Elenco dei film di Griffith

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Titolo Vienna Philharmonic New Year's Concert 2008
Titolo originale
Anno 2008
Regista Vienna Philharmonic
Durata 129
Paese Austria
Genere Musicale
Trama
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Titolo 10.000 A.C.
Titolo originale 10,000 B.c.
Anno 2008
Regista Roland Emmerich
Durata 108
Paese USA, NUOVA ZELANDA
Genere avventura, drammatico
Trama Per salvare la sua tribù e la donna amata, un giovane cacciatore di mammuth si trova alla testa di un esercito impegnato contro feroci animali e predatori preistorici. Nel corso della battaglia, il ragazzo scoprirà anche i resti di un'antica civiltà sepolta...Note - NELLA VERSIONE ORIGINALE LA VOCE NARRANTE E' DI OMAR SHARIF.- GIRATO IN SUDAFRICA, NAMIBIA E NUOVA ZELANDA.Critica "Il nuovo kolossal di Roland Emmerich è un clamoroso favolone la cui attendibilità paleontologica è ampiamente sotto lo zero; ma è uno spettacolo per gli occhi e le orecchie, anche e forse soprattutto per i momenti di umorismo involontario. (...) E' singolare che dopo film 'falchi' come 'Independence day' e 'The patriot' Emmerich abbia deciso di raccontare una fiaba a sfondo verde e populista, che pesca a piene mani nell'immaginario cinematografico, mescolando 'Apocalypto', 'La guerra del fuoco', 'Jurassic Park' e gli antichi miti di Mosè e di Daniele nella fossa dei leoni. Girato tra Africa e Nuova Zelanda, forte di effetti speciali mirabolanti, '10.000 A.C.' ha sbancato il box.-office Usa e andrà forte anche da noi. Se lo merita, le favole non stancano mai." (Dario Zonta, 'L'Unità', 14 marzo 2008)"Roland Emmerich ha fatto spesa al supermercato del cinema, ficcando nel paniere un po' di Mel Gibson ('Eucalypto'), un pizzico del 'Gladiatore', un spruzzata di 'Conan il barbaro' e tutto quanto fa spettacolo per raccontare le avventure del giovane guerriero D'Leh. Uno spettacolo circense, talvolta efficace, girato in Nuova Zelanda, Sud Africa e Namibia. Solo che lo spettatore non lo sa." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 14 marzo 2008)"Sedici ore di lavoro per ogni fotogramma, un insulto al tempo. Con Kubrick bastava una scimmia, era tutto chiaro. Qui si fa la voce sui falsi Dei, ma solo gli yankee possono prendere sul serio questo miscuglio emotivamente immobile."(Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 14 marzo 2008)"Un vero bidone. Delude sul terreno spettacolare, mica della filologia che nessuno si aspetta (...) Costumi e scenografie che a dispetto del sontuoso gigantismo fanno rimpiangere la paccottiglia cialtrona dei Macisti o delle parodie di Totò di mezzo secolo fa. Animali selvaggi e belve feroci, ridicoli. Masse di schiavi o di guerrieri, naturalmente non reali, ma prodotte con effetti digitali, che non muovono mezza emozione." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 14 marzo 2008)"Dopo aver polverizzato la Casa Bianca e l'Empire State Building, il regista di 'Independence Day', con '10.000 AC' va indietro nel tempo, agli albori della civiltà. In ballo (con Emmerich si va sul sicuro) c'è sempre la salvezza del mondo intero. Questa volta, fra epiche battaglie e tigri dai denti a sciabola. Verosimiglianza storica: zero. Sentimenti: spiccioli. Superficialità: molta. Ma gli effetti speciali ci sono tutti e la preistoria riesce sempre a far sognare. Cercare profondità di sentimenti in un film di Emmerich, d'altronde, sarebbe ancora più superficiale." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 14 marzo 2008)"Alla pesantezza elementare della vicenda si unisce la mano pesante del regista tedesco Emmerich e una strana idea fantasy della preistoria. Il film insensato può anche essere divertente, Non per tutti" (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 marzo 2008)
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Titolo 17 Again - Ritorno al liceo
Titolo originale 17 Again
Anno 2009
Regista Burr Steers
Durata 102
Paese USA
Genere commedia
Trama La vita di Mike O' Donnell non ha preso la piega che lui aveva sperato tanto che rimpiange i bei tempi delle scuole superiori. Poi un giorno, improvvisamente, il suo desiderio viene esaudito e si trova nuovamente a vivere i suoi 17 anni...Critica "Zach Efron ci ricorda subito che lui è quello del fortunato 'High School Musical' (sembra che sia una vera clausola del suo contratto): si toglie la maglietta, balla e gioca a basket. La bella presenza non si discute, come attore abbiamo visto di molto peggio. (...) Tra un agghiacciante inno alla castità prematrimoniale e le colorite gag dello 'zio' ex nerd, volano giusti schiaffi e qualche sorriso. Tutto già visto. Ma non dai max 15enni." (Alessio Guzzano, 'City', 15 maggio 2009)"Il ragazzo che muore subito in 'Pulp Fiction' salvato dallo sceneggiatore di 'Una notte al museo' e 'Missione tata'. Burr Steers, il capellone sdraiato sul divano freddato al volo da Samuel L. Jackson nel capolavoro di Tarantino, dirige il teen del momento Zac Efron nella "if comedy" (se tornassi giovane, che faresti?) '17 Again'. (...) Quando l'eroe si risveglia magicamente adolescente (Efron), rischiando l'incesto come in Ritorno al futuro, può contare solo sull'aiuto dell'amico d'infanzia Ned (Lennon), ex "nerd" e ora genio dell'informatica che parla l'elfico de Il Signore degli Anelli (grazie a cui rimorchia una tostissima preside a cena; scena geniale), dorme in una macchina sprinter di Guerre stellari, si veste come Darth Vader ed è ancora vergine. Efron non splende. Lennon da antologia." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 15 maggio 2009)
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Titolo 21
Titolo originale 21
Anno 2008
Regista Robert Luketic
Durata 125
Paese USA
Genere drammatico
Trama Las Vegas. Applicando le formule scientifiche al gioco del Black Jack, un gruppo di talentuosi studenti del Massachusetts Institute of Technology, guidato dal loro professore di matematica, sbanca i tavoli di diversi casinò. Uno dei ragazzi, il brillante e timido Ben Campbell, grazie alle vincite riesce a sistemare la sua precaria situazione finanziaria ma, sedotto dalla vita scintillante di Las Vegas e dalla bella Jill, decide di rischiare ancor di più al gioco...Critica "La matematica trionfa: serie di Fibonacci, metodo di Newton, cambio di variabile, algoritmi combinatori, teoremi fondamentali del calcolo, equazioni non lineari. Le avventure rischiose sono dinamiche, i trucchi al gioco risultano ingegnosi e divertenti. Il film non è speciale, però come grande truffa al Casinò non è affatto male." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 aprile 2008)"Da Kevin Spacey, che in questo periodo sta mettendo alla prova con successo la sua consumata esperienza di teatrante nella gestione dell'Old Vic di Londra, c'era da aspettarsi qualcosa di più nella doppia veste di coproduttore e interprete di '21'. Smaltito un incipit che incuriosisce, il suo personaggio si incarta nei manierismi e non c'è talento che tenga. Meglio se la cava il promettente Jim Sturgess. Tutto il resto, in maniera non spiacevole, ci riconduce agli usi e costumi del cinema di genere attraverso una scansione narrativa banalmente prevedibile." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 aprile 2008)"Meriterebbe forse un serio esame la tendenza a fare film lunghi. Prendiamo questo '21' per la regia di Robert Luketic. Sarebbe, e fino a un certo punto è, uno spettacolo vivace, scattante, convenzionale ma coinvolgente. Ma poi, per raggiungere il traguardo finale dei suoi inutili 125 minuti, si spezza, ansima, entra in affanno, gira su se stesso. (...) Altro difetto, oltre la lunghezza, quello di non approfondire il personaggio. Niente di che ma si può vedere." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 18 aprile 2008)"L'intrigo comunque è debole, di suspense ce n'è poca e gli attori, svogliato Kevin Spacey compreso, non bucano lo schermo. Di fronte a tante assurdità, da St. Vincent, Campione, Venezia e Sanremo parte una promessa: venite pure da noi, chi vince non sarà picchiato." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 18 aprile 2008)
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Titolo 21 grammi - Il peso dell'anima
Titolo originale 21 Grams
Anno 2003
Regista Alejandro González Iñárritu
Durata 120
Paese USA
Genere drammatico
Trama Un incidente unisce i destini di tre persone: Paul, Jack e Cristina. L'amore, la vendetta, la redenzione si intrecciano. 21 grammi è il peso che si perde quando si muore, forse il peso dell'anima.Note - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 60MA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA (2003), SEAN PENN HA VINTO LA COPPA VOLPI COME MIGLIOR ATTORE.- CANDIDATO ALL'OSCAR 2004 PER IL MIGLIOR ATTORE (BENICIO DEL TORO) E LA MIGLIOR ATTRICE (NAOMI WATTS) PROTAGONISTA.- ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITU E' STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2004 COME REGISTA DEL MIGLIOR FILM STRANIERO.Critica "Lascia frastornati '21 grammi', secondo film del regista di 'Amores perros', il messicano Alejandro González Iñárritu. Il quale adegua la regia ai virtuosismi del super-cast (Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts, la biondina di 'Mulholland Drive') portando un plot già incandescente verso livelli intollerabili di retorica e manipolazione. (...) perché nessuno possa accorgersi che ha pescato la trama in 3 o 4 romanzi Harmony, il regista mescola le carte saltellando avanti e indietro nel tempo fino a esasperare definitivamente lo spettatore già inorridito da urla continue, foto livida, panoramiche convulse, trucco veristico, gigionerie da Actor's Studio. E il bello è che questo grandguignol è stato accolto con gran rispetto e pochi fischi dalla platea di addetti ai lavori, intimidita e ricattata da tanto dolore (fasullo). Mah". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 settembre 2003)"I personaggi del film rischiano di esigere spazi troppo vistosi all'interno di una storia che trabocca di eccessi e di coincidenza insistite. (...) Effetti forti, sentimenti gridati, uno stile di equilibrio (stentato) fra realismo duro e visionarietà. Una delusione inattesa". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 6 settembre 2003)"Fin dal titolo, riferito al peso che ciascuno perde nell'istante in cui tira le cuoia, il melodramma hollywoodiano del messicano Iñárritu ti lavora muscolo cardiaco e ghiandole lacrimali senza pietà, né scrupoli per la propria flagranza ricattatoria. Detto questo, è giusto riconoscere l'efficacia della narrazione a mosaico, che mescola i diversi piani temporali (come nel film che rivelò il regista, 'Amores perros') e ripete gli stessi avvertimenti spostandone leggermente l'ottica, nonché le più che onorevoli interpretazioni di tutto il cast all-star". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 settembre 2003)"Programmato alla Mostra di Venezia nella distraente confusione dell' ultimo giorno, '21 grammi' strappò per Sean Penn la Coppa Volpi del miglior attore. Ma altrettanto bene avrebbe fatto la giuria pilotata dall'esperto Mario Monicelli premiando gli altri due protagonisti, Naomi Watts e Benicio Del Toro, che insieme al laureato formano un terzetto esplosivo. Nel primo film girato in Usa dal messicano Alejandro González Iñárritu di 'Amores Perros', l'intensa partecipazione degli interpreti salda e giustifica una costruzione rapsodica dove si fondono passato e presente. I ritorni all' indietro risultano innestati sull'arco di un'agonia nella quale il ricoverato terminale è destinato a perdere i 21 grammi che pare siano il peso corporeo pagato da noi umani alla morte. (...) Per definire il film si potrebbe ricorrere alla paradossale formula delle 'convergenze parallele', l'espressione coniata da Aldo Moro. Le esistenze dei personaggi potrebbero non intrecciarsi mai e invece la collusione si verifica con tragiche conseguenze. Disperato, crudo e rigoroso, '21 grammi' pretende anche dallo spettatore il coraggio che ha sorretto l' ispirazione degli artefici; ma solo per scoprire che niente ci è estraneo, pur trasportato sul registro sovracuto, di ciò che travaglia l'animo dei personaggi. Pur essendo difficile trovare un precedente per un simile film, il nome che viene in mente è quello di Stroheim. '21 grammi' come 'Greed', vedremo se il futuro di Iñárritu ci confermerà nella scelta di aprirgli un credito in termini tanto impegnativi." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 17 gennaio 2004)
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Titolo 300
Titolo originale 300
Anno 2007
Regista Zack Snyder
Durata 117
Paese USA
Genere drammatico, guerra, storico
Trama Nel 480 a.C. il re persiano Serse decide di invadere la Grecia riprendendo la guerra iniziata da suo padre Dario I. Per bloccare l'avanzata dell'esercito di Serse, le città greche formano un'alleanza guidata dal re spartano Leonida. L'intera guardia del corpo del re, composta da 300 opliti, viene inviata a difendere il passo montuoso delle Termopili per permettere al resto dell'esercito greco di organizzarsi per il confronto con il nemico. La loro resistenza fu strenua ed eroica fino al totale sacrificio.Note - FUORI CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).- L'ACCADEMIA DELLE ARTI DI TEHERAN HA PRESENTATO UNA PROTESTA ALL'UNESCO IN CUI SI DICHIARA: "E' UN ATTACCO ALL'IDENTITA' STORICA DELL'IRAN. SIAMO DIPINTI COME UN POPOLO ASSETATO DI SANGUE, INCIVILE E BRUTALE." IL PREMIER MAHMOUD AHMADINEJAD HA DENUNCIATO - SENZA CITARE '300' - "CERCANO DI FALSIFICARE LA STORIA FACENDO UN FILM E DANDO UN'IMPRESSIONE BARBARA DELL'IRAN."Critica "Trasferendo al cinema l'estetica della 'graphic novel', del romanzo a fumetti, come già fatto con la medesima lussureggiante profusione di mezzi per 'Sin City', degli autori di culto Frank Miller e Lynn Varley, il regista ha restituito a '300' la sua originaria ispirazione nata nel bambino Miller davanti al cinemascope di un filmone del '62 sull'epopea delle Termopili. (...) Sarà una gioia per gli appassionati bearsi della magnificenza visiva del film. Qui ci preme segnalarne il profilo ideologico. Da una parte gli spartani, uomini veri, dall'altra l'Oriente molle, effeminato e corrotto. Da qui a interpretare: da una parte i crociati della Civiltà, dall'altra la barbara minaccia alla Civiltà, il passaggio è breve e invitante." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 15 febbraio 2007) "Fuoco, fiamme e botte da orbi non mancano, invece, in «300» di Zack Snyder, non a caso già autore de 'La notte degli zombies'. Il filmaccione fuori concorso segue la moda di trasporre sullo schermo (stavolta con attori in molta carne e molte ossa) i venerati disegni dell'autore di 'Sin City' Frank Miller. Peccato che lo spirito degli hard-comics applicato alla battaglia delle Termopili - 7000 greci contro 120000 persiani, Leonida contro Serse - produca, insieme al grande divertimento, un caos visionario frastornante e baracconesco. Con tanti saluti a Erodoto." