Elenco dei film di Griffith

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Titolo Omen - Il presagio
Titolo originale Omen, The
Anno 2006
Regista John Moore
Durata 110
Paese USA
Genere horror
Trama Robert Thorn, un importante diplomatico americano, e sua moglie Kathryn stanno per avere un bambino, ma al momento del parto qualcosa va storto e il piccolo muore. Thorn è addolorato per la perdita del figlio ma è ancor più preoccupato per la reazione che avrà Kathryn alla terribile notizia, dato che ha già subito due interruzioni di gravidanza spontanee. In suo soccorso interviene Padre Spiletto, un prete dell'ospedale, che gli mostra un altro neonato nato nella stessa notte che ha perso la mamma al momento della nascita. L'uomo acconsente a riconoscere il bambino come proprio nascondendo la verità alla moglie. Per cinque anni Thorn, Kathryn e il piccolo Damien conducono una vita tranquilla, ma alcuni fatti inquietanti sembrano presagire il fatto che il bambino sia l'Anticristo a lungo profetizzato...Critica "Avevamo il presagio che avrebbero rifatto anche 'Il presagio'. A 30 anni dalla pellicola diretta da Richard Donner, ecco il fiacco 'Omen' di John Moore ancora sceneggiato da David Seltzer, autore del romanzo da cui tutto ebbe origine. (...) Lo sceneggiatore Seltzer è garanzia di fedeltà all'originale. Ciò che manca in questo remake sono regia e cast. John Moore pensa al cinema come a un grande videoclip in cui anche un bagno viene ripreso come fosse l'interno di un'astronave. Il sessantenne Gregory Peck era la faccia buona degli Stati Uniti. Vederlo combattere contro Damien metteva i brividi. Il giovane e inespressivo Schreiber non è all'altezza del ruolo per non parlare della Stiles, imbarazzante nei panni dell'elegante Lee Remick. 'Omen' è uscito nel mondo il 6/6/2006. Si è giocato con il numero del diavolo 666. L'idea è buona. Il film no." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 9 giugno 2006)"Predestinato ad uscire il 6-6-06, il remake del film del '76 di Donner racconta un diavoletto di bebè, bestia di Satana. (...) Il regista John Moore, nome banale come lo stile, dice che la faccenda è attualissima, il Male è fra noi (Iraq?), ma attualizza con disastri naturali. Combattendo col Diavolo, ma anche con una sceneggiatura a rischio di ridicolo, Liev Schreiber, ottimo regista di 'Ogni cosa è illuminata', si prodiga da attore in un film di mistica paura baraccona, effettistica e prevedibile come un salto ad ostacoli: un grido ogni 15'." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 giugno 2006)"Forse anche per arginare la vincente ondata horror nippocoreana, il cinema americano sta attingendo sempre più spesso ad alcuni filoni del passato per operazioni di remake. Dopo l'interessante 'La casa del diavolo' che riprende l'horror-macelleria degli anni '70, 'Omen - Il presagio' ripropone a trent'anni di distanza 'Il presagio' di Richard Donner, diventato un classico dell'orrore paranormale con bambini maledetti, ragazzi posseduti, creature demoniache, inaugurato qualche anno prima da 'L'esorcista'. Il regista John Moore ha apportato solo qualche irrilevante cambiamento alla sceneggiatura originale di David Seltzer, autore anche dell'omonimo romanzo. (...) Forte di un buon cast con Liev Schreiber e Julia Stiles nei ruoli che furono di Gregory Peck e Lee Remick e Mia Farrow nel personaggio-chiave della bambinaia di Damien, Moore gestisce con mestiere l'irruzione del Male nella vita di Robert nel momento in cui ha accettato lo scambio del figlio." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 10 giugno 2006)
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Titolo -2 Livello del terrore
Titolo originale P2
Anno 2007
Regista Franck Khalfoun
Durata 98
Paese USA
Genere horror
Trama La sera della vigilia di Natale, Angela Bridges, ambiziosa ragazza in carriera, si trattiene in ufficio fino a tardi nonostante sia attesa a casa dei genitori per festeggiare. Quando finalmente si decide a uscire, Angela, rimasta ormai sola nell'edificio, si reca nel parcheggio e sale in macchina. L'auto non parte e dopo aver tentato invano di avviarla anche con l'aiuto di un addetto alla sicurezza, Angela cerca di chiamare un taxi e di uscire dall'edificio, ma viene stordita. Al suo risveglio, si troverà in abito da sera incatenata a una tavola imbandita per una cena di Natale. Si tratta di un forzato invito da parte di Thomas, l'addetto alla sicurezza, il quale solo in apparenza non è riuscito a far ripartire la sua macchina, ma da tempo la tiene sotto stretta osservazione e si rivela un vero e proprio psicopatico.
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Titolo Paycheck
Titolo originale PAYCHECK
Anno 2003
Regista John Woo
Durata 119
Paese USA
Genere azione, fantascienza, thriller
Trama Michael Jennings è un genio dell'informatica al servizio di una grande multinazionale senza scrupoli. La segretezza dei suoi progetti viene mantenuta cancellando sistematicamente la sua memoria. Come compenso per l'amnesia indotta, al termine di ogni lavoro lo attende un sostanzioso assegno (paycheck). Tutto funziona alla perfezione fino a quando il protagonista, al posto della ricompensa, riceve una busta piena di oggetti qualunque. Solo con l'aiuto di Rachel, e con la percezione che questi oggetti siano in realtà indizi del suo passato, Jennings può tentare di ricostruire la sua identità. Ma intanto è braccato dall'FBI e dai killer che la stessa multinazionale ha assoldato per ucciderlo... Critica "Il soggetto risale a un racconto scritto negli anni Cinquanta da Philip K. Dick, di cui Hollywood sembra intenzionata a portare sullo schermo l'opera omnia. Senza addentrarsi troppo nelle questioni sull'identità del protagonista, o della sottile linea di confine tra reale e virtuale, la sceneggiatura di Dean Georgaris si concentra sulla dinamica dell'intrigo, moltiplicando gli inseguimenti e calcando il pedale della suspense. Così, più che ai personaggi di Dick, il protagonista somiglia agli eroi per forza di sir Alfred Hitchcock, quelli che finivano nella peste e nemmeno sapevano perché. La referenza è largamente confermata dalle scelte registiche di John Woo, che citano largamente la filmografia hitchcockiana, a cominciare da 'Intrigo Internazionale'. Ben Affleck si conferma il peggior eroe di film d'azione dell'ultima leva hollywoodiana. Buon cast di supporto, largamente sottoutilizzato." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 13 febbraio 2004)"Purtroppo il regista John Woo non può cancellarsi la memoria come il protagonista del suo ultimo film 'Paycheck'. Il cinquantottenne maestro del cinema d'azione di Hong Kong ricorda fin troppo bene la regola che governa Hollywood, dove lavora dal lontano 1993: vali quanto il tuo ultimo film. Nel caso di Woo quasi zero visto il disastroso flop di 'Windtalkers'. (...) 'Paycheck' delude molto. La regia di Woo è stanca, la trama ricorda altro Dick più interessante ('Minority Report', 'Atto di forza') e Ben Affleck è il solito concentrato di atletica ottusità. Lo sceneggiatore Georgaris umanizza lo stile glaciale dello scrittore aggiungendo una storiella d'amore con la deludente Uma Thurman. Ma la sorpresa è quando il film attacca la guerra preventiva di Bush attraverso un monologo di Jennings contro la strategia della Allcom, rea di voler scatenare conflitti sfruttando la possibilità di prevedere il futuro. Assente in Dick, l'invettiva è farina del sacco di Georgaris. Unica curiosità di un film che si cancellerà dalla nostra memoria molto velocemente." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2004) "Il breve racconto ispiratore del '53 di Philip K. Dick (Fanucci), molto amato da Hollywood dopo 'Blade Runner', è stato alterato e il regista John Woo, ormai trapiantato da Hong Kong nelle 'Mission impossible', in origine solo produttore, gioca alla citazione più che scatenarsi nelle sue coreografiche scene d'action. In realtà l'autore baratta la fanta-filosofia del libro, dove il nemico è ben visibile e allarmante, con la suspense del thriller in cui dobbiamo parteggiare per l'innocente, ma il ragazzo con la pistola Affleck ha una modesta riserva di simpatia anche se gioca a fare Cary Grant. Hitchcock si nasce e non si diventa. Alte questioni poste: il reale e il virtuale, il destino futuro da decifrare, la vita senza memoria, una specialità nostrana, la preveggenza di Edipo e Sofocle. Basterà poi la colomba bianca per dire pace?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 14 febbraio 2004)
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Titolo Pearl Harbor
Titolo originale PEARL HARBOR
Anno 2001
Regista Michael Bay
Durata 183
Paese USA
Genere azione
Trama TRAMA CORTAIl 7 dicembre del 1941, gli aerei giapponesi dell'ammiraglio Ysoroku Iamamoto attaccano a sorpresa le navi della Flotta Americana del Pacifico alla fonda a Pearl Harbor. Due piloti americani, Rafe e Danny, cresciuti insieme come fratelli, vedono la loro amicizia messa a dura prova dall'amore che entrambi provano per una bella e sensibile infermiera. TRAMA LUNGADa piccoli, in campagna, Rafe e Denny, sono grandi amici con la passione per gli aerei e il volo. Da grandi eccoli piloti in divisa e, con la guerra che divampa in Europa, arruolati nel Corpo Aeronautico dell'esercito. Spinto da forti ideali, Rafe accetta di unirsi allo squadrone aereo Eagle composto da volontari americani, canadesi australiani e destinato a combattere in Inghilterra a fianco dei piloti inglesi. Partendo, Rafe si separa da Evelyn, infermiera a sua volta arruolata nella marina militare. I due si amano e Rafe promette di raggiungerla al più presto. Denny e Evelyn vengono trasferiti in una base navale delle Hawai, a Pearl Harbor. Qui li raggiunge la notizia che Rafe è stato dato per disperso in un'azione di guerra. Nel tentativo di consolare il grande dolore di Evelyn, Danny le sta molto vicino e a poco a poco i due si innamorano. Quando il nuovo rapporto sembra ben avviato, Rafe arriva alla base, cerca Evelyn, apprende incredulo la nuova situazione. Ma intanto gli avvenimenti stanno precipitando, e il 7 dicembre 1941 un improvviso e terribile bombardamento giapponese distrugge la base americana. A Washington il presidente Roosevelt, costretto sulla sedia a rotelle, decide alla fine di mettere in atto una contromossa: il bombardamento di Tokyo per mano di una missione estremamente rischiosa. Organizzando la squadra, il colonnello Dolittle sceglie Rafe e Danny con elementi di punta. Mentre il rancore per il tradimento sentimentale non si è ancora placato, l'azione militare va avanti. La fine è vittoriosa ma Danny rimane colpito mortalmente. Evelyn riesce a ricucire il rapporto con Rafe. Gli Stati Uniti escono a testa alta dalla guerra mondiale. Evelyn e Rafe ora sono sposati e il loro bambino scruta verso l'alto. Note OSCAR MIGLIORI EFFETTI SONORI (2002).Critica "Fra i molti commenti, molti citavano 'Titanic': la storia d'amore lì si mangiava il racconto del disastro, qui l'intrigo delle passioni dei tre protagonisti relega sullo sfondo la guerra. Una ricetta di marketing, si diceva. Vero, ma fino a un certo punto. Perché tanta enfasi amorosa nasce anche da altri motivi. Per esempio, la paura di urtare i giapponesi per nulla disposti a tornare sul banco degli imputati". (Ranieri Polese, 'Corriere della Sera', 20 maggio 2001)"La prima mezz'ora del film alterna il dramma del triangolo d'amore con i deliberati preparativi dell'ammiraglio Yamamoto per l'attacco alla flotta americana a Pearl Harbour. (...) L'attacco, avvenuto il 7 dicembre 1941, è un capolavoro di tecnica ed effetti speciali: 40 minuti di esplosioni, bombardamenti, voli radenti e mitragliate, navi squarciate, scene di terrore. Bay ha usato sette aerei Zero giapponesi ancora in circolazione e ne ha ricreati 300 al computer. Così come ha realizzato con effetti speciali ben 150 scene. Con un'ora di meno 'Pearl Harbour' sarebbe stato un gran bel film di guerra, anche con i numerosi errori storici di cui lo si accusa. E che in effetti non mancano". (Silvia Bizio, 'la Repubblica', 23 maggio 2001) "La novità più rilevante, dal punto di vista cinematografico, è che quello diretto da Michael Bay è un film postmoderno, malgrado il suo tono vecchio-stile, le frasi retoriche e le battute.'Pearl Harbor' è post-moderno perché, più che di regia, è un film di produzione e perché mischia i generi equilibrandoli e compensandoli con la bilancia: il dramma sentimentale e la commedia, il film di guerra e il 'disaster movie', il film medico e la soap opera televisiva. (...) Si tratta, insomma, di un perfetto esempio della 'estetica Jerry Bruckheimer' dal nome del produttore di filmoni come 'The Rock', e 'Armageddon' diretti, del resto, dal regista e coproduttore Bay. Gli effetti speciali, e non, sono ovviamente formidabili. Gli americani sono tutti belli, buoni e patriottici. Ma la morale della favola è vecchia come quella dei film di John Wayne: la guerra degli americani è cosa buona e giusta, che si vince con la fede nella causa e il sacrificio individuale". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 1 giugno 2001)"Le vicende amorose sono qualsiasi, il resto del film è prologo, oppure epilogo con l'entrata in guerra e il bombardamento di ritorsione su Tokio. La stilizzazione d'epoca risulta così famigliare, così perfetta, da sembrare un'imitazione di imitazioni, non una ricostruzione della realtà. I costumi anni Quaranta di Michael Kaplan sono magnifici, però la bella infermiera Kate Beckinsale sembra un'illustrazione di Norman Rockwell o la ragazza del manifesto balneare in 'Barton Fink' dei Coen, come i bei piloti protagonisti Ben Affleck e Josh Hartnett sembrano pubblicità delle sigarette o copertine di rivista di fitness. Più che un inno alla poetica della distruzione, un'epopea del valore e della patria, il film pare un omaggio del cinema a se stesso". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 giugno 2001)"La tragedia di 'Pearl Harbor' raccontata come un folle mix di 'Titanic', 'Guerre Stellari' e 'Independence Day'. Curioso? No, desolante. Un 'teen ager movie' ambientato nella fase più famosa della Seconda Guerra mondiale. Il primo film di una nuova èra, l'èra del cinema inodore e insapore, delle immagini che non lasciano il segno. Per chi non sa, e non vuole sapere nulla, né di Pear Harbor né della guerra. In cifre: zero al regista, dieci all'ufficio marketing". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 giugno 2001) "Le parti più riuscite sono i flash in bianco e nero di documenti d'archivio (..).L'attacco aereo è spettacolare, ma la pachidermica superficialità del film può sfuggire soltanto a chi confonde il cinema con lo spottismo tv". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 1 giugno 2001) "Sul piano dello spettacolo, 'Pearl Harbor' è una vetrina del peggio e del meglio di Hollywood: mentre le scene d'azione lasciano a bocca aperta per il loro allucinante realismo, sul piano dei contenuti non siamo neppure al cinema di papà. Fra lacrime e fanfare, questo è il cinema del nonno. Solo che quando il nonno si godeva sullo schermo la storia di due piloti e una ragazza, per esempio 'Arditi dell'aria' (1937), i protagonisti erano Clark Gable, Spencer Tracy e Mirna Loy. Occorre spiegare la differenza che passa tra queste meravigliose icone e i meschini Ben Affleck, Josh Hartnett e Kate Backinsale?". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 2 giugno 2001)"Sul piano del film catastrofico le sequenze dell'attacco nipponico a Pearl Harbor sono buonissime (...) Se si volesse essere pignoli si potrebbe riconoscere che alle immagini manca l'orrore dell'inizio di 'Salvate il soldato Ryan' e la pietà, il senso della natura profanata di 'La sottile linea rossa' di Terrence Mallick. Sul piano storiografico 'Pearl Harbor' ha una sua dignità. Niente panzane". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 1 giugno 2001)
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Titolo PREDATOR
Titolo originale PREDATOR
Anno 1987
Regista John McTiernan
Durata 104
Paese USA
Genere azione
Trama Un elicottero che reca a bordo un ministro viene abbattuto nella giungla da un gruppo di guerriglieri di un Paese dell'America centrale, desiderosi di catturare ostaggi. Dillon, un agente della CIA, ingaggia il maggiore Dutch Schaefer, un ex-collega, il quale capeggia alcuni professionisti dell'avventura, che con lui eseguono normalmente rischiose operazioni. Dutch accetta e raggiunge con i suoi la zona del sequestro, anche perchè gli preme di recuperare in particolare un amico, Hopper, l'elicotterista abbattuto. Il commando non impiega molto tempo ad eliminare i guerriglieri e a scoprire il corpo di Hooper barbaramente seviziato e squartato. Poi ad uno ad uno cadono i compagni di Dutch, con i volti sfigurati da unghiate terribili: nella giungla sembra aggirarsi un mostro misterioso e inafferrabile. Resta solo Dutch a lottare contro l'orrenda creatura, venuta dagli spazi siderali, un essere imprendibile che, sulle prime, si manifesta come una lievissima nube di scintille fluttuanti fra liane ed alberi, per poi sparire di colpo e annidarsi in vetta a questi ultimi. Inseguita però dal tenacissimo maggiore, alla fine la nube si fa corpo, con le fattezze di un essere ripugnante il quale, impegnata con il Nostro una lotta mortale, finisce con l'autodistruggersi.Note COSTUMI: MARILYN VANCE.EFFETTI VISIVI: R/GREENBERG ASSOCIATES INC.CREATURE: STAN WINSTON STUDIO.EFFETTI VISIVI AGGIUNTI: DREAM QUEST IMAGES.EFFETTI ANIMATI E FOTOGRAFICI: HOWARD ANDERSON COMPANY.Critica Film che ripercorre il filone dei film di fantascienza e l'eterna lotta tra il bene e il male. (Teletutto)Uno dei migliori film interpretati da Schwrzenegger, grazie soprattutto a una impeccabile regia di Mctiernan, che riesce a trasformare la foresta in uno scenario indescrivibile. (Francesco Mininni, Magazine Italiano tv)
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Titolo Missione Tata
Titolo originale Pacifier, The
Anno 2005
Regista Adam Shankman
Durata 91
Paese CANADA, USA
Genere azione, commedia, family
Trama Shane Wolfe, un agente che lavora sotto copertura, è abituato ad affrontare pericoli e missioni rischiose senza perdersi d'animo. Quando uno scienziato che sta lavorando ad un progetto governativo segreto viene ucciso nonostante sia sotto protezione, Shane viene incaricato di proteggerne i figli. Si trova allora ad avere a che fare con la ribelle Zoe, il problematico quattordicenne Seth, la piccola peste Lulu di otto anni e il neonato Tyler. Deve fare i conti con tutto ciò che non ha mai imparato a fare: crescere dei bambini ed educarli. Dinanzi alla missione più difficile, Shane ha bisogno di tutto il suo coraggio...Critica "Se pensate a una boiata, siete in errore: 'Missione Tata', di Adam Shankman, è una bella sorpresa. Si tratta di una commedia leggera, certo, ma è ben scritta e Vin Diesel, benché costretto a sfruttare il fisico che si ritrova, mostra di essere capace di interpretare anche film diversi da 'XXX' o 'Fast and Furious'. E sa essere più espressivo di Pierce Brosnan, Joseph Fiennes e Matthew McConaughey. Messi insieme." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 22 aprile 2005)"Arriva sempre il momento della regressione ufficiale all'infanzia per i divi del muscolo. Se Schwarzy aveva fatto il poliziotto alle elementari, il più intellettuale Vin Diesel diventa una perfetta baby sitter, emulando la Julie Andrews di 'Tutti insieme appassionatamente'. Nella commedia c'è l'impronta disneyana e la retorica familiare con cinque figli in scala e senza genitori: la tata è un marine che deve trovare la scoperta di uno scienziato k.o. Il mammo Diesel fa di tutto e di più, anche il panda, cerca di prenderla con tutta l' ironia di cui è capace. Cose buffe ma non tanto divertenti: repertorio noto, se si esclude il teenager fan del musical, parente di Billy Elliott. Regia del coreografo Shanker, un recidivo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 aprile 2005)"Arriva sempre il momento della regressione ufficiale all'infanzia per i divi del muscolo. Se Schwarzy aveva fatto il poliziotto alle elementari, il più intellettuale Vin Diesel diventa una perfetta baby sitter, emulando la Julie Andrews di 'Tutti insieme appassionatamente'. Nella commedia c'è l'impronta disneyana e la retorica familiare con cinque figli in scala e senza genitori: la tata è un marine che deve trovare la scoperta di uno scienziato k.o. Il mammo Diesel fa di tutto e di più, anche il panda, cerca di prenderla con tutta l' ironia di cui è capace. Cose buffe ma non tanto divertenti: repertorio noto, se si esclude il teenager fan del musical, parente di Billy Elliott. Regia del coreografo Shanker, un recidivo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 maggio 2005)
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Titolo Paprika - Sognando un sogno
Titolo originale Paprika
Anno 2006
Regista Satoshi Kon
Durata 90
Paese GIAPPONE
Genere animazione, fantascienza, psicologico, thriller
Trama Atsuko è una famosa psichiatra che si diletta a fare anche la detective, protetta dallo pseudonimo di Paprika. Aiutata da un dispositivo rivoluzionario, il DC-Mini, riesce a penetrare nei sogni delle persone osservandone i desideri più reconditi, i pensieri inconsci e le psicosi. Prima che però la sua invenzione venga approvata dal Governo, uno dei prototipi viene rubato dal suo laboratorio. Soltanto nel mondo dei sogni, Paprika potrà scoprire la verità.Note - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).Critica "Dai cultori dell'anime giapponese, Kon Satoshi è considerato il capofila della nuova generazione di animatori, un po' quel che Miyazaki è stato (ed è) per la precedente. In 'Paprika - Sognando un sogno' si può trovare, in un colpo solo, un'epitome di tutta la sua poetica, dai rapporti tra illusione (cinema, sogno) e realtà alla passione per i generi cinematografici: fantascienza, azione, poliziesco, melodramma, il tutto spalmato di humour. (...) Ce n'è abbastanza per rimpiangere che il grande psicanalista e filologo Cesare Musatti non sia più qui a vedere il film di Satoshi. Grafica da 'comics', animazione tradizionale mista a immagini di sintesi, magnifici colori e metafore un po' camp si mischiano in un cartoon per adulti, con aspirazioni di cult." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 giugno 2007)
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Titolo La Passione di Cristo
Titolo originale Passion Of The Christ, The
Anno 2003
Regista Mel Gibson
Durata 126
Paese ITALIA, USA
Genere drammatico, religioso
Trama Il film racconta le ultime dodici ore della vita di Cristo. Inizia con la preghiera nell'orto dei Getsemani, dove Gesù si è diretto al termine dell'Ultima Cena e dove resiste alle tentazioni di Satana. Tradito da Giuda Iscariota, viene arrestato e portato dinanzi ai capi dei Farisei che lo condannano a morte. Ponzio Pilato, governatore romano della Palestina cui si chiede di deliberare, ascoltati i capi di imputazione, offre al popolo infuriato di scegliere se salvare la sua vita o quella di Barabba, noto criminale. Gesù viene flagellato dai soldati romani e riportato dinanzi a Ponzio Pilato. Poichè il popolo ha scelto di salvare la vita di Barabba, Ponzio Pilato, dopo aver chiesto se non era ancora abbastanza, si lava le mani ad indicare che non vuole essere coinvolto nella scelta. Gesù è costretto ad attraversare Gerusalemme e a salire sul Golgota portando sulle spalle la croce. Giunto in cima al monte gli vengono trafitti mani e piedi con i chiodi e viene drizzata la croce davanti agli occhi straziati della madre Maria e delle pie donne, tra cui Maria Maddalena. Gesù affronta l'ultima tentazione, quella di essere abbandonato dal Padre, poi alle tre del pomeriggio, muore mentre il cielo viene squarciato dai fulmini e si strappa la tenda del tempio di Gerusalemme.Note - IL FILM E' PARLATO IN LATINO E ARAMAICO E PER LUNGO TEMPO IL REGISTA NON VOLEVA FOSSE SOTTOTITOLATO PER LA SUA USCITA NELLE SALE USA (25 FEBBRAIO 2004) POI HA CAPITOLATO ALLE ESIGENZE DELLA DISTRIBUZIONE.- GIRATO INTERAMENTE IN ITALIA. NEGLI STUDI DI CINECITTA' E' STATA RICOSTRUITA LA CITTA' DI GERUSALEMME, MENTRE LE SCENE DELLA CROCIFISSIONE SONO STATE GIRATE A MATERA.- L'ATTORE HRISTO SHOPOV E' ACCREDITATO COME HRISTO NAUMOV SHOPOV- FOTOGRAFI DI SCENA: PHILIPPE ANTONELLO, KEN DUNCAN.- TRE CANDIDATURE AGLI OSCAR 2005: MIGLIORE FOTOGRAFIA (CALEB DESCHANEL), MIGLIORE COLONNA SONORA (JOHN DEBNEY), MIGLIOR MAKE-UP (KEITH VANDERLAAN, CHRISTIEN TINSLEY).- NASTRO D'ARGENTO 2005 PER I MIGLIORI COSTUMI A MAURIZIO MILLENOTTI E PER LA MIGLIORE SCENOGRAFIA A FRANCESCO FRIGERI.Critica "Va detto subito che se anche non si accettasse la visione estremamente dura e realistica di Gibson, essa potrebbe comunque esercitare nei nostri confronti una funzione maieutica, costringendoci a mettere in luce non tanto le fondamenta della nostra fede, quanto il nostro rapporto con un Dio picchiato, insultato, flagellato, torturato, deriso, crocifisso. Per questo il film compie, per la cultura moderna, una nuova rivoluzione nell'immagine di Gesù: lo scandalo esibito, visto, vissuto, della croce - e dlle ore che la preparano - ripropone ancora una volta l'interrogativo sul concetto di Dio. (...) Il regista si sofferma con puntigliosa attenzione e intensità proprio su quei particolari di un supplizio maledetto dalla legge, cioè sui tratti meschini e miserabili del Dio cristiano, quelli che atterriscono e rendono incredulo il pagano di ieri e, forse in misura, modo e tonalità diverse, quello di oggi. In questo va fatto l'elogio della sua coerenza e onestà, che si riversa in ogni immagine e in ogni particolare di una pellicola diretta in modo magistrale ed interpretata da attori preparatissimi. (...) E se "l'obbrobrio della croce è una tentazione della fede" (Ilario di Poitiers) e se questo obbrobio viene ostentato sino agli estremi, tanto più il film diventa per noi una tentazione salutare, uno scandalo culturale. Insomma bisogna fare i conti con questo scandalo, con questo Gesù e questa opera su di lui." (Luca Pellegrini, 'Rivista del Cinematografo', marzo 2004)"Il grande problema della Passione di Cristo di Mel Gibson, è che manca totalmente la dimensione spirituale, interiore. Non è poco, essendo la storia quasi in tempo reale della Crocefissione. Ma in mano al Mad Max Mel Gibson, ammessa la buona fede del suo ipercattolicesimo, questa diventa la più grande storia horror mai raccontata. Il regista usa la mano forte e fin dall'inizio accumula sul volto e sul corpo del povero e recidivo Jim Caviezel, già ingiustamente accusato anche in 'High Crimes', una tale orgia di sangue, ferite purulente, orbite disfatte, bulbi oculari staccati, denti e gengive massacrati, schiene frustate e scie rosso shocking impressioniste, che siamo subito sazi. E quando arriva la Crocefissione col legno che assorbe il sangue e i chiodi e tutto il resto, e si alza il volume tribal-cardiaco della musica, non essendoci progressione drammatica, è tutto come già assorbito, una corrida bestiale. E' come se Gibson dovesse rimuovere il lutto di Cristo, ma nel ruolo dell'assassino. Difficile dire bello o brutto. Sicuramente truculento, ma non emozionante. Sicuramente non pacifista. Sicuramente dozzinale e debitore del cinema ad armi letali di Gibson,dei serial horror, a volte anche del western spaghetti e del cinema catastrofico con terremoto. Il Nostro è un Braveheart sulla Croce: ma la storia evangelica è clamorosamente inadeguata al talento di Mel, che glissa sui rapporti con i discepoli e sulla Resurrezione e racconta tutto d'un pezzo senza sottigliezze, senza sfumature, senza pause, senza punteggiatura psicologica. (...) Il vero miracolo della 'Passione di Cristo' è il fondamentalismo furbo del marketing che l'ha lanciato, dopo il rischio che si perdesse nella disattenzione di un cinema fuori moda, dopo i capolavori di Scorsese, Pasolini, Rossellini, mentre oggi si minaccia addirittura una resurrezione del genere 'Jesus Christ'. Ci vuole cura su certi argomenti, non bisogna esagerare nel ralenti - che potrebbe essere fatto santo come gli Apostoli - il messaggio di Cristo sarebbe il più bello ed attuale se non fosse ridotto a santino sanguinante: scommettiamo che non sarà un best seller da parrocchia?