di New York, vive la più straordinaria avventura della sua vita: durante il giro di ricognizione, infatti, avverte uno strano rumore e improvvisamente si rende conto che gli animali impagliati e le statue dei personaggi ospitati nelle sale espositive, si sono animati e stanno mettendo a soqquadro l'intero edificio...Critica "Oltre a essere divertente, il tutto contrabbanda anche un messaggio per grandi e piccini: i musei sono archivi di vita." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 2 febbraio 2007)"E' un filmetto ultra convenzionale, tutto ovvio e privo della minima sorpresa. La faccetta sorridente di Ben Stiller ha un valore e un significato letterali: vi procura un gradevole e sorridente passatempo. (...) Non è un thriller ma un film comico zeppo di effetti speciali, però c'è il mistero. Un film infantile e per bambini. Ben Stiller, comico di scuola aggressiva e nevrotica, è addomesticato." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 2 febbraio 2007)"'Una notte al museo' di Shawn Levy è un giocattolone anni '80 che rispetto a 'Gremlins' e 'Ghostbusters' manca di 2 elementi essenziali su 5: un buon regista e una sceneggiatura frizzante. Gli altri li ha tutti: l'eroe (Stiller, anche se più moscio del solito), gli effetti speciali e un cuore grande nel finale. Puro intrattenimento hollywoodiano per famiglie oggi sempre più affidato all'animazione. Dal vivo non se ne fanno più. Tra qualche anno Una notte al museo verrà considerato come un reperto storico da ammirare in un museo. Per ora è un successone." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 2 febbraio 2007)"Con 'Una notte al museo' di Shawn Levy, Ben Stiller raggiunge l'ultima area di pubblico che gli mancava: quella sotto i dieci anni. Ci riesce al primo colpo, a giudicare dagli incassi americani, ma senza fare nulla che non abbia già fatto ed è un peccato, perché ha una bella inventiva. (...) Fra scheletri di tirannosauri dediti al riporto canino, mammut e renne, pretoriani e cow boy (fra loro, Owen Wilson), unni dal cuore di bambini, lo spettacolo è sconclusionato, ma brioso. Fra i guardiani disonesti, due pezzi di storia del cinema: Mickey Rooney e Dick Van Dyke." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 2 febbraio 2007)"Arrivato in Italia sulla scia dell' eccezionale successo al box office americano (oltre 200 milioni di dollari), 'Una notte al Museo' obbliga la critica a confrontarsi con uno dei suoi più amletici interrogativi: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Che, appena un po' aggiornato alla complessità sociologica di questi nostri anni, si può trasformare in: ma gli americani sono solo eterni bambinoni (e tutto quello che producono sono solo bambocciate: corollario) oppure dobbiamo apprezzare la loro capacità di vedere nella realtà il lato favolistico e consolatorio? (...) Trasformando la morale pedagogica del film (la stima dei propri figli si conquista affrontando le avversità) nell'ennesima conferma che l'etica protestante del successo è sempre l unica vera regola di vita made in Usa. E che anche le favole devono adattarsi alle logiche del mercato. Con buona pace di chi si ostina a credere che al di là dell' Atlantico ci siano solo bambinoni mai cresciuti o ingenui sognatori." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 2 febbraio 2007) |
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| Titolo | Nightmare Before Christmas |
|---|---|
| Titolo originale | Nightmare Before Christmas, The |
| Anno | 1993 |
| Regista | Henry Selick |
| Durata | 76 |
| Paese | USA |
| Genere | animazione |
| Trama | Nel villaggio di Halloween mostri e mostriciattoli festeggiano l'ennesima notte di spaventi, ma il loro capo, Jack Skeletron, non è soddisfatto. Vagabonda tra le lapidi e gli alberi intisichiti seguito dal fedele cane-fantasma Zero e Sally, la bambola di stracci che lo ama in segreto ed è frutto di un esperimento del dottor Finklestein, lo scienziato folle del villaggio. La scoperta, del tronco di un albero, dell'ingresso al villaggio tutto colori, luci, gente allegra e bimbi festosi, nonché la vista di Babbo Natale, che lui scambia per una grossa aragosta, ribattezzandolo "Babbo Nachele", colpisce profondamente Jack, che decide di far rapire il carismatico personaggio per sostituirlo. Fa quindi fabbricare una quantità di giocattoli in stile Halloween alla sua gente, e ordina a Finklestein di fargli tre scheletriche renne che su una slitta funebre lo trasportino in volo sul villaggio di Natale. Sally, che ogni tanto tenta di sfuggire allo scienziato mettendogli un sonnifero nel minestrone, segue in apprensione i preparativi di Jack, certo che non ne verrà niente di buono. Fatto catturare Babbo Nachele, Jack lo sostituisce, elargendo quelli che per lui sono deliziosi mostriciattoli, ma che atterriscono i bambini e provocano addirittura l'abbattimento a cannonate della slitta. Pentito e deluso, torna per liberare Babbo Nachele, cui si è aggiunta Sally, accorsa invano a liberarlo dalle grinfie dell'orrendo Bau Bau che viene sconfitto da Jack in un'epica battaglia. Grato, Babbo Nachele regala al grigio paesaggio di Halloween la bianca magia della neve, mentre Jack si accorge finalmente dell'amore di Sally.Note - I DOPPIATORI DEI PERSONAGGI ANIMATI DELLA VERSIONE ITALIANA SONO: RENATO ZERO (JACK SKELETRON), GIORGIO LOPEZ (SINDACO), MONICA WARD (VECO) E FRANCESCO VAIRANO (DOTTOR FINKLESTEIN).- NEL 2007 LA VERSIONE IN 3D E' STATA PRESENTATA FUORI CONCORSO ALLA 64. MOSTRA DI VENEZIA QUANDO E' STATO CONSEGNATO A TIM BURTON IL LEONE D'ORO ALLA CARRIERA.Critica "Elaborato da un'equipe di oltre 120 persone, deliziosamente musicato da Danny Elfman che nell'originale dà la voce al protagonista (doppiato da Renato Zero) e diretto con ritmo da Henry Selick, 'Nightmare before Christmas' resta nell'essenza un tipico capolavoro burtoniano, con quel suo gusto per l'horror artigianale e poetico dei vecchi film rivisitato alla luce del gotico sepolcrale e dell'ironia postmoderna. E il romantico Skeletron è fratello di sangue di Edward mani di forbice, dolce mostro che si faceva abbagliare dal falso miraggio della normalità." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 3 dicembre 1994)"Le trovate abbondano, i personaggi, persino i più strambi, hanno tutti segni, caratteri, reazioni decisamente verosimili, anche quando i colori sono intenzionalmente eccessivi, qua si citano i film dell'orrore, là, con quel protagonista buono e ingenuo dall'aria da spettro, si ricorda, briosi, Edward mani di forbice: con pigli decisi e con forza, ma anche con gentilezza e con grazia: per esorcizzare il funereo con segretissime gioie. Un successo." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 dicembre 1994)"Il lungometraggio diventa un pretesto per narrare una fiaba di buone intenzioni fraintese, ma anche un apologo sui ruoli che ogni essere (più o meno umano) è costretto a ricoprire, in una società dove ogni iniziativa fuori dai canoni sembra destinata ad un'ingloriosa sconfitta. Per animare i pupazzi, Burton e Selick hanno raccolto alcuni dei migliori professionisti di questo genere in grado di garantire al film una incredibile fluidità di movimenti, non solo dei personaggi, ma anche della cinepresa, fatto questo assolutamente rivoluzionario, che permette alla stop-motion di annullare gli handicap di linguaggio cinematografico da cui tradizionalmente è sempre stata afflitta. La ricchezza visiva delle scenografie e la sofisticata colonna sonora di Danny Elfman, rendono 'Nightmare Before Christmas' un gioiellino unico e, probabilmente, irripetibile, che merita ogni attenzione nella sua romantica battaglia contro i kolossal natalizi che affollano le nostre sale." (Oscar Cosulich, 'la Repubblica', 11 dicembre 1994) |
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| Titolo | Come un uragano |
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| Titolo originale | Nights In Rodanthe |
| Anno | 2008 |
| Regista | George C. Wolfe |
| Durata | 97 |
| Paese | USA, AUSTRALIA |
| Genere | drammatico, romantico |
| Trama | Adrienne Willis, per sfuggire all'infelicità che sta attanagliando la sua vita matrimoniale, decide di andare per qualche giorno ad aiutare una sua amica nella gestione di una locanda nella cittadina balneare di Rodanthe, nella Carolina del Nord. Tuttavia, l'idea di un piacevole soggiorno viene immediatamente sconvolta dal sopraggiungere di un uragano. Costretta ad una coabitazione forzata con l'unico ospite della locanda, il dott. Paul Flanner, Adrienne inizia a confidarsi con lui scoprendo quanto entrambi siano accomunati dall'insoddisfazione per le reciproche esistenze. A poco a poco l'attrazione tra i due diventa più forte e Adrienne e Paul si abbandonano ad un amore struggente e appassionato che lascerà per sempre il segno nelle loro vite.Critica "Esemplare dell'ingiustificata sudditanza del nostro mercato. Più che mercato discarica di ogni piccola paccottiglia americana di cui, ecco qui un caso da manuale, non si sentiva la necessità. Richard Gere lasciamo perdere, prestazione molto al di sotto del minimo sindacale. Diane Lane invece ci starebbe con la sua grazia navigata e matura senza aver perso freschezza giovanile." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 19 dicembre 2008)"Fra sguardi lunghi, pesce alla griglia e vino rosso, finalmente Gere e Lane, che non sembrano convinti più di tanto, recitando col pilota lacrimoso automatico, decidono d'amarsi. Toccata la felicità col dito, lui parte e inizia la parte epistolare: meno male che la posta funziona, questo è il lato interessante. Il resto è manierismo, ma quando gli attori piangono a noi viene da ridere e quando ridono ci viene da piangere: segno che qualcosa non funziona nella inerte sceneggiatura di John Romano basata su un libro di Nicholas Sparks, che si era già dichiarato in 'Le parole che non ti ho detto' e non cambia marcia al suo senso piagnone della vita e del cinema, anche se stavolta non manda messaggi nella bottiglia nell'oceano." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 dicembre 2008)"Il regista George C. Wolfe, viene dal teatro e questo è il suo primo film. Predilige le scene madri, i grandi dolori, addirittura gli strazi e il romanzo cui si è rivolto gliene aveva procurati a bizzeffe, così i pianti, nel finale, si sprecano mentre, a compensarli, gli scontri tra genitori e figli all'inizio molto accessi si smorzano fino a suscitare, però nuove commozioni, all'insegna appunto, delle lacrime. I sentimenti, ad ogni modo, messi tutti in fila sono buoni, le intenzioni di dar loro la massima evidenza sono chiare, così è possibile aderirvi, specie se si incontrano nei climi natalizi che ci attendono. Gli interpreti, del resto, non si sottraggono ad esprimerli al meglio. Come Paul c'è Richard Gere, con molte rughe nei primi piani e capelli sempre più grigi, ma ancora plausibile anche come innamorato ricambiato. Al fianco, come Adrienne, ha Diane Lane, che lo conosce bene perché ha già interpretato altri due film con lui, 'Cotton Club' di Coppola e 'Unfaithful-L'amore infedele' di Adrian Lyne. Non è bellissima ma può piacere." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 19 dicembre 2008)"Le signore più sensibili piangeranno a dirotto, grazie anche alle lacrimose lettere con cui il chirurgo grafomane inonda la sua bella. Vale la pena di riportare integralmente un passo da sbellicarsi: 'Qui la natura è fantastica, ma neanche paragonabile alle vette e alle valli che ho visitato sul tuo corpo', con l'immaginazione si può intuire il ciglio umido e la fronte aggrottata del mittente, il grigione pensieroso Richard Gere. Un attore da Oscar. Al contrario, beninteso." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 19 dicembre 2008)"Brindiamo al miracolo hollywoodiano. E' veramente difficile trovare oggi una storia d'amore che coinvolga due attori di quarantatre (lei) e cinquantanove anni (lui). Il regista è un mostro sacro di Broadway all'opera prima, il soggetto è tratto dai romanzi strappalacrime di Nicholas Sparks e la coppia è così affiatata da farci tollerare anche i momenti più grossolani. E ce ne è qualcuno. Probabilmente hanno già lavorato insieme ". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 19 dicembre 2008)"Per un'oretta, conquistati dalla presenza di due attori da applauso, 'Come un uragano' si segue volentieri, poi inciampa nei luoghi comuni del genere sentimental-lacrimoso di cui trabocca l'originario best seller di Nicholas Sparks." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 19 dicembre 2008) |