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 febbraio 2007) "Regista dell' 'Alba dei morti viventi' (2004), Snyder trae dal fumetto di Miller un film vero e proprio, con attori che sanno recitare, anche se denso di effetti speciali. Quindi '300' ha poco da spartire con il presuntuoso e sadico 'Sin City', firmato da Miller stesso con Robert Rodriguez e Quentin Tarantino (Festival di Cannes, 2005). Innanzitutto in '300' ci sono guerrieri, non assassini seriali. Per chi li incontra, il destino è sostanzialmente lo stesso; ma chi combatte affronta qualcuno che a sua volta è armato e ha intenzioni ostili. Cadono letteralmente in '300' molte teste e varie gambe, ma in quel contesto non è gratuito che accada. Che il film regga le sue due ore senza cedimenti, benché trama e finale siano noti da due millenni e mezzo, è confermato dal fatto che, alla proiezione per i giornalisti dei quotidiani (trecento anche loro!), quasi tutti sono rimasti fino alla fine, mentre - coi film precedenti - le perdite sono state fra un terzo e la metà degli effettivi. In effetti Snyder è stato bravo in tutto, in particolare a trovare interpreti ignoti ma bravi. Gerard Butler (re Leonida) e Lena Hedley (la regina) sono una bella coppia matura e recitano un'intensa scena d'amor coniugale, da notare non solo per ragioni erotiche. Infatti il cinema mostra il sesso quasi sempre e quasi ovunque, ma quasi mai e quasi in nessun posto lo mostra fra coniugi che si adorano. Foss'anche solo per questo, '300' si stacca dalla produzione corrente. E poi la regina di Sparta non è fatua come lo era stata Elena, sposa di re Menelao; né è una protofemminista: è una donna di rango, che dal marito s'aspetta il ritorno dalla guerra 'o con questo scudo o su questo scudo'." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 15 febbraio 2007)"E Leonida sa che senza racconto non resta niente del sacrificio. E uno dei 300, ferito a un occhio, viene inviato a Sparta, affinché racconti. E Delio racconterà la storia, una grande storia che parla di vittoria. Seppur si tratta del più atroce dei massacri. E non sai se sono stati gli effetti speciali, o i racconti che ti hanno formato da bambino, ma alla fine del film ti sale una voglia strana. Ti va di andare da tuo figlio, se ce l'hai. O di raccogliere per strada un ragazzino qualsiasi, prenderlo per un braccio e portarlo in qualche angolo dove l'Italia è ancora Magna Grecia, davanti al tempio di Poseidon a Paestum, o a Pozzuoli a ltempio di Serapide, o dinanzi all'orizzonte marino del tempoio di Selinunte in Sicilia, e raccontargli della Termopili e di come 300 spartani, 300 uomini liberi, hanno resistito contro un'immensa armata di soldati-schiavi. E ti viene voglia di prendergli la testa fra le mani e urlargli affinché non se dimentichi mai le parole di Leonida: "Il mondo saprà ceh degli uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti e che, persino un dio-re può sanguinare," Cin buona pace di Ahmadinejad." (Roberto Saviano, "la Repubblica, 23 marzo 2007)"Sembra incredibile doverlo fare di continuo, ma è d'uopo ribadire che '300' è solo un film. Certo, i film parlano del loro tempo. Ma forse sarebbe più interessante capire se '300' ci dice qualcosa sulla centralità della guerra nella modernità e, più in generale, nella natura umana. Snyder, il regista, ha sottolineato più volte come il film sia raccontato dal punto di vista degli spartani ma non ne sposi affatto l'ideologia. Secondo Snyder è lecito dire che gli spartani erano, secondo i nostri standard, dei fanatici: un popolo che concepiva la guerra come unico stile di vita e allevava i propri figli alla disciplina e all'aggressività. Non a caso nella prima parte del film gli spartani comandati da Leonida uccidono senza esitare gli ambasciatori di Serse, cosa ben poco urbana. (...) '300', essendo ispirato a un fumetto, è un film mitico in cui i persiani sono mostri crudeli e gli spartani guerrieri ringhianti. Non c'è nemmeno un'oncia di realismo nel film, che del fumetto di Miller mantiene anche la grafica anti-naturalista: il che, paradossalmente, lo rende mediaticamente vulnerabile, perché è facile (oltre che stupido) applicare alle fiabe i dettami del 'politicamente corretto'. '300' è una fiaba moderna, violenta come le fiabe antiche. Ed è un bel film, checché ne dicano gli ayatollah." (Dario Zonta, 'L'Unità', 23 marzo 2007)"Piacerà certamente a chi ha letto il fumetto'300' di Frank Miller e Lynn Varley. Il film è la riproduzione fedelissima (quasi tavola per tavola) del 'novel'. Per le stesse ragioni a noi '300' non è garbato (diciamo pure che ci ha spesso irritato). Che poi sono gli identici motivi per cui avevamo respinto lo scorso anno 'Sin City' altra trasposizione da un mitico 'comic' di Miller. Miller e quelli che lo filmano non hanno ancora capito che un fumetto non può andare pari pari in cinema. Chi ha messo in pellicola 'Spider man' o 'X men' pare averlo capito. Qualcuno magari obiettera: ma '330' in America ha un successone di pubblico, ben maggiore di quello di 'Sin City'. Per noi un motivo c'è, anche se ci ripugna leggermente, nel cercare di spiegarla, dar ragione a Javad Shanghadari, consigliere culturale Mahmoud Ahmanadinejad, presidente dell'Iran. Per Javad '300' è una 'dichiarazione di guerra di Hollywood all'Iran'." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 marzo 2007)"Molto diverente, purché non si pretendano verità e precisione storiche da un fumetto di Frank Miller e non lo di discuta politicamente come fanno in Iran. Molto interessante visualmente: già in 'Sin City' il fumetto veniva fedelmente trasposto in mix digital-realistico; eroi del caso, gli interpreti degli spartani sono ingranditi, allungati elettronicamente per dar loro una minacciosa maestà; le battaglie sono a volte indistinguibili, per via delle gocce di sangue che traversano lo schermo come una pioggia orizzontale. (...) Gli spartani combattono col proprio corpo, i persiani mandano in campo mostri, giganti, elefanti. Nel film, naturalmente, la lotta è tra occidentali sconfitti e orientali: ma non si tratta d'un film, neppure d'un fumetto, piuttosto di quadri viventi." (Lietta Tornabuoni, La Stampa', 23 marzo 2007)"Addio nostalgia, citazionismo, riferimenti colti ai materiali incolti del pulp. Stavolta Miller (e Snyder) corrono sparati verso il mito. Sparta, la battaglia delle Termopili, i 300 valorosi guidati da Leonida contro l'oceanica armata di Serse. Ricordi scolastici, roba da sbadigli. Che però si infiammano a contatto con la plasticità virtualmente infinita del digitale. E con la situazione politica mondiale, che fra guerra in Iraq e minacce all'Iran offre a '300' un terreno fertile per spericolate letture. (...) Si dirà che tutto è così fumettistico, appunto, così politicamente scorretto e lontano dalla storia, che non c'è da preoccuparsi; che le immagini sono straordinarie per resa e vivacità grafica (questo è vero); che tanto kitsch in fondo è ironico, inoffensivo. Può darsi. Intanto però, sia pure in chiave camp, il film esaspera ogni possibile cliché razzista, ridicolizza i nemici, visti come barbari corrotti e spesso deformi, esalta la cultura guerriera e l'uso della forza, etc. Di fronte alle proteste, ovvie e un po' ridicole degli iraniani, gli autori invocano scuse pelose (gli spartani sarebbero dipinti come fanatici usati dagli ateniesi che li mandarono al macello, ma di questo nel film non c'è traccia). Il punto però è un altro. Gli autori vivono e operano nel mondo virtuale; gli spettatori, almeno in parte, sono ancora in quello reale. E forse proprio a questo allude la sanguinosa battaglia fra quei greci invulnerabili e infaticabili, che accelerano e rallentano come in un videogame, e quei persiani trattati come carne da macello. E' il nuovo cinema digitale che si libera dei vecchi attori, così goffi, così umani. Anche di questo parla 300. Anche per questo, ci piaccia o meno, rappresenta il futuro. Non del mondo, auguriamoci, ma del cinema senz'altro." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 marzo 2007)"Un film protervo. Violentemente estetizzante, devoto a dei, patria e famiglia e tuttavia molto gayo e camp: il regista Zach Snyder, senza vergogna, gode palesemente nel mostrarci i 300 spartani di Leonida alla battaglia delle Termopili con minimo perizoma indosso e abbacinanti addominali depilati e oliati. Decisamente meno stupidotto di 'Troy' e meno sgangherato di 'Alexander', il peplum sanguinario è insopportabile sul piano spirituale ma folgorante sul piano visivo, inventiva traduzione della graphic novel di Frank Miller. Nel film la metafora è più chiara: gli eroi guidati da Leonida-Bush combattono fino all'ultimo contro i ferocissimi persiani (Iraq? Iran?), mentre il cielo s'oscura per le frecce. Una nuova frontiera per l'arte (forse) e per il mercato: il film è un kolossal sbancabotteghini a (relativo) basso costo, girato in piccolo studio con l'aggiunta dell'animazione 3D. Paesaggi e persone live virate al fumetto, mostri deformi alla 'Toxic Avenger' e l'impagabile re dei persiani, Serse, tutto piercing, depilazioni e sopracciglia tatuate. Ben oltre il metrosexual, un vero trans, figlio dell'innesto tra i Village People e Grace Jones. E si capisce che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non abbia gradito. Si potrebbe (si deve) guardare il film con l'occhio della Playstation. Ma come la mettiamo con quel gusto antico, tanto indigesto, della supremazia maschia e muscolare?" (Piera Detassis, 'Panorama', 29 marzo 2007)
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Titolo 8 Mile
Titolo originale 8 Mile
Anno 2002
Regista Curtis Hanson
Durata 118
Paese USA
Genere drammatico
Trama La scalata al successo di un giovane rapper bianco di Detroit, Eminem.Note PREMIO OSCAR 2003 PER LA MIGLIOR CANZONE "LOSE YOURSELF", COMPOSTA ED ESEGUITA DA EMINEM.LA REVIIONE MINISTERIALE A OTT. 2003 HA TOLTO IL DIVIETO A 14 ANNI.Critica "Semi - autobiografia annunciata, il debutto di Eminem al cinema rischiava di essere un santino e una boiata, come i film di Britney Spears e Mariah Carey. E' andata bene. Hanson ha diretto un buon vecchio mélo, un 'Gioventù bruciata' del terzo millennio che contiene anche una tesi: la violenza verbale del rap esorcizza la violenza fisica". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 marzo 2003) "Almeno tre ragioni spiegano perché '8 Mile' di Curtis Hanson sia bello, un vero film-evento che ha avuto negli Stati Uniti grandissimo successo e che ha rivelato Eminem come un ottimo interprete. Prima cosa, la musica: l'hip hop capace di far sentire vivi, di far provare emozioni, di sfogare rabbie, di servire come arma di confronto e di conflitto per i ragazzi della miseria e della degradazione, soprattutto neri ma eccezionalmente pure un bianco, e anche la bellissima canzone di Eminem, 'Lose Yourself', perdi te stesso. Seconda cosa lui, il protagonista: Marshall Mathers, detto agli inizi M&M e più tardi Eminem, trent'anni, rapper famoso, ruvida bellezza popolana, bravo e duro, uno di quegli artisti trasgressivi e sovversivi, terribili o terribilisti, con i quali il mondo dello spettacolo americano ama civettare almeno sino a quando la loro malvagità rimane innocua. (?) Per ultima, ma non ultima ragione della riuscita e del fascino di '8 Mile' è il suo regista, Curtis Hanson di 'L. A. Confidential', che ha dato al film una forte patina realistica, romantica, struggente. La città di Detroit, nella sua decadenza di ex Motor Town, ha un'intensità di luogo da fuggire e insieme da non poter lasciare, una povertà dickensiana, un'autentica desolazione. Il protagonista ha momenti, dettagli, solitudini che spezzano il cuore; le luci soprattutto notturne possiedono una intrinseca eloquenza; gli stereotipi sottoculturali del film di genere diventano emozionanti come versi belli. (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 marzo 2003)"Azzoppato, ferito, claudicante, il sogno americano resiste ancora. E vince. Almeno in '8 Mile' del bravo Curtis Hanson di 'L.A. Confidential', che in questo film spesso notturno - anche moralmente - tira le fila di molto cinema americano sui giovani. (?) Una favola hip hop con linguaggio da fumetto, ma dura, provocatoria, desolata: riflessa nella bravura esplosiva di Kim Basinger. Marshall Bruce Mathers detto Eminem, il famoso rapper macho e bianco amico dei ragazzi ma nemico delle mamme, per essere misantropo, cinico e omofobico, il più discolo incubo pop dopo Elvis, ribalta totalmente la sua immagine in una biografia di tipico neorealismo americano, baciato dagli stereotipi e dalla retorica della finzione ma anche vero negli snodi sociali e narrativi. Diventa alla prima prova un good boy dalla personalità disperatamente infantile che vince con costanza e volontà, un attore che magnetizza il film su di lui, espressivo, elettrico, con lo sguardo malinconico di chi vede una realtà apocalittica da umiliato e offeso e con un senso d'impotenza negli occhi. Ai 30 milioni di album venduti, ai 5 Grammy, Eminem ora aggiunge in un film in cui gira l'aria del tempo quest'interpretazione così naturalmente centrata in un ruolo per metà autobiografico, cui porta in dote anche una canzone bella e straziante, 'Lose yourself'". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15 marzo 2003) "A prescindere dall'interpretazione di Eminem (riuscita, ammettiamolo), quello che non va di '8 Mile' è l'elementarità d'approccio a un mondo ricchissimo, intenso e stimolante, il rap. Perché non basta 'intenderlo' come un universo di lotta anche fisica: bisogna avere sangue a descrivere qualcosa di più di un quadretto alla fine conciliante e perfino buonista. (?) Si potrebbe leggere '8 Mile' come un 'gang-movie', opera su un'alternativa di battaglia metropolitana: al posto di cazzotti coltelli e proiettili, una raffica di battute (spesso non meno dolorose e sanguinose). L'altra faccia di 'I guerrieri della notte': allora sì che diventerebbe un bel film. Purtroppo, somiglia più a un 'Flashdance' macho". (Pier Maria Bocchi, 'Film TV', 18 marzo 2003) "'8 Mile' è un mélo contemporaneo, dove la musica rap fa da contraltare. La storia, ambientata a metà degli anni '90 su scenari rigorosamente autentici, compreso un magnifico teatro trasformato in parcheggio per auto e i locali storici dell'hip-hop, è infatti quella classica, con la voglia di riscatto a fare da molla decisiva. Ma Hanson e con lui lo sceneggiatore Silver non hanno intenzione di vendere fumo, concedono al protagonista di esibirsi nelle kermesse rap improvvisate per cercare il successo, ma lo tengono sempre ben inchiodato al suo mondo e a quella fabbrica dove i soldi sono pochi e le gratificazioni ancora meno. Eminem, chiamato a muoversi in spazi che conosce, riesce a dare spessore e credibilità al personaggio come se fosse un interprete inveterato e non un esordiente. Kim Basinger, che Hanson aveva già portato all'Oscar per 'L.A. Confidential', è mamma Stephanie, la bionda che fa sbavare gli amici di Jimmy bianchi e neri senza distinzione, gente che suona autentica nel menare vita grama e nel cercare di svoltare". (Antonello Catacchio, 'Ciak', 28 febbraio 2003)
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Titolo 88 Minuti
Titolo originale 88 Minutes
Anno 2006
Regista Jon Avnet
Durata 108
Paese USA
Genere thriller
Trama Seattle. Jack Gramm è un professore universitario ma è anche un celebre psichiatra forense che collabora con l'FBI. Jon Forster è un serial killer condannato a morte che ritiene Jack responsabile della sentenza capitale che gli è stata inflitta e per questo gli ha giurato vendetta. Il giorno in cui è prevista l'esecuzione capitale di Jon, Jack riceve una telefonata anonima in cui viene informato di avere solo 88 minuti di vita prima di essere ucciso. Nel frattempo, la Seattle Slayer Task Force sta indagando su un misterioso assassino che uccide le donne emulando il modus-operandi di Jon. Con l'aiuto della sua assistente Kim Cummings, dell'ex moglie Shelly e dell'agente speciale Frank Parks, Jack cercherà di scampare alla morte puntando i suoi sospetti su uno studente problematico, una guardia di sicurezza del campus e una donna con cui ha avuto un veloce incontro amoroso.