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 marzo 2004) "Ovviamente la violenza definita da alcuni insopportabile è fittizia e neppure tanto ingannevole, il sangue rappreso è emoglobina sintetica, le carni straziate e piagate di Cristo sono ottenute col trucco, nelle scene più dure il protagonista è sostituito dalla sua controfigura Brandon Reininger, lo strumento del supplizio da portare durante la Via Crucis è di plastica leggera, chi pende dalla Croce non è lui ma un apposito simulacro meccanico. È un film. Non un'opera d'arte come il 'Vangelo secondo Matteo' di Pier Paolo Pasolini, non un kolossal kitsch come 'La più grande storia mai raccontata' di George Stevens, eccezionale soltanto per il fatto che il protagonista non si vede quasi mai e quasi non parla: la faccia è talmente pesta di botte che sarebbe impossibile riconoscerla, mentre nelle fulminee evocazioni del passato appare calma, bella; e dalle labbra filtrano appena lamenti, borbottii, borborigmi. (...) Ci sono, nel film girato a Cinecittà e a Matera, cose molto ben fatte. È un'idea il Diavolo che ogni tanto fa capolino tra la gente assistente al martirio, con la testa rasata di Rosalinda Celentano coperta da un manto nero e lo sguardo chiaro delle lenti a contatto grigiazzurre, con un vecchio neonato mostruoso tra le braccia. È un'idea quella d'aver affidato il parlato a lingue incomprensibili sottotitolate: le parole che gli spettatori già conoscono a memoria non li distraggono dalle immagini introducendo invece un elemento di lontananza. È un'idea non originale ma ben realizzata aver affidato la presenza del dubbio e della coscienza a un personaggio di brutalità storica quale Ponzio Pilato e a sua moglie Claudia Gerini, brava. È un'idea, per conciliare l'opinione degli storici dell'antichità e la tradizione, assicurare Gesù alla Croce e con i polsi legati dalla corda e con le mani trafitte dai chiodi. Sono spesso fuori tempo ma belli i costumi disegnati da Maurizio Millenotti, che per Gesù ha scelto un perizoma oltre la tunica, e che per la Madonna e la Maddalena si è ispirato alla grande pittura. Tra le cose mal fatte stanno i comportamenti dei soldati romani addetti al supplizio magari possibili ma che sembrano oggi parodistici; i flash back d'una ingenuità elementare da santino; e gli effetti speciali, che nonostante ogni prevedibile attenzione, sono spesso goffi, malriusciti. Questi effetti riguardano soprattutto il Calvario, che occupa larga parte del film e che ha suscitato la maggioranza delle accuse di violenza, di sadismo, di macelleria high tech, di sfruttamento commerciale. Anche se 'La Passione di Cristo' è certo il più sanguinoso dei film del genere, è pure il più realistico; non va oltre la classica iconografia cattolica non soltanto del Crocefisso ma di San Sebastiano con le frecce infinite, dei santi recanti su un piattino gli occhi esorbitati o le mammelle recise; non contiene nulla di più impressionante di 'Kill Bill' di Tarantino, o che possa ferire una sensibilità degli spettatori fattasi per abitudine poco affinata, mentre evoca naturalmente tutte le atrocità che nella Storia sono state perpetrate o nel nostro tempo possono venire compiute in nome di una religione. Quanto alle accuse di antisemitismo, non sembrano giustificate, anche se si può capire che allarmi la riproposizione di quel deicidio che ha provocato nel tempo tante feroci sventure e che la Chiesa cattolica ha cancellato soltanto nella prima metà degli Anni Sessanta con il Concilio Vaticano II. In nessuna maniera, nel film, le gerarchie ebraiche appaiono più mortifere della soldataglia romana: benché non vi siano spiegazioni sul pericolo che per entrambe Gesù Cristo poteva rappresentare, pericolo politico, religioso, sociale, i cattivi massacratori sono equiparati nella volontà o nell'indifferenza con cui la vittima viene eliminata. Ma, attenzione: è un film. Bello? No." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 7 aprile 2004)"Questo Cristo, che sarebbe piaciuto ai mistici spagnoli, è una poltiglia che sanguina con l'animatronic, anche se la summa dell'orrore rimanda anche idealmente a Goya, a quelli che hanno sofferto sulle stesse lacerazioni. Lo sguardo dell'autore è di vendetta western e non di pace. Per la Resurrezione spende solo 20 secondi, due gambe muscolose che riprendono la marcia e via: eppure è una bella scena, il film potrebbe iniziare da lì.." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 aprile 2004) "Un film integralista, controriformista, pulp, sadico, ignaro d'ogni spiritualità. Un'opera profondamente religiosa, intensa, pura, un veicolo di apostolato fra gli spettatori. E' mai possibile che, in un solo film, ci stia tutto e il contrario di tutto? A parte il fenomeno mediatico, la sola cosa notevole della 'Passione di Cristo' è la capacità di far sì che ciascuno vi proietti i propri fantasmi personali: più che una seduta di cinema, una seduta di psicanalisi. Se andiamo a guardare da vicino l'oggetto filmico, però, nel suo linguaggio specifico e nelle scelte di regia, troviamo ben poco. Le idee di regia, anzi, latitano del tutto: a meno di voler considerare tale quella lacrima che piove dal cielo durante la crocifissione. (...) Troppo facile evocare, a contrario, la misura e l'intensità del 'Vangelo secondo Matteo' di Pasolini, la sobrietà didascalica del 'Messia' di Rossellini o immaginare cosa avrebbe potuto fare il grande Dreyer del suo irrealizzato 'Jesus'. Ma ora viviamo in tempi di cinema pulp: che in Tarantino è puro gioco formalista, inoffensivo; in Gibson si fa carne, sangue e brandelli di pelle mirando diritto allo scandalo. E se è vero che gli scandali devono avvenire, non crediamo proprio che i Vangeli intendessero questo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 aprile 2004)
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Titolo Per qualche dollaro in più
Titolo originale Per qualche dollaro in più
Anno 1965
Regista Sergio Leone
Durata 130
Paese ITALIA, SPAGNA, GERMANIA OCCIDENTALE
Genere azione, western
Trama A caccia dell'Indio capo di un'agguerrita banda, sul quale pende la taglia di ventimila dollari, si mettono due individui intenzionati a intascare il premio: il Monco, giovane e audace pistolero, e il Colonnello, un uomo maturo che studia ed esegue le sue imprese con freddezza. Giunti entrambi a El Paso, dopo momenti di reciproca diffidenza e constatata in un singolare duello l'identica capacità, i due si accordano per l' impresa. Il Monco si fa accogliere tra i membri della banda ed il Colonnello agisce all'esterno. Ma non tutto va secondo i loro piani e, scoperti, devono agire frontalmente contro l'Indio ed i suoi. Trovano un'occasione favorevole nell'ingordigia dello stesso capo che li libera allo scopo di far scomparire il folto stuolo di pretendenti alla divisione del bottino asportato dalla banca di El Paso. I due pistoleri però, dopo aver fatto piazza pulita, si incontrano con l'Indio che viene ucciso dal Colonnello desideroso di vendicare la morte del fratello. Al Monco rimarrà la taglia dato che il socio si ritiene pago della vendetta.Critica "Secondo fortunatissimo seguito di 'Per un pugno di dollari', ribadì il clamoroso successo del western formato spaghetti, incassando la sbalorditiva , per l'epoca, cifra di tre miliardi e mezzo. Sergio Leone è abilissimo nel dare nuova linfa a un genere in decadenza e a fare uno sberleffo a stereotipi mummificati ma ancora sacri: unico rimprovero l'eccessiva violenza. Fra i tre spavaldi, superbi protagonisti si rivede il povero Gigi Pistilli, eccellente caratterista con una faccia perfetta anche per il cinema. Tanto è vero che è stato presto dimenticato". (Massimo Bertarelli, 'Il giornale', 20 ottobre 2000)
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Titolo Per un pugno di dollari
Titolo originale Per un pugno di dollari
Anno 1964
Regista Sergio Leone (Bob Robertson)
Durata 100
Paese ITALIA, SPAGNA, GERMANIA OCCIDENTALE
Genere azione, western
Trama Joe, un solitario pistolero, arriva a San Miguel, una cittadina al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, dove due famiglie, i Rojo e i Morales, si fanno la guerra da anni per il monopolio del contrabbando di alcool e di armi. In un complicato gioco di delazioni, di colpi di mano, di indagini, Joe aizza gli uni contro gli altri, sperando che si eliminino a vicenda. Scoperto da uno dei Rojo, Joe viene torturato senza pietà. Riuscito a fuggire, tornerà a San Miguel per vendicarsi spietatamente dei Rojo, dopo che questi hanno massacrato l'intera famiglia dei Morales.Note - E' IL PRIMO WESTERN DI SERGIO LEONE, E IL PRIMO INCONTRO CON CLINT EASTWOOD E ENNIO MORRICONE. - L'IDEA DEL FILM NACQUE DALLA VISIONE, AL CINEMA ARLECCHINO A ROMA NELL'ESTATE DEL 1963, DI 'YOJIMBO (LA SFIDA DEL SAMURAI)' DI AKIRA KUROSAWA.- NEI TITOLI DI TESTA NON FURONO ACCREDITATI NE' SOGGETTO NE' SCENEGGIATURA.- CLINT EASTWOOD E' DOPPIATO DA ENRICO MARIA SALERNO E GIAN MARIA VOLONTE' DA NANDO GAZZOLO.Critica "Può essere considerato il film che segna il passaggio fra i primi zoppicanti tentativi e un'imitazione più matura e accorta dei temi (...) che hanno fatto la fortuna del western (...) L'aria sorniona del protagonista, la violenza dei pistoleros (...), l'ingenua ma dignitosa interpretazione degli attori (...), l'andatura epica del commento musicale compongono una sorta d'involontaria parodia d'analoghi film americani (...). La compattezza della vicenda (...) crea una macchina che (...) funziona magnificamente." (Leandro Castellani, 'Cineforum', 41, gennaio 1965)"Ispirandosi al noto film giapponese, 'La sfida del Samurai', l'autore ha dato vita ad un western d'azione, costellato di situazioni tese, cariche di suspense, emozionanti e drammatiche, ricco di colpi di scena, di svolte impreviste, di spunti originali e interessanti. Il film, sostenuto da un ritmo serrato si avvale di un'ottima interpretazione e di un efficace fotografia a colori." ('Segnalazioni cinemtografiche', vol. 57, 1965)
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Titolo La tempesta perfetta
Titolo originale Perfect Storm, The
Anno 2000
Regista Wolfgang Petersen
Durata 125
Paese USA
Genere avventura, drammatico, thriller
Trama Una tempesta furiosa colpisce un peschereccio con onde di tale portata da far temere al capitano e ai suoi cinque marinai di poter tornare sulla terra ferma. Sulla costa intanto, i parenti cercano in tutti i modi di riuscire a salvarli.TRAMA LUNGAGloucester, nel Massachusetts, è uno dei più importanti porti pescherecci del nord Atlantico. Da qui nell'ottobre 1991 parte il peschereccio Andrea Gail, comandato da Billy Tyne, pescatore esperto reduce però da una serie di battute deludenti. Accanto a Billy, a comporre l'equipaggio ci sono: Bobby, che ha bisogno di soldi per pagarsi il divorzio e costruirsi una nuova vita con la fidanzata Christine; Dale, esperto marinaio che deve mantenere moglie e figlio; Alfred, un giamaicano di grande vitalità; Bugsy uno del posto che cerca una compagnia da trovare al ritorno a casa; Sully, il sostituto dell'ultimo momento. Billy è convinto di poter mettere fine al momento sfortunato, andando oltre le normali rotte di pesca del New England, fino a Flemish Cap, un'area lontana conosciuta per i ricchi banchi di pesce. Quando è in mare aperto, viene a sapere della tempesta che si sta formando al largo ma, a differenza della collega Linda che si trova su un'altra imbarcazione, Billy pensa di potercela fare. Convince l'equipaggio e tutti decidono di andare avanti. Ma la perturbazione si sta ingrossando sempre più: l'uragano Grace è in rotta di collisione con altre due correnti di alta pressione che vengono dal Nord. L'incontro dei tre sistemi provocherà una tempesta di proporzioni mai viste prima. Gli uomini dell'Andrea Gail hanno effettuato una ricca pesca e, contenti, sono sulla strada del ritorno, quando l'evento si verifica. La furia degli elementi non lascia scampo. Tutto l'equipaggio perde la vita, e i loro nomi si aggiungono a quelli che, prima di loro, sono rimasti vittime del mare e dei suoi pericoli.Note - CANDIDATO AGLI OSCAR 2001 PER MIGLIOR SONORO E MIGLIORI EFFETTI VISIVICritica "Adattato da Sebastian Junger dal best seller che si ispira alla storia vera di pescatori dell'Atlantico a bordo dell'Andrea Gail, è un viaggio intimo nella vita degli uomini di mare, silenziosi, coraggiosi, spesso inconsapevoli eroi. Girato con acrobatici movimenti della macchina da presa, 'The Perfect Storm' è un tributo alla crudeltà e alla bellezza del mare, a quell'onda killer che capita una volta ogni secolo e che segna la vita per sempre". (Giampaolo Poli, 'La Nazione', 27 giugno 2000)"Hollywood, sempre a caccia di storie estreme, è andata estremamente cauta con questo materiale e ci ha messo quattro anni a realizzare il film. Il motivo è evidente dal risultato: per quanto i personaggi siano veri, il vero protagonista è il cocktail esplosivo ma impalpabile di acqua e vento, e fisica e metafisica non sono mai state particolarmente amate dai produttori. Non a caso, il regista scelto per la difficile trasposizione è europeo: Wolfgang Petersen, che sulle imprese di un sottomarino ('U Boot 96') ha fondato la sua carriera e la sua fuga dalla Germania". (Marco Giovannini, 'Panorama', 20 luglio 2000)"Un film che vale soprattutto per l'eco del best-seller da cui è tratto e per la presenza di Clooney, capitano del peschereccio. (...) Se volete sapere sino a che punto di realismo il computer possa restituirvi l'oda anomala o una tempesta leggendaria, questo è un film da vedere". ('Panorama', 24 agosto 2000)"Bello e simpatico, il capitano George Clooney non è più impegnato ed espressivo delle ancore o del timone; luoghi comuni e banalità enfatiche eroico sentimentali sono presenti in quantità devastante quasi quanto la tempesta". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa, 29 settembre 2000) "Decisi a non affidare tutto agli effetti visivi, i realizzatori hanno calcato il lato umano della vicenda, ponendo la massima cura nel casting. A parte il padrone del navigli, mascalzone quanto i grossisti di pesce della 'Terra Trema', tutti i personaggi principali sono coraggiosi, leali e fondamentalmente buoni. Litigano sì, ma nel momento del pericolo sanno farsi in quattro per i compagni. Si direbbe, insomma, un film del tempo che fu: se George, combattuto tra la terraferma e le sirene dell'Oceano, e i membri di spicco del suo equipaggio (Mark Wahlberg e John C. Reilly) non fossero tutti separati, tutti più o meno afflitti da struggente nostalgia dei figli e costretti a prendere molto pesce per pagare alimenti e avvocati". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica,' 1 ottobre 2000)
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Titolo Strafumati
Titolo originale Pineapple Express
Anno 2008
Regista David Gordon Green
Durata 111
Paese USA
Genere commedia, thriller
Trama Soltanto il bisogno di fornirsi della nuova varietà di marijuana chiamata Pineapple Express, può spingere il pigro Dale Denton ad andare a trovare il suo amico, altrettanto pigro, Saul Silver, che la spaccia. Un giorno però Dale si trova ad assistere ad un omicidio e, preso dal panico, fugge lasciando l'erba che ha appena comprato. Temendo che quello sia un indizio per risalire a loro, torna a consultarsi con Saul, ma i due entrano così nel mirino del boss e della poliziotta corrotta che hanno compiuto l'omicidio. Ai due amici non resta che lanciarsi in una fuga tragicomica sperando nella buona sorte...Note - JAMES FRANCO E' CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA DI MUSICAL/COMMEDIA.
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Titolo La pantera rosa 2
Titolo originale Pink Panther 2, The
Anno 2009
Regista Harald Zwart
Durata 90
Paese USA
Genere commedia
Trama Una serie di furti di gioielli leggendari, tra cui l'inestimabile diamante della Pantera Rosa, ha messo in allerta la polizia di tutto il mondo. Quando anche la polizia francese è chiamata a mandare uno dei suoi per aggiungersi al pool di detective internazionali incaricati delle indagini, il Capo Ispettore Dreyfus si trova costretto ad affidare la missione al maldestro ispettore Jacques Clouseau. Per condurre le sue indagini l'ispettore della Sûreté, insieme ai suoi assistenti Ponton e Nicole, viaggerà tra Roma e Parigi.Note - PRESENTATO FUORI CONCORSO AL 59. FESTIVAL DI BERLINO (2009).Critica "E' tutto ormai straconsumato ma basta soltanto la celebre e fortunatissima sigla di apertura, magico amalgama tra il motivo di Henry Mancini e il dinoccolato cartoon che nacque proprio dai titoli di testa del capostipite della serie cinematografica, prima di diventare personaggio autonomo, per immergerti nel buonumore. (...) Steve Martin, che già si era cimentato in un film di tre anni fa, fa rimpiangere il trionfo dell'ottusità superbamente incarnato da Peter Sellers e nobilita il suo contributo con un che di chapliniano." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 0 marzo 2009)"Se avete già visto il primo seguito degli 8 film firmati da Blake Edwards, 6 e mezzo con Peter Sellers Clouseau, uno con un claudicante Benigni, sapete già che l'ottimo Steve Martin è all'altezza del ruolo goffo, ma incapace della spontanea verve dell'originale. Si limita al buon ricalco, confidando nelle nuove generazioni ignare. Ha il fiato comico yankee: tempi impostati sulla risata telecomandata e non sull'accumulo demenziale. Ed è troppo sosia dello sciagurato detective delle 'pallottole spuntate'. Se avete visto il trailer, qui vi siete già goduti il meglio: titoli di testa doc, liti con tergicristalli e piatti flambé, voli dalla cappa del camino e da San Pietro: un esilarante papa appeso al balcone. Solita trama/pretesto per gag antipoliziesche e arlecchinate in abito da torero, ma cast illustre: Jean Reno, Andy Garcia italianizzato, Alfred Molina, la dea indiana Aishwarya Ray, Jeremy Irons, Lily Tomlin e John Cleese nei gloriosi panni dell'ispettore capo Dreyfus. Solo sparate nel buio." (Alessio Guzzano, 'City', 6 marzo 2009)
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Titolo La pantera rosa
Titolo originale Pink Panther, The
Anno 2006
Regista Shawn Levy
Durata 93
Paese USA
Genere commedia
Trama L'ispettore Jacques Clouseau è chiamato ad investigare su due diversi eventi: la sparizione del leggendario diamante chiamato 'Pantera Rosa' e la morte del suo proprietario, il celebre allenatore della nazionale francese Yves Gluant. Insieme al nuovo assistente, Gilbert Ponton, e alla devota segretaria Nicole, l'ispettore Clouseau porta avanti le indagini tra Parigi e New York arrivando a circoscrivere i sospetti su tre principali indiziati...Note - TITOLI DI TESTA: KURTZ & FRIENDS.Critica "Protagonista di una saga comica tra le più popolari di tutti i tempi, l'ispettore Clouseau nel primo 'Pantera Rosa' era un personaggio secondario, poi divenne il protagonista di altri sei episodi. Tutto merito di Peter Sellers, delle sue geniali improvvisazioni e dell'identificazione totale che l'interprete innescò con il goffissimo poliziotto francese. Dopo Sellers, il cinema ci ha provato altre due volte, affidando il ruolo ad Alan Arkin (risultato fallimentare) e attribuendo a Clouseau un figlio, il nostro Roberto Benigni (risultato mediocre). Nel raccogliere la difficilissima sfida, il bravo Steve Martin ha un po' peccato d'orgoglio: il confronto era impossibile. Ma, almeno, ha avuto il buon senso di non mettersi in competizione con Sellers, elaborando l'ispettore in una declinazione caricaturale diversa da quella del maestro e facendone un one-man-show nel registro del personaggio inetto senza speranza di redenzione. Di riuscito, soprattutto, c'è l'abbinamento di Martin con i due secondi ruoli di poliziotto. Jean Reno, che sostituisce Cato, la vecchia 'spalla' di Sellers; ma ancor di più l'ottimo Kevin Kline, per un misurato Dreyfuss. Suggestiva Beyoncé, nel piccolo ruolo di una popstar." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 marzo 2006)"Non facciamo gli schizzinosi. E' vero: 'La pantera rosa' è una delle serie più amate e longeve della storia del cinema comico. E' certo: Peter Sellers non è solo insostituibile, è unico. Anche se nel lontano 1963, scelto all'ultimo momento per sostituire Peter Ustinov, nel film che avrebbe dato il titolo alla serie non era nemmeno il protagonista, ruolo assegnato invece al sempre impeccabile David Niven. Eppure il grande comico inglese prese questo imbranatissimo ispettore francese e ne fece un capolavoro di follia e sotterranea perfidia, un imbecille pomposo, incapace e assolutamente catastrofico, un caso clinico ma così umano, inetto e disgustosamente fortunato, da risultare irresistibile. Dopo Sellers (e i suoi affiatatissimi comprimari, primo fra tutti l'ispettore Dreyfus interpretato da Herbert Lom) nessuno sembrava in grado di prendere il testimone. Nemmeno Roberto Benigni, diretto per giunta dal grande Blake Edwards, il creatore della serie, riuscì a ridare vita a un personaggio che sembrava consegnato per sempre a un cinema e una comicità tramontati. Eppure Steve Martin, Kevin Kline (Dreyfuss) e un sorprendente Jean Reno, fanno un piccolo miracolo. Questo nuovo Clouseau, un poco virato in zona Tati, un Tati postmoderno, meno lunare, più impastato di goffaggine e fisicità, è un degno erede dell'originale. Un erede tendente vagamente al surreale, che in fondo è il registro naturale di un comico non sempre facile come Steve Martin, ma anche capace di affrontare con piglio deciso il lato più demenziale del personaggio. Altra buona sorpresa, la regia pulita di Shawn Levy ('Una scatenata dozzina', 'Oggi sposi... niente sesso'), che non indulge in effettini o effettacci, anche se il doppiaggio inspiegabilmente involgarisce un poco i dialoghi e perde per strada alcuni dei giochi verbali più tipici dei vecchi film, peraltro popolarissimi grazie ai dvd. Il più sacrificato di tutti risulta stranamente Kevin Kline, costretto a giocare di rimessa con la solita eleganza, ma privo di grandi opportunità comiche. Mentre Martin è impagabile sia nelle gag a sorpresa, che nei tormentoni. Ma la vera sorpresa resta forse l'imbambolato agente Ponton di Jean Reno, pallido, attonito, i capelli appiccicati sul cranio, ma sempre prontissimo a reagire alle aggressioni rituali del suo superiore, così come a sfrenarsi con lui in un esilarante numero di danza en travestiti... da tappezzeria, per non dar troppo nell'occhio. Niente di trascendentale nell'insieme, ma una piccola sorpresa vagamente rétro in un cinema comico avaro di rivelazioni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 marzo 2006)"Il soggetto rivisita il primo episodio (anno di grazia 1963), ma la nuova sortita de 'La pantera rosa' aspira ad evocare lo spirito dell'intera serie. Un compito temerario, perché il mix tra commedia sofisticata e farsa scatenata realizzato da Blake Edwards - almeno per noi inflessibili devoti - non potrà mai prescindere dal carisma del divino Peter Sellers. Tralasciando i paragoni impossibili si può, comunque, ammettere che l'ispettore Clouseau riciclato da Steve Martin conserva una sua dignità e propone una sua originalità, contrariamente a quanto è accaduto in occasione della sciagurata performance di Benigni ('Il figlio della Pantera Rosa'): il comico americano, in qualche modo emulo di Tati, vira al surrealistico e all'esistenzialistico, ma non rinuncia certo a tirare le corde demenziali che caratterizzano l'illogica concezione del mondo del longevo personaggio. La fedeltà, del resto, non può che pagare e l'onesto artigiano Shawn Levy in cabina di regia non si fa pregare nel rendere felici i fans con una pioggia di citazioni, oltretutto facilmente riscontrabili grazie ai dvd e alle tv: il catastrofico detective è sopravvissuto a tante mode e ormai occupa un posto fisso nel pantheon delle maschere moderne. (?) Spiccano, nel buon assortimento di comprimari, il come sempre affidabile Kevin Kline (il capo della polizia) e soprattutto Jean Reno, che costruisce sulle spettrali fattezze dell'agente Ponton un piccolo capolavoro di atrofia fisica, espressiva e psicologica. Perse per strada alcune delle storpiature verbali tipiche dei classici, 'La Pantera Rosa' riesce quantomeno a preservare il blend affabile e vecchiotto della serie; riagguantandone qua e là anche l'esplosiva forza comica, come nell'esilarante sequenza dell'approccio con la sexy cantante Beyoncé." (Valerio Caprara, 'Il Mattino, 25 marzo 2006)"E' nuova e antica, uguale e diversa, metafisica e concreta come un incrocio fra Keaton e Ridolini, tra la comica del muto e l'Uomo ombra, questa divertente 'Pantera rosa' che torna in omaggio alla memoria non di un solo film - anche se il soggetto del diamante rubato viene proprio dal primo episodio del '63, nella mondana Cortina - ma del serial comico più popolare della storia del cinema. Quello che ci ha fatto ridere per 20 anni grazie allo staff delle meraviglie: il grande humour swing di Blake Edwards, l'arte inimitabile di Peter Sellers, il disegno animato amatissimo della pantera di Fritz Freleng, che lascia orme sui titoli di testa, la musica del compianto Henri Mancini. (...) Non tutti i gag sono allo stesso livello, alcuni essendo prevedibili e previsti come da copione, ma spesso il meccanismo funziona naturalmente e si ride, specie quando la connivenza con il cartoon si fa determinante e il travestimento da tenda e tappezzeria è esemplare nel tempismo comico. (...) Funziona benissimo la sintonia del cast, non c'è scena che non abbia il suo gag, non c'è volta che Clouseau non guidi o parcheggi la sua Smart bicolore senza far danni catastrofici alle persone e alle cose, specie i ciclisti (eppure ci si casca ogni volta) e la trovata intermittente del mappamondo che rotola ha effetti contagiosi. Le citazioni sono ottime e abbondanti, da tutto il repertorio slapstick del muto all'agente 006 con le sue prodezze da casinò al finale ospedaliero che ricorda quel pazzo pazzo mondo. E durante l'approccio con la bella pop star Beyoncé Knowles, nel ruolo di una bella pop star sospetta, Martin, che oggi ha il cellulare, fa del suo peggio-meglio in un crescendo di situazioni usa e getta che si concludono in un trionfo ossimoro di logica illogica che un regista artigiano come Levy controlla con tempismo e molta simpatia. Ma il tutto non scatterebbe senza la presenza preziosa e incalcolabile di Steve Martin, forza della natura comica, con l'occhio che fugge in avanti e quell'impassibile voglia di stupire, confinante anche con un lato intellettual-esistenziale, quasi beckettiano, di Clouseau: se fosse intelligentissimo ma non avesse voglia di dimostrarlo?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 25 marzo 2006)