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| Titolo | Alla ricerca dell'isola di Nim |
|---|---|
| Titolo originale | Nim's Island |
| Anno | 2008 |
| Regista | Jennifer Flackett Mark Levin |
| Durata | 94 |
| Paese | USA |
| Genere | Commedia, famiglia, fantasy |
| Trama | La piccola Nim è andata a vivere insieme a suo padre Jack, uno scienziato, su un'isola nel sud del Pacifico dove l'uomo deve compiere delle ricerche. Come una moderna Robinson Crusoe, Nim fa amicizia con un simpatico iguana di nome Fred, con la tartaruga Chica e trascorre le sue giornate con un leone marino che ha ribattezzato Selkie. Il suo unico contatto con il mondo civilizzato è un computer da cui può inviare e-mail. Inizia così la sua corrispondenza con una scrittrice agorafobica che vive a New York. Quando un giorno Jack parte a bordo di una barca per un'esplorazione e a causa di un ciclone non fa ritorno, Nim si trova sola sull'isola. Quando la scrittrice capisce che la sua amica di penna non è una scienziata, bensì una bambina sola su un'isola deserta, sa di doverla aiutare, ma per farlo deve vincere le sue paure...Critica "In tanta dovizia di strizzate d'occhio ai più piccini resta qualcosa di appetibile per i rassegnati accompagnatori maggiorenni? Direi che resta il divertimento di vedere Jodie Foster impegnata nel ritratto di un'imbranata, afflitta dall'agorafobia, paga di vegetare trepidante in una magione solitaria con il computer come unica finestra sul mondo. Per poi seguire, fra incidenti rocamboleschi e contrarietà incredibili, la trasformazione di Alexandra in un'avventuriera degna compagna del suo eroe immaginario divenuto nel frattempo un innamorato reale. Un filmetto piccolo piccolo con un numero da grande attrice." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 11 aprile 2008)"Il film è fiabesco nei toni, oltre che nella sostanza. Sfrutta in modo intelligente i fondali animati e gli effetti speciali, e gioca con ironia sulla doppia identità di Butler, che diventa Alex Rover sia nei sogni della figlia, sia nelle stizzite fantasie di Alexandra, che ha con lui un rapporto simile a quello di Woody Allen/Humphrey Bogart in 'Provaci ancora Sam'. Dirigono due registi, Marl Levin e Jennifer Flackett, ispirandosi a un libro piuttosto famoso di Wendy Orr che in Italia esce, come gli Harry Potter, per l'editore Salani." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 11 aprile 2008)"Tratto dal romanzo di Wendy Orr, 'Alla ricerca dell'isola di Nim', ricorda 'All'inseguimento della pietra verde', ma è un peccato veniale. Si tratta di una favola per famiglie, gradevole, sufficientemente attraente. Per quanto brava, Jodie Foster non ha i tempi della commedia. Ma simpatia e spettacolo abbondano". (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 11 aprile 2008) |
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| Titolo | Non è un paese per vecchi |
|---|---|
| Titolo originale | No Country For Old Men |
| Anno | 2007 |
| Regista | Ethan Coen Joel Coen |
| Durata | 122 |
| Paese | USA |
| Genere | avventura, drammatico, guerra |
| Trama | Texas, anni '80. L'avventura di un uomo che, durante una battuta di caccia lungo il Rio Grande, incappa per caso sulla scena di un traffico di droga andato storto dove sono stati abbandonati alcuni cadaveri, un quantitativo di eroina e soprattutto una valigia con un'ingente somma di denaro. L'uomo decide di prendere con sé la borsa con il prezioso contenuto e inizia la sua fuga disperata per eludere la caccia all'uomo messa in atto da un assassino psicopatico, un ex agente delle forze speciali assoldato da un potente cartello e da uno sceriffo intenzionato a fermare i due inseguitori...Note - IN CONCORSO AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007).- GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA A JAVIER BARDEM. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E SCENEGGIATURA.- OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM, MIGLIOR REGIA, MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA A JAVIER BARDEM E MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE. IL FILM ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER FOTOGRAFIA, MONTAGGIO, SOUND EDITING (SKIP LIEVSAY) E SOUND MIXING (SKIP LIEVSAY, CRAIG BERKEY, GREG ORLOFF, PETER F. KURLAND).- DAVID DI DONATELLO 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.Critica "Dal romanzo di Cormac McCarthy 'Non è un paese per vecchi', Joel ed Ethan Cohen hanno tratto 'No country for old men' (...) Sebbene finisca anche lui (Tommy Lee Jones) per assumere i contorni caricaturali di un Gary Cooper di 'Mezzogiorno di fuoco' fuori stagione, incarna il punto di vista del romanziere e del film. Il rimpianto per gli antichi valori della Frontiera e il senso dell'onore. Per i tempi in cui si diceva ancora 'signore' e 'signora'. E il denaro e la droga non ci avevano ancora ridotti così'. Crepuscolare e accattivante, ma chissà se più da palato europeo che americano." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 20 maggio 2007)"Prima o poi bisognerà fare davvero i conti con i fratelli Coen e col loro cinema ingordo di tutto altro cinema, letteratura, fumetti, filosofia, teologia. Non per capire da dove vengono le loro immagini beffarde o il loro humour nero e nerissimo, ma dove vanno, cosa ci dicono davvero del mondo e dei loro autori. Che ultimamente sembrano volersi appoggiare ad altri autori se dopo il remake esilarante ma alimentare della Signora Omicidi stavolta adattano addirittura un maestro della letteratura americana contemporanea come Cormac McCarthy. E anche se fin dalle prime scene di 'No Country For Old Men' una carneficina nel deserto, un omicidio atrocissimo e quasi buffo, uno psicopatico sardonico dalla assurda frangetta che va ammazzando innocenti con una bombola di aria compressa si capisce che McCarthy e i Coen sono molto vicini, il tono così speciale del film costringe a interrogarsi. (...) Fatte salve azione e suspense, straordinarie, il film sembra percorso da una voglia di capire quasi inedita per i Coen. E questi personaggi radicati nel loro mondo e uniti da legami fortissimi si scontrano con l'accento e il ghigno inquietante di Bardem che invece non ha origini, non ha motivazioni, se non un'assurda fedeltà alla propria missione. Torna in mente 'Barton Fink', altro film in cui il male si dava come enigma impenetrabile e quasi necessario. Ma dietro questa parabola vibra un'inquietudine nuova. Come se i protagonisti fossero tre volti di uno stesso personaggio, le loro differenze tutto sommato casuali, e il dio del racconto si divertisse a giocare a dadi con i loro destini sullo sfondo di un'America sempre più barbarica e regressiva." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 maggio 2007)"I romanzi di Cormac McCarthy sono quanto di meglio può offrire oggi una letteratura americana cruda, dura e appartata rispetto ai clan newyorkesi. Joel ed Ethan Coen hanno avuto il merito di pensare per primi a 'No Country for Old Men' anticipando la fortuna cinematografica che arriderà all'opera omnia dello 'Shakespeare del West'. È innegabile, però, che si provi una certa delusione al cospetto del dodicesimo titolo della coppia, capace nel passato di regalare capolavori ('Crocevia della morte', 'Fargo', 'Il grande Lebowski'). Trascurando le variazioni apportate alla pagina scritta, sta di fatto che 'No Country for Old Men' sembra sostenere bene le sue cadenze straniate, ma a circa mezz'ora dal finale la tensione si allenta, i dettagli sfuggono o diventano farraginosi e non si recupera più il filo di una tonalità sospesa tra il grottesco, il noir e lo ieratico Texas." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2007)"'No Country' talora ricalca 'Ricercati: ufficialmente morti' di Walter Hill. Ma ci sono anche altri echi. La sensazione di assistere a un'erudizione, più che a una proiezione, è fondata. Che cosa mettono i Coen di loro e non di memoria in 'No Country'? Un umorismo secco e tagliente, più esplicito di quello del romanzo. Poi una buona trovata: prendere lo spagnolo Javier Bardem e farne non un trafficante di droga messicano, ma un sicario fatalista di imperscrutabile origine, che ha lo stesso tono di voce e la stessa effeminata pettinatura di James Earl Jones in 'Conan il barbaro'. (...) Quando non è un poliziesco desertico, 'No Country' è un western crepuscolare. Ma in un momento o nell'altro ci si ricorda sempre che - attraverso gli emarginati in lotta per una valigia di dollari - parlano intellettuali, come Mc Carthy e come i Coen. Invece che ridurla l'impronta alta del libro, il film l'accentua. Se poi il personaggio principale è un saldatore, ci si domanda perché conosca, senza mai andare al cinema, astuzie da agente segreto, ma ignori la prima cautela di chi incappa in soldi non suoi: non tornare dove li ha trovati." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 20 maggio 2007)"La perdita di ogni logica ma anche la convinzione di vivere in un mondo dominato dall'avidità e dalla violenza attraversano invece 'No Country for Old Men', che i fratelli Ethan e Joel Coen hanno tratto dal romanzo di Cormac McCarthy tradotto in italiano da Einaudi col titolo 'Non è un paese per vecchi'. (...) Come già in 'Fargo' i Coen leggono in chiave morale la gratuità del male e l'orrore della provincia americana (il film è ambientato nel Texas, nel 1980) ma qui la forza dell'assunto si stempera lungo una linea narrativa che rischia la meccanicità, tra esplosioni improvvise di violenza e compiaciute pause per ironizzare sulla stupidità umana." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 20 maggio 2007)"Prima o poi bisognerà fare davvero i conti con i fratelli Coen e col loro cinema ingordo di tutto: altro cinema, letteratura, fumetti, filosofia, teologia. Non per capire da dove vengano i loro film beffardi e il loro humour nerissimo, ma dove vanno, cosa ci dicono davvero del mondo e dei loro autori. Che stavolta adattano addirittura un maestro della letteratura americana contemporanea come Cormac McCarthy. Che i Coen e McCarthy siano molto vicini si capisce fin dalle prime scene di 'Non è un paese per vecchi': una carneficina nel deserto, un omicidio atrocissimo e quasi buffo, un pazzo sardonico con assurda frangetta che stermina innocenti con una bombola di aria compressa. Ma il tono è così speciale che lascia dubbiosi. (...) Torna in mente 'Barton Fink', altro film in cui il male si dava come enigma impenetrabile e quasi metafisico. Ma dietro questa parabola vibra un'inquietudine nuova. Come se i protagonisti fossero tre volti di uno stesso personaggio, le loro differenze tutto sommato casuali, e il dio del racconto si divertisse a giocare a dadi coi loro destini sullo sfondo di un'America sempre più barbarica e regressiva." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 febbraio 2008)"Per chi ha sempre ritenuto il cinema dei fratelli Joel ed Ethan Coen un tantino sbilanciato su un approccio cerebrale alla materia, con 'Non è un paese per vecchi' può trovarsi di fronte al paradigma fondatore dell'assunto. I Coen ragionano esclusivamente in termini teorici fingendo di interessarsi agli sviluppi di una semplice storia fatta di inseguimento gatto-topo (e cane), lavorando freddamente su come si devono guardare le immagini e dell'effetto che possono provocare, più che del cosa vogliono contenutisticamente trasmettere. (...) Chigurh, un Bardem con raggelante voce cavernosa, parrucchetta da paggio e un'ingombrante diabolica arma sempre in mano, è il killer più spietato che il cinema abbia ideato nell'ultimo decennio. La personificazione del male che nel suo percorso per ritrovare il bottino si imbatte in casuali duetti dove il destino del dirimpettaio è demandato con ghigno degli ideatori, e pathos del racconto insostenibile, all'imperscrutabile destino. Per i Coen il cinema, e 'Non è un paese per vecchi' nello specifico, è un gioco serissimo, basato su rigorose impostazioni teoriche godardiane (o alla Tarantino). Tanto che per una volta si permettono di sottrarre alle loro immagini sature di luci e inquadrature differenti il commento musicale, praticamente inesistente, ed ogni (forzato) riferimento filosofico/morale al romanzo d'origine di Corman McCarthy che si dedicava maggiormente alla mutazione antropologica della frontiera statunitense/messicana."