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Titolo Arancia meccanica
Titolo originale A Clockwork Orange
Anno 1971
Regista Stanley Kubrick
Durata 137
Paese GRAN BRETAGNA
Genere drammatico, poliziesco
Trama Siamo a Londra, nel 1980. Alex è il capo di un quartetto di giovani teppisti che trascorrono le loro giornate nell'esercizio di efferate violenze e stupri, dopo essersi drogati. A farne le spese sono un mendicante selvaggiamente picchiato, una banda rivale fatta a pezzi, una ragazza di strada violentata e infine uno scrittore, massacrato di botte fino a procurargli una paralisi agli arti, mentre sua moglie, di cui abusano, morirà qualche tempo dopo. Alex, inoltre, è appassionato della musica di Beethoven, di cui si serve per immergersi in sogni innaturali. Scontenti per il suo dispotismo, i compagni, allorché uccide una ninfomane, lo colpiscono e lo lasciano nelle mani della polizia. Condannato a 14 anni di reclusione, il giovane si finge mite e ottiene, dopo due anni, di venire sottoposto ad una specie di lavaggio del cervello, un trattamento di condizionamento al bene mediante nausea per il male. Rimesso in libertà, dopo essere diventato remissivo e pacifico, sono gli altri ora ad essere violenti con lui: la famiglia lo respinge, due suoi amici - divenuti poliziotti - lo seviziano, lo scrittore sua vittima cerca di farlo impazzire. Dopo un tentativo di suicidio, viene ricoverato a spese dello Stato in una clinica, dove gli verrà restituita la sua primitiva fisionomia.Note - MUSICHE NON ORIGINALI: NACIO HERB BROWN ("SINGING IN THE RAIN"), EDWARD ELGAR ("POMP AND CIRCUMSTANCE MARCH NOS. 1 & 4"), GIOACCHINO ROSSINI ("IL BARBIERE DI SIVIGLIA", "GUILLERMO TELL" E "LA GAZZA LADRA"), LUDWIG VAN BEETHOVEN ("9^ SINFONIA").- SUONO: BRIAN BLAMEY.- LA RIEDIZIONE E' STATA PRESENTATA ALLA 54MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (1997) IN OCCASIONE DELL'ATTRIBUZIONE A STANLEY KUBRICK DEL LEONE D'ORO ALLA CARRIERA. - REVISIONE MINISTERO FEBBRAIO 1997.Critica "Il ritratto che - pur avendolo già illustrato pochi istanti prima con il suo film - mi disegnava ora di nuovo con voce triste Kubrick, era soprattutto drammatico, allucinato, senza ombre di svago. E grave di presagi lugubri, di terrori (sulla stessa linea, ma più accentuata, degli incubi e dei terrori atomici de 'Il dottor Stranamore'). 'Fino a ieri la tecnica, illudendosi di edificare il mondo rischiava di distruggerlo, oggi - osservò - non le bastano più le cose, mira anche alle persone e tende addirittura a distruggerle dal di dentro, a ucciderle nell'anima'. In quegli anni in cui non si parlava ancora di ingegneria genetica e tanto meno di genoma, notai che quella parola 'anima' la adoperava di continuo, e con voce sempre più cupa, sempre più angosciata. 'Uccidono l'anima' lo udii ripetere di continuo enumerandomi tutte le cause che, in quegli anni, provocavano 'la morte dell'anima', dalla politica alla televisione, alla vita collettiva - che aborriva - ai sistemi di lavoro 'troppo concorrenziali da cannibali', al cinema: certo, anche al cinema, che dimenticava ad ogni istante che l'uomo era 'fatto anche di spirito, di idee', che era nutrito di idee, che viveva e si batteva 'anche per le idee e non solo per il pane e per il sesso'". (Gian Luigi Rondi, '"Un lungo viaggio 2", Le Monnier')
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Titolo Ace Ventura - L'acchiappanimali
Titolo originale Ace Ventura - L'acchiappanimali
Anno 1994
Regista Tom Shadyac
Durata 89
Paese USA
Genere commedia
Trama Ace Ventura è uno strampalato detective, specializzato nel recupero di animali smarriti: il suo appartamento sembra l'Arca di Noè; la sua automobile sembra uscita dallo "sfascia carrozze", ed i suoi modi e metodi sono alquanto bizzarri. A questi l'allenatore della squadra di football dei Dolphins, su consiglio della graziosa manager Melissa Robinson, decide di affidare le indagini sul rapimento, alla vigilia del Super Bowl, del delfino mascotte: Snowflake. Nonostante l'atteggiamento ostile del tenente della polizia Einhorm, una bella brunetta, Ace, avvia le indagini e scopre nel filtro della vasca del delfino un'ambra, caduta dall'anello di uno dei rapitori; risulta che i Dolphins hanno un anello con quattro pietre identiche incastonate. Mentre l'allenatore dei Dolphins viene ucciso dai rapitori simulando un suicidio, le indagini conducono a Ray Finkle, colpevole di aver negato la vittoria ai Dolphins nel Super Bowl dell'anno precedente. Nello stesso tempo il migliore giocatore della squadra, Dan Marino, viene rapito mentre gira uno spot pubblicitario. Ace incontra i genitori di Finkle, e scopre che costui è stato ricoverato in una clinica psichiatrica , e che poco dopo un'autostoppista, tale Rose Einhorn, è scomparsa. Successivamente, il dinamico Ace Ventura trova modo di corteggiare con successo la bella Melissa, e respingere le avance inaspettate dell'Einhorn, cui comunica i suoi progressi. Infine Ace trova Dan Marino, sequestrato in un capannone al porto, e il delfino scomparso, ma anche Einhorn che minaccia di ucciderlo. Scopre così che è lei in realtà Ray Finkle, divenuto transessuale coll'identità dell'autostoppista, e ha ideato il tutto per vendicarsi dei Dolphins. Davanti alla polizia sopraggiunta e sbalordita, Ace svela l'identità del falso tenente privandolo degli abiti.Critica "In 80' il neo-idolo dalla faccia di gomma non lascia spazio ad altri se non alla sua vena di cabarettista incontrollato (tanto da far parlare anche il proprio di dietro, con una forte dose di calcolata volgarità), fra due belle donne, cucciolate umiliate e offese, battutacce irriverenti, come s'addice a uno che da anni prepara la serata d'onore. Per ora sembra un talento abbastanza sprecato, folle e contagioso. Il problema è costruirgli addosso dei film decenti. Ace ventura è un giallo comico non privo di qualche grezza originalità, pur soffrendo di notevoli ristrettezze stilistiche, tanto da sembrare improvvisato. E magari lo è davvero." ('Il Corriere della Sera', 28 agosto 1994)"Sgargianti battutacce, agilità da cartone animato e venti righe di sceneggiatura: il film è tutto qui. Eppure Jim Carrey dimostra tutto il suo talento esagerato, ignominiosamente strafalcione. Quale il segreto del suo successo? Incrocio tra un Jerry Lewis freakkettone e un Bugs Bunny concitato con una manciata di cromosomi demenziali rubati a John Belushi, Carrey fabbrica una comicità demenziale, trash, non lontana dalla sensibilità anarchica del rock'n'roll. (?) Tra gli altri interpreti - relegati a ruoli-ombra - Sean Young, ormai divetta di film spazzatura e, per gli amanti del football americano, molti atleti veri dei Miami Dolphins, tra cui il quarterback Dan Marino, il Baggio (non buddista) di quelle parti là." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 17 settembre 1994) "Alcune gag sono centrate: quelle a catena in particolare, che s'innesca quando l investigatore vuole scoprire quale dei grossi campioni di rugby porti l'anello privo di una pietra (l'ha ritrovata sul luogo del delitto). La maggior parte, però, è telefonata o buttata via, mentre tutte le energie del regista Tom Shadyac si concentrano nel tenere la macchina da presa puntata sul protagonista, che non ha il minimo problema a strafare. Turpiloquio, continue allusioni sessuali, e soprattutto la greve soluzione del giallo non fanno di Ace Ventura precisamente uno spettacolo per famiglie. Perché un film del genere stia letteralmente spopolando, resta un piccolo mistero." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 settembre 1994)
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Titolo Air I Breathe, The
Titolo originale Air I Breathe, The
Anno 2006
Regista Jieho Lee
Durata 95
Paese MESSICO, USA
Genere drammatico
Trama Un timido uomo d'affari mette in gioco il suo futuro puntando tutto su una corsa di cavalli. Una pop star dalla fragile personalità rischia di perdere il suo contratto. Un gangster in grado di prevedere il futuro deve scegliere se seguire o meno le proprie premonizioni. Un medico deve cercare di salvare la vita della donna amata. Tutti loro sono legati al boss della malavita Fingers. Esistenze parallele, destini incrociati e coincidenze che si susseguono nel segno della Felicità, del Piacere, della Sofferenza e dell'Amore.