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Titolo Pinocchio
Titolo originale Pinocchio
Anno 2002
Regista Roberto Benigni
Durata 112
Paese ITALIA, FRANCIA, GERMANIA
Genere commedia, family, fantasy
Trama Le avventure esilaranti e istruttive del burattino Pinocchio, uscito dalla penna di Collodi ma creato dallo scalpello del falegname Geppetto. Scapestrato e innocente, nel suo desiderio di scoprire le bellezze del mondo, finisce col morire impiccato da due malfattori come il Gatto e la Volpe ma viene resuscitato dalla Fata Turchina. Mentre Geppetto, la Fatina, il Grillo Parlante e chiunque altro abbia a cuore la sua vita, lo esorta ad accettare le regole del vivere in comunità, Pinocchio, invece, continua a subire il fascino della trasgressione.Note - GIRATO NEI TEATRI DI POSA DI PAPIGNO (TERNI) E NELLA TENUTA DI CASTELFALFI PRESSO SAN GIMIGNANO E A MANZIANA (VITERBO) - PRODUTTORE ESECUTIVO: MARIO COTONE - TRUCCO: JULIAN MURRAY (ANIMATED EXTRAS) - TRUCCO DELLA FATA TURCHINA: MORAG ROSS. PARRUCCA BLU: PETER OWEN.- IL FILM HA AVUTO UN BUDGET DI 40 MILIONI DI EURO, LE RIPRESE SONO DURATE 28 SETTIMANE, SONO STATE UTILIZZATE 4000 COMPARSE E PER IL PAESE DEI BALOCCHI SONO STATI COSTRUITI 477 GIOCATTOLI. PER LA PREPARAZIONE DI SCENE E TEATRI SONO SERVITI 8 MESI DI PRE-PRODUZIONE E ALTRI 8 MESI PER LA POST-PRODUZIONE.- DAVID DI DONATELLO 2003 PER MIGLIORI SCENOGRAFIE E COSTUMI A DANILO DONATI (POSTUMO).- IL TESTO DI COLLODI ESCE NEL 1881 IN 15 PUNTATE SU "IL GIORNALE PER I BAMBINI" COME "STORIA DI UN BURATTINO" CHE SI CONCLUDE CON LA MORTE DI PINOCCHIO IMPICCATO ALLA QUERCIA GRANDE. LE PUBBLICAZIONI RIPRENDONO A FEBBRAIO 1882 CON IL NUOVO TITOLO "LE AVVENTURE DI PINOCCHIO" E DOPO UN'ALTRA PAUSA DI CINQUE MESI SI CONCLUDONO A FINE GENNAIO 1883. A FEBBRAIO I PAGGI PUBBLICANO IL VOLUME "LE AVVENTURE DI PINOCCHIO" RIVISTO DA COLLODI E ILLUSTRATO DA ENRICO MAZZANTI.- IN CONTEMPORANEA ALL'USCITA DEL FILM NELLE SALE ,IL GRUPPO EDITORIALE GIUNTI HA PUBBLICATO UN'EDIZIONE DEL LIBRO CON LE IMMAGINI DEL FILM E DUE EDIZIONI, UNA PER RAGAZZI E UNA PER ADULTI, CON LE NOTE CRITICHE CURATE DA BENIGNI E I TESTI DI INTERPRETI E REALIZZATORI DEL FILM.Critica "Il film è una specie di traduzione lineare del libro, illustrata dalle splendide scenografie di Danilo Donati, recitata da bravi attori, corredata da effetti speciali di ottimo livelli ma dove manca, purtroppo, qualcosa. Quel che manca è una fantasia visionaria, un senso della dismisura, della poesia che appartiene a Benigni come attore e autore, ma che il Benigni regista non ha ancora acquisito. Una carenza che spiace tanto più perché il film contiene scene di grande ispirazione visiva, ma senza riuscire a dar loro una continuità tale da giustificare il capolavoro annunciato. (..) Ci chiediamo, in altre parole, dove sia finito il gusto dello sberleffo, della trasgressione che tutti i maggiori comici cinematografici posseggono in larga misura e che a Roberto non fa certo difetto". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 ottobre 2002)"(...) le scene e i costumi del povero Danilo Donati, al suo ultimo lavoro, si 'mangiano' il film ancor prima che il pescecane si mangi Pinocchio. - Vuoi dire che gli attori non sono bravi? - Al contrario. Mangiafuoco, cioè Franco Javarone, mette paura. I Fichi d'India sono un Gatto e una Volpe insinuanti e un po' bauscia, due manager pezzenti come ce n'è tanti in giro. Kim Rossi Stuart è un Lucignolo sensazionale, un "apache" deciso a non arrendersi a costo di morire. Ma il film non rinuncia a nulla, quindi ognuno ha due, tre scene e via. E il vero problema, paradossalmente, è Pinocchio. Benigni ne è come intimidito. Lo indossa come una maschera, anziché farsene possedere come da un demone". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 ottobre 2002)"Là dove s'intenerì Disney e si esaltarono il genio di Carmelo Bene e l'ugola di Bennato, al cospetto dell'italianissimo burattino che cede ad ogni tentazione, il diavolo toscano si fa piccolo piccolo, ripetitivo e meccanico, poco ispirato e quasi mai poetico: gli basta far svolazzare brandelli di 'Forrest Gump' mentre Nicola Piovani fu Oscar martella di note i colli e il borgo. (...) Benigni ha il dna di Chaplin, l'estro fanciullesco di Fellini, 80 miliardi da spendere per ricollaudare Collodi, un (ex?) piratesco nemico in Giuliano Ferrara: cosa vuole di più? Come le bugie, anche certi capricci hanno le gambe corte". (Alessio Guzzano, 'City', 10 gennaio 2002)
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Titolo Pirati dei Caraibi - La Maledizione della Prima Luna
Titolo originale Pirates Of The Caribbean
Anno 2003
Regista Gore Verbinski
Durata 143
Paese USA
Genere avventura, azione, commedia, fantasy
Trama Nel XVII secolo, nel Mar dei Caraibi, Jack Sparrow viene suo malgrado coinvolto in una lotta senza tregua dall'astuto capitano Barbossa che ruba la sua nave (la 'Black Pearl'), assalta e saccheggia la città di Port Royal e rapisce Elisabeth, la bella figlia del governatore. Amico di infanzia della ragazza, Will Turner decide di allearsi con Jack per tentare di battere Barbossa. A bordo della nave più veloce del regno, l'Interceptor, i due si mettono alla caccia del pirata. Quello che Will e Jack non sanno è che Barbossa ed il suo equipaggio sono vittime di una maledizione che li condanna a vivere come non-morti e a trasformarsi in scheletri quando splende la luna piena.Note - EFFETTI DI MAKEUP: KEITH VANDERLAAN.Critica "Era una vita che non si vedeva un film di pirati apprezzabile. Hollywood aveva abbandonato il genere dopo il fallimentare 'Corsari' di Renny Harlin. (...) La pellicola prodotta da Jerry Bruckheimer, che ha già in cantiere il sequel, e diretta dal nuovo shooter più bravo di Hollywood funziona. Eccome se funziona. Merito di Verbinski, che passa dal comico allo spaventoso sapendo che sono due facce dello stesso doblone e merito di un cast azzeccato. Bloom, sex symbol dopo il Legolas de 'Il Signore degli Anelli', fa un Errol Flynn in versione Disney, mentre la spiritosa Knightley prova che già nel '600 le donne si siliconavano le labbra. Infine lui, Johnny Depp, la macchietta dei sette mari: bandana rossa, ombretto, orecchini zingareschi, denti d'oro, camminata e parlata da sballato. 'La maledizione della prima luna' è un One Depp Show da gustare, per chi può, in versione originale". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 5 settembre 2003)"Un film piacevole, infiorato di infiniti duelli, dialoghi scintillanti, amori travolgenti eppur castissimi, con l'immancabile corollario di cacce al tesoro, abbordaggi, fughe, inseguimenti e sensazionali acrobazie senza trapezio. Per tacere dei magnifici costumi d'epoca e dei due galeoni ricostruiti in cantiere. Lo sculettante Johnny Depp dirige la banda sorridendo dalle protesi dentarie d'oro: ai suoi ordini, la bella Keira Knightley; l'emergente Orlando Bloom e lo spiritoso Jonathan Pryce. Ma il migliore sulla tolda, a scapito della folta truppa anglo-americana, è un australiano, lo strepitoso George Rush, irriconoscibile Oscar di 'Shine'". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 5 settembre 2003)"Nella durata dilatata di due ore e venticinque minuti, ogni situazione si ripete tre o quattro volte; però il film riesce lo stesso a non annoiare e proprio perché il suo è il tipo di ripetitività dei videogiochi e dei disegni animati. (...) Sono decenni che Hollywood prova, di tanto in tanto, a rilanciare il vecchio filone piratesco in chiave nostalgico-ironica; ma, per ora, aveva infilato soltanto flop. Invece 'La maledizione della prima luna' si è rivelato un hit colossale, andando all'arrembaggio delle tasche dei minorenni. Insomma: i filibustieri son tornati di moda. Fuori di metafora, naturalmente". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 settembre 2003)
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Titolo Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo
Titolo originale Pirates Of The Caribbean: At World's End
Anno 2007
Regista Gore Verbinski
Durata 168
Paese USA
Genere avventura, azione, commedia, fantasy
Trama Will Turner, Elizabeth Swann e il capitan Barbossa si alleano per liberare il capitano Jack Sparrow imprigionato negli abissi. Nel frattempo, l'Olandese Volante del capitano Davy Jones, controllato dalla Compagnia delle Indie Orientali, semina il terrore per i Sette Mari. Dopo essersi confrontato con il pirata cinese Sao Feng, il gruppo di pirati si spingerà oltre i confini della Terra per partecipare alla gigantesca battaglia finale per il controllo dei mari.Note - CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR TRUCCO E MIGLIORI EFFETTI VISIVI (JOHN KNOLL, HAL HICKEL, CHARLES GIBSON E JOHN FRAZIER).Critica "Tutti tramano, passano dall'uno all'altra parte, impugnano la spada, affrontano avversari a suon di cannone, amano e odiano. Su tutti primeggia Johnny Depp vestito come mai nessun pirata avrebbe osato, codardo e insieme coraggioso, in fuga o all'arrembaggio e sempre vittorioso." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 23 maggio 2007)"La forza del film sta nelle scene grandiose, veramente belle quelle della battaglia tra galeoni in un enorme gorgo, negli originali e curatissimi effetti speciali e nel carisma del protagonista Johnny Depp che ha sempre messo davanti a tutto la qualità dell'interpretazione. E si vede. Gli altri fanno il loro dovere, con bravura e simpatia." (Antonio Angeli, 'Il Tempo', 23 maggio 2007)"Onde, cascate, ghiaccio, tipi e tipacci, bestiole e bestiacce, duelli, colpi di canone, equilibrismo tra vele e alberi, paesaggi meravigliosi e da angoscia, favola, risata e tumultuosi scontri navali: 'I pirati dei Carabi 3' conferma la caratura e la sua scatola dei giochi avvincenti e vertiginosi, citando cinema e letteratura in un'atmosfera selvaggia di sortilegio, capace di gonfiare uno show che chiede al digitale scenari mozzafiato, tra l'incantesimo e l'irrisione. Buoni, cattivi e così così hanno lo spazio e il tempo per reclamare una divertita attenzione che gli interpreti onorano con la loro partecipe complicità da strizzatina di palpebre: per Johnny Deep ormai Jack Sparrow è un alter ego familiare da coccolare con tutto lo spassoso talento istrionico di un divo dal tocco di sublime follia; Keira Knightley è l'eroina in punta di grazia e di sciabola, Orlando Bloom un soldato gentiluomo anche senza divisa Mirabili le diverse grinte di Geoffrey Rush (Barbossa), Bill Nighy (Davy Jones), Chow Yu-Fat (il volto e il corpo preferiti di John Woo si prendono cura di Sao Feng) e in più l'apparizione di Keith Rolling Stones Richards nel ruolo del babbo di Jack. La saga e la trilogia sarebbero finite qui, ma non scommetteteci neppure una usata benda nera per bulbo oculare." (Natalino Buzzone, 'Il Secolo XIX', 23 maggio 2007) "Nulla si crea e nulla si distrugge in quest'avventura sempre diretta da Verbinski, autore di paura, in piena sintonia con effetti digitali ma con una frenata di fantasia, anche se c'è la new entry di un pirata cinese e appare pure Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, il vero ispiratore di Sparrow. (...) Il film sembra di averlo già visto, è una natura morta dal punto di vista 'drammatico', ma si avvia a un box office miliardario e così si teme continui. Disney (lo saprà?) fa anche un omaggio a Rohmer: il primo effetto è la ricerca di un raggio verde. E attenzione che i pirati fra loro si chiamano 'compagni', per ora niente partito democratico." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 24 maggio 2007)"Ora, è evidente che per il cinema di questo millennio, e di questo genere, l'esagerazione, non essendo più un limite, è diventata un criterio estetico, quasi un canone. A volte l'esagerazione si sposa con l'immaginazione, e abbiamo la scena di cui prima. Altre volte si avviluppa in un vortice infinito e stancante. Anche questo succede nel film che, seppur eccessivo, dona momenti folgoranti e divertenti, come l'entrata in scena di Keith Richards (a cui Depp si è ispirato), pirata nella vita e nel film." (Dario Zonta, 'L'Unità', 24 maggio 2007) "Sui 'Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo', il critico di 'Variety' Brian Lowry ne ha avuta una buona. Nel film a un certo punto uno della ciurma, preoccupato delle ondivaghe strategie del suo capitano Jack Sparrow (il mitico Johnny Depp), chiede a un collega: 'Ma tu pensi che ha un piano oppure che segue l'estro del momento?'. Non è il caso di chiedersi, scrive Lowry, se il regista Gore Verbinski e i suoi sceneggiatori non stiano parlando di loro stessi. Ovvero, avendo girato questo terzo episodio insieme al secondo 'La maledizione del forziere fantasma' in dieci mesi di lavoro matto e disperatissimo, Verbinski non avrà navigato a vista accumulando scene su scene senza badare al nesso logico? Tanto, insinua il critico, per catturare l'attenzione l'intera confraternita dei pirati per riuscire a sconfiggere il capitano dal volto di piovra Davy Jones, al comando del vascello fantasma 'L'Olandese Volante'. (...) Dopo due ore e 45 minuti di arrembaggi pirotecnici, mari tempestosi, tradimenti, effetti speciali e trovate piene di fantasia visiva, siamo certi che lo spettatore è pronto per un possibile, anzi probabile numero quattro." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 25 maggio 2007)"Il numero tre ha certo belle cartucce da sparare. 1) La battaglia navale finale, forse la più imponente, assordante, truculenta mai vista sullo schermo 2) Il gagliardo umorismo delle scene che vedono (mal) assortile le ciurme dei sette mari Qui il film riesce a dare una versione piena di humor (e in fondo consolante) del cozzo tra etnie diverse. Che nel mondo attuale ha la drammaticità (e la tragicità) che purtroppo sappiamo, e qui invece dà la spinta per una mitragliata di gags di schietto divertimento. 3) Inoltre l'intervento di una serie di personaggi (trai quali i genitori dei protagonisti) pungenti e coloriti con i caratteristici fumetti della Disney." (Giorgio Carbone, 'Libero', 25 maggio 2007)Alla terza, inevitabile, puntata, 'I pirati dei Caraibi' hanno perso la battaglia finale, quella col pubblico. Se i primi due episodi erano un paradosso godibile, una gustosa avventura per grandi e piccoli con uno strepitoso Johnny Depp, che senza fare il verso ai grandi interpreti della saga della filibusta, come Errol Flynn o Tyrone Power, riproponeva le loro smargiassate con istrionismo, trasformandosi in un pirata effeminato e pavido, tutto mossette e occhiate ambigue. Purtroppo la festa è finita e questa interminabile, speriamo ultima, puntata propone due ore abbondanti di chiacchiere, insopportabili per chiunque, ed un finale apocalittico che era nell'aria dopo otto decimi di noia mortale. Cosa sia accaduto a produttore e sceneggiatori non è dato saperlo. Probabilmente, ringalluzziti dagli incassi record, hanno creduto che il pubblico fosse un loro vassallo. Infarcito di interpreti di qualità, alcuni scomparsi in fase di montaggio, il film di Gore Verbinski è una bella adunata di attori sprecati, priva di ritmo e persino di comprensione, tra capovolgimenti dialettici, farneticanti filosofie mutuate chissà come dalla convenzione piratesca. Tra mutanti, sudditi infidi di sua maestà britannica, amori non dichiarati, se ne dicono di cose, ma ciò esclude del tutto gli spettatori. Un erroraccio." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 25 maggio 2007)"Inutile cercare coerenza narrativa nella sceneggiatura di Ted Elliott e Terry Rossio, già autori di 'Shrek' e 'Aladdin'. La saga di loro invenzione, il cui terzo capitolo è uscito in contemporanea mondiale, funziona un po' come l'attrazione omonima dei parchi Disneyland: per accumulo e iterazione, tra film e cartoon, fumetto e videogioco, fiaba e immaginario salgariano, oltreché serbatoio di citazioni assortite. Chi lo ha capito benissimo è Johnny Depp, artefice principale del successo della trilogia: ormai una maschera da Commedia dell'Arte con cui i bambini si travestono a Carnevale, mettendo nel ripostiglio il costume da Zorro per un nuovo tipo di eroe, con molte macchie e anche un po' di paura. La terza puntata (che è poi la metà mancante della seconda) non si preoccupa più d'installare i personaggi, ma riprende al punto in cui li aveva lasciati l'anno scorso, incasinando ulteriormente la già ingarbugliata trama. Tanto, non c'è niente da capire. Basta lasciarsi andare: come al luna park." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 1 giugno 2007)"Giunto nelle sale con un vero e proprio arrembaggio per sbancare i botteghini, il terzo episodio della saga dei "Pirati dei Caraibi" stavolta delude. La sgangherata ciurma dell'improbabile capitano Sparrow non riesce a trovare il bandolo della matassa, ovvero il filo di una trama stiracchiata e ingarbugliata all'inverosimile. Nonostante un susseguirsi di colpi di scena, i 168 minuti di durata appaiono decisamente troppi. A tenere desta l'attenzione ci pensano gli effetti speciali, cui è affidato il compito di coprire le falle della storia. (...)Persino la vena humour che aveva caratterizzato le precedenti pellicole stavolta risulta appannata. Eppure alla maggior parte degli spettatori - i più giovani - poco importa, perché tra trucchi spettacolari e scenari mozzafiato in grafica 3D, capire chi fa cosa e con chi, oppure cercare un qualche tipo di messaggio da conservare all'uscita dal cinema, non sembra avere molta importanza. Oltre agli effetti speciali, si segnala l'interpretazione di Johnny Depp, sempre più a suo agio nel personaggio del pirata cialtrone, stralunato e tuttavia romantico. Resta comunque l'impressione di un'ispirazione - tra regia e sceneggiatura - giunta al capolinea. E ciò malgrado il finale lasci intuire un ulteriore episodio. Ma d'altronde contano gli incassi e finché il vento soffia in poppa lo si sfrutta il più possibile. Del resto son pirati." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano, 16 giugno 2007)
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Titolo Poseidon
Titolo originale Poseidon
Anno 2006
Regista Wolfgang Petersen
Durata 99
Paese USA
Genere drammatico, thriller
Trama Gli ospiti del transatlantico Poseidon, una nave da crociera alta venti piani, con 800 cabine e 13 ponti, stanno festeggiando l'ultimo giorno dell'anno in mare aperto quando un'onda anomala, alta quasi cento metri, si abbatte sull'imbarcazione facendola capovolgere. Solo un centinaio di superstiti riesce a salvarsi, restando nella sala da ballo rimasta intatta per puro miracolo. Tra loro, un piccolo gruppo capitanato dal giocatore d'azzardo Dylan Johnson, decide di muoversi in cerca di una via d'uscita trasgredendo gli ordini del capitano Bradford, che invece sceglie di attendere i soccorsi rimanendo nell'unico posto sicuro della nave. Tra coloro che scelgono di unirsi a Johnson ci sono il piccolo Conor e la madre Maggie, la timida clandestina Elena, l'aspirante suicida Richard Nelson, Valentin, un cameriere che conosce bene la struttura del transatlantico e Robert Ramsey che non sa dove sia finita la figlia Jennifer e il fidanzato di lei Christian.Note - CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER I MIGLIORI EFFETTI VISIVI.Critica "Non ci fosse Richard Dreyfuss con la dentiera (invece Kurt Russell sembra refrattario al passare del tempo: sarà la sindrome Jena Plissken?), giureresti che 'Poseidon' è un film di molti anni fa, tornato misteriosamente alla luce. (...) Wolfgang Petersen (già reo di 'Troy') non sa sfruttare le potenzialità degli spazi claustrofobici; non fa altro che opporre ai personaggi difficoltà dopo difficoltà, come nei livelli di un videogame. Si pronunciano frasi del tipo 'Che il cielo abbia pietà di noi' trovando anche il tempo, tra acqua e fuoco, di risolvere qualche conflitto edipico." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 2 giugno 2006)"Mentre il prototipo, dopo un prologo anonimo, imbroccava il tono giusto e teneva inchiodati alla poltrona grazie al ritmo e all'efficacia dell'odissea sviluppata nelle scenografie capovolte, il remake annaspa clamorosamente, non inventa nulla sul piano degli effetti speciali e rende l'itinerario dei malcapitati passeggeri monotono, farraginoso e cervellotico. Non solo, in effetti, è rimasto ben poco dei caratteri e dei dialoghi originali, ma l'aggiornata confezione luxury peggiora la qualità della suspense, mettendola a bagnomaria in un crescendo di incendi, crolli e allagamenti che esclude a priori di suscitare identificazione e interesse nei bramosi spettatori. L'errore madornale dello specialista Wolfgang Petersen - che a Hollywood aveva fatto di meglio con 'Air Force One' e 'La tempesta perfetta', prima di franare con 'Troy' - è stato poi quello di accettare un cast implausibile: se il veterano Richard Dreyfuss e lo stropicciato Kurt Russell si guadagnano in qualche modo l'ingaggio, gli altri (si fa per dire) protagonisti risultano di un'inconsistenza e di un'antipatia degne di un film d'autore in gara al festival di Cannes. Con il risultato che della loro sorte non importa un fico secco al più pietoso degli spettatori." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 3 giugno 2006)"Remake del catastrofico del ' 72 con stereotipi e vecchie glorie (Borgnine, Winters), ma non cult, torna il 'Poseidon' in superdolby e ottimi effetti sperando nell'effetto 'Titanic'. L'odissea del gruppo di eroici naufraghi con bambino che scalano il transatlantico capovolto a Capodanno dall' onda anomala, è raccontata nuotando in luoghi comuni, con tale economia di psicologia e caratteri così fasulli che l'emozione è quasi nulla. Però succede di tutto e di più, incendi, cunicoli, baratri, valanghe d'acqua, tutto è possibile. Spettacolarmente divertente, tecnicamente prodigioso, pernicioso per l'udito, il racconto extralusso un po' aquafan di Petersen, non nuovo ai mari in burrasca ('U Boat'), si fa seguire per ataviche paure claustrofobiche. Intorno a Josh Lucas, due ex divi in lista di attesa, Richard Dreyfuss, il gay che sopravvive, e il valoroso papi Kurt Russell." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 3 giugno 2006)
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Titolo Prestige, The
Titolo originale Prestige, The
Anno 2006
Regista Christopher Nolan
Durata 135
Paese USA, GRAN BRETAGNA
Genere drammatico, fantascienza, fantasy, thriller
Trama Robert Angier e Alfred Borden, due celebri maghi nella Londra a cavallo tra '800 e '900, si sono conosciuti quando erano ancora due talentuosi prestigiatori in erba. Con il passare degli anni, la loro abilità li ha trasformati in acerrimi rivali, ossessionati dalla gelosia per i rispettivi successi. Per raggiungere la supremazia nel campo della magia, Robert e Alfred non esitano a sfidarsi a colpi di trucchi e inganni rischiando non solo la propria vita ma soprattutto quella delle persone intorno a loro...Note - PRESENTATO ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2006) NELLA SEZIONE 'PREMIÈRE'.- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR FOTOGRAFIA E SCENOGRAFIA.Critica "Naturalmente il regista Christopher Nolan, quello di 'Memento' e 'Insomnia', esperto in labirinti della memoria e in salti mortali di spazio e tempo, non lo sa, ma il suo 'The prestige', visto ieri in anteprima mondiale, somiglia maledettamente a una bella commedia di Eduardo De Filippo, 'La grande magìa', magnificamente allestita da Strehler anni fa. È il senso ultimo che conta: la vita è illusione o sogno, come diceva il vecchio Calderon, dipende da come la guardi, da quanto assecondi l'immaginazione e la fantasia. In qualunque modo lo guardi, 'Prestige', il fantasy-thriller scritto dai fratelli Nolan, tratto da un romanzo di Christoper Priest è un divertimento notevole e mai gratuito ambientato nei fumosi teatri della Londra vittoriana dove gli illusionisti erano venerati e facevano show di massa finché il cinema non li avrebbe superati. Ma il film, elegantemente macchinoso e sempre tra sogno e incubo, stimola anche dibattiti tra scienza (Esatta? Giammai!) e cervello, tra arte e illusione, e allieta con una serie in crescendo di effetti speciali. (...) Chiaro quello che il regista vuol dire: la vita è tutto un gioco di prestigio, vince in fondo chi rischia di più, chi ha meno scrupoli. Il tutto è servito sullo schermo in un'eleganza formale di gran classe, seguendo le tracce del gioco degli specchi, le due stanze e servizi della ragione contro i fastosi saloni dell'irrazionale e, per buon peso, spunta l'egoismo dello show business. Infine per i curiosi qualche trucco classico viene anche rivelato al volgo, il prodigio è di massa." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 18 ottobre 2006)"'The Prestige' utilizza al meglio un pugno di marpioni della recitazione (Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, Scarlett Johansson, David Bowie) per scatenare la rutilante competizione fra due supermaghi della Londra vittoriana. È anche questione, va da sé, di polso registico: il viaggio dell'affannata Monica alla ricerca del figlio rapito può contare solo sulla furbizia dozzinale di Guillaume Nicloux, mentre il micidiale duello all'ultimo trucco tra il fascinoso Angier e il ruvido Borden è allestito dal geniale Christopher Nolan di 'Memento' e 'Batman Begins'. Per dirla ancora più chiaramente, Nicloux tratta terrori e paranoie della sua eroina per caso come una giostra di effetti speciali più o meno sofisticati, mentre Nolan s'esibisce nel proprio illusionismo (cinematografico) vincente stabilendo un originale rapporto tra la forma narrativa da feuilleton e le tecniche mirabolanti usate dai prestigiatori per incantare il pubblico del loro tempo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 ottobre 2006)"'The Prestige', di Christopher Nolan, è probabilmente l'unico film di queste festività a sfidare le leggi dell'ovvietà. Come atmosfera rientra nei canoni del dramma vittoriano, non senza citazioni visive nello stile della vecchia Hammer Film; però Nolan si spinge oltre l'esercizio di stile gotico, ricavando dal romanzo di Christopehr Priest un solo uno spettacolo appassionante ma anche una (godibile) metafora sul cinema. Non abbiamo citato a caso la concomitanza cronologica tra gli eventi del film e la nascita del cinema. Nei suoi due protagonisti, il tecnico e l'illusionista, Nolan sintetizza la dicotomia magia-realtà, replicando simbolicamente il vecchio duello tra Mèliès e Lumière con ci iniziano tutte le storie della settima arte. Mostra di sapere, però, che l'illusione filmica s'innesca precisamente all'incrocio tra scienza e illusione, luogo virtuale e impalpabile, capace di farci complici dell'inganno che passa davanti ai nostri occhi. Da grande prestigiatore, insomma, Nolan, ci apparecchia uno spettacolo sontuoso, pieno di doppi-fondi, ricco di star di origini e generazioni diverse. Nello stesso tempo, il regista sembra voler stigmatizzare la corsa ossessiva al progresso, a favore di un cinema dell'illusionismo più creativo che tecnologico. Peccto che Nolan s'abbandoni troppo all'entusiasmo per il soggetto, finendo con prendere se stesso per un Houdini della macchina da presa che esagera nei virtuosismi di montaggio e inflaziona i trucchi visivi. Con una maggiore linearità narrativa, 'The Prestige' sarebbe riuscito ancora meglio." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 dicembre 2006)"'The Prestige', dal romanzo di Priest, è diretto da Christopher Nolan, che dell'ossessione fat una ragione di vita. L'uomo è pura materia o anche anima? E fino a che punto ci si può spingere per ottenere una risposta? È questo che si chiede Nolan, con un thriller che esplora il mondo della stregoneria. Ma, nonostante Michael Caine, Scarlett Johansson e un irriconoscibile David Bowie, la magia del film non riesce. E fra troppi colpi di scena, si rischia lo sbadiglio." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 29 dicembre 2006)"Lo spunto narrativo non esaurisce la ricchezza del film che sotto gli occhi dello spettatore si trasforma ben presto in una riflessione originale e insinuante sulla differenza di classe, sullo scontro tra credulità e scienza, sul ruolo dello spettacolo e del divertimento nella società e sui sacrifici - e i compromessi - che bisogna affrontare per raggiungere il successo. (...) Da parte sua Christopher Nolan, che firma anche la sceneggiatura con il fratello Jonathan, mescola la linearità temporale del racconto come a ribadire ogni volta gli elementi fondanti della storia e usa al meglio tutto il cast (con una citazione particolare per un grande Michael Caine, nella parte del maestro di magia di Angier) per sottolineare la ricchezza di temi e spunti del film e offrire così allo spettatore uno spettacolo che, come vuole la regola di ogni trucco riuscito, prima promette, poi sorprende e alla fine lascia a bocca aperta." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 29 dicembre 2006)