(Davide Turrini, 'Liberazione', 22 febbraio 2008)"Pur nel mondo senza pietà che il film rappresenta si avverte come uno sguardo di compassione posato sui personaggi, la loro inconsolabile solitudine, gli sforzi quasi patetici per darsi una ragione una ragione di esistenza. Lo sguardo riflessivo è unito a una regia incomparabile, geniale, stilizzata, così piena di idee che sarebbero sufficienti per cinque o sei altre pellicole. E' difficile inquadrare con stile, compassione e ironia il mondo, nel momento stesso in cui lo rappresenti come un posto totalmente impazzito. Le rare volte in cui ciò avviene, il capolavoro non è lontano. E una volta tanto, anche otto nomination agli oscar non appaiono esagerate." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 22 febbraio 2008)"Tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarty, Non è un paese per vecchi - in concorso a Cannes ma rimasto all'asciutto perché considerato film di genere - si svolge in Texas, al confine con il Messico. Qui si incrociano i destini di tre uomini (...) I fratelli Coen, apprezzati per film come Fargo e Il grande Lebowski, anticipano l'azione di un paio di decenni e si discostano dal romanzo trascurando la parte narrativa che McCarty affida alternativamente allo sceriffo: voce narrante che assurge sia pure stancamente a coscienza morale in un mondo in disfacimento. Quello in cui si svolge la storia, segnata da violenze assurde e insensate, è un mondo in cui non c'è posto per i vecchi valori. È un mondo popolato da uomini che, come scrive il romanziere, "se uno li ammazzasse tutti, toccherebbe costruire una dépendance dell'inferno". Ebbene nel film questa coscienza morale non c'è e - forse volutamente - emerge debolmente dal personaggio dell'uomo della legge. Troppo poco per riscattare tanta gratuita violenza. Se non altro nei Coen non c'è compiacimento nel mostrare con crudezza tanta malvagità nelle fattezze di un killer che lascia cadaveri ovunque passi, ma neppure c'è un barlume di credibile compassione. E il pur apprezzabile humour - una delle note caratteristiche dei Coen - che spesso fa da contraltare al sangue versato a profusione non toglie nello spettatore quel senso di fastidioso vuoto assoluto. Il sogno americano va in frantumi, i registi lo descrivono con toni forti e non offrono alcuna ancora di salvezza, nessuna speranza per il futuro. Il pur disilluso McCarty nel romanzo lascia invece aperto qualche spiraglio. E qui si torna alla riflessione iniziale, ovvero la visione decisamente pessimistica che gli Stati Uniti danno di se stessi attraverso il cinema. Una visione a quanto pare condivisa dai giurati degli Academy Awards, che ha premiato una pellicola che non lascia adito a dubbi in proposito, mostrando il declino della moderna società, lo sgretolamento dei valori. La nuova frontiera non è violenta quanto se non più di quella mitizzata. Il viaggio è finito. Le illusioni anche. Insomma, un segnale poco incoraggiante. Meno male che a fare da contrappunto ci hanno pensato gli "oscar" del cinema indipendente che, non dovendo dar conto alle grandi produzioni hollywoodiane, hanno premiato proprio 'Juno' come miglior film, migliore sceneggiatura opera prima (con Ellen Page migliore attrice protagonista), e 'Lo scafandro e la farfalla' per la regia e la fotografia. Insomma, un riconoscimento a chi, a quanto pare controcorrente, racconta la bellezza della vita." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 26 febbraio 2008) |
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| Titolo | Sapori e Dissapori |
|---|---|
| Titolo originale | No Reservations |
| Anno | 2007 |
| Regista | Scott Hicks |
| Durata | 105 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia, drammatico, romantico |
| Trama | L'ordinata esistenza di Kate Armstrong, chef del raffinato ristorante '22 Bleecker' di Manhattan, ossessionata dalla perfezione e dall'idea di avere sempre tutto sottocontrollo, viene messa a soqquadro dalla morte della sorella che le lascia in affidamento la nipotina di nove anni, e dall'arrivo nella sua cucina di un nuovo e affascinante aiuto-cuoco, Nick Palmer, un uomo allegro e pieno di energie che ben presto si conquista le simpatie di tutti...Note - REMAKE DEL FILM "RICETTE D'AMORE" (2001) DIRETTO DA SANDRA NETTELBECK CON SERGIO CASTELLITTO E MARTINA GEDECK.Critica "L'originale, interpretato da Martina Gedeck e Sergio Castellitto, era una commedia drammatica più mesta, più riflessiva, che toccava con una certa sensibilità il tema della solitudine e della scarsa attitudine alla vita di una donna. Riscaldando il piatto, Scott Hicks ('Shine') ne semplifica parecchio gli ingredienti; il che da un lato è un vantaggio (taglia l'ultima parte della vicenda, lunga e un po' melodrammatica), dall'altra rende il tutto un po' sciapo, come accade a chi rispetta il ricettario della commedia sentimentale hollywoodiana. Meglio del previsto, comunque, Catherine, che s'impegna in una parte più complessa delle sue solite, mentre Aaron Eckhart, vitale e simpatico quanto basta per farsi perdonare la parodia involontaria dell'italiano. Perché - via - a Hollywood ci vedono ancora e sempre come delle (magari amabili e seduttive) macchiette. Da segnalare un momento di comico involontario riguardo ai tartufi. Per gli americani, siano pure chef di livello superiore, i migliori vengono sì anche da Alba, ma soprattutto da Bologna e da Parma." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 settembre 2007)"Gli interpreti fanno il resto, soprattutto, nei panni di Kate, Catherine Zeta-Jones che, con deciso sussiego, sta in cucina come se stesse in un salotto e dirige lo stuolo dei suoi assistenti con il piglio di un generale su un campo di battaglia. Pur accettando, al momento dei sentimenti, tutti quegli accenti teneri che risultano necessari. Di fronte a Lei, Aaron Eckart, interpreta il personaggio cui, nel film tedesco, dava volto il nostro Sergio Castellito. Ma, ovviamente, e molto meno plausibile. Anche quando teorizza sulla pastasciutta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 14 settembre 2007)"Un tipo di film così insulso (neppure la trovata della cucina come territorio dell'amore è ben sfruttata) esige una sceneggiatura super, battute scintillanti, interpreti brillantissimi: 'Sapori e dissapori' non li ha. Presenta invece un dilemma: come fa il regista a passare a un film del genere da 'Shine', la biografia del nevrotico pianista recitato da Geoffrey Rush-Oscar?." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 settembre 2007)"Remake di 'Ricette d'amore' di Sandra Nettelbeck con Martina Gedeck e Sergio Castellitto, 'Sapori e dissapori' di Scott Hicks sembrerebbe nella prima parte un film evitabile (Zeta-Jones è troppo bella ed Eckhart un cuoco meno credibile di Dracula) Ma quando il regista prende le distanze dall'originale il film si trasforma invece in una sofisticata e divertente commedia romantica newyorkese. Con una Manhattan che, fra neve, bar e atmosfere, ben dispone anche i più arrabbiati." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 14 settembre 2007)"Se un film europeo stuzzica i filmaker americani, ne acquista la sceneggiatura, riconfezionandone un ibrido condensato. E' quanto accade in 'Sapori e dissapori', cucinato a soli 4 anni dall'originale, l'italo-tedesco Ricette d'amore', scritto e diretto da Nettelbeck e interpretato da Sergio Castelletto, che ha rifiutato il biglietto per Hollywood a causa della scarsa fiducia nel suo inglese. (...) La vicenda di uno chef d'alta cucina, che deve lottare con un antagonista italiano era un magnifico spunto nel film della Nettellbeck, qui è una melensa rassegna di luoghi comuni della commedia americana, un pastiche sentimentale e pateticamente risibile per quanto attiene alla cucina. E la bella Catherine è davvero improbabile come grande chef." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 14 settembre 2007)"Commedia gastronomica, remake di 'Ricette d'amore', che si trasferisce dalla Germania alla New York di Becker Street (...) Tutto seguendo il filo del carino nel rapporto zia-nipote (la piccina è Abigail Breslin di 'Miss Sunshine'), sintetizzando complessi con l'arrivo di Aaron Eckhart in parrucchino: ha idee confuse sul cibo (tartufi e Tirami su) ma canta allegramente Verdi e Puccini. Sui titoli di coda si sente Pavarotti, ma entrano in circolo anche Paolo Conte e il vecchio mambo gelato. Arrivano dalla cucina profumi ineffabili e costosi, dal salotto le chiacchiere da psicologo. Morale? Le ricette sono ad personam." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 14 settembre 2007) |
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| Titolo | Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco |
|---|---|
| Titolo originale | Ocean's Eleven |
| Anno | 2001 |
| Regista | Steven Soderbergh |
| Durata | 116 |
| Paese | USA |
| Genere | commedia, thriller |
| Trama | Danny Ocean è un gangster che ama l'azione. Meno di ventiquattr'ore dopo essere stato scarcerato ha già ideato un nuovo piano per mettere a segno la rapina più elaborata e sofisticata della storia all'insegna di tre regole fondamentali: non ferire nessuno, non derubare chi non lo merita ed andare avanti come se non ci fosse a da perdere. Per questo, in una sola notte, Danny riunisce undici specialisti del furto per sottrarre 150 milioni di dollari alle tre più importanti case da gioco di Las Vegas di proprietà dello spietato imprenditore Terry Benedict, legato alla ex moglie di Danny, Tess.Note - IL SOGGETTO DEL FILM DEL 1960 E' FIRMATO DA GEORGE CLAYTON JOHNSON E JACK GOLDEN RUSSELL. LA SCENEGGIATURA DEL 1960 E' INVECE DI HARRY BROWN E CHARLES LEDERER.-STEVEN SODERBERGH FIRMA LA FOTOGRAFIA COME PETER ANDREWS.Critica "Nella prima parte, quella della preparazione del colpo, Soderbergh mette il marchio di fabbrica della sua regia: ottima la presentazione dei numerosi personaggi, divertenti le tecniche cinematografiche. Lo smalto diventa più opaco quanto è ora d'illustrare la meccanica della rapina che, in questo tipo di film, è sempre un po' la stessa. Ciò non toglie che il ritmo sostenuto, il montaggio movimentato e il carisma degli attori compensino la relativa penuria di sorprese. George sembra fatto apposta per la parte del bad-boy romantico: Brad, ragazzaccio 'cool' dal guardaroba impossibile, è il migliore del branco". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 dicembre 2001) "'Ocean's Eleven' di Steven Soderbergh nasce come remake del vecchio 'Colpo grosso' di Lewis Milestone (1960), ma non si limita a recuperarne il titolo originale. Come il suo predecessore, difatti, Soderbergh, da buon anti-hollywoodiano convertito, sceglie una chiave sfacciatamente hollywoodiana lavorando sul mito, ovvero sulla faccia più accessibile e superficiale: il glamour. (...) Si dirà che a Soderbergh si può chiedere ben altro, e l'architettura del colpo è così complicata che nella seconda parte ci si perde un po'. Ma proprio il contrasto fra il regista e il soggetto dà un tocco di classe a quello che avrebbe potuto essere solo l'ennesimo clone senz'anima". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 dicembre 2001) "Il cast è più bello del film: quattro superstar super seducenti rifanno un vecchio film interpretato da Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr e Peter Lawford (...) Nostalgia, umorismo, avventura, un regista bravo come Soderbergh, il piacere sempre rinnovato di vedere Julia Roberts e George Clooney." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 21 dicembre 2001) "Clooney & Co. si divertono, e il pubblico con loro. Ma la facilità del soggetto, proprio nella complessità studiata dell'ingranaggio di doppi e tripli giochi e simulazioni scontate, rende noiosa l'avventura cinematografica, iterata per celebrare il genere, più che per il piacere d'inventare. La fotogenia degli attori vale il biglietto". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 21 dicembre 2001) |