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Titolo Akira
Titolo originale Akira
Anno 1988
Regista Katsuhiro Ōtomo
Durata 124
Paese GIAPPONE
Genere animazione
Trama Dopo la terza Guerra Mondiale, Tokio é una città devastata dal conflitto. La polizia, decisamente ottusa e brutale, conduce una lotta senza quartiere contro bande di adolescenti che seminano violenza nelle strade. Tetsuo, un violento motociclista, viene catturato ed usato dai politici per la conquista del pianeta.Critica La trovata di Katsuhiro Otomo é perfettamente calibrata per il pubblico orientale: sotto il pretesto di un filmone di fantascienza, l'autore ha infatti riproposto i canoni di un cinema molto poco giapponese. (Oscar Cosulich, La Repubblica) Il disegno é semplicistico, perché riproduce il fumetto, e i movimenti, anche quando sono affidati al massimo della velocità, restano meccanici, ma il loro effetto lo raggiungono quasi sempre e il pubblico sia di adulti sia di bambini non mancherà di farsi catturare al consenso. (Gian Luigi Rondi, Il Tempo) Il costoso lungometraggio, forse perché strutturato come un fumetto più che come un disegno d'animazione, forse perché legato ad una logica di gusto orientale, risulta affascinante quadro per quadro e poco avvincente nel ritmo narrativo. (Alessandra Levantesi, La Stampa)
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Titolo AlbaKiara - Il film
Titolo originale AlbaKiara - Il film
Anno 2008
Regista Stefano Salvati
Durata 93
Paese ITALIA
Genere commedia
Trama Chiara, conosciuta anche con il nickname AlbaKiara, è un'adolescente dal viso angelico, apparentemente figlia e studentessa modello. In realtà, a Chiara non piace studiare. I suoi unici interessi sono i vestiti e lo sballo con le amiche. Ma più di tutto il suo grande amore Nico, uno studente universitario che fa il DJ per passione e che per guadagnare un po' di soldi extra ha creato un sito web pornografico. Tra gli amici di Chiara c'è anche Tony, il bidello della scuola, un trentenne con la sindrome di Peter Pan, dall'aria ingenua e bonacciona, che però spaccia marijuana ai ragazzini del liceo.Critica "Poco prima della proiezione qualcuno che già sa avverte: non aspettarti di vedere 'La classe'. Avvertenza non così ovvia. 'Albakiara' è la dimostrazione che al peggio non c'è mai limite. (...) Spaccato giovanile? Il regista farebbe meglio a parlare di quelli che conosce lui! Superpatinato, pretenzioso, confuso, irrilevante." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 ottobre 2008)
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Titolo Aliens - Scontro finale
Titolo originale Aliens
Anno 1986
Regista James Cameron
Durata 148
Paese USA
Genere fantascienza
Trama Il "capitano" Ellen Ripley, ibernata per sessant'anni in un sofisticato contenitore del traghetto spaziale Nostromo, e quindi rimasta giovane, è l'unica sopravvissuta alla terribile disavventura che ne ha distrutto l'equipaggio e che ora sconvolge le sue notti con incubi ricorrenti, che si riferiscono alle forme mostruose di vita incontrate sul pianeta Archeron, dove ora vive una colonia di pionieri dello spazio. Quando le viene affidata la missione di scoprire il perchè sia stato misteriosamente interrotto il contatto con quel remoto pianeta, Ellen si trova ad affrontare le spaventose proliferazioni del mostro da cui era avventurosamente sfuggita. Allora infatti c'era un solo alieno, ora vivono là innumerevoli mostruosi alieni, che si riproducono con ritmo frenetico, sempre più avidamente affamati di essere umani. Ad essi Ellen riesce a strappare la piccola Newt, unica superstite dei pionieri approdati nel pianeta maledetto, e a portare a termine la missione.Note - EFFETTI SONORI: DON SHARPE.- 2 OSCAR - MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI, MIGLIORI EFFETTI SPECIALI SONORI (1986).- DISPONIBILE IN HOME VIDEO LA VERSIONE DIRECTOR'S CUT. ALL'INTERNO IL "DIETRO LE QUINTE" E 17 MINUTI DI SCENE INEDITE SOTTOLINEATE IN ITALIANO.Critica "Tenetevi forte perché il giovane e irrispettoso James Cameron ('Titanic') non ha mezze misure: il suo viaggio tra le galassie vi farà saltare lo stomaco in gola: non per nulla si è guadagnato l'Oscar per gli effetti speciali. Certo non ha lo stile di Ridley Scott (autore del primo film della saga), ma quanto a ritmo e invenzioni sceniche, dà tranquillamente la paga a tutti". (Massimo Bertarelli, 'Il giornale', 6 febbraio 2003) Qualche tenue riferimento psicanalitico non è sufficiente a riscattare il film dall'impressione di macchinose congerie di situazioni orrende, tutto sommato ripetitive e noiose. Il ritmo è ossessivo, gli effetti speciali spettacolari e insistenti. (Segnalazioni cinematografiche)
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Titolo ...E alla fine arriva Polly
Titolo originale Along Came Polly
Anno 2004
Regista John Hamburg
Durata 90
Paese USA
Genere commedia, sentimentale
Trama Reuben Feffer è un esperto di rischi per una importante compagnia di assicurazioni e la sua vita è perfettamente programmata onde evitare ogni sorta di imprevisti. Ma tutto cambia dopo l'incontro con Polly, una sua amica d'infanzia, che ama ogni sorta di nuova esperienza e vive alla giornata...

Critica
"In '... E alla fine arriva Polly' di John Hamburg, commedia sentimentale apparentemente impalpabile al fianco della simpatica Jennifer Aniston, il buon Stiller affronta la consueta via crucis sentimentale stavolta in chiave corporale. Il suo eroe, il mite calcolatore di rischi assicurativi Reuben Feffer, dovrà fare pace con il lato più sporco, o semplicemente meno pulito, della vita. Igienista dalle mille fobie capirà grazie a Polly che il corpo, anche nelle sue pulsioni più bizzarre, non va mai represso. Per la società americana, dove se si va in bagno si mente dicendo che si deve fare una telefonata, la pellicola è più politica di quanto possa sembrare. Ottimi i personaggi di contorno, quasi più divertenti dei protagonisti. Menzione d'onore per Philip Seymour Hoffman e un redivivo Alec Baldwin." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 12 marzo 2004)

"'...e alla fine arriva Polly' è un 'Porkys' con la supervisione di Woody Allen, un 'Harry ti presento Sally' combinato con 'American pie'. Insomma il tira molla sentimental-escrementizio sugli opposti che si attraggono, tutto prevedibile tanto che sembrano increduli anche gli attori. Nevrosi & gastriti, ma si ride poco, l'unico jolly è il grande comprimario Philip Seymour Hoffman nei panni di un attore prodigio e trombone, Alec Baldwin fa il capo e De Vito produce, ma il risultato è deprimente. (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 12 marzo 2004)

"Nel genere, '... e alla fine arriva Polly' non ci fa mancare niente: né il migliore amico del protagonista grosso e mitomane, né il principale antipatico, né il pistolotto a uso dei cuori solitari in sofferenza d'amore. Peccato che si tratti di roba riciclata e che nella seconda parte, quando il comico volgarotto cede il posto alla commedia sentimentale, neppure lo spettatore più romantico riesca a credere che per un istante all'amore tra i due. Jennifer Aniston riesce a conferire alla sua petulante eroina una dose di simpatia. Stiller sembra avere giurato di fare la stessa parte da qui all'eternità." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 marzo 2004)

"Una polizza blindata sul futuro non è stata inventata e il protagonista scopre la brezza dell'imprevisto, delle costipazioni, dei sudori da spezie etniche, delle goffaggini, dei water intasati, dei disastri senza bonus e malus, della confusione, delle piroette dei balli latini (ogni scoperta è sintetizzata da una gag e molte sono riuscite) incontrando Polly, una Jennifer Aniston che per la seconda volta nella sua carriera cinematografica, dopo 'Una settimana da Dio', tiene bene la scena e non sfigura con Stiller. La regia del giovane John Hamburg conferma alcune qualità dei suoi copioni precedenti ('Ti presento i miei' e 'Zoolander') in cui farsa e satira di costume si scambiano, ad ogni incrocio del plot, il diritto di precedenza." (Enrico Magrelli, "Film Tv", 16 marzo 2004)"Una volta amore rimava con cuore; ma da qualche tempo, a partire forse dal successo di 'Tutti pazzi per Mary', è più facile trovare i sentimenti coniugati agli escrementi. Ne fa prova '...e alla fine arriva Polly', commedia romantica in cui evacuazioni e sommovimenti rumorosi delle viscere intestinali hanno un ruolo centrale. (...) Stiller e Aniston sono interpreti brillanti e adeguati, ma a spiccare nel cast è Hoffman nei panni di un attore sbruffone e fallito che ha avuto un attimo di gloria da bambino." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 18 marzo 2004)
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Titolo Alpha Dog
Titolo originale Alpha Dog
Anno 2006
Regista Nick Cassavetes
Durata 113
Paese USA
Genere drammatico, poliziesco
Trama Ricercato per spaccio di stupefacenti, rapimento ed omicidio, Jesse Truelove con i suoi 19 anni è il più giovane criminale americano iscritto nella lista nera dell'FBI...Critica "Un orribile fatto di cronaca. Così recente che, per uno dei suoi principali responsabili, c'è un processo tuttora in corso. Ce lo documenta Nick Cassavetes, figlio del grande John, con un realismo duro che ci mette aspramente a confronto non solo con situazioni aberranti ma con personaggi di una sgradevolezza spesso insostenibile. Ci si muove tra drogati e spacciatori di droga, però in ambienti di una media borghesia dove i soldi non mancano e nemmeno certi agi, persino con feste in piscina. (...) Le sequenze migliori sono quelle che si stringono, appunto, attorno al rapporto che via via si instaura fra il prigioniero e i suoi futuri carnefici e convince, agghiacciando, la pagina nera e straziante dell'uccisione, in una cornice desolata, con la vittima che non si rende conto del mutamento di coloro cui si era quasi legato. Il resto ondeggia fra il documento dal vero (con didascalie a indicare date e luoghi) e una rappresentazione in cui la finzione, per caratteri e gesti, si fa spesso pesante. Pur con interpreti degni di nota, non solo quelli quasi anonimi al centro, ma Sharon Stone, nelle vesti disperate della madre, e Bruce Willis, un torvo spacciatore. All'insegna del realismo più scabro." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 23 febbraio 2007)"Cassavetes ha dato un seguito ideale a 'Blow', il suo precedente film con Johnny Depp sull'uomo che 'importò' la cocaina a Hollywood, descrivendoci un'America drogata prima di tutto di se stessa. Lo stile è nervoso, espressionista, schizzato: il ritmo è febbrile, scandito dalla ricostruzione minuto per minuto del fatto di cronaca, anche se i nomi sono tutti cambiati. Bruce Willis e Sharon Stone sono, rispettivamente, il padre di Johnny e la madre del ragazzino ucciso. Son bravi, ma più che di interpretazione dovremmo parlare di esibizione, per la serie: guardate quanto siamo fighi, siamo divi miliardari e ci imbruttiamo nel nome dell'arte. Ma chi gliel'ha chiesto?" (Alberto Crespi, 'L'Unità', 23 febbraio 2007)"L'interesse principale di un film come 'Alpha Dog' è, in fondo, estrinseco al film stesso. Consiste nel fatto che gli eventi narrati sono realmente accaduti, nel 2000, a Los Angeles, e che in America l'uscita della pellicola è stata contestata col rischio di interferenza al processo in corso. Alle prese con un soggetto ambiguamente attraente - per la sua repulsività - il regista Nick Cassavetes (anche sceneggiatore) ha cercato di rappresentarne l'assurdità: gli eventi sfuggono di mano a un gruppo di ventenni producendo un risultato follemente perverso, oltre ogni prevedibilità. Esito che Cassavetes imputa, in buona parte, all'assenza e alla sordità dei genitori. Il risultato è ottenuto solo in piccola parte perché il film (pur selezionato al Sundance e vincitore al Noir di Courmayeur) è in sostanza un resoconto rumoroso e un po' ripetitivo, dove l'universo adulto si riduce ai 'cammei' di Sharon Stone (la madre di Zack) e Bruce Willis (il padre di Truelove)." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 febbraio 2007)"Nei festival nobili è la regola. L'ultima volta è però capitato anche al Noir di Courmayeur, dove il film migliore, lo splendido francese 'La voltapagine', ha subito l'ingiusto affronto di venir scavalcato nel giudizio finale dal concitato americano 'Alpha Dog'. Scritto e diretto dal figlio d'arte Nick Cassavetes, anni luce dal talento di papà John, è un poliziesco inutilmente violento e dall'ossessivo turpiloquio, ispirato a una tragica storia vera. (...) In sintesi: troppo lungo il preambolo, sfibrante la strada per arrivare al dunque, esageratamente defilati Sharon Stone e Bruce Willis. Non si può negare che la tensione salga nel finale, ma il tempo buttato via, chi lo risarcisce?" (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 23 febbraio 2007)"Un pugno nello stomaco, un'overdose di crudo pessimismo. Ma certo un film poderoso, incalzante, 'gremito' di realtà, eppure mai destinato ai moralistici riti del Dibattito: 'Alpha Dog' ribadisce - si spera a beneficio di un pubblico più vasto - lo straordinario mix di autenticità e intensità attivo nello stile dello sceneggiatore e regista Nick Cassavetes, figlio del grande John e di Geena Rowlands. (...) Per come incide col bisturi della cinepresa nei corpi modellati dai pesi e stravolti dalla droga, nei cervelli rintronati dal rap, nelle patetiche ingenuità e nelle turpi emulazioni tra gli adepti delle gang della fuck generation, il film può essere posto allo stesso livello di 'Io sono Charlotte Simmons', l'ultimo best-seller dell'inimitabile maestro del romanzo sociale Tom Wolfe. Cruciali risultano i ruoli degli adulti, tutti appartenenti alla nuova classe media suburbana cui conferiscono sfumature impressionanti Bruce Willis, Harry Dean Stanton e i pochi (sublimi) minuti di Sharon Stone. Ma è ovvio che gli shock psico-patologici più minacciosi siano a carico della violenza del branco, in cui primeggiano l'emergente Emile Hirsch e l'inquietante rockstar Justin Timberlake. Personaggi senz'altro repellenti, eppure condizionati da una proterva libertà totale di cui in fondo non sanno cosa fare." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 febbraio 2007)"Nella Los Angeles bene dei giovanotti della fuck generation che vendono droga e violenza, un ragazzo attende la pena capitale: ha fatto giustiziare, per crediti e sgarri, il giovane fratello di un cliente. Ed ecco l' agghiacciante panorama ricostruito non senza polemiche nel film: famiglie malavitose (Bruce Willis e Dean Stanton), cinque minuti da brivido di Sharon Stone, madre della vittima, la violenza infantile e omicida del branco con la star musicale Justin Timberlake, l' altra vittima, il finto amico che poi punta la pistola. Con gran ritmo nefando, cambiando nomi ed inserendo un' ultima scena seguendo le indagini, Nick Cassavetes gira a suo modo un documentario finto ma serrato, impressionante per la psicosomatologia degli attori e la voglia di denuncia sociologica che sposa la causa anche manieristica di un cinema che da tempo inquadra questa infelice, peggio gioventù americana." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 febbraio 2007)