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Titolo Pride and Glory - Il prezzo dell'onore
Titolo originale Pride And Glory
Anno 2008
Regista Gavin O'Connor
Durata 130
Paese USA
Genere drammatico
Trama New York. Quattro poliziotti vengono uccisi in un agguato durante le indagini su un traffico di droga. Il Capo dei Detective di Manhattan, Francis Tierney Senior, decide di affidare il caso a suo figlio, il detective Ray Tierney. Quando tutte le prove sembrano condurre alla colpevolezza di suo fratello Francis Jr. e di suo cognato Jimmy Egan, anche loro poliziotti, Ray si trova di fronte ad un dilemma di natura etica: scegliere tra la fedeltà alla famiglia o al Dipartimento di Polizia.Note - ANTEPRIMA, IN CONCORSO, AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (III EDIZIONE, 2008).Critica "Segnato da uno stile cupo e insieme solenne, 'Pride and Glory' lega in un solo grande nodo equilibri familiari e ordine cittadino, concedendosi anche un risvolto apertamente tragico. La polizia diventa una metafora, poliziesco il genere che consente ogni allusione. E qui, anche il gusto un po' antico di un intrigo che si potrebbe immaginare ambientato nelle stanze di una corporation o nei corridoi di ambasciata.". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 agosto 2008)"Storie di poliziotti newyorkesi corrotti ne conosciamo tante, ne vediamo continuamente nei serial televisivi, ma 'Pride and Glory - Il prezzo dell'onore' di Gavin O'Connor offre molto di più. Veloce, affannoso, violento, alla vicenda di corruzione poliziesca unisce l'analisi di una famiglia e di un distretto di polizia, della solidarietà degli affetti e dello spirito di corpo: e dei comportamenti illegali che queste due istituzioni possono provocare, esigendo una lealtà che è complicità, disonestà, menzogna. E a questa analisi si uniscono la bravura grande dei protagonisti Colin Farrell, Edward Norton, Jon Voight, e di tutti gli interpreti anche minori; e lo stile tagliente, duro, travolgente dei paesaggi urbani, della crudeltà dei gesti, dell'affettuosità dei rapporti, della spietatezza delle azioni tra le mille luci di New York." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 29 ottobre 2008)"Un affresco crudo e potente della polizia del New York Police Department. Una storia di corruzione, di metodi punitivi poco ortodossi, di fratelli, di sangue e non, l'uno contro l'altro, in nome della giustizia, dell'avidità, di una lealtà perversa che si fonda sulla divisa e sulla famiglia (che si chiami polizia o moglie o figli) e non sulla verità. Il patriarca di questa famiglia allargata è Jon Voight, i due amici-nemici Edward Norton e Colin Farrell, semplicemente rinati dopo qualche passaggio a vuoto. E a Colin spetta il compito più arduo, quello del cattivo disperato, di chi per mantenere privilegi e potere è disposto a tutto. Una saga poliziottesca delle migliori, scritta e diretta come un grande classico, che va giù pesante con queste forze del disordine, in cui la divisa si macchia di ogni nefandezza. Altro che marescialli Rocca o distretti di polizia." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 29 ottobre 2008)"'Pride and Glory - Il prezzo dell'onore' è fatto di un'altra pasta. Film di genere, certo, ma dentro una cornice d'autore che il regista d'origine irlandese Gavin O'Connor scolpisce con cura, senza sfigurare nel pantheon del poliziesco duro e crudo, a sfondo sociale, con tragedia familiare annessa. Non si contano i possibili modelli di riferimento, da 'Il principe della città' al recente 'I padroni della notte', passando per 'Copland' e 'The departed'. Tuttavia, pur nella scansione classica, tra luci livide, riunioni di famiglia e sparatorie urbane, 'Pride and Glory' rappresenta una felice incursione in questo Festival già in clima di smobilitazione." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 29 ottobre 2008)"Storia di una famiglia di cops di origine irlandese, con tanto di patriarca maschilista, Jon Voight, e tre figli, due poliziotti e la terza moglie di un poliziotto. Le loro malefatte, volontarie o involontarie, non sono proprio quelle che vediamo rappresentate nel film, sono quelle del 'fuori campo'. Mentre la storiellina di corruzione che, alla telefilm, coinvolge brutti ceffi ispanici taglieggiati da questi fascistoidi energumeni con tanto di distintivo, assurge via via a dimensioni shakespeariane perché i due attori la sanno trasformare in un 'Fightclub'che finirà nella notte zombie alla mercè della guerriglia urbana spontanea. Naturalmente più paurosa di qualunque malefatta gaelica." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 29 ottobre 2008)"O'Connor per dare solennità al dilemma non esita a tirare in ballo la tragedia greca e Shakespare. Più semplice, Ray si trova a dover scegliere tra la divisa e la famiglia, il rispetto della legge e la fedeltà che viene dal sangue. Mentre, intorno a lui, ognuno si rivela intrappolato dalla vita e in condizione, al massimo, di raccoglierne solo i cocci. Quando ormai senti che il groviglio delle anime si sta per sciogliere, ti domandi come andrà a finire. E, come capita a volte, scopri che la decisione di chiudere un finale non è all'altezza del livido e disastrato universo umano in cui il film per più di due ore ci ha sprofondato." (Guido Barlozzetti, 'E Polis', 29 ottobre 2008)"Costruito secondo le regole classiche del film d'azione, 'Pride and Glory' scivola via per 130 minuti senza cadute di ritmo, ragionando sul tema della fedeltà alle leggi del clan e della famiglia piuttosto che al rispetto delle leggi, offrendo il solito quadro di corruzione e buone intenzioni, ambiguità morali e prove di coraggio. Ma arrivando alla fine al traguardo per cui era stato pensato e prodotto: offrire a un pubblico in cerca di piaceri forti offrendo un prodotto non originalissimo, ma diretto professionalmente e ben interpretato." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 29 ottobre 2008)"Norton, attore straordinario, concede alla sua performance un impegno da minimo sindacale, così come Voight, il cattivissimo Farrell e il tormentato Noah Emmerich: se gli scorci della metropoli noir risultano vividi e credibili e le impennate rabbiose dell'azione rispondono allo scopo, la freddezza retorica e l'automatismo psicologico fanno sì che allo spettatore non interessi nulla di ciò che fanno i personaggi." (Valerio Caprara, 'Il Mattino'. 29 ottobre 2008)
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Titolo Che la fine abbia inizio
Titolo originale Prom Night
Anno 2008
Regista Nelson McCormick
Durata 90
Paese USA
Genere horror, thriller
Trama L'adolescente Donna è sopravvissuta ad una terribile tragedia. L'occasione del ballo di fine anno scolastico, grazie anche all'aiuto dei suoi amici più cari, potrebbe finalmente farle ritrovare la serenità perduta. Tuttavia, durante la festa iniziano ad accadere una serie di orribili avvenimenti e la ragazza, insieme ai suoi compagni, cercherà di combattere la sadica furia messa in atto da un efferato serial killer.Critica "Si pensava che la mania degli ultimi anni per l'horror della tortura truculenta dei vari 'Hostel' e 'Saw' fosse definitivamente tramontata nelle strategie produttive hollywoodiane quando si seppe che l'horror giovanilistico 'Che la fine abbia inizio' di Nelson McCormick era tornato in sala di montaggio per essere tagliuzzato delle scene più violente. Ed infatti questo remake di 'Non entrate in quella casa' (1980) è molto meno violento ed efficace dell'originale. Là c'era Jamie Lee Curtis che veniva tormentata da uno psicopatico che rovinava il ballo di fine anno a lei e ai suoi tre amici del cuore. Un filmetto che sfruttava con una certa dignità le inquietanti atmosfere liceali di 'Carrie sguardo di Satana' di De Palma. Oggi abbiamo l'insipida Brittany Snow al posto della divina Curtis, un gruppo di adolescenti non credibili vestiti come stupidi modelli e un assassino di cui capisci l'identità a due minuti dall'inizio. Senza sangue, senza tensione, senza senso. Mai titolo italiano fu più azzeccato. In patria ha incassato bene, laddove l'horror truculento alla 'Hostel' e 'Saw', ora come ora, piace sempre meno." (Francesco Alò, Il Messaggero, 11 luglio 2008)"Il regista Nelson McCormick si soffema volentieri sui liceali, ma non riesce a combinare granché per far salire la suspense. Andrebbe condannato a rivedersi cento volte 'Carrie' di De Palma, per imparare come mettere assieme i balli scolastici e i balli di sangue." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 18 luglio 2008)
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Titolo Pulp Fiction
Titolo originale Pulp Fiction
Anno 1994
Regista Quentin Tarantino
Durata 153
Paese USA
Genere drammatico, poliziesco
Trama Jules Winnfield, un nero, e Vincent Vega, un bianco, accoliti del boss Marsellus Wallace, dopo aver discusso sulla defenestrazione, ad opera di costui, di Antoine, reo di aver "massaggiato" i piedi di Mia, consorte del boss, si preparano per andare a giustiziare gli uomini di Antoine. Frattanto Vincent, dopo aver accompagnato Mia a cena e a ballare, è costretto a riaccompagnarla a casa: qui la donna, tossicodipendente, ha una crisi per overdose, e Vincent, terrorizzato, la trasporta in automobile nella casa del fornitore della droga insieme al quale riesce a salvarla dopo averle praticato un'iniezione intracardiaca. Poi Jules e Vincent penetrano nell'appartamento dove si trovano gli accoliti di Antoine: mentre stanno per recuperare una valigetta piena di soldi dopo aver ucciso due dei tre uomini presenti, un giovane, nascosto nella stanza accanto, irrompe improvvisamente e scarica il revolver contro i due, che restano miracolosamente illesi. Jules dopo averlo ucciso, parla di segnale dal cielo, e mentre si allontana in automobile con l'uomo superstite, Vincent lascia partire un colpo che a questi spappola il cervello. Rifugiatosi col cadavere da Jimmy, un amico di Jules, chiedono aiuto a Marsellus, che fa intervenire un tale, Wolf, il quale con professionalità organizza la sparizione del morto e dell'automobile, tramite una compiacente sfascia carrozze. In taxi, i due vanno al fast food dove due malavitosi, Pumpkin e Honey, stanno per iniziare una rapina. Jules blocca Pumpkin e lo disarma, ed infine lascia andare i due, deciso a restituire la valigetta col denaro a Marsellus e mettersi a fare il predicatore. Frattanto Butch Coolidge, un pugile che ha accettato di perdere un incontro di boxe per volere di Marsellus, vince a sorpresa il match, uccidendo l'avversario: per questo fugge in taxi raggiungendo l'amante Fabienne in un motel. Scoprendo che costei ha dimenticato di portar via di casa l'orologio che lui ha ereditato dal bisnonno, Coolidge torna nel suo appartamento per recuperarlo. Qui trova Vincent incaricato da Marsellus di eliminarlo, e lo uccide. Recuperato l'orologio, s'imbatte in Wallace e, nello speronarlo con l'automobile, ha un incidente. I due, entrambi feriti, si inseguono a piedi ma vengono catturati da un sadico negoziante che convoca un amico poliziotto. Commosso dalle grida di Marsellus brutalmente sodomizzato dai due, Butch, liberatosi, interviene e lo salva: in cambio ottiene il perdono, ma dovrà lasciare per sempre la città.Note - REVISIONE MINISTERO DICEMBRE 1994- PALMA D'ORO AL FESTIVAL DI CANNES 1994- OSCAR 1994 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE- PREMIO DAVID 1995 PER MIGLIOR FILM STRANIERO (QUENTIN TARANTINO) E MIGLIOR ATTORE STRANIERO (JOHN TRAVOLTA)Critica "'Pulp Fiction' (153 minuti, ma la lunghezza non si sente) è un nonsense della malavita, un grande obitorio della risata attraversato da bulli e pupe incarnati da una dozzina di attori in stato di grazia. Nell'impegno di prendere in giro i luoghi comuni del genere, il regista sparge vernice rossa senza risparmio; e quel colore allude amaramente, tra uno sghignazzo e l'altro, alla macelleria della cronaca quotidiana." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 2 novembre 1994)"Tarantino per un verso si è tenuto alle asprezze e alle durezze iperrealistiche de 'Le Iene', con note più alte per quello che riguardava la violenza, ispirate, appunto, alle esasperazioni quasi fumettistiche dei pulp, con il gusto qua e là della cultura pop, per un altro, però, non ha esitato ad immergere ogni situazione, anche la più torva, in climi parodistici che, pur sembrando derivati dalla black comedy, puntano in realtà soprattutto sul sarcasmo, con una ferocia che rasenta l'irrisione, con dei lazzi, specialmente verbali, che aspirano unicamente a graffiare. Qua e là eccedendo, ma in genere, proprio per quel continuo esibire il sangue e gli orrori come gioco, sia pur diabolico, riuscendo a far accettare quello che in cifre diverse sarebbe stato difficile sopportabile. Al pubblico, cosi, non mancano motivi addirittura di divertimento, il cinefilo apprezza le esibizioni di intelligenza, gli interpreti, quasi ad ogni angolo, hanno splendide occasioni per imporsi. Il migliore, John Travolta: il suo gangster piccolo piccolo è una rivelazione; altro che il latte e miele della sua serie con bambini e cani." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 29 Ottobre 1994)"Il risultato satirico, esilarante e insieme terrificante, irride alla violenza esagerandola ed esasperandola, sghignazza sul crimine visto come la regola quotidiana che è nelle nostre società, e non come l'eccezione drammatica che dovrebbe essere. Lo stile insegue la frammentazione, il lampo, il clip, la gag, il blob, la strizzata d'occhio, trascurando tempo e spazio, narrazione e personaggi classici: con una logica postumanista che Jean-Michel Frodon definisce da bambino vorace o da avido parvenu, con la bravura spericolata che ha fatto di Quentin Tarantino, a trentun anni, il nuovo ragazzo prodigio di Hollywood." ('La Stampa', 28 Ottobre 1994)"Rimanipolazione di vecchi racconti gialli pubblicati sul magazine "Black Mask", "Pulp Fiction" è un ambizioso coacervo dove si intersecano, sconvolgendo la normale dimensione temporale, tre storie. Opera seconda firmata da Quentin Tarantino dopo il cupo, ma più talentoso film "Le jene", il lavoro è malsano e violento (si veda l'episodio della sodomizzazione), di una verbosità per lo più insopportabile, oltre che macchinoso nel montaggio. Molte le forzature di tono certamente volute. Anche la satira (e "Pulp Fiction" è satira e offre venature di ironia a beffarsi dei film in stile gangsteristico) deve pur avere la sua misura. Tarantino esibisce tutto l'armamentario, divertendosi con i suoi personaggi: pistole, sevizie, sparatorie, sangue e morte, ma il film non può risultare che granguignolesco, sbandando persino in una sorta di delirio, quando il killer Jules, mescolando ambiguamente buoni e cattivi nel suo sproloquio, reclamizza la propria vocazione a ricoprire il ruolo del predicatore tra gli uni e gli altri. La regia si adegua alla tematica e all'ottica volute, qua e là con momenti senz'altro forti e riusciti, grazie anche all'apporto di un cast validissimo: John Travolta; il nero sparatore e predicatore Samuel L. Jackson; il sempre efficace Harvey Keitel; Tim Roth, il balordo rapinatore, e, soprattutto, Bruce Willis il boxeur." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 118, 1994)
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Titolo Punisher, The
Titolo originale Punisher, The
Anno 2004
Regista Jonathan Hensleigh
Durata 124
Paese USA, GERMANIA
Genere azione, thriller
Trama Frank Castle ha passato troppo tempo nelle squadre d'assalto e nell'Fbi. Ora ha deciso di vivere una vita tranquilla accanto alla moglie Maria e al piccolo Will, loro figlio. Ha solo un'ultima missione da compiere e poi sarà un uomo libero. Qualcosa, però, durante l'incarico va storto causando l'uccisione del figlio di Howard Saint, potente uomo d'affari dal passato violento e legato alla malavita. Saint e sua moglie giurano vendetta nei confronti degli assassini del figlio, e il principale bersaglio della loro ira è proprio Frank, la cui famiglia viene massacrata. Frank ha passato tutta la sua vita nel più totale rispetto della legge, però non crede nell'equità del sistema giudiziario. Per questo mette in atto tutto quello che ha imparato in tanti anni da agente speciale, e con l'aiuto di Joan, Dave e Bumpo, decide di punire lui stesso coloro che hanno distrutto la sua vita indossando i panni del Punitore.Note - THOMAS JANE E' ACCREDITATO COME TOM JANE.Critica "Film piccolo, grande violenza. Il momento peggiore è quello in cui a un uomo, per indurlo a fornire informazioni, i gangster strappano via con le pinze i piercing dal labbro inferiore e all'angolo del sopracciglio sinistro." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 2 luglio 2004)
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Titolo La ricerca della felicità
Titolo originale Pursuit Of Happyness, The
Anno 2006
Regista Gabriele Muccino
Durata 117
Paese USA
Genere drammatico
Trama Il 30enne Christopher Gardner, ragazzo padre disoccupato con un figlio piccolo a carico, ha un sogno nel cassetto: diventare un broker di successo. La sua tenacia e le sue capacità nel campo dell'economia gli apriranno le porte dell'alta finanza portandolo dai gabinetti della stazione ferroviaria di San Francisco in cui è costretto a vivere fino ai vertici di una delle più importanti compagnie americane di brokeraggio...Note - WILL SMITH (PRESENTE NELLA CINQUINA PER LA CATEGORIA MIGLIOR ATTORE AI GOLDEN GLOBES) E' CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA.- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2007 PER LA MIGLIOR MUSICA.Critica "Gabriele Muccino, il regista quarantenne de 'L'ultimo bacio' e di 'Ricordati di me', ha fatto a San Francisco un film riuscito e doppio: per metà il suo primo film americano (con amore tra padre e figlio piccolo, ambizioni del giovane uomo nero, caduta sfortunata, resurrezione, tenerezze) e per metà un film realistico italiano sulla difficoltà di vivere in America. Significativamente, il film comincia e finisce con la folla di impiegati in marcia verso il lavoro al mattino, neppure notando l'ubriaco buttato sull'asfalto. (...)"La ricerca della felicità" è uno dei diritti concessi ai cittadini dalla Dichiarazione di Indipendenza americana: gli Stati Uniti sono l'unico Paese in cui tale diritto sia affermato e la parola «felicità» sia presente in un documento costituzionale.(...) Al regista italiano potrebbe essere riservata una carriera americana con maggiore esito di quanto non sia accaduto in passato ad altri registi (Carlo Carlei, o in diversa situazione, Faenza di 'Copkiller') che sono andati a lavorare negli Stati Uniti, ma che non hanno realizzato più di un unico film." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 12 gennaio 2007)"Gabriele Muccino a Hollywood. Con tale felice risultato che il suo film, negli Stati Uniti, si è già inserito tra quelli che stanno avendo le migliori fortune al botteghino, con il consenso della critica. (..) Il film, cui Muccino, pudicamente, affida il lieto fine quasi soltanto ai titoli di coda, segue da vicino, in modo affettuoso e spesso commovente, il calvario di quell'uomo che si dibatte con vigore tra le tante difficoltà da cui è afflitto, ingentilendo le sue peregrinazioni con la vicinanza sempre partecipe di quel bambino che tutto vede, soffre e comprende. In una città, San Francisco, ripresa dal vero nei quartieri più miseri di Chinatown e addirittura in Tenderloin, in un periodo, i tormentati anni Ottanta, enunciati, ma solo di sfondo, da Reagan in TV e dalla pubblicità sui taxi di 'Toro scatenato' con De Niro. Con ritmi affannatissimi che quasi si vietano le soste e con uno stile di regia - secco, mobile, concitato - che conferma il pieno possesso del cinema ormai raggiunto da Muccino. Riscontrabile, ancora una volta, ma più del consueto, nella recitazione dei suoi interpreti, specie nel protagonista, il noto attore-divo afroamericano Will Smith che, affiancato, nei panni del bambino, dal suo stesso figlio, ha espressioni mimiche intensissime e raccolte; anche quando, dal principio alla fine, corre come un velocista. Dimostrando, forse, che la felicità la si ricerca correndo." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 12 gennaio 2007)"Registi italiani a Hollywood? Prima di Gabriele Muccino, c'era stato Franco Amurri, che sposò Susan Sarandon, che divorziò da Susan Sarandon; ma che fuori dallo stato civile lasciò solo 'Flashback' (1990) e 'Il mio amico Zampalesta' (1994). Con 'La ricerca della felicità', Muccino lo supera di slancio. Questa riproposta, in epoca bushiana, di ideali rooseveltiani ambientata in epoca reaganiana; questa miscela tra 'Furore' di Ford e 'Ladri di biciclette' (qui ladri di scanner) di De Sica, è una sfida temeraria. Muccino l'ha vinta dove più conta: gli Stati Uniti. (...) Se 'La ricerca della felicità' è meno bello dell''Ultimo bacio', è più bello della media produzione hollywoodiana. E poi un fondo di realismo europeo percorre in questa storia di declino di un commesso viaggiatore (Will Smith). (...) Muccino non è alternativo: arrivato a Hollywood, probabilmente ci resterà, facendo avanti e indietro con l'Italia, come nessun altro italiano, ma come tanti europei. Altri, che girano film 'due stanze e cucina' saranno capaci d'invidiarlo e incapaci di emularlo. Altri ancora, che scrivono di film, esiteranno ad ammettere che mancano all'Italia proprio i solidi professionisti come Muccino. Ci sono solo epigoni di questo o di quello, che dunque girano sempre lo stesso film 'alla maniera di... '. I grossi festival offriranno loro una tribuna; ma l'oceano non si aprirà per farli passare." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 12 gennaio 2007)"Sul mito della 'seconda volta' e del 'diritto alla felicità' il cinema americano ha costruito buona parte della sua fortuna. E dei suoi soggetti. Per questo l'esordio statunitense di Gabriele Muccino poteva rivelarsi da una parte piuttosto agevole (sarebbe bastato copiare certe atmosfere e certe situazioni) e dall'altra decisamente complicato (va bene copiare, ma poi il confronto avrebbe potuto essere devastante). Senza tener conto del fatto che guidare una troupe hollywoodiana, con una star come Will Smith a capo, è un (bel) po' più complicato che dirigere un film con la Bellucci e Bentivoglio. Per questo 'La ricerca della felicità' mi sembra un film decisamente riuscito. Non un capolavoro, certo, ma un bel film medio (che non è una diminuzione, anzi) capace di rivelare nel regista romano una serie di potenzialità che nei suoi film italiani finivano per essere poco sviluppate. Che Muccino sappia imprimere alle sue opere una notevole fluidità narrativa e alle riprese una scorrevole naturalezza non è certo una novità. Ma sia nell''Ultimo bacio' che in 'Ricordati di me' mi era sembrato di cogliere un po' di furbizia di troppo, di chi non vuole dispiacere a nessuno e quindi finisce per 'assolvere' i peccati di tutti, rivelandosi consolatorio più che partecipe. Nella 'Ricerca della felicità' questo atteggiamento di fondo sparisce e quella che poteva essere la più scontata e zuccherosa delle storie diventa il ritratto coinvolgente e credibile di un americano alle prese con le tante contraddizioni della vita e della società. (...) La recitazione di Will Smith è sempre intelligentemente controllata, quasi trattenuta, così da dar vita a un personaggio credibile, non 'hollywoodiano', che facilita il coinvolgimento emotivo dello spettatore e che aiuta a raccontare il mito dell'edonismo reaganiano da un'angolazione meno scontata e superficiale. Permettendo a Muccino di evitare le trappole in cui era caduto in passato. In questo modo l'eterna favola del successo a portata di mano diventa qualche cosa di più complesso e credibile. E una commedia a lieto fine la conferma di una professionalità davvero matura. Che ha dimostrato di saper fare a meno di certi facili stereotipi giovanilisti per mettersi al servizio di un'idea di regia che forse non è immediatamente gratificante (non si può dire che questo sia un film 'd'autore') ma che può davvero aprire la porta di una lunga e bella carriera." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 13 gennaio 2007)"Cuori di pietra contro cuori di zucchero. Antiamericani contro filoamericani. Cinefili artisti contro cinefili edonisti. Se il dibattito sull'esordio hollywoodiano di Gabriele Muccino si ponesse in questi termini basterebbe premere un bottone. Un film, peraltro, è un film e il suo calibro si può (si deve) valutare su almeno tre spessori, quelli del soggetto, dello stile e del coinvolgimento emotivo indotto negli spettatori. In quest'ottica semplice, ma non semplicistica, 'La ricerca della felicità' ci sembra riuscito, il classico titolo-per-tutti che va dritto allo scopo e districa senza incertezze l'inevitabile nodo tra realismo dei fatti, credibilità degli interpreti ed espedienti di finzione. Non a caso il regista romano si è sempre smarcato dai diktat del cinema d'autore, orientando le proprie qualità sul piano del buon artigianato e del prodotto medio che nella trasferta americana assumono, ovviamente, un taglio inconfondibile e un sapore più corposo. Il nucleo sdolcinato della trama risulta, così, circoscritto da solidi paletti narrativi, in modo che la cupa odissea di padre e figlioletto recuperi spontaneamente o, meglio, logicamente gli antidoti della dignità personale, dell'ottimismo intraprendente e del senso dell'umorismo. (...) I cardini dell'apologo sono più sottili: l'incipit dei duri anni Ottanta reaganiani, la mania del cubo di Rubik come metafora dei quiz esistenziali e le corse a perdifiato nel caos metropolitano del novello 'Ultimo dei Mohicani'. Scandite dai nobili commi della Dichiarazione d'Indipendenza americana e nel contempo minate dalla consapevolezza universale che 'la felicità non esiste perché è qualcosa che dobbiamo solo inseguire'". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 13 gennaio 2007)