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| Titolo | Ocean's 13 |
|---|---|
| Titolo originale | Ocean's Thirteen |
| Anno | 2007 |
| Regista | Steven Soderbergh |
| Durata | 120 |
| Paese | USA |
| Genere | azione, commedia, thriller |
| Trama | Il clan di Danny Ocean è costretto a rimettersi all'opera quando l'amico Reuben Tishkoff viene brutalmente estromesso, anche fisicamente, dall'affare che stava portando a termine con Willy Banks, facoltoso proprietario di celebri hotel e casinò. La banda dovrà escogitare un modo per condurre Banks alla bancarotta e per riuscire al meglio nell'impresa si avvarrà dell'aiuto del loro storico ed acerrimo nemico, Terry Benedict, anche lui deciso a distruggere il rivale in affari.Note - FUORI CONCORSO AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007).Critica "Amabilmente leggero, ma spiritoso e privo di volgarità come si usava nel cinema d'altri tempi; pieno di divi bravi e simpatici che hanno l'aria di divertirsi a stare insieme, ma girato da Soderbergh con ellittica raffinatezza di stile, il film non manca di strizzare l'occhio al fondatore della serie Sinatra, la cui famosa voce udiamo nel finale in una canzone su Las Vegas." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 25 maggio 2007)"Volte sapere com'è il film? Ma non vi vergognate? E' come gli altri: incomprensibile. Forse noi siamo duri di comprendonio, ma la saga di 'Ocean' ci sembra molto più esoterica e misteriosa dei film di Bela Tarr. Più che film, sono un'esibizione di gadgets. Clooney, Pitt e soci diventano marchingegni assurdi, tramano rapine usando tecnologie sofisticatissime, parlano di cose totalmente arcane. Sono film senza personaggi, senza trama, scritti in stato chiaramente alterato. Noi li troviamo di una noia mortale e di fronte al loro successo possiamo solo alzare le braccia in segno di resa e registrare il dato antropologico che i divi 'tirano ancora, che mettere insieme due star, 6/7 attori di fama e qualche vecchio caratterista basta a far entrare la gente nei cinema anche in assenza del film." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 25 maggio 2007)"'Ocean's Thirteen', terzo episodio della saga di Steven Soderbergh, inizierà pure a mostrare la corda, ma si vede sempre con estremo piacere per la quantità di minuzie e trovate di ogni genere disseminate nel classico copione della stangata (...) Anche se Clooney e Pitt non perdono occasione per fare i finti tonti in materia. E la scena più divertente del film, non a caso, è quella in cui un paio di hackers lavorando sulle foto segnaletiche inviate via mail proprio a Pacino, trasformano 'in diretta' la banda più glamourous,del secolo in una accolita di anonimi sfigati e bruttarelli. Chirurgia plastica informatica, insomma. Ma al contrario." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 maggio 2007)"Impossibile per lo spettatore comprendere tutti i passaggi del film dove i personaggi si affidano con disinvoltura a miracoli tecnologici e tradizionali travestimenti, ma al di là della trama più o meno credibile, 'Ocean's Thirteen' punta tutto sul suo cast bello, simpaticamente canagliesco e straordinariamente stellare." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 25 maggio 2007)"C'è poco da commentare davanti a un film fastoso e vacuo per definizione, basato sul montaggio nervoso, sui dialoghi ironici, sulla colonna sonora che include 'This town', interpretata da Sinatra (vero nume tutelare dell'operazione), sui trucchi tecnologici approntati a fin di male e, soprattutto, sul carisma dei divi che fanno di tutto per far capire quanto si siano divertiti nella rimpatriata di ribalderie a ruota libera. I1 problema è solo quello che i futuri spettatori potrebbero - senza ricorrere all'imprimatur della critica - in egual misura infischiarsene e deplorare oppure condividere e festeggiare. Anche perché i1 tema del gioco d'azzardo conta anch'esso su una serie di precedenti illustri, mentre in questo caso ha lo stesso ruolo, innocuo e decorativo, delle luci al neon e delle panoramiche a volo d'uccello sulla Disneyland del Nevada." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 25 maggio 2007)"Tutto a posto e perfettamente in ordine: nei 122 minuti di 'Ocean's 13' non trovereste neppure un capello scompigliato sul parrucchino dell'ultima comparsa, a conferma che il meccanismo è scritto con la mano buona, pensato con il lato giusto del cervello inventivo e fotografato con un occhio che ha la vista dell'aquila per individuare l'eleganza e la briosità del tocco e del tono. Clooney, Pitt e Damon sono indomiti damerini dell'ironia che afferra per il bavero la tensione e l'architettura dei 'capper film' (quelli che si occupano dello sgraffigno professionista) e a Pacino, da mascalzone, basta presentarsi davanti alla macchina da presa per conquistarla. E Soderbergh soffia anche sulle emozioni con il suo senso per la freddezza che sta a significare un distacco dal grisbì. Già, il cuore è ancora altrove. In più, una sequenza da infilare nella casella degli scherzi in famiglia: Pitt sorprende Clooney nella sua camera d'albergo mentre guarda in televisione una trasmissione stile Carrà. Subito lo canzona, ma altrettanto rapidamente viene ipnotizzato dal video. Come un settore della platea di giornalisti che, appena scorto sullo schermo il volto della celebre conduttrice di talk show Ophra