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Titolo American Gangster
Titolo originale American Gangster
Anno 2007
Regista Ridley Scott
Durata 157
Paese USA
Genere drammatico, poliziesco
Trama New York, fine anni '60-primi '70. Alla morte del boss di Harlem Bumpy Johnson, il suo autista e guardia del corpo, Frank Lucas, attraverso contatti con i soldati impegnati nella guerra in Vietnam, trova un ingegnoso stratagemma per importare dal sud-est asiatico la droga da spacciare ad Harlem e ben presto prende il posto del suo predecessore. L'incarico di sventare il traffico di stupefacenti viene assegnato al detective Richie Roberts, della sezione narcotici del New Jersey, poliziotto integerrimo e aspirante avvocato, a sua volta impegnato in una battaglia legale con la ex-moglie che vuole trasferirsi a Las Vegas e portare con sé il loro bambino. Le indagini di Roberts porteranno alla luce anche la corruzione dilagante nella sezione narcotici della polizia di New York.Note - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E ATTORE PROTAGONISTA (DENZEL WASHINGTON).- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (RUBY DEE) E MIGLIOR SCENOGRAFIA .Critica "Dalla storia vera del trafficante di eroina di colore che, alla morte del suo boss, cambiò le regole e conquistò il mercato, il regista di 'Blade Runner' trae un romanzo criminale di formazione nel contesto del nascente capitalismo della droga, affidato a un divo sicuro. Croce e delizia. Perché da un lato Washington imposta la sua regolare recitazione forte e concentrata intorno a un eroe negativo che inventa un suo modo di fare mercato con un certo stile. Dall'altro lato, proprio l'eleganza dell'attore, la sua tradizione borghese di 'nero emancipato', riducono l'impatto del ruolo, patinandolo di letteratura nel gusto realistico- pop del film. Neanche l'antagonista, il poliziotto Roberts (un forte Crowe) è esente dalla lista di norme intorno all'investigatore scapigliato e integerrimo. Ambientazioni coinvolgenti, ritratto d'epoca riuscito, ma risalta l'inerzia dello sguardo. Né Scorsese né Ferrara. Voglia d'intrattenimento, ma colto." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 18 gennaio 2008)"Che una storia così bella sia rimasta per tanti anni sconosciuta, la dice lunga sugli Usa. Che a portarla sullo schermo, senza una sbavatura, sia il più versatile e classico dei grandi inglesi, Ridley Scott, conferma che la saga criminale resta uno dei mezzi preferiti dagli Usa per raccontare il loro lato in ombra. Magari invitando a collaborare i veri Lucas e Roberts, felici (specie Lucas) di contribuire all'edificazione del loro mito. Tanto più che il poliziotto, arrestato il gangster, diventò il suo avvocato e grazie al suo aiuto smantellò la correttissima sezione Narcotici della Grande Mela ... Ma la notizia migliore è che una vicenda così simbolica e complessa, quasi una controstoria dell'America, magistralmente scritta (da Steve Zaillian), montata (Pietro Scalia) e fotografata (Harris Savides), non ceda nemmeno un secondo alla tentazione dello stile ma resti puro, irresistibile, travolgente racconto. Servito da una regia ancora più invisibile del suo protagonista ma non meno efficace nel dare a ogni scena e a ogni personaggio il giusto peso. Senza appiattirsi sui due divi, Washington e Crowe, ma tenendoli al centro di un affresco traboccante di vivacità, intelligenza, comprimari (citiamo almeno lo sbirro traditore Josh Brolin, il padrino anglomane Armand Assante, la mammina di ferro Ruby Dee), sorretto dai ritmi e dai colori dei più spudorati anni 70. Un po' come fece anni fa il quasi-debuttante P.T. Anderson con 'Boogie Nights' e il mondo del pomo, eletto a metafora di tutta un'epoca. Ma col nitore e l'impudenza del cinema-cinema, che nel bene e nel male riesce a rendere chiara, coerente, rassicurante, perfino una storia così cupa e terribile." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 gennaio 2008)"Sono due le peculiarità che fanno di 'American gangster' un poliziesco di qualità superiore. La prima è il disegno di una coppia di characters fortemente connotati, messi in opposizione ma tratteggiati, anche, dallo sceneggiatore Steven Zaillian con un'inversione particolarmente efficace degli stereotipi del genere. (...) Pur affascinante, l'opposizione non sarebbe sufficiente senza il valore aggiunto del linguaggio, che Ridley Scott (di nuovo in forma dopo un paio di film da dimenticare) usa sapientemente per stimolare nello spettatore l'attesa dell'incontro tra i due protagonisti. Il film è un'autentica lezione di montaggio: la storia è raccontata focalizzando a turno ora su Koberts, ora su Lucas; col procedere, si alternano scene più brevi, come ad accorciare le distanze fino alla convergenza dei due destini. A qualcuno sembrerà una notazione troppo tecnicama è proprio il montaggio che, in un film del genere, dà la possibilità di emozionarsi e godersi la vicenda. Si aggiunga che Scott è uno dei pochi registi capaci di tenere sotto controllo Russell Crowe, ricavandone un'ottima performance. Quanto a Denzel Washington, non è mai tanto bravo come nelle parti da cattivo. Nel 2001 si aggiudicò l'Oscar per il poliziotto putrido di 'Training Day': chissà che il suo padrino di Harlem non gliene frutti uno di più?." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 18 gennaio 2008)"Nel copione di Steve Zaillan lo scontro, previsto e attesissimo, fra il gangster nero e il poliziotto bianco è rimandato per quasi due ore e mezza fino al sottofinale, quando Crowe arresta Washington all'uscita della chiesa sulle note di un inno religioso. A sorpresa, nel dialogo che si imbastisce in carcere, sul conflitto fra i due subentra una specie di rispettosa agnizione reciproca in cui ciascuno riconosce all'altro il diritto di rappresentare un personaggio della stessa commedia umana. In tutto ciò c'è un briciolo di verità, ma anche il palese intento di chiudere alla pari il match fra i due divi. A riportare nei termini reali questa deformazione formazione 'da cinema' ha provveduto il 31 ottobre scorso la diffusione sulla rete TV Bet un documentario in cui il vero Frank Lucas parla e straparla di sé e delle proprie gesta." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 gennaio 2008)"Terry George ha scritto un primo copione per il regista Antoine Fuqua, ma il film è stato cancellato per motivi di budget. È subentrato Steven Zaillian, premio Oscar per 'Schindler's List', che ha strutturato il film alla Plutarco: le vite parallele di Lucas e di Roberts, il gangster e lo sbirro. Il problema del film è tutto lì (e si è aggravato quando, per la parte del poliziotto, è stato scelto un divo come Crowe): Lucas e Roberts devono avere la stessa presenza sullo schermo, e mentre la storia del primo è sconvolgente, quella del secondo è intessuta di cliché. Di sbirri onesti e macilenti, dalla vita privata devastata, ne abbiamo visti a centinaia. Ridley Scott si conferma un regista senz'anima: dategli un grande copione ('Blade Runner', 'Il gladiatore', 'Le crociate') e farà un grande film, dategli una schifezza ('Hannibal Lecter' docet) e farà una schifezza. Qui fa un normale poliziesco, decisamente troppo lungo (157 minuti), senza minimamente scavare nella personalità di Lucas e senza raccontare la Harlem anni '60 e '70 che dovrebbe essere molto più di uno scenario. 'American Gangster' è perfetto per una futura tesi di laurea sul tema: come prendere un'emozionante storia vera e trasformarla in un film falso." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 18 gennaio 2008)"Un buon film, forte, solido e ben costruito, con lampi di vero talento. (...) I1 meccanismo parrebbe elementare, schematico, senza alcune immagini o inquadrature molto belle: l'incontro assai tardivo tra i due protagonisti, le immagini di morti per overdose, un assalto, l'eleganza dei neri in cappello di chinchilla e stivali d'argento coi tacchi, un requiem sbagliato per New York: 'E' diventata una fogna a cielo aperto: tutti rubano'" (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 gennaio 2008)."Investire centinaia di milioni di dollari in 'American Gangster' di Ridley Scott ha già avuto il suo tornaconto, ma artisticamente i1 film denota una carenza d'idee impressionante perché associata al nome di un regista che - con 'I duellanti', 'Alien' e 'Blade Runner' - realizzò il miglior cinema di trent'anni fa, all'incirca l'epoca nella quale si conclude la vicenda di 'American Gangster', inaugurata dai traffici di eroina dal Vietnam e dalla Cambogia che la guerra favoriva. La sceneggiatura di Steven Zaillian condensa più film in uno, estenuante e ripetitivo. 'American Gangster' mescola infatti quadretti familiari patriarcali in stile 'Padrino' a solitudini poliziesche in stile 'Blade Runner' dello stesso Scott." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 18 gennaio 2008)"Seppur tratto da una storia vera, 'American gangster' è il regno artificiale del manicheismo poeticoed estetico (buono/cattivo, bianco/nero, ben vestito/mal vestito) dal continuo rilancio speculare. E Ridley Scott è sempre lui: messa in scena spettacolare ma sostanza del racconto, impeto e furore dei caratteri (sfrangiati e intagliati nel manicheismo di cui sopra) mutuati da qualcos'altro di sedimentato nella memoria cinematografica col rischio di non farsi sentire. Due ore e trenta di echi inevitabili, vicinissimi: ritmo febbrile alla Scorsese, sfida mancata tra i protagonisti alla Mann, impianto livido newyorkese alla Lumet. Brandelli di senso epico e lirismo di riporto per mancanza (o banalità) dei propri. Probabile che l'ennesimo budget miliardario abbia definitivamente seppellito il talento degli oramai lontanissimi esordi." (Davide Turrini, 'Liberazione', 18 gennaio 2008)"Piacerà a un vasto pubblico, probabilmente. Non si può negare che 'Amencan Gangster' mantenga quel che promette. Nella fattispecie un prodotto di alta efficienza degno della factory di cinema (cioè Hollywood) più reputata del secolo. Per la saga di Frank Lucas si sono scomodati solo grandi professionals. Un famoso regista (Ridley Scott). Un grande sceneggiatore (Steve Zaillain). E naturalmente due grossi mattatori (Denzel Washington e Russell Crowe) per due ore e mezza impegnati allo spasimo a guardarsi in cagnesco, a giocare a chi è più affascinante. Particolare non trascurabile, tutti i big sono stati messi in grado di lavorare nelle migliori condizioni, con un budget superiore ai 100 milioni di dollari. Insomma 'American gangster' non delude. Ma nemmeno è il caso di dire ti manda in paradiso. Non ha il rigore antropologico dei 'Bravi ragazzi' di Scorsese né l'impatto spettacolare di 'Heat' o 'Collateral . Appartiene alla categoria dei buoni prodotti stagionali. Non dei film epocali. Come un tempo avremmo preteso da Ridley." (Giorgio Carbone, 'Libero', 18 gennaio 2008)"Azione e psicologia, affanni e considerazioni attente di quegli anni, sul pubblico, sul privato, mentre, nonostante le necessarie pause per spiegare ed illustrare, i inarrestabili, tra sorprese, colpi di scena, scontri a fuoco, non ultimo quello che finirà per mettere i due uno di fronte all'albo dopo un assalto che consente a Ridley Scott di scrivere pagine infuocate di grande cinema. Lo assecondano, ciascuno per proprio conto, due interpreti carichi anch'essi di Oscar e alle soglie di riceverne quasi certamente degli altri. Il poliziotto è Russell Crowe, dimesso, ostinato, spesso ferito. Con modi, pur in tanto dinamismo, anche interiori. Il boss della droga è un gelido Denzel Washington, con sfumature però anche umane e, pur con momenti ironici, persino dolorose. Un duetto esemplare." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 18 gennaio 2008)"I1 ritmo blues dell'attore Denzel Washington è lo specchio del film, lento, fluviale, ipnotico, action con risvolto esistenziale, lievemente dopato. La cinepresa di Ridley Scott pedina ipnotica le vite incrociate di Frank Lucas (Washington) e Ritchie Roberts (Russell Crowe), il poliziotto che cerca di incastrarlo. (...) Colori ocra. ambientazione surriscaldata, una discesa epica alle origini del crimine contemporaneo. Con invenzioni visive che portano dritti all'inferno, come quelle ragazze schiave che raffinano la droga, tutte nude per non poterne sottrarre neanche un granello." (Piera Detassis, 'Panorama', 24 gennaio 2008)
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Titolo American History X
Titolo originale American History X
Anno 1998
Regista Tony Kaye
Durata 120
Paese USA
Genere drammatico
Trama In un tema in classe il giovane Danny tratta argomenti ispirati al 'Mein Kampf' e il preside Sweeney, per punirlo, lo obbliga a preparare una relazione sul fratello maggiore Derek. Quest'ultimo proprio quel giorno é uscito dal carcere dopo aver scontato alcuni anni per l'uccisione di due ragazzi neri che gli stavano rubando l'automobile. Quando si svolgevano quei fatti, Derek aveva il ruolo di leader di un gruppo giovanile paranazista che si riconosceva in Cameron, ideologo della violenza razzista contro ogni forma di diversità. Danny, che aspettava con ansia questo momento, vuole subito mettersi 'agli ordini' del fratello ma non sa che Derek in carcere ha riflettuto su se stesso e ha maturato la convinzione di voler cambiare vita. Sentendo da Derek frasi mai pronunciate prima, Danny passa momenti difficili in preda ad una forte confusione. Nel corso della festa per il ritorno a casa del leader, Derek ha uno scontro violento con Cameron, minaccia gli altri con la pistola e deve poi subire la dura reazione di Danny. A questo punto Derek spiega al fratello i motivi che lo hanno indotto a cambiare atteggiamento, tra cui c'è anche l'amicizia dimostratagli dal preside Sweeney. Danny ritiene giusto il pentimento di Derek e decide ancora una volta di seguirlo. Ma la mattina dopo, un compagno di scuola di colore, che Danny aveva pesantemente offeso, gli tende un agguato e lo uccide. Derek arriva troppo tardi per salvare il fratello.Note - REVISIONE MINISTERO MAGGIO 2002- EDWARD NORTON HA RICEVUTO LA NOMINATION AGLI OSCAR 1999 COME MIGLIORE ATTORE.- SEFCA AWARD 1998 COME MIGLIOR ATTORE A EDWARD NORTON DALLA SOUTHEASTERN FILM CRITICS ASSOCIATION CHE RIUNISCE I CRITICI CINEMATOGRAFICI DI ALABAMA, GEORGIA, NORTH E SOUTH CAROLINA, TENESSEE E VIRGINIA.Critica "Quella di Tony Kaye è una salutare provocazione. Magari non è molto di più. Però a forza di mescolare abilmente le carte, di moltiplicare personaggi e prospettive, "American History X" fa di uno script accurato e edificante una robusta e (fin troppo) nutrita requisitoria." (Fabio Ferzetti, "Il Messaggero", 19 settembre 1999).