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Titolo Push
Titolo originale Push
Anno 2009
Regista Paul McGuigan
Durata 120
Paese USA
Genere fantascienza, thriller
Trama La misteriosa agenzia governativa chiamata Division sta cercando di radunare un gruppo di 'pusher', persone dotate di capacità paranormali, per condurre esperimenti che aumentino i loro poteri e creare così l'esercito più potente che il mondo abbia mai visto. I soggetti reclutati, infatti, hanno la capacità di muovere oggetti a distanza, prevedere il futuro, creare nuove realtà o uccidere con la sola forza della mente. Tra le persone individuate dalla Division ci sono anche Nick Gant, un telecinetico di seconda generazione, e Cassie Holmes, una chiaroveggente di 13 anni, ma entrambi hanno i loro buoni motivi per sfuggire agli agenti del governo e boicottare i loro progetti. La strade di Nick e Cassie si incroceranno con quella di Kira, l'unica superstite degli esperimenti condotti dalla Division, che ha alle calcagna l'ostinato agente Henry Carver, un pusher che non si fermerà davanti a niente affinché i giovani non riescano nel loro intento.Critica "Concitato, inverosimile, ma a suo modo avvincente fumetto paranormale, ambientato in un mondo dove lo spionaggio classico si trasforma in manipolazione psichica." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 27 marzo 2009)"I similHeroes hanno soprattutto superproblemi, ma siamo più dalle parti di un sottoprodotto di 'XMen' che in nobile zona 'Watchmen'. La bella Camilla Belle ribalta le menti e attira la nemesi, altri spakkano vetri e vasi sanguigni, il dinamico/visionario regista Paul McGuigan ('Gangster No 1', 'Slevin') sposa lo skizzato action movie d'oriente: balzi fisici e grinta psichica (o viceversa); ritmo frenetico e noia mortale (e viceversa)." (Alessio Guzzano, 'City', 27 marzo 2009)"Il film è un pastrocchio fantascientifico di cui si capisce poco, arrogante e monotono; ma la quasi-bambina magra e bianca Dakota Fanning è toccante." (Lietta Tornabuoni, 'L'espresso', 09 aprile 2009)
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Titolo Agente 007, Quantum of Solace
Titolo originale Quantum of Solace
Anno 2008
Regista Marc Forster
Durata 106
Paese GRAN BRETAGNA, USA
Genere avventura, azione, spionaggio
Trama James Bond è in cerca di vendetta per il tradimento e la morte di Vesper. La sua missione lo porterà in Austria, Italia e Sud America e, guidato dalla bella Camille, l'agente entrerà in contatto con Dominic Green, esponente di una misteriosa organizzazione e uomo d'affari senza scrupoli, in cerca del totale controllo delle risorse naturali.Critica Anche se nella sceneggiatura del ventiduesimo 007 c'è la mano dell'ottimo Paul Haggis, non si può dire che la trama sia delle più chiare. (...) Il soggetto, del resto, non importa granché. Vero è che la nuova serie, iniziata con l'avvento d Daniel Craig, ha rivoltato molte carte in tavola. Non ha intaccato affatto, però, il principio narrativo della serie: quello schema di cui scrisse Umberto Eco in un vitatissimo saggio in cui comprimeva gli eventi di ogni romanzo di Fleming nelle mosse di una partita a scacchi. Lo hanno capito bene gli autori del Bond ultima maniera: lavorando non tanto sugli intrighi in cui è coinvolto, quanto piuttosto sulla definizione del personaggio. Al punto che 007 può fare a meno di rinnovare ad ogni puntata gadget tecnologici, automobili truccate, armi mirabolanti per affrontare il supermalvagio di turno." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 7 novembre 2008)"A rinnovare storia e rappresentazione di 007 sono arrivati Paul Haggis, che ha dato una svolta politica alla saga, e la faccia proletaria da malinconico cattivo di Daniel Craig. Lui è il giovane 007 e ha un modo muscolare di risolvere le controversie. Si scontra contro multinazionali politico-economiche (buono il supercattivo Mathieu Amalric) che assomigliano alla Gazprom, cerca vendetta per un amore negato e mostra insospettabili tenerezze. Tutti tasselli ottimi per un buon mosaico, se non fosse che il regista Marc Forster - un indipendente, questo non è il suo cinema - sembra non metterci mai troppa convinzione, e il film così rimane medio, se non mediocre, utile base per la rivoluzione in atto, nell'immaginario individuale e collettivo di James Bond, ma incompleto e imperfetto. Non decolla 'Quantum of Solace', regala solo bei momenti, come la scena madre con Giancarlo Giannini che passa dal virile abbraccio di Craig a un cassonetto. Scena ruvida e dolce, come la bella canzone 'Another way to die', ottimo duetto tra Alicia Keys e Jack White. Tutto il resto è (quasi) noia." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 7 novembre 2008)"Due anni fa avevamo salutato con grande entusiasmo la scelta di affidare a Daniel Craig i panni di James Bond. Ma questa volta con 'Quantum of solace' si andati troppo oltre la voglia di modernizzazione del personaggio, sempre più debitore dalla trilogia di un altro agente segreto, James Bourne, facendo perdere di vista allo spettatore ogni punto di riferimento. Basti pensare che la frase 'Bond, mi chiamo James Bond' non viene pronunciata neanche una volta e neppure le Bond Girl sono più quelle di prima." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 7 novembre 2008)"Ma i temi trattati, come in 'Casinò Royale', si elevano oltre il cartone animato, complici il regista Marc Forster ('Monster's Ball' e 'Neverland'), sempre originale nel taglio narrativo, e lo sceneggiatore Paul Haggis ('Crash' e 'Million Dollar Baby', oltre che 'Casinò Royale'), che inserisce nella trama i suoi temi preferiti: colpa, punizione e redenzione. Da action movie 'Quantum of Solace' si trasforma in riflessione sulla contemporaneità trattando argomenti scottanti come l'appropriazione delle risorse idriche da parte di malviventi globalizzati come l'arcinemico di questo film, lo strepitoso Mathieu Almaric che recita il suo ruolo come un Peter Lorre per il ventunesimo secolo. Strepitoso anche Giancarlo Giannini che riprende il ruolo di Mathis. Unica pecca del film è la Bond girl, la modella ucraina Olga Kurylenko, troppo poco attrice per risultare credibile a fianco del nostro eroe, soprattutto visto che lui è di bravura shakespeariana." (Paola Casella, 'Europa', 7 novembre 2008)"C'è da dire che rispetto a 'Casino Royal', questo 'Quantum of Solace' è un po' scombiccherato, che non è un'elegante categoria critica, ma dà il senso di un film che non riesce a tenere ferma la palla, a far quadrare il tutto, nonostante tra gli sceneggiatori ci sia il quotato Paul Haggis." (Dario Zonta, 'L'Unità', 7 novembre 2008)"Antiquato, deludente: chissà come mai negli anni Sessanta e Settanta si ideavano in ogni campo tante cose nuove e adesso non s'inventa mai niente, non si fa che ripetere." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 7 novembre 2008)
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Titolo Quarantena
Titolo originale Quarantine
Anno 2008
Regista John Erick Dowdle
Durata 89
Paese USA
Genere horror
Trama Los Angeles. La cronista Angela Vidal e il suo cameraman, Scott, si recano in un piccolo complesso di appartamenti a seguito di una squadra di vigili del fuoco, per un reportage televisivo sulle persone che lavorano di notte. Giunti sul posto, il gruppo viene accolto da alcuni poliziotti accorsi a causa di urla violente provenienti da uno degli appartamenti. Ben presto e a spese di alcuni, Angela e Scott, determinati a registrare tutto, scoprono insieme ai soccorritori e agli inquilini che il complesso è stato messo in quarantena per motivi misteriosi...Note - REMAKE DEL FILM "REC" (2007) DI JAUME BALAGUERÓ E PACO PLAZA.
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Titolo Rescue dawn
Titolo originale RESCUE DAWN
Anno 2005
Regista Werner Herzog
Durata 126
Paese USA
Genere guerra
Trama Il pilota dell'aviazione statunitense Dieter Dengler, americano di origini tedesche, fu abbattuto e catturato in Laos nel corso della guerra del Vietnam. Sopravvisuto al terribile impatto, durante la prigionia, Dengler riuscì ad organizzare la sua fuga e quella di uno sparuto gruppo di prigionieri.
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Titolo I predatori dell'Arca Perduta
Titolo originale Raiders Of The Lost Ark
Anno 1981
Regista Steven Spielberg
Durata 115
Paese USA
Genere avventura, azione
Trama Sfuggito per miracolo ai feroci Indios della giungla peruviana, dove ha violato una tomba sacra, l'archeologo Indiana Jones viene coinvolto dai servizi segreti inglesi nella caccia all'arca dell'alleanza contenente i 10 Comandamenti. Indy, però, dovrà battere sul tempo gli inviati di Hitler. Accompagnato da una deliziosa avventuriera, Marion, dalle vette del Nepal al deserto egiziano, Indiana Jones svolge la ricerca dell'arca che, una volta aperta, si rivelerà un nuovo vaso di Pandora che provocherà la morte di tutti i malvagi.Note - EFFETTI OTTICI: RICHARD EDLUND, KIT WEST, BRUCE NICHOLSON, JOE JOHNSON.- 4 OSCAR 1981: MIGLIOR SCENOGRAFIA, MIGLIOR SONORO, MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI, MIGLIOR MONTAGGIO.- GRAMMY AWARDS 1981 PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA.- IL FILM E' STATO CAMPIONE D'INCASSI NEGLI STATI UNITI NEL 1981.Critica "Ci troviamo di fronte al puro e semplice ritorno del film d'azione di una volta. Niente permessività, niente parolacce, niente situazioni gratuitamente scabrose. Un po' di magia, di orrore e tanta, tanta azione. Un film che semplifica al massimo tutte le situazioni: i buoni da una parte, i cattivi dall'altra; e i cattivi alla fine verranno puniti. Un tipico film d'evasione girato con intelligenza e con dovizia di mezzi che ne fanno comunque uno spettacolo." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 92, 1982)
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Titolo Rambo III
Titolo originale Rambo III
Anno 1988
Regista Peter MacDonald
Durata 97
Paese USA
Genere avventura
Trama L'ex commando americano John Rambo si è trasferito in un convento buddista dove spera di trovare la pace interiore. Qui viene raggiunto dalla notizie che il suo ex-colonnello Sam Trautman è stato catturato, nel corso di una missione di spionaggio, dalla truppe sovietiche in Afghanistan. Con l'aiuto di alcuni ribelli Rambo riesce a raggiungere il forte dove Trautman è tenuto prigioniero e sottoposto a terribili torture.Critica Terzo capitolo delle avventure dell'eroe spaccatutto. La storia è ingenua ma le scene di guerra sono girate egregiamente (Teletutto)Un film frenetico ridondante e spesso confuso nelle scene di azione. (Segnalazioni Cinematografiche)Un caso da manuale di mancato tempismo: quando il film uscì, i russi avevano già lasciato l'Afghanistan, e Rambo andò incontro a un clamoroso insuccesso commerciale (soprattutto in considerazione del costo del film). Si direbbe che i tempi di Rambo siano proprio passati: considerando la metamorfosi del personaggio rispetto al primo film c'è di che rallegrarsene. (Francesco Mininni, Magazine italiano tv)Questo film che ha lo stile di uno"spot" pubblicitario per la promozione di una fabbrica di esplosivi, è costato 63 milioni di dollari di cui 14 a Stallone. Senza contare i grugniti, si è preso mezzo milione per ogni battuta di dialogo. (Laura e Morando Morandini, Telesette)
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Titolo Rambo II: la vendetta
Titolo originale Rambo: First Blood Part Ii
Anno 1985
Regista George P. Cosmatos
Durata 94
Paese USA
Genere avventura
Trama John Rambo, reduce dall'Indocina e scampato per un pelo alla condanna a morte per le spacconate spettacolari ai danni di uno sceriffo sordo ai problemi dei reduci, fa ora lo spaccapietre in un penitenziario di lavori forzati. Qui viene raggiunto dall'antico comandante, il colonnello Trautman di cui si è sempre fidato, il quale gli propone l'anticipo della libertà, purché accetti di recarsi nuovamente nel Vietnam per una rischiosa missione: deve tornare con prove fotografiche dimostranti l'esistenza di prigionieri americani nel Vietnam. Rambo accetta. Ma a causa di un incidente di lancio - rimane agganciato all'elicottero per una cinghia del paracadute - perde l'equipaggiamento e tocca terra armato unicamente di arco e frecce (però a testata esplosiva). S'incontra ben presto con il suo "contatto" vietnamita, una graziosa ragazza "partigiana", che lo guida nei pressi di una baracca, in cui realmente sopravvive - alla mercè di torturatori vietnamiti e sovietici - un gruppo di prigionieri americani. Contro gli ordini ricevuti, Rambo non resiste all'impuso di liberarne uno, crudelmente appeso a una croce all'esterno della baracca, e lo trascina con sé verso il luogo dell'appuntamento con l'elicottero che deve trasportarlo al campo base americano in Thailandia. Senonchè, contro la volontà del fido Trautman e per calcolo politico, è stato dato un contrordine all'ultimo momento, per cui l'elicottero che li ha avvistati si allontana, abbandonandoli. Catturato dagli avversari, torturato, e morta nella mischia la ragazza che l'ha aiutato a liberarsi, si scatena in Rambo l'antica furia: con esplosiva e sovrumana collera stermina da solo innumerevoli vietcong e sovietici, libera i prigionieri, s'impadronisce di un elicottero nemico e riesce ad atterrare spettacolarmente nel campo americano, eroe solitario e sterminatore, stravincente.Critica "Enorme successo. Ciò non toglie: che sia ignobile nello spingere all'aggressività e all'assuefazione dell'orrore, che si basi su un'abietta premessa propagandistica e che il vero contenuto sia la massa muscolare di Stallone". (Laura e Morando Morandini, 'Telesette')
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Titolo Ratatouille
Titolo originale Ratatouille
Anno 2007
Regista Brad Bird
Durata 110
Paese USA
Genere animazione, commedia, famiglia
Trama Remy è un ratto che ogni giorno rischia la sua vita in un costoso ristorante francese, sia a causa del suo amore per il buon cibo che per il desiderio, del tutto impossibile per un ratto, di diventare un giorno chef. Tuttavia la grande opportunità arriva quando Linguini, uno sguattero tuttofare, trova in Remy un amico e soprattutto un valido partner in cucina...Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: PATTON OSWALT (REMY), IAN HOLM (SKINNER), LOU ROMANO (LINGUINI), PETER O'TOOLE (ANTON EGO), BRIAN DENNEHY (DJANGO), PETER SOHN (EMILE), BRAD GARRETT (GUSTEAU), JANEANE GAROFALO (COLETTE), WILL ARNETT (HORST), BRAD BIRD (AMBRISTER MINION).- GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE.- OSCAR 2008 PER MIGLIOR LUNGOMETRAGGIO D'ANIMAZIONE. IL FILM ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE, COLONNA SONORA, SOUND EDITING (RANDY THOM E MICHAEL SILVERS) E SOUND MIXING (RANDY THOM, MICHAEL SEMANICK E DOC KANE).- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.Critica "Il più bel film mai uscito dai computer della Pixar, che sforna solo gioielli, è una fiaba fantastica e a suo modo realistica costruita su un gioco magistrale di contrasti. Parla di cibo, ma ha come eroe uno degli animali più repellenti per noi umani, un topo (e topo di città, dunque di fogna, non sorcetto di campagna stile Mickey Mouse). E' un film d'animazione, ma si basa su un lavoro di inchiesta solido come una corazzata che ha tenuto per mesi uno stuolo di yankee presumibilmente pessimi mangiatori fra i fornelli della haute cuisine francese per carpire usi, gesti, ruoli, mentalità (e odori, colori, sapori, ricette). Infine è una celebrazione e insieme una presa in giro dell'arte più arrembante nel nostro ipernutrito Occidente: la gastronomia, propagata da un numero così folle di film, libri, riviste, tv, nonché di festival e mostre dedicati a ogni possibile commistione (cibo e cucina, cibo e arte, cibo e sesso, eccetera), che è inevitabile chiedersi cosa nasconda questa ossessione. Magari partendo proprio da 'Ratatouille'. (...) Torna in mente anche il vecchio trucco di Cyrano, che suggeriva al corteggiatore aitante ma incolto le parole con cui sedurre la sua bella. Solo che 'Ratatouille', democratico e postmoderno, non canta le gioie dell'amore (adulte e individuali), bensì quelle della tavola (collettive e senza età). Di qui, oltre al divertimento, l'allegria che infonde nello spettatore (meravigliosa la madeleine che converte il critico-vampiro). Specie se è in grado di apprezzare il poderoso lavoro di sintesi (fisiognomica, urbanistica, culturale), compiuto dagli animatori. Che sfruttano ogni dettaglio materiale, dalle cucine al bateau-mouche sulla Senna, per rendere viva e concreta questa avventura virtuale. Bel paradosso: un film tutto generato al computer che ricrea l'esperienza più corporea che ci sia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 ottobre 2007)"Maledetti topastri. Se c'è un topos nel cinema d'animazione, è rappresentato sicuramente dall'onnipresenza e dall'eclettismo dei roditori. Ora arriva Remy, ultimo eroe targato Pixar con 'Ratatouille', gioco di parole tra il vocabolo ratto in francese e il nome di un piatto nizzardo tipico a base di verdura. L'ennesima sfida vinta con i rivali della Dreamworks-Aardman. (...) La Pixar e i suoi alfieri hanno ormai assunto una consapevolezza e una sicurezza che si sono viste finora solo nel miglior Walt Disney. Non hanno bisogno di stupirci con effetti speciali o colpi di scena, ci regalano storie "tonde" e ben congegnate, di grande solidità, che bastano a se stesse. Nulla sembra forzato, il film è naturalmente adatto a bambini e genitori, a cui insegna molto, senza essere pedante, ridendo e riflettendo. Ci dice che i pregiudizi sono pericolosi e spesso a doppio taglio. Ci racconta il conflitto di classe e arriva anche a bacchettare i critici. Perché tra i tanti esilaranti comprimari, buoni e cattivi, si staglia Anton Ego, (re)censore di ristoranti e pietanze spietatamente snob e di cattiveria inaudita. Lavora a lume di candela in un ufficio a forma di bara. La vera sfida, il nostro ratto, la lancia proprio a lui. L'unico alla sua altezza, con la sua stessa finezza di palato e forse, seppur nascosta, la medesima capacità di sognare. Sarà lui a pronunciare (nell'originale con la straordinaria voce di Peter O'Toole) la frase più bella del film: 'C'è più dignità in un'opera d'arte mediocre che in una mia stroncatura, che pur è divertente da scrivere per me e da leggere per voi'. Touchè." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 19 ottobre 2007)"Maestria tecnica ed esiguità umoristica coincidono in 'Ratatouille' di Brad Bird. Film di alto costo e proporzionali ambizioni, è figlio dei tempi superati nei quali è stato ideato. (...) Ma s'accorgono tutti che il film dilata e ripete situazioni viste e riviste. Come 'Gli incredibili', sempre di Bird, 'Ratatouille' dura mezz'ora più del gradevole. Se i film disneyani d'epoca stavano fra l'ora e l'ora e venti, una ragione c'era. Al centro di Ratatouille, formalmente, il bravo ragazzo alto e sfortunato, Linguini, che viene oppresso dallo chef nano e arrivista Skinner. Sostanzialmente il protagonista è il topo Rémy, che - sotto le apparenze esigue, sgraziate e pelose - cela il talento del grande cuoco. Torna un giochetto disneyano, fin dai tempi, quarant'anni fa, quando Benjamin Franklin risultava un goffo signore che non avrebbe scoperto nulla senza l'aiuto di... un topolino." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 19 ottobre 2007)" Vince il furbo e umile Remy, socialmente un Figaro di Beaumarchais, la cui simpatia azzera il resto. E' un topo che non dimentica gli amici, alla fine li ospita in cucina per soddisfare le crudeltà del critico Ego, vittima di una finale 'madeleine' proustiana. E' una delle migliori trovate di un film che, anche se un po' lungo (due ore), è una riserva di intelligenza variopinta, sull'onda del credo americano che invita a seguire i sogni a tutti i costi, valida anche per il regno animale." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 19 ottobre 2007)"Se Hollywood sta riscoprendo il binomio cinema & cibo e in particolare il coté delle possibili interferenze del piacere di cucinare (o di mangiare) nella sfera dei sentimenti, della problematica coesistenza della sublimazione creativa di chef e gourmet e delle ragioni del cuore, ora 'Ratatouille' (che è il nome di un gustoso piatto francese a base di verdure) mette in cortocircuito topi e pietanze ricercate, il simbolo della repellenza animale e l'espressione massima della raffinatezza culinaria. Non a caso la vicenda è ambientata a Parigi, culla anche di gourmet e di chef, e i geni della Pixar/Disney hanno mobilitato il meglio dei tecnici e della tecnologia d'avanguardia per catturare anche i numerosi detrattori dei topi, veri protagonisti della storia. Il topo gourmet che sogna di diventare chef acquista così - secondo la migliore tradizione della trasfigurazione antropomorfica disneyana - un'anima e quella umanità, quello spessore morale, quella fragilità e vulnerabilità che lo rendono accettabile al pubblico divertendolo e coinvolgendolo. Per ottenere ciò, però, era necessario un estremo realismo tridimensionale che restituisse la sgradevolezza del ratto ma rendesse verosimile e credibile il suo assalto ai totem dell'alta gastronomia. (..) Con perizia tecnica e grande dimestichezza tridimensionale ma anche con un occhio alla commedia epica keatoniana, i registi Brad Bird e Jan Pinkava ci trascinano in un tourbillon di gag visive, accelerazioni e movimenti acrobatici negli spazi (comprese le fognature parigine), di pregevoli interazioni dei personaggi con gli ambienti, di contrasti tra i teneri ratti e le deformazioni espressioniste dei cattivi. Il cartoon si fregia della consulenza del celebre cuoco americano Thomas Keller e del coinvolgimento di attori come Ian Holm e Peter O'Toole, voci dell'autoritario responsabile della cucina Skinner e del critico Anton Ego, mentre tra gli interpreti della versione italiana c'è anche il famoso chef Gualtiero Marchesi." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 20 ottobre 2007)
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Titolo Reader - A voce alta, The
Titolo originale Reader, The
Anno 2008
Regista Stephen Daldry
Durata 123
Paese USA, GERMANIA
Genere drammatico
Trama Germania, anni '50. Il quindicenne Michael e la trentenne Hanna si incontrano per caso e vivono una breve ma appassionata relazione. Poi Hanna scompare e Michael, che non sa nulla di lei, è convinto di averla perduta per sempre. Anni dopo, la ritroverà inaspettatamente in un'aula di tribunale coinvolta in un processo ai criminali nazisti. L'oscuro passato di Hanna si manifesterà agli occhi di Michael.Note - GOLDEN GLOBE 2009 A KATE WINSLET COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA. ALTRE 3 CANDIDATURE DEL FILM: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E SCENEGGIATURA.- FUORI CONCORSO AL 59. FESTIVAL DI BERLINO (2009).- OSCAR 2009 A KATE WINSLET COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE COME MIGLIOR FILM, PER LA MIGLIOR REGIA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE E FOTOGRAFIA.- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2009 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2009 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.Critica "Candidato all'Oscar in tutte le categorie maggiori, dominato dalle interpretazioni di Kate Winslet e di Ralph Fiennes, diretto dallo Stephen Daldry di 'Billy Elliot' e 'The Hours' con un'eleganza perfino sospetta, 'The Reader - Ad alta voce' è destinato a sedurre le grandi platee internazionali ma lascia dubbiosi e spesso a disagio. Non perché il romanzo omonimo di Bernhard Schlink (Garzanti), adottato anche come libro di testo nelle scuole tedesche, non sia una riflessione accurata e appassionante sulle colpe della Germania e sul rapporto fra le generazioni. Ma perché trasferito al cinema 'The Reader' acquista una forza seduttiva e un'ambiguità da cui la pagina scritta era immune." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 febbraio 2009) "Humor inglese appropriato, che andrebbe usato anche per questo ennesimo ritorno cinematografico al nazismo e alla seconda guerra mondiale, tornati in auge negli ultimi mesi con un poker di registi e di film di richiamo. E questo, francamente, sembra il peggiore. Prende le parti più deboli de 'Il laureato' e di 'Schindler's List' per metter su un melodramma d'amore e di guerra, un film in cui il passato, per entrambi i protagonisti, è un continuo ritorno al passato. (...) La scena cruciale, un dibattito aspro tra studenti e professore (il sempre ottimo Bruno Ganz) nella facoltà di legge, porta a galla i drammi della memoria storica collettiva tedesca, un macigno su chi sente su di sé la colpa dell'Olocausto, solo per l'appartenenza a un popolo. E rivela la pretenziosità del progetto, che si regge su qualche piccola buona intuizione in un mare di banalità visive e narrative. La musica che sottolinea, didascalica e crescente, le scene clou, un processo rigido e piatto come la sceneggiatura divisa in due tronconi e di una furbizia irritante. E rimane infine la sgradevole sensazione di un film scivoloso in cui la ricca ebrea (Lena Olin) ci appare più antipatica della carnefice, ed è davvero difficile capire dove si vuole arrivare. 'L'interesse del film si vede dalle reazioni che, nel bene e nel male, suscita. E dobbiamo ricordarci che comprensione - conclude Fiennes - non è giustificazione'. Verissimo, ma il confine tra le due è labilissimo. E Daldry, francamente, non dimostra la sensibilità necessaria a rispettarlo." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 7 febbraio 2009"Senza arrivare a facili assoluzioni o, peggio, giustificazioni, il film affronta così il tema del passato come condanna (c'era già nel terzo episodio del precedente lavoro di Daldry e Hare, 'The Hours') sfruttando la straordinaria forza emotiva degli attori - tutti davvero bravissimi - per costringere ogni spettatore a fare i conti con i propri passati. Senza lanciare facili accuse ma anche senza evitare le domande più scabrose." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 7 febbraio 2009)"'The reader' si ispira a un noto romanzo di Bernhard Schlink e ha suscitato polemiche per il modo in cui mescola sesso & Olocausto, cercando pietà per una ex-kapo. C'è molto sesso nel film, ma i lager non si vedono, tutta la storia si svolge nel dopoguerra e quindi il vero tema, semmai, è il sesso come fuga dal rimorso, come rimozione del dolore che si è visto o provocato. La pietà è implicata nel momento in cui si sceglie un personaggio come Hanna quale protagonista, e la si fa interpretare a un'attrice fantastica come Kate Winslett: tutto il peso ideologico del film è a monte, nella scelta di far incontrare un'aguzzina e un adolescente ignaro, farli innamorare e far poi scontare ad entrambi la pena - a lei in carcere, a lui nel chiuso della sua coscienza. Sono le due Germanie: una ha pagato, l'altra sta ancora pagando." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 7 febbraio 2008)