Winfrey, è esploso in un applauso di entusiasta ammirazione. Soderbergh, Clooney e Pitt accendevano un cero alla satira, loro no. Citrulli si nasce, teledipendenti bischeri si diventa." (Natalino Bruzzone, 'Il Secolo XIX', 25 maggio 2007)"Il piano segreto, che il pubblico è sfidato a indovinare, si presenta piuttosto cervellotico e laborioso per cui la prima metà del film risulta meno divertente di ciò che segue. Si tratta di tirare scema anche la grintosa collaboratrice del boss, Ellen Barkin, per sedurre la quale Matt Damon inalbera un vistoso nasone di plastica. E per alzare il tiro si progetta, con spreco di adeguate tecnologie, un finto terremoto. Poiché i nostri sono furfanti a fin di bene, gli capiterà nel corso dell'impresa di favorire le giuste rivendicazioni di certi messicani supersfruttati e di fare una grossa elargizione a un orfanotrofio. Il tutto portato avanti con allegria e avendo come bersaglio un Pacino convinto come se stesse recitando Shakespeare. Una battuta che chiarisce un metodo la tira fuori, nella conversazione di Cannes, proprio Clooney quando contraddicendo il noto 'less is more' dei grandi attori (meno fai meglio è) precisa: 'Our motto is, less is nothing': fare poco significa fare niente. A volte il segreto è darci dentro." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 8 giugno 2007)"E' la terza avventura della banda di Danny Ocean (Gorge Clooney). Ed è divertente. Alla maniera dei superspettacoli bondiani e dell'indimenticata ancorché povera saga dei nostrani 'Sette uomini d'oro'. È il tocco infallibile del sottogenere giallo-rosa o dei ladri gentiluomini. E in fondo - il format di 'Ocean' - è il riscatto di quel mancato e da molti rimpianto passaggio di testimone bondiano che Clooney avrebbe assolutamente meritato. Si è rifatto (ammesso che lui abbia sofferto, come noi ne abbiamo sofferto, a non aver mai vestito i panni di 007) ispirandosi direttamente, anche se in chiave rimodernata, a quel sempreverde modello originario che è Cary Grant." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 8 giugno 2007)"Soderbergh si conferma uno stilista, che sembra usare questi film supertecnologici per sperimentare un uso visionario della fotografia (firmata da lui, con lo pseudonimo di Peter Andrews) e una concezione squisitamente funzionale della narrazione. In altre parole i film della serie 'Ocean's' non raccontano nulla, ma lo raccontano in modo luccicante, attraverso inquadrature che sembrano opere d'arte postmoderne: come se i quadri di Hopper, Rothko e Bacon fossero frullati nel computer e riprodotti all'infinito. A posteriori, questa assenza di racconto finirà per dirci, in futuro, molte cose su Las Vegas, la città della quale Danny Ocean è cittadino elettivo: una città che non esisteva e forse continua a non esistere, costruita intorno ad alberghi che alludono ad "altro" (Venezia, New York, Parigi, il lago di Como, l'antica Roma del Caesar's Palace, l'Egitto del Luxor, il Medioevo dell'Excalibur ... ), che vende una serie di coazioni a ripetere (gioco, sesso, divorzi & matrimoni facili) che vanno a comporre il vero universo virtuale del XXI secolo. Altro che 'Second Life': Las Vegas è il cinema, e 'Ocean's 13' è Las Vegas." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 8 giugno 2007)"Ironia quindi, miscelata con una dose massiccia di buonismo che permette alla storia di scorrere anche nei momenti in cui la quantità di truffe da orchestrare rischia l'overdose, sino all'irresistibile crescendo finale. La gestione della commedia secondo Soderbergh e basata sul divertimento di chi la sta realizzando, con la convinzione che poi tutto questo arriverà anche al pubblico. Per 'Ocean's Thirteen' la missione è compiuta." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 8 giugno 2007) "Piacerà soprattutto, noi crediamo, a coloro che non hanno visto gli episodi precedenti. Chi li ha visti, probabilmente si accosterà con una certa diffidenza al terzo capitolo. Già il secondo non era poi quel granché. E il principale difetto era che sì radunava una banda di divi, ma ciascuno a meno della metà del suo rendimento normale. 'Ocean's Thirteen' è meglio strutturato, presenta un bel ventaglio di colpi di scena E poi c'è Al Pacino. Che (ancora una volta) si mangia letteralmente il film col suo boss sulfureo e allupato, un genio dell'imbroglio di inarrestabile megalomania." (Giorgio Carbone, 'Libero', 8 giugno 2007)"Semplice divertissement con un valore aggiunto, l'illusione di assistere in diretta a una zingarata fra sex symbol intelligenti, complici anche nella vita (e si vede). Al Pacino rifà se stesso ma garantisce la quota mito. La più spiritosa è Ellen Barkin che si lascia definire con aplomb 'signora di una certa età'." (Piera Detassis, 'Panorama', 14 giugno 2007)"Basta questo per resistere per quasi due ore a eventi quasi sempre privi di giustificazione logica? Si, se l'età mentale è sotto i vent'anni, come è ormai generalmente quella di chi ha alle spalle trent'anni di tv. Soderbergh, del resto, sa come prendere i suoi polli: impone a questo film, come agli altri suoi a partire da 'Out of Sight' (che fece di Clooney il ladro gentiluomo per eccellenza), un ritmo che risparmia allo spettatore di pensare. Non solo: a ogni interprete, inclusi Clooney e Brad Pitt, Soderbergh risparmia di restare inquadrato più di un minuto di fila e di più di cinque battute brevissime. In questo modo non si capisce nulla e si ha perfino l'illusione di divertirsi." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 8 giugno 2007)"Se non avete visto i primi due atti del rampante Danny Ocean e i suoi splendidi amici non vi divertirete. Ma se conoscete la nostalgia del Rat Pack e apprezzate il fascino dei nuovi ladroni, tornate a sedervi ai tavoli verdi di Las Vegas. Riunito per vendetta e per amore e non per interesse, lo spericolato Clan tenta l'ultima partita. 'All in', tutto è dentro, non ci sarà più una mano per rifarsi. Così è bello giocare, senza paura del bluff." (Claudio Carabba, 'Sette', 21 giugno 2007) |