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Titolo Apocalypto
Titolo originale Apocalypto
Anno 2006
Regista Mel Gibson
Durata 139
Paese USA
Genere avventura, azione, drammatico
Trama L'impero dei Maya è in declino e un popolo invasore sta distruggendo i fasti dell'antica civiltà. Gli alti esponenti del potere, per ingraziarsi gli dei, continuano a pretendere la costruzione di nuovi templi e ulteriori sacrifici umani. Tra i prescelti al sacrificio c'è Zampa di Giaguaro, che però è deciso a sfuggire al proprio destino. Si avventura nell'ardua impresa di salvare se stesso e il suo popolo ma, soprattutto, la sua famiglia e la donna che ama.Note - IL FILM E' INTERPRETATO NELLA LINGUA MAYA YUCATECO (ANCORA IN USO NELLO YUCATAN).- L'8 GENNAIO 2007 LA II SEZIONE DEL TAR DEL LAZIO, ACCOGLIENDO LA RICHIESTA DI MISURE CAUTELARI PROVVISORIE DA PARTE DEL CODACONS PER L'ECCESSIVA VIOLENZA DELLE IMMAGINI, HA VIETATO "PROVVISORIAMENTE LA VISIONE DEL FILM AI MINORI DI 14 ANNI".- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR TRUCCO (ALDO SIGNORETTI E VITTORIO SODANO), MONTAGGIO SONORO (SEAN MCCORMACK E KAMI ASGAR) E MISSAGGIO SONORO (KEVIN O'CONNELL, GREG P. RUSSELL E FERNANDO CAMARA).Critica "Ci risiamo. Mel Gibson ha rifatto 'The Passion', stavolta però lo ha costruito come pareva a lui. Niente croci, Golgota e ebrei, niente romani imperialisti e diavoli tentatori. Ma soprattutto, niente testi sacri e tanto meno religioni scomode. Nossignori, stavolta il rude Mel si è scelto un'epoca e una civiltà su cui ricamare con la libertà concessa dal film esotico d'avventure, tanto nessuno troverà da ridire salvo gli specialisti. (...) Tolti il prologo sadico-goliardico e l'intermezzo idilliaco nel villaggio 'Apocalypto' funziona essenzialmente (banalmente) come il classico film di inseguimento, lo schema più usato anche nei videogame. (...) Il tutto sarebbe a suo modo anche molto entertaining, usiamo questa parola così americana, se Gibson non ammantasse il suo popcorn movie di ambizioni sproporzionate e di un sadismo così ostentato da sfiorare il ridicolo. Chi ama il genere caccia umana citerà classici come 'La preda nuda' di Cornel Wilde (1966), e il remoto ma saccheggiatissimo 'La pericolosa partita', 1932. Chi sperava che dopo Babenco ('Ballando nei campi del signore') e Mallick ('The New World'), Gibson avrebbe aggiunto una pietruzza all'esile collana di film sui nativi americani, sarà deluso da questi Maya perfetti sotto il profilo linguistico ed estetico, ma molto yankee nei modi e perfino nei concetti espressi in Yucateco. Più magia, e la metafora avrebbe retto. Ma la sterzata storica finale, con l'arrivo dei conquistadores, è davvero troppo sfacciata per crederci." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 gennaio 2007)"Gibson torna a usare stili e trucchetti messi già in campo per la 'Passione'. Fa parlare tutti in una lingua praticamente sconosciuta - il maya yucateco - come a ribadire il realismo e la coerenza filologica dell'operazione. Sceglie attori non professionisti e 'antropologicamente' corretti ma si arrende alle leggi dello spettacolo che impongono volti fotogenici (e infatti il protagonista è un nativo americano delle tribù Comanche, Cree e Yaqui, e i veri discendenti dei maya si contano sulle dita di una mano). (...) Ne esce un quadro confuso e schematico allo stesso tempo, dove gli elementi del racconto non rispondo a un qualche criterio di veridicità o di realismo ma piuttosto alle esigenze 'ricattatorie' del progetto. Fateci caso: nel film di Gibson le azioni durano sempre un po' di più di quello che basterebbe per trasmettere un'idea o un'immagine. Come se la regia considerasse lo spettatore incapace di capire e per questo sottolineasse e ingigantisse artificiosamente questa o quella scena, come le sofferenze dei corpi straziati dal nemico o la fuga di Zampa di Giaguaro inseguito dalla pantera o il tentativo di risalita dal pozzo della moglie incinta. La stessa ambiguità si ritrova nell' idea di Natura che sta alla base del film. Nella prima parte sembra quasi una specie di tela di fondo anodina e illustrativa, che i locali sanno di dover rispettare e conservare; nella seconda parte cambia completamente faccia, rivelandosi piena di insidie e pericoli ma solo quando servono a Zampa di Giaguaro per eliminare i nemici che lo inseguono. Anche rispetto alla rappresentazione della violenza, Gibson sceglie un atteggiamento ambivalente: a volte ne sottolinea insistentemente il lato più grandguignolesco, a volte sembra volerne mascherare le componenti più repellenti con ingiustificate evoluzioni della macchina da presa. Rivelando quello che si era già ben capito con La passione di Cristo, e cioè che scopo di queste operazioni non è tanto raccontare una storia quanto imporre a chi guarda la forza di un ricatto emotivo. Il problema è come sottrarsi a questo ricatto, che spesso viene mascherato dietro (finte) ambizioni artistiche e (possenti) campagne promozionali. La censura italiana non l'ha fatto e la cosa è talmente abnorme che, dagli esercenti al ministro, tutti hanno lanciato appelli a un 'volontario' autodivieto ai minori di 14 anni. Il problema è che sfortunatamente non esistono nemmeno leggi contro i film in mala fede. Perché 'Apocalypto' non solo sfrutta bassamente l'ambigua forza spettacolare della violenza ma in questo modo cerca di farsi gioco anche dell'intelligenza dello spettatore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 5 gennaio 2007)"Dopo aver trasformato in 'The Passion' la Via Crucis dei Vangeli in un film dell'orrore, adesso Mel Gibson se la prende con i Maya, evidentemente attirato da quei loro costumi efferati documentati peraltro dalla storia. Volendo ancora una volta dimostrarsi autentico (e realista) come in 'The Passion', i personaggi li aveva fatti esprimere in aramaico qui li ha indotti a parlare nella lingua Maya Yucateco che non è morta del tutto perché, nello Yucatan, dove l'azione si ambienta, la parlano ancora varie migliaia di persone. Questa azione, con il contributo di un iraniano con studi a Londra, Farah Safinia, qui al suo esordio, l'ha costruita secondo i modi classici con cui Hollywood affronta i film catastrofici. (...) Risultato? La fedeltà storica è certamente rispettata (perfino con quel blu con cui sono dipinte le vittime sacrificali), ma il gusto è troppo spesso violato; per eccessi che tutto lacerano, alternati del resto, per un altro verso, a stasi e a lentezze mal governate. I protagonisti, anche se, quasi tutti, esordiscono al cinema, hanno già avuto spazi in altri tipi di spettacolo, sia se indiani Comanchi, il 'buono', sia se messicani truccatissimi, 'i cattivi'. Per convincere, comunque, ce la mettono tutta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 gennaio 2007)"Violento sì, e parecchio: ma non più del vecchio 'Predator', meno di molti horror. Lo sguardo di Mel Gibson è manicheo: il protagonista è bello e buono, ha solo un piercing e qualche tatuaggio, mentre i nemici indossano armature di mandibole umane. Soprattutto, il giovane ha imparato da papà a seguire le leggi della natura, e la natura lo aiuterà. Invece i suoi persecutori costruiscono palazzoni, celebrano sacrifici umani, vivono tra nani e ballerine. Quanto ai conquistadores, la Storia c'insegna che saranno ancor più cattivi." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 5 gennaio 2007)
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Titolo Appaloosa
Titolo originale Appaloosa
Anno 2008
Regista Ed Harris
Durata 116
Paese USA
Genere western
Trama Territori del New Mexico, 1882. Lo sceriffo Virgil Cole ed il suo vice Everett Hitch vengono assoldati dalla comunità di minatori di Appaloosa, una cittadina senza legge, che deve difendersi dai soprusi di Randall Bragg, proprietario terriero e uomo senza scrupoli. Tuttavia, l'arrivo di un'attraente vedova, Allie French, scombussolerà i piani dei due amici...Note - PROIEZIONE SPECIALE AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (III EDIZIONE, 2008).Critica "Equamente diviso fra azione e introspezione, per quanto la parola possa adattarsi a un western, servito da un uso brillante dei dialoghi, sia quando i protagonisti parlano pochissimo (quasi sempre), sia quando invece cercano di analizzare i loro sentimenti e i comportamenti non proprio leali della vedova French, 'Appaloosa' è una specie di 'Jules e Jim' della frontiera (Truffaut ci perdoni) che usa tutti i cliché del genere, a partire dalla classica amicizia virile, per smontare con sottigliezza e humour i pregiudizi dei personaggi. E degli spettatori, naturalmente. L'accostamento fra stile classico e sensibilità moderna disturberà i puristi. Noi, strano a dirsi, abbiamo capito qualcosa in più delle donne dopo due ore di paesaggi, cavalli e sparatorie. Anche il West non è più quello di una volta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 26 ottobre 2008)"Una ventata d'aria pura. Un soprassalto del cuore. Ci voleva la proiezione speciale di 'Appaloosa' per fare viaggiare all'indietro nel tempo e ritornare a quando gli schermi delle sale sapevano incendiare la fantasia e i film, puntata dopo puntata, potevano inciderci la loro moderna versione dell'epica. La grande magia è avvenuta grazie al talento e alla passione di Ed Harris, attore super già cimentatosi con la regia ('Pollock'), che traspone nel nitore anticato della fotografia di Dean Semler un romanzo ambientato nel selvaggio West di fine Ottocento. (...) L'accoppiata Harris-Mortensen funziona a mille, sia nelle ariose e avvincenti sequenze di cavalcate, agguati e sparatorie, sia negli intermezzi attraversati da una tagliente ironia debitrice della revisione mitografica di Sergio Leone. Ma quello che conquista è lo spirito del racconto, baldanzoso e brutale, romantico e malinconico: la mano di Harris è quella tipica del 'raccontatore di storie', asciutta e sicura, in grado di trarre emozioni dagli stereotipi del genere." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 26 ottobre 2008)"Il western è morto, viva il western. Dato periodicamente per spacciato e puntualmente risorto ecco un genere che non si decide a sparire dalla storia del cinema. Ma finché ci saranno film come 'Appaloosa' il western godrà di lunga e felice vita. Prendete infatti tutte le situazioni più caratteristiche del filone - una cittadina vessata dai banditi, i notabili che assoldano uno sceriffo per difenderla, una donna che sopraggiunge a romperne gli equilibri - aggiungetevi tutte le atmosfere tipiche - l'amicizia virile, il romanticismo dei paesaggi, il fascino dei silenzi - e avrete 'Appaloosa'. Ovvero un western assolutamente classico." (Giacomo Vailatti, 'Avvenire', 26 ottobre 2008)"'Appaloosa' è un western ultraclassico che però non dimentica di interrogarsi sulla storia del genere e su quella del suo Paese. Raccontando la storia di Virgil e Everett (...), il film da una parte si riallaccia alla grande tradizione western (lo spunto ricorda 'Ultima notte a Warlock' ma anche 'Sfida infernale') e dall'altra riprende il tema che Harris aveva esplorato nel suo esordio da regista ('Pollock): la forza di una vocazione e l'impegno a essere coerente con se stesso fino in fondo. (...) In questo modo la riflessione sui compiti dell'uomo e su quello cui si deve rinunciare per essere coerenti si lega a un'appassionata rivisitazione delle radici storiche dell'America e del suo genere cinematografico per eccellenza." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 26 ottobre 2008)"In una storia classica, in cui ci sono i buoni e i cattivi con la faccia da duri, si inserisce una vedova un po' 'allegra' (Renée Zellweger), di cui Virgil si innamora. Un racconto che si ispira ai grandi classici del western americano, ma che è originale per quanto riguarda l'ironia sottile nei dialoghi scritti e recitati magnificamente e anche nell'irrisolto, per un western, ritratto fatto del ruolo femminile." (Giampiero De Chiara, 'Libero', 26 ottobre 2008)"La carta vincente di Ed Harris, regista che come Tommy Lee Jones sa mettere in campo (e fuori) la sua esperienza d'attore, è l'umorismo intelligente con cui maneggia il genere, le citazioni e i piccoli omaggi senza che questi però divengano mai post. La sua 'Appaloosa', anche se vi ritroviamo tutte le figure del Mito americano, vive comunque una dimensione assolutamente contemporanea. Non postmoderna ma forse di smarrimento, esercitato anch'esso con grazia lieve, nella recitazione, nel tono sospeso di frasi e battute, in quei lampi di autoironia che illuminano anche le frasi più cattive, o quel maschismo ostentato in realtà fragile di facilissima seduzione. Alla fine 'Appaloosa' e i suoi irresistibili eroi vivono fuori dal tempo, anzi appartengono al presente, e lì in quel confine remoto, l'America oggi non è troppo lontana." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 26 ottobre 2008)
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Titolo IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI
Titolo originale Around The World In 80 Days
Anno 2004
Regista Frank Coraci
Durata 120
Paese USA, GERMANIA, IRLANDA, GRAN BRETAGNA
Genere avventura, azione, commedia, romantico