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Titolo I segni del male
Titolo originale Reaping, The
Anno 2006
Regista Stephen Hopkins
Durata 110
Paese USA
Genere horror, thriller
Trama Katherine Winter, un'ex missionaria, ha perso la fede dopo che la sua famiglia è stata barbaramente uccisa e da allora si è dedicata alla soluzione scientifica dei misteri religiosi. Tuttavia, quando viene chiamata a risolvere l'incomprensibile apparizione delle dieci piaghe bibliche in una cittadina della Louisiana, Katherine si trova costretta a recuperare la fede perduta così da sconfiggere le presenze maligne che stanno affliggendo gli abitanti del luogo...Critica "Piacerebbe sapere da Hilary Swank, premio Oscar en travesti, attrice di Eastwood, cosa abbia trovato in questo copione irrimediabilmente insulso, banale, noioso, a parte il compenso. (...) Mistero ma con minaccia che la storia possa proseguire. Il thriller sovrannaturale è di Stephen Hopkins che aveva già distrutto la vita e la carriera di Peter Sellers: davvero demoniaco insistere." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 6 aprile 2007)"Tracce dell''Esorcista', di 'Carrie' e 'Signs'? Certo, ma qui la logica è antagonista: soggetto di Brain Rousso e sceneggiatura di Carey e Chad Hayes danno poteri soprannaturali non al Male, ma al Bene, che uccide chi potrebbe uccidere (e anche chi non ucciderebbe, ma è nei paraggi). È il Dio della guerra preventiva. Se si coglie questo lato insolito e ambiguo, questo polpettone diventa quasi apprezzabile." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 6 aprile 2007)"Avete presente la maledizione dell'Oscar? E' tutto vero. Chiedete a Halle Berry. Sollevi quella statuetta al cielo e poi va tutto male. Hilary Swank, che ci aveva messo cinque anni a recuperare dopo la prima vittoria, è ricrollata al tappeto dopo il secondo Oscar per 'Million Dollar Baby'. Il segno della maledizione si intitola I segni del male di Stephen Hopkins (regista di un buon 'Nightmare' e del divertente 'Predator 2') dove la Swank, mai a suo agio in ruoli normali, fa di mestiere quella che sbugiarda i miracoli perché traumatizzata e senza fede. La chiameranno in Lousiana dove sembra che si stiano manifestando le dieci piaghe d'Egitto. Lei è convinta che Dio non esista, noi che non esista la sceneggiatura. Soffriamo entrambi. Fiumi che si tingono di sangue, sette sataniche, invasioni delle cavallette (non si può non ridere ripensando al Belushi di 'Blues Brothers'), antiche profezie. Tutto estremamente serioso, tutto estremamente ridicolo. Oltre che mal recitato e pieno di brutti effetti al computer. Troppo facile, anche, scoprire il colpevole. La maledizione dell'Oscar ha colpito ancora. Povera Hilary." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 6 aprile 2007)
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Titolo La regola del sospetto
Titolo originale Recruit, The
Anno 2003
Regista Roger Donaldson
Durata 115
Paese USA
Genere thriller
Trama James Clayton è un giovane molto brillante e mago con i computer appena assunto dalla CIA. La sua non comune intelligenza attrae l'attenzione del veterano Walter Burke che lo aiuta a capire i difficili ingranaggi del lavoro e il modo di superare i numerosi ostacoli. Grazie all'aiuto di Burke, Clayton viene assegnato ad uno speciale dipartimento. Il suo compito è quello di sorvegliare Layla, una sua collega che secondo Burke è un'infiltrata che sta cercando di copiare il programma "Ghiaccio Nove", in grado di far saltare il sistema di computer nazionale. James però sente per lei una forte attrazione e, se non fosse lei la spia?Critica "Roger Donaldson torna con 'La regola del sospetto' alla spy story, forse nostalgico del suo riuscito 'Senza via di scampo'. L'inizio è promettente, ma presto si naufraga nel mare della prevedibilità. Pacino e Farrell, che alterna due tagli di capelli per tutta la pellicola, salvano la baracca con il loro carisma". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 28 marzo 2003).
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Titolo Redacted
Titolo originale Redacted
Anno 2007
Regista Brian De Palma
Durata 90
Paese USA
Genere guerra
Trama La guerra in Iraq. Cinque giovani marines americani si macchiano di un crimine terribile. Il 12 marzo 2006 in un paesino nei pressi di Mamhudiya violentano una quattordicenne irachena e poi la uccidono insieme ai suoi familiari. Solo all'inizio dell'estate vengono accusati da un commilitone che deposita la sua testimonianza. Intanto i media cercano con ogni mezzo di nascondere gli orrori della guerra. Immagini prese dai telegiornali si alternano alle riprese effettuate nel corso dei processi e ai video girati dagli stessi soldati.Note - LE RIPRESE SONO STATE EFFETTUATE IN GIORDANIA.- LEONE D'ARGENTO A BRIAN DE PALMA PER LA MIGLIOR REGIA ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2007). IL FILM HA RICEVUTO ANCHE IL PREMIO "SEGNALAZIONE CINEMA FOR UNICEF" PERCHE' "MEGLIO TRASMETTE I VALORI E GLI IDEALI DELL'UNICEF DANDO VOCE E VOLTO AI DIRITTI DELL'INFANZIA." E IL FUTURE FILM FESTIVAL DIGITAL AWARD.Critica "Il film documentario di Brian De Palma, 'Redacted', che, come il precedente 'Vittime di guerra' sul Vietnam, ricostruisce come dal vero un episodio terribile accaduto di recente in un posto di blocco americano in Irak: lo stupro da parte di alcuni militari di una ragazza poi sgozzata con tutti i suoi. Video autentici, ma la più parte, con invenzione geniale, ricostruiti all'insegna di una cronaca in diretta. Un documento atroce. Sull'orrore delle guerre." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 02 settembre 2007)"De Palma non è mai stato un regista particolarmente sensibile alla politica. Meno, comunque, di molti suoi colleghi. E anche il suo film più apertamente accusatorio contro l'esercito americano in Vietnam ('Vittime di guerra', 1989) finiva per scivolare nell'enfasi e nell'insincerità. Con 'Redacted' (che letterariamente significa redatto, pronto per la stampa, ma solo perché purgato delle cose che non si possono dire o mostrare), il regista fa un salto di qualità e firma uno dei più duri e lucidi atti d'accusa non solo contro la politica estera di Bush, ma su tutta la cultura americana delle immagini. (...) Sceglie di usare solo immagini di immagini, cioè le riprese amatoriali che i soldati si fanno tra di loro, i reportage che la stampa neutrale (qui una troupe francese) realizza sul campo, i programmi delle televisioni locali, i comunicati video con cui i terroristi documentano e rivendicano le loro azioni, le videoconferenze via internet che mettono in contatto i militari con i loro familiari, le confessioni e gli appelli affidati a YouTube, i nastri che registrano gli interrogatori... tutto dichiaratamente finto, tutto opera del regista De Palma, ma tutto tragicamente verosimile. È qui il suo colpo di genio (e di accusa politica): da una parte smonta il preteso valore delle immagini redacted facendo vedere come, di qua e di là dal fronte, si costruisca tutto a proprio uso e consumo, dall'altra porta alla luce quello che da più parti si pensa. E cioè che le immagini non servono più a documentare ma a innescare e amplificare i comportamenti delle persone. Sia che si tratti di reclute che si mettono in posa per la microcamera del commilitone, sia che si tratti di terroristi che si esaltano nelle loro azioni dimostrative, sia che si tratti di marines che si trasformano in mostri. Ad Abu Ghraib o a Samarra fa poca differenza. De Palma ci dice che non solo la guerra genera immagini, ma anche che le immagini stesse generano nuova guerra, in una spirale che diventa sempre più tragica e disumana. E le foto che chiudono il film, accompagnate dalle note della Tosca, nella loro muta (e anti-cinematografica) atrocità, diventano così uno degli atti d'accusa più forti che il cinema sia stato capace di trasmettere." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 1 settembre 2007)"E' un pugno nello stomaco 'Redacted', realizzato da Brian De Palma e primo film di questo festival caratterizzato da un gran numero di opere dedicate ai conflitti che insanguinano il Pianeta. Ispirato a un fatto di cronaca accaduto nel 2006, quando alcuni militari Usa di stanza in Iraq violentarono in gruppo una quindicenne araba, ne bruciarono il corpo e sterminarono la sua famiglia, Redacted ('omissis') è un pugno nello stomaco perché mostra una scomoda verità e perché è realizzato attraverso un mix di fiction e immagini d'archivio, foto di attualità e video scaricati da internet o effettuati dagli stessi militari, frammenti di blog, testimonianze vere ricostruite. Il film è un'opera di denuncia di forte impatto emotivo. Si conclude con le immagini degli orrori prodotti dalla guerra: una serie raccapricciante di bambini trucidati, mentre una voce ricorda che ai posti di blocco allestiti dagli americani in Iraq sono già morti oltre duemila civili." (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 1 settembre 2007)"Purtroppo pessima è apparsa l'attesa incursione del virtuosistico Brian De Palma nei territori sconvolti dell'Irak. Con 'Redacted' il regista di 'Black Dahlia' dimostra di vivere una fase interlocutoria della prestigiosa carriera, indeciso com'è tra il seguire la propria vena di raccontatore di storie e la tentazione di ergersi a paladino della protesta contro le scelte strategiche dell'amministrazione Bush. L'idea di mescolare brani di finzione tradizionale con spezzoni di documentari - ripresi soprattutto sulla rete da 'YouTube' e dai blog dei militari americani - non sarebbe malvagia, se poi il regista non pasticciasse con l'inserimento di un commento musicale stridente (addirittura gli svolazzi vocali della 'Tosca'!), la sommarietà dei giudizi e la serialità della polemica. Ammettendo pure che il caso di cronaca al centro del «mezzo film» sia verificato al 100 per cento, 'Redacted' non riesce a staccare l'ovvia indignazione per l'atroce delitto dalla pretensione tutta autoristica di volerlo firmare. (...) Alternando scolasticamente e monotonamente i punti di vista De Palma finisce per trascurare gli influssi profondi esercitati su ciascuno di questi gruppi dal conflitto e dal loro incessante, schizofrenico e, appunto, incontrollabile intreccio. La tecnologia video ad alta definizione concorre, inoltre, a stendere sulle immagini una patina fredda e straniante, in aperta contraddizione con la condivisibile energia della denuncia pacifista. Se è vero, come è vero, che la storia della guerra in Iraq viene abitualmente redatta dai media commerciali di massa, non è detto che il cinema debba fornirne una sorta di versione riveduta e corretta. Il rischio è che le due ipotesi di approccio si annullino a vicenda, privilegiando entrambe il facile choc alla dura profondità del dolore e della paura." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 settembre 2007)"Tutto vero, quindi. E tutto falso. Tutta realtà, ma traslata in fiction. Con l'idea di tornare a parlare di guerra con una tecnologia esclusivamente digitale, dopo un lungo lavoro di ricerca di documenti su internet attraverso blog, siti militari, notiziari in rete, documenti pirata, De Palma però scopre che non può utilizzare nulla di quello che pure internet mostra al mondo perché le leggi non lo permettono. (...) De Palma non risparmia niente ('la guerra è questa') e anzi carica come un toro, mettendo sul piatto tutto ciò che può e che sa (e ne sa parecchio) per distruggerti lo stomaco e costringerti a credere fino in fondo che quello che stai vedendo è solo la pura realtà. Ricostruisce con meticolosità maniacale siti, blog, dichiarazioni, ambienti famigliari, persino fotografie di finta cronaca. (...) Un film pornografico e De Palma forse solo un voyer senza scrupoli. Ma 'Redacted' lascia senza fiato e in fondo non mostra altro che la verità. La guerra è quella cosa lì, inguardabile, insostenibile, e il regista ha fatto il suo compito fino in fondo. Ora sta a noi." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 1 settembre 2007)"Pare che il suo nuovo Film abbia deluso i fan di Brian De Palma, perché non vi hanno riconosciuto lo stile manierista del loro regista preferito. Lui, comunque, li avverte fin dalle prime inquadrature, attraverso le parole del marine che vorrebbe diventare regista: 'Redacted' non un film di guerra dalle belle inquadrature epiche, che racconta una storia in modo ordinato e catartico, è un film sporco, duro, un mix d'immagini registrate con la telecamera, scaricate dal web, tinte dagli infrarossi nelle riprese notturne. (...) 'Falso' documentario, ma assolutamente verosimile, 'Redacted' consegna invece alle facce anonime di attori ignoti il compito di raccontarci una deriva di civiltà che il cinema non può ignorare. La distanza tra la rappresentazione delle due "sporche guerre" non è solo di linguaggio, ma psicologica, assiologia addirittura: quello di oggi è un film che ignora la speranza e rappresenta il disincanto di una nazione stanca di favole di guerra. Che segue nei telegiornali i morti in guerra, che ha osservato le esecuzioni via Internet e con sempre maggiore difficoltà crede ancora agli eroi che salvano la democrazia, nella realtà o sullo schermo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 1 settembre 2007)"L'effetto è straordinario: in parte ambiguo, perché la bravura del regista fa sì che tutto sembri assolutamente autentico, filmato durante lo svolgersi dei fatti; in parte senza emozione per la mancanza di commenti verbali; in parte rivelatore, De Palma lascia capire quanto l'informazione possa essere facilmente manipolabile e come sia composto questo esercito di volontari, gente che s'è magari arruolata per sfuggire alla giustizia, per psicopatia, persone senza cultura e con scarso addestramento sottoposte in Iraq alla pressione feroce della paura. La loro vita è molto bene illustrata. (...) Non tutti i soldati sono uguali, naturalmente: allo stupro della ragazzina e al massacro partecipano in pochi, uno resta fuori dalla casa, altri tentano di dissuadere. 'Redacted', anche equilibrato, rappresenta una prova di tecnica cinematografica eccezionale." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 01 settembre 2007)"'Redacted', di Brian De Palma, è il più importante film americano degli ultimi anni ed è un capolavoro che non ci si aspettava dal regista di 'Carrie' e degli 'Intoccabili'. Non certo perché De Palma non sia un grande regista, tutt'altro: ma perché un autore 'di genere' come lui, alla verde età di 67 anni, ha sorpreso tutti con un film a metà tra il pamphlet politico e il cinema sperimentale, un'opera che potrebbe essere firmata da un intellettuale come Noam Chomsky e che ricicla a distanza di 40 anni la lezione del New American Cinema di Robert Kramer e Jonas Mekas. Tutto ciò per ribadire che la guerra in Iraq è basata su menzogne e che i giornalisti 'embedded', al seguito delle truppe Usa, continuano a raccontare menzogne. (...) E' come se De Palma avesse firmato a distanza di 18 anni il seguito di 'Vittime di Guerra', il suo film sul Vietnam, facendone una riflessione sull'ambiguità dei media e sui crimini dell'amministrazione Bush. Il tutto nell'arco di un'ora e mezza, con lucidità e profondità degne di un filosofo. 'Redacted' non è solo un film bello, forse non è nemmeno un film: è il mondo in cui viviamo, è un imprescindibile ritratto della nostra contemporaneità." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 1 settembre 2007)"La doppietta americana De Palma-Haggis porta nel cuore del concorso veneziano la lacerazione di un popolo e di una nazione che si sta preparando alle disastrose conseguenze, anche interne, della guerra in Iraq. I due registi americani sembrano essersi accordati sui rispettivi punti di vista, e l'impressione che rimandano a noi, pubblico, è quella di vedere due film complementari uno all'altro. Mentre De Palma ha lavorato sul "macro" delle atrocità censurate dai media, Haggis si concentra sul micro di un padre alla ricerca di un figlio appena tornato dal fronte e misteriosamente scomparso. (...) Sia Haggis che De Palma dunque picchiano duro, e lo fanno pensando proprio al pubblico americano, che entrambi giudicano altamente inconsapevole di ciò che la guerra in Iraq è stata." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 2 settembre 2007)Dalle note di regia: "Ancora una volta, una guerra insensata ha prodotto una tragedia insensata. Ho raccontato questa storia anni fa nel mio film 'Casualties of Wae (Vittime di guerra)'. Però gli insegnamenti della guerra del Vietnam sono caduti nel vuoto. Ma come raccontare oggi questa storia? E com'è cominciato tutto quanto? L'anno scorso al Toronto Film Festival mi ha avvicinato un rappresentante della HDNet Films per chiedermi se potesse interessarmi girare un film usando una tecnologia video ad alta definizione. Io ho risposto di sì, a condizione di poter trovare un soggetto adatto a essere esplorato con quello strumento. Poi ho letto di un episodio della guerra in Iraq in cui i membri di un plotone dell'esercito USA erano stati accusati di aver stuprato una ragazza di quattordici anni e di aver massacrato la sua famiglia, sparando in faccia alla vittima e dando fuoco al suo corpo. Com'era possibile che questi ragazzi si fossero spinti tanto in là? Cercando le risposte a questa domanda, ho letto blog di soldati e libri, ho guardato i video di guerra artigianali realizzati dai militari, ho navigato nei loro siti e ho esaminato i loro post su Youtube. Era tutto a disposizione, e tutto su video. 'Redact' significa redigere, o preparare per la pubblicazione. Spesso in un documento o in un'immagine redatta sono state semplicemente cancellate o oscurate le informazioni personali (o magari quelle impugnabili); pertanto, il termine 'redacted' viene spesso usato per definire documenti o immagini da cui siano state espunte le informazioni sensibili. La vera storia della nostra guerra in Iraq è stata redatta dai media commerciali di massa. Se siamo disposti a provocare questi disordini, allora dobbiamo anche affrontare le orrende immagini che conseguono da questi atti. Quando abbiamo visto quelle del Vietnam, i nostri cittadini hanno pretestato e hanno posto fine a quell'assurdo conflitto. Speriamo che le immagini di questo film sortiscano lo stesso effetto."
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Titolo Redbelt
Titolo originale Redbelt
Anno 2008
Regista David Mamet
Durata 99
Paese USA
Genere azione, drammatico
Trama Los Angeles. Mike Terry, campione di arti marziali e insegnante di Jiu-Jitsu, ha scelto di non seguire la fama e il successo dei combattimenti a pagamento ma di insegnare la nobile arte dell'auto-difesa secondo il rigido codice dei samurai. Una sera, però, Terry viene coinvolto in una scomoda vicenda che scatena una serie di eventi e il nobile lottatore si trova quindi costretto a salire sul ring per riconquistare onore e rispetto.
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Titolo Rent
Titolo originale Rent
Anno 2005
Regista Chris Columbus
Durata 135
Paese USA
Genere drammatico, musicale, romantico
Trama Nell'East Village newyorkese, tra il 1989-1990, si snodano le avventure di un gruppo di sconsiderati bohemienne alle prese con la durezza della vita. Roger è un musicista che vorrebbe scrivere testi musicali ma la sua vena artistica si è esaurita dopo il suicidio della sua fidanzata. Neanche l'incontro con Mimi Marquez, una ballerina che vive al piano di sotto, riesce a scuoterlo dal suo torpore e a restituirgli la voglia di vivere e di gettarsi con entusiasmo in una nuova storia. Il coinquilino di Roger, Mark, è anche lui un artista incerto tra arte e business e alla ricerca di un proprio equilibrio e della possibilità di realizzare un film. La sua fidanzata Maureen lo ha appena lasciato per una rampante avvocatessa di nome Joanne. C'è poi Tom Collins, un professore di filosofia, che viene salvato da un'aggressione per la strada dalla persona che stava cercando da sempre: un eccentrico percussionista di strada che si fa chiamare Angel. Mentre il gruppo fa i conti con gli inganni dell'amore, la durezza della vita e l'AIDS, Benny, che ha sposato per interesse la figlia del loro padrone di casa, minaccia di sfrattarli.Note - COREOGRAFIE: KEITH YOUNG.Critica "L'uovo di Columbus. Soluzione semplice a un problema complesso: per portare al cinema 'Rent', musical di Broadway da Pulitzer ispirato a 'La Boheme' di Giacomo Puccini, il regista Chris Columbus scrittura gli stessi bravissimi attori-ballerini-cantanti della versione teatrale del 1996 firmata Jonathan Larson. Sì, va bene... ma sono passati dieci anni! Come possono essere credibili dei quasi quarantenni nei panni di giovanissimi bohemien newyorchesi alle prese con aspirazioni artistiche, sesso, droga, rock'n'roll e Aids? Questi giovani sono già dannatamente vecchi. Il fascino di 'Rent' stava nel descrivere quell'attimo fuggente che in questo film è già fuggito durante i titoli di testa. Ci voleva una magia alla Harry Potter ma Columbus, che ha abbandonato la regia della saga del maghetto al secondo episodio perché ai ferri corti con l'invadente J.K. Rowling, ha perso il senso di 'Rent' come Macaulay Culkin perdeva l'aereo in una sua ottima commedia del 1990. Ecco l'ennesima occasione sprecata di una carriera partita alla grande (suoi gli adorabili copioni de 'I gremlins' di Dante e 'Piramide di paura' di Levinson) e finita purtroppo in pellicole patinate, fasulle e senza un briciolo d'anima." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 21 aprile 2006) "Dopo 'Il fantasma dell'Opera' e 'Producers', 'Rent' è il terzo musical top di Broadway che s'immola a una riduzione fuori tempo massimo per il gusto medio. Più di tutti questo, che parla di 525.600 minuti degli artisti gay e tossici dell' Aids generation dell' East Village nello stile di 'Hair'. In scena lo show era completamente cantato, qui gli inserti di dialogo che non aiutano la causa, anche perché il regista Chris Columbus, pur con ottimo cast a disposizione (quello del teatro, più Rosario Dawson) non ha il gusto del musical, eccetto che in due scene di gran ritmo, il tango e il blues in metrò. Sorretto da una partitura senza slanci di Jonathan Larson, l'autore che morì la sera prima del debutto, e da uno sviluppo narrativo tutto orizzontale, il film si affida ai fans di stretta osservanza e attualizza le sexy sregolatezze della vita di Bohème con 30 secondi di Puccini nel finale quando la new Mimì muore e rinasce." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 aprile 2006)
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Titolo Resident Evil
Titolo originale Resident Evil
Anno 2002
Regista Paul W.S. Anderson
Durata 100
Paese USA, GERMANIA, GRAN BRETAGNA
Genere azione, fantascienza
Trama Un virus sfugge da un installazione segreta chiamata "L'alveare" trasformando i ricercatori in zombi irosi e liberando gli animali di laboratorio sui quali stavano facendo esperimenti. Il Governo invia una task force di militari scelti comandati da Alice e Rain per contenere il virus in tre ore prima che riesca a infettare il resto del mondo. Ma, nonostante tutto il loro allenamento, non sono preparati a quanto si trovano a dover affrontare.Note - REVISIONE MINISTERO GIUGNO/LUGLIO 2002- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 31 MAGGIO 2004 HA ELIMINATO IL DIVIETO A 14 ANNI.Critica "Le ambientazioni tedesche, i costumi e le scenografie conferiscono alla pellicola un aspetto freddo, asettico e industriale. Milla Jovovich (Alice) fa da contraltare alla Angelina Jolie (short, scarponcini, arti marziali) di 'Tomb Raider', ma ha le gambe a X e zero sex-appeal. Avremmo voluto vedere più zombi e meno attori-zombi (Purefoy, Mabius, Rodriguez), ma all'interno del giovane cinema da playstation, il film di Anderson non è peggio di 'Mortal Kombat', 'Wing Commander' e dello stesso 'Tomb Raider'". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 5 luglio 2002)
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Titolo Resident Evil: Degeneration
Titolo originale Resident Evil: Degeneration
Anno 2008
Regista Makoto Kamiya
Durata 97
Paese Giappone
Genere fantascienza, animazione, horror
Trama Resident Evil: Degeneration è un film in 3D prodotto dalla Capcom uscito in DVD e Blu-Ray nel dicembre del 2008, ed ha come protagonisti Leon S. Kennedy e Claire Redfield, già protagonisti di Resident Evil 2. Il film, a differenza della trilogia interpretata da Milla Jovovich, segue le vicende e la linea temporale della saga videoludica, contribuendo a fare maggiore chiarezza su alcuni eventi rimasti insoluti e facendo da precursore ad alcuni degli argomenti che saranno successivamente trattati in Resident Evil 5, uscito nel marzo 2009.

TRAMA
Sono passati sette anni dal disastro di Raccoon City; affossata dallo scandalo seguito alla distruzione della città, la Umbrella Corporation ha dichiarato bancarotta, ma questo non è servito a eliminare il T-Virus dalla faccia della Terra.

Il pericoloso agente virale, infatti, è ancora in circolazione, e il cosiddetto bio-terrorismo sta diventando un fenomeno sempre più diffuso a livello globale. Secondo alcuni, dietro a tutti gli attentati vi sarebbe la mano del generale Miguel Grande, il dittatore di un non meglio identificato Paese del centrasia nemico degli Stati Uniti.

Per tentare di contrastare questo fenomeno il Pentagono ha stanziato una grande quantità di denaro per portare avanti un programma di ricerca alternativo; a capo di questo programma vi è la WilPharma, una grossa multinazionale che però viene presto accusata dall'organizzazione per i diritti umani Terra Save di fare uso di cavie umane per i propri esperimenti.

La scena si sposta quindi all'aeroporto di Harvardville, una piccola cittadina che ospita, poco distante, la sede principale della Will Pharma, dove vengono condotti alcuni dei principali esperimenti sul T-Virus. Claire Redfield, sopravvissuta alla tragedia di Raccoon City, e ora membro attivo di Terra Save, arriva ad Harvardville, probabilmente per partecipare ad una manifestazione indetta dalla sua organizzazione contro il senatore Ron Davis, membro dello staff presidenziale e maggiore azionista della WilPharma, giunto a sua volta nella cittadina. Proprio quando il senatore sta lasciando l'aeroporto un uomo infettato dal T-Virus, scambiato inizialmente per uno dei manifestanti che stanno bloccando l'ingresso, aggredisce il poliziotto che lo stava arrestando, e in breve la zona si riempie di contagiati. Nell'aeroporto si scatena il panico, anche dopo che un grosso aereo di linea, a bordo del quale era salito un passeggero infetto, si schianta contro il terminal in un tentativo di atterraggio.

L'intera struttura viene recintata dalla polizia, e una squadra dell'SRT viene allestita per portare in salvo le persone rimaste intrappolate all'interno; a capo della squadra viene messo Leon S. Kennedy, giunto apposta da Washington su ordine del presidente. Per evitare di accrescere il numero di contagiati Leon restringe il numero di partecipanti alla missione a tre sole persone: oltre a lui, nell'aeroporto entrano l'agente speciale Gregg Glen e il capitano Angela Miller. Dopo un faccia a faccia non molto piacevole con un nugolo di infetti il gruppo riesce a raggiungere la sala dove i sopravvissuti si sono rifugiati: oltre a Claire c'è lo stesso senatore Davis, la segretaria di quest'ultimo e Rani, la nipote di un'altra attivista di Terra Save che era andata a prendere Claire all'aeroporto.

Durante la fuga Gregg viene morso da un contagiato, e si sacrifica per permettere al resto del gruppo di guadagnare l'uscita.

Al termine dell'operazione l'aeroporto viene rapidamente ripulito da tutti gli infetti, e dopo poco al campo giungono alcuni camion della WilPharma, giunti lì per vaccinare i superstiti con uno straordinario ritrovato in grado di contrastare l'azione del T-Virus; l'ideatore del vaccino è il dottor Frederic Downing. Si scopre quindi che la WilPharma aveva sviluppato già da tempo il farmaco, ma a causa della perdita di credibilità ad opera di Terra Save non aveva potuto procedere alla vaccinazione di massa degli Stati Uniti, e questo getta Claire in uno stato di profonda inquietudine.

I camion coi vaccini però vengono distrutti improvvisamente da una bomba, e dopo poco al governo americano viene fatto pervenire un ultimatum: se entro mezzanotte il governo non renderà pubblico il proprio coinvolgimento negli studi condotti sul T-Virus da Umbrella e nel disastro di Raccoon City, i terroristi spargeranno il T-Virus in tutte le zone popolate degli Stati Uniti.

La sola speranza per evitare il disastro potrebbe essere l'arresto del dottor Curtis Miller, uno dei capi dell'organizzazione, che Claire aveva visto in aeroporto subito dopo la comparsa dei primi infetti. Angela, che si scopre essere la sorella minore di Curtis, si reca assieme a Leon a casa sua, ma al loro arrivo trovano l'abitazione in fiamme.

Nel frattempo Claire, ancora turbata dai sensi di colpa, accompagna il dottor Downing allo stabilimento della Will Pharma per poter recuperare i dati attinenti al vaccino, scoprendo dallo stesso Frederic che la società è in possesso anche del G-Virus, reperito sul mercato nero. Claire avverte Leon, che decide di raggiungerla assieme ad Angela, e subito dopo aver visto Curtis aggirarsi per la struttura Claire riceve una telefonata da Frederic, uscito momentaneamente dal suo ufficio, che la avverte della presenza di una bomba. L'ordigno esplode subito dopo, provocando gravi danni all'edificio e la fuga di agenti patogeni pericolosi, tra i quali il T-Virus.

Leon e Angela, giunti allo stabilimento, si dividono, e mentre Leon corre in aiuto di Claire, rimasta ferita nell'esplosione, Angela ritrova suo fratello: Curtis, il cui unico scopo è vendicare la moglie e la figlia, morte a Raccoon City, si è appena inoculato il G-Virus, trasformandosi davanti alla sorella in un gigantesco Tyrant. Il mostro fa presto strage della squadra di marine intervenuta per fermarlo, ma prima che possa aggredire anche Angela Leon interviene in difesa di quest'ultima.

Contemporaneamente il computer centrale inizia la procedura per la messa in sicurezza dell'edificio (a forma di anello), facendo sprofondare in un gigantesco baratro, uno dopo l'altro, tutti i blocchi dei quali è composto. Angela rimane intrappolata, ritrovandosi a tu per tu con Curtis, ma questi, tornato momentaneamente in sè, le permette di fuggire, morendo poco dopo a causa della caduta dell'ultimo blocco.

Terminata la crisi, il senatore Davis raggiunge personalmente la struttura, e Claire, dopo aver scoperto che l'intero scontro con il Tyrant era stato registrato dalle telecamere della sorveglianza, lo affronta, credendo che sia lui l'artefice degli attentati, ma le sue deduzioni si rivelano errate.

In realtà il grande architetto dell'intera vicenda è Frederic, un ex scienziato di Umbrella, che dopo aver rubato campioni del T-Virus e del G-Virus subito prima del disastro a Raccoon City aveva iniziato a lavorare con WilPharma per poter creare anche un vaccino, in modo da poter vendere l'intero pacchetto ai terroristi.

Leon, Claire e Angela lo raggiungono proprio mentre il dottore sta trattando via telefono col Generale Grande, arrestandolo e recuperando tutti i campioni.

Leon e Claire, terminata la loro nuova avventura, si separano, promettendosi di rincontrarsi. Poco tempo dopo anche la WilPharma, a causa dello scandalo, entra in crisi, e tutte le sue ricerche vengono recuperate da una nuova multinazionale, la Tri-Cell.

La scena finale mostra il senatore Ron Davis assassinato nel suo studio e gli scienziati della Tri-Cell che recuperano tra le macerie dello stabilimento di Will Pharma campioni del Tyrant: l'incubo continua.