Trama Passepartout, un ladro cinese che ha rubato una preziosa statua di giada raffigurante il Buddha, intraprende un viaggio avventuroso in compagnia dell'eccentrico inventore inglese, Phileas Fogg, che ha scommesso con i membri del suo club di riuscire a fare il giro del mondo in soli 80 giorni, usando vari mezzi di trasporto. Durante il viaggio, i due si imbattono in una serie di loschi personaggi, mentre sulle loro tracce si è messo un detective, convinto che Fogg sia il responsbile della rapina ai danni di una delle più importanti banche di Londra...Critica "Da Jules Verne ai Monty Python, passando per David Niven. Non si tratta di un bignami sulla storia del cinema, ma è decisamente un bel giro. Per l'esattezza, quello del mondo in 80 giorni. (...) Esattamente come Phileas Fogg, Coraci ha il coraggio di sperimentare. Ed è così che è riuscito a trasformare il popolare romanzo di Verne in una commedia che strappa più risate del previsto. Grazie anche al funambolico Jackie Chan, nei panni del servitore cinese Passepartout, e all'ex Monty Python John Cleese. Rispetto all'ormai corposissimo filone del comico involontario, con 'Il giro del mondo in 80 giorni', si è un passo avanti. Certo, non stiamo parlando di cinema-verità, ma non sempre le rivelazioni decisive avvengono attraverso la seriosità: ricordate Peter Pan?". (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 28 gennaio 2005)"Questa ricca versione Duemila di un'avventura che attraverso la smodata fantasia di Verne rappresentava le tensioni progressiste e la fede scientifica nella seconda metà del secolo XIX, storpia lo spirito originale in nome di un pretestuoso monumento alle cineserie e alla spettacolarità acrobatica di Jackie Chan, specialista in arti marziali e star di questo film nel ruolo di Passepartourt. Mentre l'esotismo che all'epoca aveva, sì, una radice colonialista ma conteneva anche valori di conoscenza, risulta svuotato e rinsecchito, forzatamente letto come profetica visione di tolleranza globale." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 28 gennaio 2005)"A 100 anni dalla morte di Verne, il cinema lo omaggia con un altro 'Giro del mondo in 80 giorni', avventura multinazionale di Frank Caraci coreografata, recitata e coprodotta dal manesco divo di Hong Kong Jackie Chan che si azzuffa in due scene di cazzotti. (...) Non si va per il sottile e il fuso orario salva il lieto fine: rispetto al 1873 del libro, oggi il mondo lo si gira in poche ore, ma ai ragazzi piacerà. Kathy Bates è la regina Vittoria e il principe-governatore della California Schwarzenegger fa una comparsata in acqua." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 gennaio 2005)"A 100 anni dalla morte di Verne, il cinema lo omaggia con un altro 'Giro del mondo in 80 giorni', avventura di Frank Coraci coreografata, recitata e coprodotta dal manesco divo di Hong Kong Jackie Chan che si azzuffa in due scene di cazzotti. Accompagna l'inventore sospettato della rapina in banca e la bella pittrice nell' inclusive tour che tocca Cina e India, Londra e Parigi. Rispetto al 1873 del libro, oggi il mondo lo si gira in poche ore, ma ai ragazzi piacerà." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 5 febbraio 2005)
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Titolo Asterix e i Vichinghi
Titolo originale Astérix Et Les Vikings
Anno 2006
Regista Stefan Fjeldmark, Jesper Møller
Durata 78
Paese FRANCIA, DANIMARCA
Genere animazione, avventura
Trama Nel piccolo villaggio della Gallia arriva da Lutezia il giovane Goudurix, nipote del capovillaggio, che viene affidato alle cure di Asterix ed Obelix, incaricati di fornirgli gli insegnamenti necessari a farlo diventare un uomo saggio e valoroso. Dietro l'aspetto da adolescente arrogante e sbruffone, Goudurix nasconde un animo pauroso e l'addestramento che riceve si rivela traumatico per lui. Nel frattempo, i Vichinghi giungono in Gallia alla ricerca di un 'Campione della paura' che, secondo quanto predetto da un mago, insegnerà al popolo venuto dal Nord l'arte di volare. E chi meglio di Goudirix, vigliacco e fifone, potrebbe essere il prescelto? I Vichinghi infatti lo rapiscono e lo portano via con loro. Asterix e Obelix partono così per il Grande Nord alla ricerca del loro protetto che, a sua volta, grazie alla conoscenza di Abba, una giovane vichinga, imparerà quanto coraggio può infondere l'amore.Note - NELLA VERSIONE ITALIANA LA VOCE DI OBELIX E' DI PINO INSEGNO, QUELLA DI ABBA DI MARTINA STELLA.Critica "Il fumetto ideato nel 1959 da René Gonscinny (testi) e Albert Uderzo (disegni), diventa in questa animazione dei personaggi guidata da due registi danesi, piuttosto banale e sguaiata: le scene di massa (conflitti, battaglie, galoppate) e quelle di sfondo e di paesaggio (paesi sotto la neve, panorami roccioso, primavere) sono ben fatte." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 16 marzo 2007)"La commedia animata a disegni puliti e chiari funziona con i ritmi giusti, scontri fra musiche rap e celtiche, nomi a doppio senso (Abba, Ikkea..), citazioni scherzose. E come consuetudine ormai acquisita per ogni cartoon movie che si rispetti, non andatevene prima che siano terminati i divertenti e animati titoli di coda." (Thomas Martinelli, 'Il Manifesto', 16 marzo 2007)
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Titolo Australia
Titolo originale Australia
Anno 2008
Regista Baz Luhrmann
Durata 165
Paese USA, AUSTRALIA
Genere avventura, drammatico, guerra, romantico
Trama Alle soglie della II Guerra Mondiale, Lady Sarah Ashley, un'aristocratica inglese, si trasferisce nel Maryland, in Australia, per raggiungere suo marito e costringerlo a vendere una proprietà considerata ormai improduttiva e che è entrata nelle mire di un suo connazionale. Tuttavia, quando arriva a Darwin, Lady Ashley ha un'amara sorpresa: suo marito è stato ucciso mentre cercava di chiudere un grosso affare per una fornitura di 1.500 capi di bestiame destinata al sostentamento dell'esercito in partenza per la guerra. Nonostante la sua scarsa conoscenza nel campo dell'allevamento e del trasporto delle mandrie, la donna decide di condurre lei stessa in porto sia l'affare che la consegna e per riuscire nell'impresa si avvale dell'aiuto e dell'esperienza di Drover, un affascinante mandriano dai modi piuttosto grossolani ma che non tarderà a conquistare il suo cuore. I due, sfidando le convenzioni, le malelingue dei benpensanti e le continue insidie messe in atto dai concorrenti per mettere loro il bastone tra le ruote, riusciranno a chiudere l'affare che permetterà anche di riportare la proprietà al suo antico splendore. Nel frattempo, Lady Ashley porterà avanti anche una dura battaglia per impedire che le venga portato via Nullah, un ragazzo meticcio, figlio di una donna aborigena e di un bianco, cui lei si è affezionata e che sta crescendo come un figlio ma che per legge è destinato ad essere parte della 'generazione rubata'. Quando tutto sembra andare per il meglio, però, Drover accetta un incarico che lo farà stare via a lungo, Nullah viene preso dalle autorità e i giapponesi, che hanno già sferrato il duro attacco a Pearl Harbor, bombardano la città di Darwin...Note - CANDIDATO ALL'OSCAR 2009 PER I MIGLIORI COSTUMI.Critica "Se le ambizioni sono titaniche - raccontare la Storia e l'Identità di un continente - e le aspettativecrescono in proporzione, il rischio è che vadano di pari passo anche le attese. E, proporzionalmente,le possibili delusioni. 'Australia' è un film di quasi tre ore, dove il melodramma si mescola alla ricostruzione storica, il marketing allo star system, il kitsch alla cinefilia. E le ambizioni - ahimè - alla banalità. Nei suoi film precedenti, specie 'Romeo+Giulietta' e 'Moulin Rouge!', Luhrmann aveva trovato in una personalissima 'banalizzazione' dei temi del post moderno la chiave per conquistare i gusti del pubblico: lo scontro amore/morte che riverbera dalla storia di coppia alla società ostile era vivificato da una colonna sonora volutamente accattivante, che accentuava una lettura distaccata e in arte autoironica dei due film. Deciso a raccontare le contraddizioni della terra australiana, dove si mescolavano l'orgoglio e la superbia dei coloni (e padroni) inglesi con l'emarginazione o addirittura lo sradicamento della cultura aborigena, Luhrmann punta più sul cinema (e la sua storia) che sulla musica per aggiornare una trama che racconta sempre la stessa storia, quella di una donna costretta a smettere i propri pregiudizi di straniera per scoprire e accettare i valori dell'uomo (e della cultura) locale." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 16 gennaio 2009)"Siamo fra 'Via col vento' e 'Indiana Jones' ma in chiave camp, con scazzottate da Bud Spencer, mandrie sterminate, strapiombi da brivido, stregoni ubiqui. Lo spettacolo c'è, ci mancherebbe, e non per sbagliare Buz cita 'Il mago di Oz', ormai più abusato di 'Casablanca'. Ma il peggio è la seconda parte; che intreccia il sequestro del piccolo aborigeno ai bombardamenti di Darwin, la 'Pearl Harbour' australiana, come se di colpo ci dovessimo vergognare di esserci divertiti. Intempestivo, ipocrita, confuso, ricattatorio, abbastanza assurdo. Un cattivo servizio a una buona causa." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 gennaio 2009) "Il western si presenta sotto varie forme. In fondo è un western anche 'Australia', di Baz Luhrmann: un dichiarato remake di 'Via col vento' che nella prima parte racconta una transumanza di bovini che vorrebbe sfidare 'Il fiume rosso'. Peccato che la scena della mandria sbandata sia forse la più brutta della storia del cinema, e che il film sia di rara assurdità. Persino la protagonista Nicole Kidman ha dichiarato di essersi 'vergognata' rivedendosi. Ma sarà vero?" (Alberto Crespi, 'LUnità', 16 gennaio 2009) "Tramonti mozzafiato, scenari naturali da pieghevole turistico, buoni e cattivi separati da un colpo d'accetta per evitare malintesi, 'Australia' si dilunga per due ore e mezzo nel raccontare storie già viste, non solo quella dell'amore tra i due protagonisti così diversi e così simili, ma anche quella della generazione rubata, affrontata con ben altro piglio da letteratura, cinema e storia. E forse il limite di tutta l'operazione è proprio questo; voler mettere nel calderone un po' troppo. La segregazione, i magnati criminali, gli aborigeni che sanno magie a noi ignote, il rapporto con la lontana madrepatria imperiale, la guerra, il tutto intriso di nostalgia per i western d'altri tempi. Riproporre oggi il western in versione southern suona stravagante ma soprattutto stridente, un dejà vu senza sorprese, che annulla qualsiasi pathos. Lo stupore di Nicole Kidman di fronte al canguro saltellante è degno del miglior cinepanettone, così come la fucilata che lo abbatte per trasformarlo in cibo sgomentando la signora. Ma forse si spiega così l'uscita dopo le feste del film, qualcuno avrebbe potuto fraintendere con un 'Natale in Australia' pretendendo il rimborso del biglietto all'uscita perché qui le risate sono poche e involontarie." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 16 gennaio 2009)"La banda degli australiani (il regista e la Kidman sono pure coproduttori del film) non si è privata di nulla: amore di lei senza figli per un orfano semiaborigeno, disprezzo di lui per i ricchi oziosi, arroganze, incontrarsi perdersi e ritrovarsi, smarrimento e ritrovamento del bambino, rancore di lui verso la società razzista che gli ha impedito di far curare in ospedale la moglie aborigena portandola alla morte, disprezzo di lei verso i rozzi ricchi locali. 'Australia' si è così dilatato sino a una notevole lunghezza, ideale per chi ama il genere.". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 16 gennaio 2009)"Niente a che vedere con la folle bellezza del precedente 'Moulin Rouge!' Nicole Kidman ha perso lo shining e procede attonita e inespressiva verso il proprio destino, che sarebbe il rude Hugh Jackman, bello sì, ma in versione pubblicità del bagnoschiuma con cascate e cavallo. In questi casi o ci si salva con lo humour o con il messaggio: il primo difetta, il secondo è flebile e dejà vu, perché sul dramma della 'generazione rubata', quella dei bimbi aborigeni strappati alle famiglie per servire i bianchi, abbiamo visto racconti ben più intensi ed efficaci. Peccato." (Piera Detassis, 'Panorama', 22 gennaio 2009)
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Titolo Avalon
Titolo originale Avalon
Anno 1990
Regista Barry Levinson
Durata 122
Paese USA
Genere drammatico