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Titolo Resident Evil: Extinction
Titolo originale Resident Evil: Extinction
Anno 2007
Regista Russell Mulcahy
Durata 95
Paese FRANCIA, AUSTRALIA, GERMANIA, GRAN BRETAGNA, USA
Genere azione, fantascienza, horror, thriller
Trama Anni dopo il disastro di Raccoon City, Alice vive di nascosto nel deserto del Nevada perché potrebbe essere pericolosa per chiunque entri in contatto con lei. Quando giunge alle rovine di Las Vegas, Alice ritrova Carlos Olivera e L.J. che insieme ai nuovi sopravvissuti Claire, K.Mart e l'infermiera Betty stanno cercando di distruggere il mortale T-Virus che trasforma ogni essere umano in uno zombie.Critica "Ciò che resta di Las Vegas nell'ipotesi dell'architetto Eugenio Caballero (Oscar per 'Il labirinto del fauno'), geniale anche nell'immaginare i postmoderni meandri sotterranei del Male, sono le rovine della civiltà occidentale evocata in mezzo alle vestigia dei non più rutilanti casinò dalle copie di alcuni celebri monumenti, dal Ponte di Rialto alla Tour Eiffel. Ed ecco dove scatta la paura: sull'allarmata sensazione che per ciò che riguarda le condizioni di vita nel nostro pianeta stiamo avvicinandoci alla morte della fantascienza. Presto o tardi la fantasia diventerà cronaca: i desolati panorami che vediamo sullo schermo potrebbero albergare in futuro i nipoti dei nipoti. Diamo tempo all'ignoranza e alle forze del male, facciamo finta che il problema non esiste e il mondo finirà; ma intanto nei talk shows delle televisioni continueranno a 'parlare dell'Elefante', come diceva Longanesi alludendo all' abitudine di trascurare gli argomenti seri privilegiando quelli fatui, finché il tetto dello studio gli cadrà sulla testa." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 12 ottobre 2007)"I pregi del film sono nelle sue notazioni ideologiche: la corporation (ha per simbolo una bianca croce alla KKK) usa la scienza per trasformare i non-morti in docile forza lavoro, i satelliti spia vigilano ovunque, a una bimba scampata viene dato per nome K-Mart perché trovata fuori da un supermercato della nota catena, la Resistenza è guidata da due donne. E negli zombie possiamo vedere consumisti decerebrati o l'orda di affamati che preme per entrare in Occidente. Tuttavia, si confonde il grande schermo con un display per passare da un livello al successivo, con combattimenti in sequenza." (Federico Raponi, 'Liberazione', 12 ottobre 2007)"Il film si raccomanda per la stilizzata impaginazione del regista Russell Mulcahy e le strabilianti ambientazioni dello scenografo Eugenio Caballero che ha creato in pieno deserto una Las Vegas in rovina vista con pungente ironia, ma ha saputo anche conferire un tocco insolito al modernistico regno sotterraneo dove si annidano i supernemici. E poi c'è Milla, presenza sempre incisiva e carismatica." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 12 ottobre 2007)
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Titolo Revolutionary Road
Titolo originale Revolutionary Road
Anno 2008
Regista Sam Mendes
Durata 119
Paese USA, GRAN BRETAGNA
Genere drammatico
Trama Stati Uniti, anni '50. April e Frank Wheeler sono una giovane coppia anticonformista che vive nella tranquilla area suburbana di Revolutionary Road, nel Connecticut. Nonostante le apparenze, i Wheeler sono ben lontani dall'essere felici e realizzati come vorrebbero far credere, e il loro matrimonio sta lentamente cadendo a pezzi. Lui soffre per la frustrazione di un lavoro noioso, senza grandi prospettive di crescita professionale. Lei, ormai madre e casalinga a tempo pieno, vive con il rimpianto di aver abbandonato una promettente carriera nel mondo dello spettacolo. Per riuscire a superare il momento di crisi e abbandonare la mediocrità che sentono intorno, April e Frank decidono di trasferirsi in Francia, ma gelosie, recriminazioni, una promozione inaspettata e l'arrivo di un terzo figlio renderanno impossibile la realizzazione del loro progetto.Note - GOLDEN GLOBE 2009 A KATE WINSLET COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA. IL FILM E' STATO CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E ATTORE PROTAGONISTA (LEONARDO DI CAPRIO).- CANDIDATO ALL'OSCAR 2009 PER: MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (MICHAEL SHANNON), SCENOGRAFIA E COSTUMI.
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Titolo Sfida senza regole - Righteous Kill
Titolo originale Righteous Kill
Anno 2008
Regista Jon Avnet
Durata 100
Paese USA
Genere drammatico, poliziesco
Trama Due poliziotti del dipartimento di New York, prossimi alla pensione, sono chiamati ad indagare su un omicidio che sembra essere collegato a un caso già risolto molti anni prima. L'evidente somiglianza tra i due casi, li mette di fronte ad un tragico dilemma: e se la persona che hanno messo in prigione non fosse il vero colpevole?Critica "Se la vogliamo mettere in termini di sfida, come nel titolo italiano del film di Michael Mann: beh, il vincitore è Pacino. Alla faccia delle rughe che lo segnano, l'attore interpreta il detective Rooster con ottima immedesimazione, conferendogli una vivacità ambigua, volta a volta rassicurante oppure allarmante. Invece Bob è piuttosto svogliato e non s'impegna nel duello, contentandosi di sfruttare il carisma acquisito nel ruolo del poliziotto stanco, disilluso: carattere che esprime soprattutto (come da diverso tempo a questa parte) piegando in basso gli angoli della bocca. Le cose gli vanno peggio nelle scene d'azione; dove la pesantezza del corpo (con ogni probabilità doppiato da una controfigura) ne fa un inseguitore assai improbabile. Così, il confronto ravvicinato tra le due star generazionali, atteso per anni, ti lascia con l'appetito intatto; colpa anchedi una storia che tende a ripetersi, più che a cercare sviluppi, e di una regia puramente di servizio, ma senza grandi interpretazioni da servire." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 settembre 2008)"Comunque, di 'Sfida senza regole' i legalitari non potranno eccepire e i forcaioli usciranno contenti. Usciranno scontenti gli spettatori che non vedono un film poliziesco per tifare, né per vedere i segni del tempo sui volti dei divi di ieri."(Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 26 settembre 2008)"Purtroppo il regista Jon Avnet ha la testa altrove. Quello che lo appassiona è raccontare le cose in modo frenetico, secondo quel taglio di montaggio da spot televisivo che sta confondendo le esigenze e i tempi della pubblicità con quelli del cinema. A chi si è formato al gusto dei classici di John Ford, ma apprezza anche la svolta modernista alla Spielberg, il nevrotico stil nuovo non può piacere: è un ridurre tutto a tocchetti, a lampi, a botti. (...) Per non deporre le armi, attori come De Niro e Pacino accettano film tutt'altro che all'altezza delle loro cose migliori. Se la cavano indulgendo agli stereotipi, ai manierisrni; e transitano da una situazione all'altra senza incidere affatto. Però sul finale noblesse oblige: i due vecchi leoni tirano fuori le unghie e a sorpresa riescono a trasmettere un inatteso brivido di verità. Insomma non si è divi per niente. E sono proprio gli ultimi dieci minuti che ci lasciano con il rimpianto che interpreti di questo calibro abbiano deposto le ambizioni e smorzato le pretese su sceneggiature e registi. Se avessero avuto il coraggio di programmarsi da artisti e non da mercenari, sarebbero ancora ha i grandi. Come ha fatto l'impeccabile Paul Newman dosando le apparizioni e alternando la recitazione con la regia, il cinema con il teatro, bene attento a non lasciare di sé un'impressione poco felice e soprattutto a non deludere il pubblico." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 26 settembre 2008)"I due hanno interpretato insieme il thriller 'Heat - La sfida', di Michael Mann. Uno era lo sbirro, l'altro il delinquente: avevano una sola scena insieme, per il resto del film si passavano il testimone. Stavolta sono due poliziotti e 'Sfida senza' regole è infinitamente inferiore alla somma dei loro talenti, ma la cosa è secondaria: per farsi davvero approvare dovrebbero organizzare un tour mondiale di conferenze, in cui Al parla e Bob fa le smorfìe. Successo garantito." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 26 settembre 2008)
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Titolo Robots
Titolo originale Robots
Anno 2005
Regista Chris Wedge, Carlos Saldanha
Durata 85
Paese USA
Genere animazione, commedia, famiglia, fantascienza, fantasy
Trama Rodney Copperbottom è un robottino geniale ma povero, che perde i pezzi e cresce ereditando quelli dismessi dai cugini ricchi. Armato del suo speciale talento inventivo decide di tentare la fortuna a Robot City, dove vive il suo idolo, l'autorevole inventore Bigweld, creatore di una serie di congegni per migliorare la vita dei suoi simili. Mentre vaga per le vie della città, Rodney entra in contatto con i Rusties, un gruppo di robot di strada che vive di espedienti e che lo accoglie tra le sue fila. Con l'aiuto dei Rusties, dell'amico Fender, della sorellina di questi Piper, e della bella Cappy, dirigente della Bigweld Industries, anche lei di umili origini, Rodney inizia una battaglia per sconfiggere un gruppo di loschi personaggi e per conquistare il diritto a un futuro migliore...Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: EWAN MCGREGOR (RODNEY COPPERBOTTOM), ROBIN WILLIAMS (FENDER), HALLE BERRY (CAPPY), AMANDA BYNES (PIPER PINWHEELER), GREG KINNEAR (RATCHET), JIM BROADBENT (MADAME GASKET), MEL BROOKS (BIGWELD), JENNIFER COOLIDGE (ZIA FAN), DREW CAREY (CRANK CASEY), PAUL GIAMATTI (TIM), STANLEY TUCCI (SIG. COPPERBOTTOM), DIANNE WIEST (SIG.RA COPPERBOTTOM).- VOCI DELLA VERSIONE ITALIANA: DJ FRANCESCO (RODNEY COPPERBOTTOM), ALESSIA AMENDOLA (PIPER PINWHEELER).Critica "Diteci pure che siamo snob, ma 'Robots', il nuovo cartoon della Fox diretto da Chris Wedge e creato dalla stessa squadra de 'L'era glaciale', è da vedere in Dvd. E sapete perché? Perché sul vostro lettore potrete selezionare l'opzione in lingua inglese e ascoltare, 'nei panni' del protagonista Rodney, la voce di Ewam McGregor anziché quella di DJ Francesco. (...) Il film, di suo, non sarebbe male. Si svolge in un mondo di fiaba, dove i robot hanno sostituito gli esseri umani riproducendo tutte le loro abitudini: le dinamiche della storia sono super-classiche. 'Robots' è la versione aggiornata di 'E' arrivata la felicità'. (...) 'L'età glaciale' aveva un respiro quasi fordiano, e citava il padre fondatore Griffith a man bassa fin dal suo essere 'quasi' un film muto; qui si pesca nel repertorio della commedia sociale di Capra e di Preston Sturges. L'esito è meno convincente ma Wedge va seguito con curiosità: magari, fra 7 o 8 film, qualcuno deciderà di dargli la patente d'Autore." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 25 marzo 2005)"L'innovazione tecnica, il look un po' obsoleto e commovente del film intelligente e divertente non sono privi di critica sociale, di sensibilità umana; 'Robots' riflette la contemporaneità del racconto, mentre evoca la prima rivoluzione industriale nelle immagini. L'abilità degli animatori arriva a rendere espressivi alcuni pezzi di acciaio: molto riuscito". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 25 marzo 2005)"A conti fatti, 'Robot' è solo un divertissement infantile semplice nei presupposti quanto sofisticato nella realizzazione, con l'immancabile aggiunta (vedi il numero alla 'Cantando sotto la pioggia') di ammiccamenti cinefili". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 25 marzo 2005)"Geniale. Con i pezzi di scarto della civiltà meccanica, trionfante, tronfia e decadente insieme, dall'auto al portatile al cavatappi, fra viti, dadi, bulloni e pezzi di metallo, il Wedge di Era glaciale affronta in computer graphic 3D un divertente racconto di iniziazione, con citazioni di moda (dal 'Mago di Oz' a 'Berkeley' a Gene Kelly). In un universo di macchine che ci somigliano, vince chi dura: non rottamare i metalli in terza età. Il robottino va nel paese delle invenzioni e salva il genio dal capo malfattore. Non avveniristico ma radicato nei sogni presenti, il gustoso film (peccato il doppiaggio fuori tono!) rimette in circolo a ritmo da Formula Uno l'etica da favola. Trovate originali: oggetto pop, jazz, già classico, magrittiano: espressionismo astratto?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 26 marzo 2005)
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Titolo Rocker - Il batterista nudo, The
Titolo originale Rocker, The
Anno 2008
Regista Peter Cattaneo
Durata 128
Paese USA
Genere commedia
Trama Quando era molto giovane, Robert "Fish" Fishman è stato il batterista della band Vesuvius, un gruppo glam metal degli anni '80 che ha vissuto momenti di gloria. Dopo essere stato espulso dalla band, Fish ha appeso le bacchette al chiodo ed ha rinunciato alla sua passione per l'hard rock. Ma vent'anni dopo, Fish potrebbe avere una seconda chance. Suo nipote adolescente Matt, infatti, è alla ricerca di un sostituto per il batterista della sua band che deve esibirsi durante una festa scolastica. Zio e nipote uniscono le loro forze e, complice un bizzarro video messo on-line su Youtube, Fish ritrova la celebrità di un tempo...Critica "Rainn Wilson gorillone senza freni da cartoon comanda la commedia che si nutre di volgarità & attualità (You Tube), ci ricorda l'era del sesso, droga & rock n'roll fino alla sfida finale all'ultimo rock, con alcuni brani sociologicamente divertenti nell'imperante grottesco con cast di popolarità tv." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 settembre 2008)"Grazie a un Wilson meno sarcastico del solito, 'The Rocker' è amabile. Il comico esce con le ossa rotte dal confronto con Jack Black. Ma è una sconfitta portata a casa con una certa dignità. Stessa cosa per Cattaneo con il Pasolini di 'Machan'". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 19 settembre 2008)"Peter Cattaneo torna al cinema cercando di mutuare la sua cifra stilistica, sociale e umoristica al mondo della musica, sua passione da sempre. Non a caso 'The Full Monty' vedeva degli spogliarellisti operai cimentarsi con hit come 'Hot stuff' e persino nella mal riuscita variazione sul tema 'Lucky Break' i protagonisti sono dei galeotti dediti al ballo e il ritmo non manca. E in fondo, il regista ama fare dei musical mascherati: film di fiction con una struttura semplice in cui le note hanno uno spazio ampio e codificato, a fare da divisione in capitoli del racconto. 'The Rocker' non sfugge alla regola, anzi la segue con ovvia naturalezza. (...) Sarebbe tutto perfetto - e alcune scene lo sono, come l'inseguimento iniziale di Wilson - se non fosse che la demenzialità del film risulta troppo spesso di scialba volgarità e lo stile di regia, scrittura e dialoghi è costantemente piatto, come il finale telefonato. Ci si consola solo con l'immortale Final countdown degli Europe. Davvero troppo poco." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 19 settembre 2008)"Ambientato a Cleveland, Ohio, che dovrebbe suggerire Liverpool, England, 'The Rocker' fa sorridere solo quando il protagonista stende due spettatori di un concerto lanciando la camicia sudata." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 19 settembre 2008)"Piacerà a chi ha amato, a suo tempo, 'Full Monty' e ora avrà certo il piacere di ritrovare il suo regista Peter Cattaneo alle prese con un personaggio di simpatico cialtrone, di perdente che non si rassegna al destino che gli rema contro." (Giorgio Carbone, 'Libero', 19 settembre 2008)"Tra le pieghe di una favola stupidotta, il messaggio c'è. L'incontro e lo scontro tra due generazioni, la compensazione tra le velleità ribellistiche del vecchio - che sono però anche spinte vitali - e la depressione rinunciataria dei giovani, che è però anche senso di responsabilità. E' convinzione diffusa che si alluda alla vicenda di Pete Best, con i Beatles prima che diventassero i Beatles, poi sostituito da Ringo." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 19 settembre 2008)
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Titolo Rock'n Rolla
Titolo originale RocknRolla
Anno 2008
Regista Guy Ritchie
Durata 114
Paese GRAN BRETAGNA
Genere azione, commedia
Trama Un truffatore russo orchestra la falsa vendita di un terreno coinvolgendo una serie di personaggi loschi della malavita londinese in un gigantesco raggiro. Ne scaturisce una divertente commedia piena di equivoci.Note - PROIEZIONE SPECIALE AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (III EDIZIONE, 2008).Critica "Nei film di Guy Ritchie, l'ex-signor Madonna scoperto con le commedie criminali Lock & Stock pazzi scatenati' e 'Snatch' non contano le trame sempre labirintiche e abbastanza simili. Contano i dettagli, il ritmo, il susseguirsi vertiginoso e a tratti quasi stucchevole di colpi di scena, trovate di regia, battute, servite da personaggi truci e irresistibili. Perché in fondo tutti sono un po' artisti, nessuno è abbastanza criminale o demente o banalmente interessato da rinunciare al piacere in nome del guadagno. Perfino i tossici sono troppo tossici per non tentare di vendere pellicce in piena estate, ma troppo orgogliosi per non recedere dal numero da fiera con cui vantano le loro merci. Ognuno insomma vuole eccellere in ciò che fa, fosse anche torturare, accoltellare, pestare, minacciare con coltelli lunghi come un braccio, o far secco un buttafuori enorme con un colpo di matita acuminata. E anche i dubbi dei numerosi protagonisti (tutti eccellenti, fantastici Tom Wilkinson e Gerard Butler) sono di natura a ben vedere estetica e morale: il membro di una banda può andare a letto con un altro membro della gang che si scopre gay, derogando almeno per una notte alla propria indiscutibile virilità? Che domande? Deve farlo, se il compagno sta per andare in galera. Ma che succede se, dopo, si scopre che in galera non ci va più e che tutti, nella banda, sapevano? È dura insomma fare il criminale. Ma non per le solite ragioni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 31 ottobre 2008)"Grande divertimento ha suscitato infine la sortita di 'RocknRolla', il nuovo film con cui Guy Ritchie tenta di consolarsi dalla rottura coniugale con Madonna. Il regista di 'Lock & Stock - Pazzi scatenati' e 'Snatch' vi accentua, se possibile, la sua visione folle, grottesca e «scorrettissima» della Londra malavitosa e peccaminosa, dando il via a una girandola d'immagini che rendono il concetto tradizionale di trama una molesta anticaglia. Basti dire che nella lotta di tutti contro tutti fra gangster spaccaossa, bellezze perverse, tossicomani rockettari e gay muscolari, fa la sua sporca figura un micidiale magnate russo chiaramente ispirato a Roman Abramovich... Chi conosce lo stile di Ritchie sa che si tratta di un frullato di sequenze sopra le righe e azione sanguinaria, scandito da musica metallara e montato e dialogato come correndo a fari spenti in autostrada: se ne tenga alla larga lo spettatore che nutre preoccupazioni pedagogiche o di contenuto e si accomodi estasiato quello che ama farsi sballare da un humour nero nichilista e contemporaneo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 31 ottobre 2008)"Le peripezie sono articolate in modo non-lineare; con colpi di scena troppo frequenti per sorprendere e con una innegabile energia, ma non divertente come nelle vecchie serie B (quelle che piacciono a Tarantino). Malgrado il bel cast, a partire dal carismatico Gerald Butler, troppo 'visto' per essere eccitante." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 aprile 2009)"Guy Ritchie (si) sogna Tarantino, ha fame di noir glamour, snocciola i Clash e Lou Reed, cerca il 'fottuto tutto', sbava per consegnare al Cinema una scena cult: ci prova con un dialogo sugli schiaffi e con una scena di sesso fatta solo di pochi gemiti, una zip eretta e uno scatto di accendino. Guy Ritchie non è Tarantino." (Alessio Guzzano, 'City', 24 aprile 2009)"Guy Ritchie, ex Madonna, travolto da insoliti destini, torna ora allo stile grottesco per informarci che Londra è oggi la capitale del musical e del malaffare. Ce lo dice con leggerezza da strip, tra i Coen e Tarantino ma senza averne i rispettivi meriti, suonando sempre le stesse note in contrapposizione rosa sul nero, humour che riguarda l'horror dell'avidità umane. Tutto senza far lezione morale ma prolungandosi oltre 2 ore, nonostante dialoghi talvolta brillanti e prestazioni di sofisticata violenza verbale da parte di Gerard Butler, da poco lasciato a Sparta in '300', Tom Wilkinson, Thandie Newton: un mix canzonatorio ma non casuale sul potere oggi del crimine trasversale." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 24 aprile 2009)"Una favola contemporanea. Che a forza di paesaggi, prove da superare, 'intimità' fra adulti, bambini, animali, evoca un mondo in via di estinzione ma sepolto nella memoria ancestrale di ognuno di noi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 aprile 2009)
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Titolo Role Models
Titolo originale Role Models
Anno 2008
Regista David Wain
Durata 99
Paese USA
Genere commedia
Trama Danny e Wheeler, sono due agenti commerciali della "Minotaur", una bevanda energetica che propongono agli alunni delle scuole. Finora le loro esistenze si sono svolte in maniera piuttosto frivola e senza vincoli, ma Danny sente che è arrivato per lui il momento di mettere la testa a posto. Propone quindi alla sua compagna Beth di sposarsi, ma lei, stanca dei suoi recenti atteggiamenti, non solo non accetta la proposta, ma lo pianta in asso comunicandogli che se andrà di casa. La disperazione di Danny metterà lui e Wheeler in una imbarazzante situazione per cui vengono condannati a 30 giorni di prigione. Beth, che è avvocato, riesce a non farli andare in carcere patteggiando 150 ore di lavoro per la Sturdy Wings, un'associazione di volontariato promotrice di un programma di formazione per bambini e ragazzi problematici. Danny e Wheeler diventeranno quindi, rispettivamente, i tutori di Augie Farks e Ronnie Shields: il primo è un adolescente timido e introverso che riesce ad esprimere se stesso solo indossando cappa e spada in un gioco di ruolo; il secondo, invece, è un ragazzino vivace, irriverente e fissato con il sesso. I giorni e le esperienze vissute insieme aiuteranno tutti loro a crescere e maturare.Critica "Diretto da David WJain ma molto influenzato da toni e corpi attoriali del Re della Commedia Judd Apatow ('40 anni vergine', Molto incinta'), 'Role Models' è divertente, crudo e tremendamente emozionante. Rudd e Scott sono bravissimi. L'occhialuto e magrolino Christopher Mintz-Plasse, dopo l'indimenticabile personaggio di McLovin in 'Suxbad', torna super nei panni del patito di giochi di ruolo dal vivo. Successone in Usa.". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 maggio 2009)"E' difficile parlare male di un film in cui uno dei protagonisti è costretto a inscenare una morte drammatica vestito come uno dei Kiss." ('Internazionale', 22 maggio 2009)"La trama è un po' esile (...) Ma se ci si lascia un po' andare, si può gustare appieno questa commedia che, pur appartenendo di diritto al genere demenziale (per alcune gag, per l'insistenza sui riferimenti sessuali), sa trasformarsi spesso in una feroce satira di costume." (Pedro Armocida, 'Il Giornale', 22 maggio 2009)"Spiacerà a chi, come noi, pensa che Paul Rudd e Sean Scott non facciano ridere nessuno. Anche se in Usa c'è chi li ha eletti reucci della comicità demenziale."(Giorgio Carbone, 'Libero', 22 maggio 2009)
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Titolo Ronin
Titolo originale Ronin
Anno 1999
Regista John Frankenheimer
Durata 120
Paese USA
Genere thriller
Trama Cinque uomini, privi di contatti tra loro ed esperti in armi, spionaggio e operazioni segrete, rimasti senza lavoro dopo il processo di distensione seguito alla fine della guerra fredda, si incontrano in un vecchio magazzino situato nel cuore di Parigi. I cinque sono stati assoldati per la loro esperienza passata: Sam è esperto di armamenti e strategie militari, Larry è un abilissimo pilota, Spence è uno specialista in armi di ogni tipo, Gregor è competente nei sistemi elettronici che una volta formavano il blocco sovietico, Vincent si occupa del coordinamento dell'operazione. C'è poi una donna, Deirdre, l'unica ad avere un contatto con i mandanti. L'obiettivo è rubare una valigetta protetta da sofisticati sistemi di sicurezza. Nessuno sa chi ha ordinato questa operazione né quale sia il contenuto della valigetta. Per organizzare la missione, il gruppo deve quindi lavorare in condizioni precarie e disagiate che creano insoddisfazioni e attriti. Sam diventa presto il leader del gruppetto, ben deciso a portate a termine il compito, come una sorta di impegno morale di fronte al quale non ci si può tirare indietro. Tra equivoci e forti discussioni, arriva il momento di dare il via al piano previsto. I possessori della valigetta vengono inseguiti per le strade di Parigi. Segue una terribile sparatoria corpo a corpo, nella quale rimane ucciso anche Seamus, terrorista irlandese, forse il destinatario della valigetta. Nella confusione Deirdre si allontana in macchina. Tutto è finito. Nel bar parigino dove si erano trovati all'inizio della vicenda, Sam e Vincent tornano, aspettando l'arrivo di Deirdre. Ma la ragazza non si fa vedere.Critica "Senza tentare approfondimenti psicologici fuori luogo, Frankenheimer schizza in modo efficace i caratteri. Quindi si concentra tutto sulla dinamica balistica, compiendo grandi evoluzioni di macchina da presa nello stile della vecchia scuola - tagli d'inquadratura e di montaggio anziché effetti speciali - però accelerato e intensificato..." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 gennaio 1999)"'Ronin' si propone come una storia ad alta suspense psicologica e in questa direzione vanno la scenografia e la fotografia creando plumbee e congeniali atmosfere; nonché il gioco della magnifica coppia di eroi crepuscolari formata da De Niro e Reno. Tuttavia, a dispetto delle intenzioni, forse perché il team tecnico a disposizione era eccezionale, le rocambolesche scene di inseguimento per le vie di Nizza, Arles e Parigi (tra cui una pazzesca in contromano in un tunnel) con il consueto repertorio di sparatorie, ribaltamenti di auto e vittime innocenti a volontà hanno preso la mano al regista di 'Sette giorni a maggio', banalizzando un po' il tutto. E Jonathan Pryce, nei panni di un estremista dell'Ira fa un'apparizione indegna del suo talento". (Alessandra Levatesi, 'La Stampa', 10 gennaio 1999)"Alla sagra del carrozziere. Ronin di John Frankenheimer è uno spot di due ore più che un film, è un'ecatombe di auto di grossa cilindrata nella quale, a prevalere, è il veicolo meglio sponsorizzato. Visto in questa prospettiva, di vera guerra commerciale, Ronin ha il senso che gli manca se viene guardato come un film di spionaggio. Un'altra prospettiva pubblicitaria utile per interpretare questa vicenda di intrighi internazionali è quella turistico-alberghiera: ampi scorci di Costa Azzurra, fin quasi alla frontiera italiana, Arles, Parigi (e insegne di hotel bene in vista)". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 8 gennaio 1999)
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Titolo IL TESORO DELL'AMAZZONIA
Titolo originale Rundown, The
Anno 2003
Regista Peter Berg
Durata 104
Paese USA
Genere avventura, azione, commedia
Trama Beck, uno spietato recuperatore di crediti di Los Angeles, viene mandato alla ricerca di Travis, un ragazzo che sta cercando un tesoro nascosto nella foresta amazzonica insieme a Mariana, che conosce i segreti della foresta, e a Hutcher, un tiranno pazzo che sfrutta la giungla per trarne profitto...
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Titolo Lupin III - Il castello di Cagliostro
Titolo originale Rupan Sansei: Kariosutoro No Shiro
Anno 1979
Regista Hayao Miyazaki
Durata 100
Paese GIAPPONE
Genere animazione
Trama Lupin e il fedele Jigen, hanno scoperto l'esatta provenienza delle banconote false che stanno mettendo in crisi l'economia mondiale: il piccolo paese di Cagliostro, governato da un misterioso conte. Nel castello del conte Cagliostro, un'inespugnabile fortezza di pietra, è rinchiusa anche la bellissima principessa Clarissa. Il perfido conte vuole che la ragazza gli riveli il luogo in cui è custodita la chiave di accesso a un un misterioso tesoro che risale al quindicesimo secolo. Lupin ha deciso di liberare Clarissa, punire Cagliostro e impossessarsi di quelle inestimabili ricchezze. Ma dove c'è lui, c'è sempre l'ispettore Zenigata e dove ci sono soldi, c'è sempre l'ombra di Fujiko. Questa volta, poi, l'Interpol e una banda di ninja dalle unghie a sciabola, si sono dati appuntamento per fermarlo. Ce la farà?Note - NELLA VERSIONE ITALIANA DISTRIBUITA NEL 1979 I DOPPIATORI ERANO: LORIS LODDI (LUPIN III), TONINO ACCOLLA (GOEMON ISHIKAWA), GERMANA DOMINICI (FUJIKO MINE), SERGIO FIORENTINI (CONTE DI CAGLIOSTRO/JODO), GIOVANNA FREGONESE (CLARISSE).- DOPPIATORI DELLA VERSIONE HOME VIDEO: LUIGI ROSA (LUPIN III); MARCO BALZAROTTI (DAISUKE JIGEN); ROBERTA GALLINA LAURENTI (FUJIKO MINE); MAURIZIO SCATTORIN (ISPETTORE ZENIGATA); IVO DE PALMA (CONTE DI CAGLIOSTRO); GIULIA FRANZOSO (CLARISSE); RICCARDO PERONI (JODO).- NELL'EDIZIONE ITALIANA DEL 2007 TORNANO I DOPPIATORI STORICI DELLA SERIE TV: ROBERTO DEL GIUDICE (LUPIN), SANDRO PELLEGRINI (JIGEN), ANTONIO PALUMBO (GOEMON), ALESSANDRA KOROMPAY (FUJIKO) E RODOLFO BIANCHI (ISPETTORE ZENIGATA).Critica "Se l'elaborato Lupin dal vivo con Romain Duris del 2004 fu un flop nemmeno distribuito nelle sale italiane, che dire di un cartone animato giapponese con Lupin oggi nei nostri cinema dal lontano 1979? Siamo contenti. 'Lupin III - Il castello di Cagliostro' è il primo lungo di Hayao Miyazaki, da anni considerato il nuovo Walt Disney grazie a capolavori come 'Princess Mononoke' e 'La città incantata'. (...) Un plauso all'afflato filologico della casa di distribuzione Mikado che riaffida la voci al cast storico della serie capitanato da Roberto del Giudice. Il ladro gentiluomo a bordo della portentosa Fiat 500 accompagnato dagli inseparabili Jigen (pistolero alla Callaghan) e Goemon (lame zen alla Sonny Chiba) era l'eroe di una generazione di futuri precari a cui qualche ladro italiano avrebbe nel tempo rubato futuro e speranze. Bello riabbracciare con gli occhi il nostro Lupin." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 06 luglio 2007)"Anche se ostili per principio all'animazione, non toglietevi il piacere di recuperare il primo film restaurato di Hayao Miyazaki, un Oscar per 'La città incantata' nel 2002 e un Leone d'oro (alla carriera) nel 2005. (...) La trama conta poco, peraltro, al cospetto dei colpi di scena, dei picchi emotivi, delle acrobazie grafiche con cui il venerabile Hayao dissemina la marcia di Lupin III, riuscendo a calibrare l'ottimale fusione dell'azione mozzafiato e, in fondo, violenta con le tenerezze e i brividi sentimentali ugualmente graditi, in particolare, dai ragazzi. A voler essere pignoli, il film sfuma soltanto il versante «erotico» del bel caratterino del protagonista, ma si tratta di un peccato veniale, ampiamente riscattato dalle presenze pirotecniche che incrementano la magia e sottolineano il fascino dell'insieme: dall'esercito di ninja al servizio del subdolo conte al samurai buono Goemon, dalla ladruncola amica, fiamma e concorrente Fujiiko, all'ispettore Zenigata, coinvolto solo in quanto perennemente ossessionato dal desiderio di catturare l'inafferrabile Lupin." (Valerio Caprara, 'Il Mattino, 7 luglio 2007)"Ma più che i caratteri o le abilità marziali e militari dei vari personaggi, il film finisce per esaltare il gusto puro e semplice dell' avventura, il piacere di credere a quello che si sta vedendo sullo schermo e di lasciarsi prendere dal flusso delle invenzioni e delle trovate fino a diventare noi stessi - gli spettatori - coprotagonisti del film. In quest' opera di coinvolgimento e divertimento insieme l' arte di Miyazaki dimostra già i talenti che esploderanno appieno nei film successivi, a cominciare dalla seduzione per il volo e dal fascino che emanano gli amori incompiuti, come è quello di Lupin per Clarisse ma anche quello, più «represso», per Fujiko. Senza dimenticare la vena di romanticismo che attraversa tutto il film, regalando allo spettatore piccoli squarci di dolcezza in una storia che in fondo parla di ladri, rapimenti e assassini. O, ancora, ricordare le invenzioni visive che intrecciano rimandi cinefili e gusto pittorico. E tutto contribuisce a formare quell' atmosfera fatata e straordinaria capace di ricreare il fascino e la meraviglia dell' avventura. Certo, l' animazione non ha ancora raggiunto quel livello di sapienza e di maestria che Miyazaki toccherà dirigendo i film successivi, dove si sentirà più libero di inventare e di creare. Ma i caratteri fondanti della sua arte ci sono già tutti. E soprattutto il piacere dello spettatore non viene mai meno." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 6 luglio 2007)