Trama Nel 1914 emigra a Baltimora dalla natìa Polonia un baldo giovane ebreo: è Sam Krichinsky che, insediatosi nel quartiere di Avalon, comincia a lavorare tappezzando pareti di carte a fiori. L'America appare come la terra promessa: tutti gli immigrati europei si fanno appena possibile raggiungere da mogli, figli e cugini e ben presto anche i Krischinsky sono numerosi, sempre attaccati alle loro tradizioni e validi lavoratori. Gli anni trascorrono: Sam, il più conservatore, si trasferisce con la moglie Eva da Avalon in periferia, dapprima un pò squallida, poi sempre più curata e ricca di verde, per vivere con il figlio Jules, il quale è diventato un bravissimo giovane, con la nuora Anna ed il simpatico nipotino Michael. Tutta la "famiglia" si incontra spesso e nessuno manca nel "giorno del ringraziamento" per la rituale tavolata: ci sono Hymie, William, Gabriele e Nathan (fratelli di Sam e i loro parenti). I più giovani, sia pur rispettosi delle tradizioni, intraprendono nuove attività: anericanizzati i loro cognomi, Jules comincia ad entrare in affari insieme al cugino Izzy. I due mettono su un negozio di televisori; poi Izzy - più svelto e spregiudicato - suggerisce di affidarsi allo slogan ed alla pratica commerciale della garanzia del prezzo più basso, per battere la concorrenza. In seguito, malgrado mutui e debiti, i giovani hanno un grosso magazzino zeppo non solo di televisori, ma di elettrodomestici (che cominciano a tirare sul mercato). I nonni si occupano volentieri del nipotini, Eva borbotta un pò, finchè un giorno arriva a Baltimora Simka, fratello sconosciuto della donna, con moglie e bambina, polacche anche loro, tutti già in un campo di internamento tedesco. I nuovi immigrati scelgono, però, di lavorare in una "farm", ma alle riunioni del Krichinsky sono presenti anch'essi. La vita scorre nei suoi ritmi quotidiani, con piccoli eventi anche semplici, gioie, a volte battibecchi e contrattempi vari. Anna è incinta di David e, quando questi vedrà la luce, Sam ed Eva se ne andranno da soli in un altro alloggio. In occasione della festa del 4 luglio, Jules e Izzy inaugurano il loro nuovo negozio, ma questo va a fuoco. Il piccolo Michael e il cugino Teddy, molto amanti il primo dei fiammiferi e l'altro dei petardi, erano andati negli scantinati per fare uno dei loro giochetti imprudenti. Egli, consigliato dal nonno, trova il coraggio d'accusarsi con il padre del disastro. In realtà si è trattato di un corto circuito al quarto piano, ma intanto tutto è andato distrutto nel rogo. Jules e Izzy, superate le difficoltà con il duro lavoro, riprendono la loro attività mentre Eva ha un semplice malore e muore quietamente. Sam, ormai solo si trasferisce in un cronicario, dove Michael - ormai uomo fatto - porta un bimbetto, suo figlio, a conoscere il bisnonno. Ha il nome di Sam, lo stesso del vecchio polacco emigrato negli Stati Uniti, che ora vive di ricordi.Critica "Avalon è un film elegante e nostalgico cui manca forse un centro drammaturgico preciso. Per dar corpo ai fantasmi del passato il regista ha preferito evitare le star, privilegiando il criterio della somiglianza con i personaggi reali. E proprio gli interpreti, di eccezionale bravura, sono il punto di forza del rapsodico film". (Alessandra Levantesi, La Stampa)"Una serie di incertezze e una certa freddezza hanno nuociuto alla sceneggiatura, episodica e poco fresca". (Gabriella Giannice, Il Giornale)"In una storia di sottotoni, di ripicche e di ricatti, di espressivi silenzi, di poesia buttata all'angolo; ai confini con la banalità, e qui l'applauso va generalizzato a tutto il cast". (Maurizio Porro, Il Corriere della Sera)"Il film è da vedere per la sensibilità e la perizia tecnica con cui ricostruisce i costumi di mezzo secolo, per la commozione e lo spasso che suscita, per la colorita sveltezza dello stile, per le belle musiche, per le ricche scenografie e per i suoi bravi attori". (Giovanni Grazzini, Il Messaggero)
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Titolo Aviator, The
Titolo originale Aviator, The
Anno 2004
Regista Martin Scorsese
Durata 169
Paese USA, GIAPPONE, GERMANIA
Genere drammatico
Trama Della vita dell'eccentrico miliardario Howard Hughes, industriale, produttore, regista, progettista e aviatore vengono narrati gli anni più avventurosi, quelli tra il 1939 e il 1947 prima che le sue paranoie (aveva paura dei germi) lo costringessero ad un isolamento claustrofobico. Vengono ricreati, quindi, gli anni d'oro di Hollywood, i suoi amori per le dive più belle e famose dell'epoca sullo sfondo del Club Coconuts e del Grauman Chinese Theater di Los Angeles.Note - GWEN STEFANI E' LA CANTANTE DEL POPOLARISSIMO GRUPPO "NO DOUBT"- GOLDEN GLOBE 2005 PER IL MIGLIOR FILM DRAMMATICO, A LEONARDO DI CAPRIO PER IL MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA IN UN FILM DRAMMATICO E A HOWARD SHORE PER LA MIGLIORE COLONNA SONORA ORIGINALE.- 11 CANDIDATURE AGLI OSCAR 2005 : MIGLIOR FILM, MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (LEONARDO DI CAPRIO), MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (ALAN ALDA), MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (CATE BLANCHETT), MIGLIOR REGIA (MARTIN SCORSESE), MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE (JOHN LOGAN), MIGLIOR FOTOGRAFIA (ROBERT RICHARDSON), MIGLIOR MONTAGGIO (THELMA SCHOONMAKER), MIGLIOR SCENOGRAFIA (DANTE FERRETTI E FRANCESCA LO SCHIAVO), MIGLIORI COSTUMI (SANDY POWELL), MIGLIOR SUONO (TOM FLEISCHMAN, PETUR HLIDDAL). - OSCAR 2005: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (CATE BLANCHETT), MIGLIOR FOTOGRAFIA, MIGLIOR SCENOGRAFIA, MIGLIOR MONTAGGIO, MIGLIORI COSTUMI.Critica "Si capisce cosa abbia attratto Scorsese nell'ascesa e caduta di Howard Hughes, inventore e pilota, produttore e regista, megalomane e patofobo destinato a finire i suoi giorni autorecluso, vittima di paure insondabili e ossessioni igieniche. Si capisce pure che dopo il fiasco bruciante del più azzardato 'Gangs di New York', il grande regista italoamericano volesse ripartire subito con un film su commissione, per quanto colossale, facendolo il più possibile suo. Eppure, malgrado i pezzi di bravura, le fastose ricostruzioni d'epoca del fedele Dante Ferretti, la gran mole di spunti di ogni genere, o forse proprio per questo, 'The Aviator' non decolla mai davvero. (...) Però qua e là affiorano disinvoltura, tinte forti, semplificazioni tipiche dei biopic targati Miramax. Così figure del calibro di Ava Gardner e Jean Harlow risultano buttate via, mentre la morbida Cate Blanchett è così brava che pur strafacendo fa una Katharine Hepburn credibile quanto diversa dal modello, una rossa aguzza e con labbra sottili. Più riuscito il lato aviatorio e industriale, le bravate, i voli di prova, gli incidenti tremendi, la lunga battaglia di Hughes contro il boss della Pan Am e il suo senatore di fiducia (Alec Baldwin e Alan Alda, eccellenti). Ma il film da 120 milioni di dollari resta inoffensivo, più laborioso che convincente, più fragoroso che davvero emozionante. Magari, con i costi raggiunti dai kolossal, è inutile aspettarsi lavori molto personali. Ma cos'altro chiedere a Scorsese?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 gennaio 2005)"Un cineasta totale come Martin Scorsese non si discute, si ama. Figuriamoci se può dispiacerci la solita manfrina della compagnia degli Oscar, che sta per acclamare 'The Aviator' dopo avergli scippato almeno tre en plein ('Taxi Driver', 'Toro scatenato', 'Casinò'). Intendiamoci, il film che rievoca in quasi tre ore vent'anni cruciali (1927-1947) della vita del leggendario Howard Hughes è di tutto rispetto perché riesce a tratteggiare nella sfarzosa confezione i precisi contorni di un'icona misteriosa e maledetta della storia americana. Però succede che alcuni temi penalizzino gli altri, che i guizzi di classe estemporanea prescindano dal gioco di squadra, che il dettaglio prevalga sull'insieme: nell'inseguire la magnifica ossessione per l'aviazione, il cinema e le belle donne che scandì l'epopea di un antieroe paranoico e passionale, insomma, Scorsese ha messo troppa carne al fuoco e profuso a intermittenza il proprio talento visionario. Per sua e nostra fortuna Leonardo Di Caprio, ottimo attore danneggiato presso l'opinione corrente dagli isterismi delle fans, regge l'arduo compito d'impersonare le debordanti ambiguità del protagonista, facendolo oscillare sapientemente tra genio e follia, mitologia e megalomania." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 gennaio 2005)"Dev'essere stato un bel problema per Martin Scorsese trovare la chiave giusta per raccontare un personaggio insondabile e non simpaticissimo; ma le 11 nominations attestano il successo dell'operazione in attesa di una convalida del pubblico. Sarà comunque un altro problema per i 5.800 votanti dell'Oscar decidere chi è più bravo fra Leonardo Di Caprio (Hughes) o James Foxx (Ray Charles). La differenza fra i due ispirati interpreti è che il primo ha dovuto reinventare il suo eroe dai documenti e il secondo ha imparato a imitare il leggendario musicista, che gli ha prestato la voce come cantante, attraverso un intenso rapporto personale. Penetrare nella psicologia e nelle motivazioni di qualcuno realmente esistito costringe l'attore ritrattista a un impegno duplice: da una parte si muove come uno psicanalista, dall' altra deve puntare a un' accattivante sintesi spettacolare. In tale senso 'The Aviator' e 'Ray', pur diversissimi, hanno in comune un atteggiamento nuovo: quello di evocare con il massimo della verosimiglianza i personaggi chiamati in causa, senza nasconderne vizi, debolezze e malefatte. (...) L'importante tuttavia è che dietro i protagonisti, come riesce in maniera eccelsa a Scorsese e in buona misura anche al Taylor Hackford di Ray, emergano il mondo nel quale hanno operto, gli ambienti, gli umori, le situazioni. E' un modo emozionale e tipicamente americano, di "Mettendo in scena vent'anni di vita del magnate per eccellenza, Scorsese non ci fa mancare nulla del 'mistero Hughes': tycoon megalomane e iperdotato, personalità deduttiva e uomo politicamente ambiguo, eroe dell'aria e bambino autodistruttivo, protagonista di scandali. Si concede il piacere di girare scene alla maniera di Hollywood del tempo che fu; fino a riprodurre l'impasto cromatico della fotografia, senza tuttavia cadere nel feticismo. Realizza un incidente aereo mozzafiato. Malgrado lo strumento del flash-forward, riesce a introdurci per gradi al rovinoso declino dell'uomo, coniugandone i tratti di ambiguità e complessità con quelli di umanità. Evita i freudismi e le scorciatoie psicologiche, cosa meno facile di quel che sembri. Ci offre due ore e tre quarti di grande spettacolo. Non osa portare fino in fondo, però, l'implicito che poteva fare di 'The Aviator'. Un film geniale: così come demolì il mito della nascita di una Nazione ('Gangs of New York'), allo stesso modo aveva sottomano l'occasione di fare a pezzi il Sogno Americano, equiparandolo alla paranoia pura e semplice. Che ne fosse tentato, si percepisce da molti indizi (...) E invece Scorsese si è arrestato prima, è passato al fianco della volontà di potenza del personaggio, ha glissato sui rapporti tra successo, iperattività e nevrosi." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 28 gennaio 2005)"Ricreando la Hollywood degli anni folli, il film resuscita Katharine Hepburn con la sua famiglia snob, Ava Gardner, Jean Harlow, Faith Domergue ma parla anche delle relazioni pericolose coi politici, le lotte per il dominio economico dei cieli, finendo con la maxi nevrosi che isola Hughes, terrorizzato dai microbi, dal mondo. Fastoso ma non festoso il grande 'Aviator' vola coraggioso, il cinema è come un volo anche per l' autore che non perde quota, ci appassiona con una furente voglia di cinema. Di Caprio resta giovanottello ma è bravissimo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 5 febbraio 2005)
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Titolo Awake - Anestesia cosciente
Titolo originale Awake
Anno 2007
Regista Joby Harold
Durata 84
Paese USA
Genere thriller
Trama Il giovane Clay Berenson viene sottoposto ad un trapianto di cuore, ma durante l'operazione si trova a vivere la drammatica esperienza della 'consapevolezza intraoperatoria': il suo corpo è paralizzato dall'anestesia ma lui è sveglio e resta vigile per tutta la durata dell'intervento. Realtà e immaginazione si alterneranno nella mente di Clay, condizionando la sua esistenza e quella dei suoi cari.Critica "Per mettere in scena un racconto abbastanza depressivo, fitto di allucinazioni e false piste, la produzione ha assorbito un cast attraente: oltre a Christensen e Alba, ci sono Terrence Howard nella parte dell'ambiguo dottore e Lena Olin, la mamma. Senza che la loro partecipazione valga a fare del film molto più di un'inquietante bizzarria."(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 novembre 2008)"L'esagerazione incontrollata fa sì che l'incubo vero diventi ridicolo." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 novembre 2008)"'Awake - Anestesia cosciente' è un'opera prima incosciente scritta e diretta dall'inglese Joby Harold. Thriller tra i più ridicoli mai apparsi sul pianeta Terra, si avvale di colpi di scena telefonati e interpretazioni risibili. La trama ricorda sia 'La corta notte delle bambole di vetro' (1971) di Aldo Lado sia un episodio di 'Alfred Hitchcock racconta' che ispirò Stephen King per un salace raccontino. Ma in quei casi il soggetto macabro e parossistico era trattato con ben altra ironia rispetto alla goffa seriosità con cui Harold gestisce la faccenda. Hayden Christensen recita gran parte del film in stato comatoso. Strano. Non si ravvisano grandi differenze con le sue prove del passato." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 14 novembre 2008)"La pubblicità lo sconsiglia a chi sta per subire un'operazione, fate voi. E' la storia di un fenomeno di 'anestesia cosciente': uno yuppy si accorge, durante un trapianto di cuore, di non essersi addormentato, ma di sentire tutto. Avete ancora voglia di entrare in quel cinema?". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 14 novembre 2008)"L'unica cosa positiva è la durata ai minimi termini, meno di un'ora e venti. In cui la suspense non decolla mai, colpa di una storia sciatta e fiacca come poche. Gli attori sono pienamente all'altezza: in fin dei conti è un tragico match pari fra la sfiorita Lena Olin e la scalpitante Jessica Alba. Il carcere che tocca a una delle due, per accertati demeriti artistici andrebbe esteso anche all'altra." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale',14 novembre 2008)"Hayden Christensen, ex Skywalker di Lucas, è il malatino fiducioso, ingenuo, neo sposo di Jessica Alba infida fin dai tempi di 'Sin City'. Mamma super edipica alla Paolo Poli è Lena Olin, ma nel cast multiplo non proprio da Oscar, c'è anche l'abbronzato Terrence Howard." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 14 novembre 2008)
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Titolo Babylon A.D.
Titolo originale Babylon A.D.
Anno 2008
Regista Mathieu Kassovitz
Durata 90
Paese USA, FRANCIA
Genere azione, fantascienza, thriller
Trama Toorop, mercenario veterano di guerra, è incaricato di scortare una misteriosa ragazza di nome Aurora durante il trasferimento dalla Mongolia agli Stati Uniti. In realtà, la ragazza è il vettore di un organismo geneticamente modificato, creato da una setta religiosa, per dar vita a una creatura aliena in grado di sterminare la razza umana.Critica "Con il suo film 'L'odio', sulle gesta dei casseur delle periferie parigine, Mathieu Kassovitz si era segnalato come un talento dei più promettenti. Tredici anni (e parecchie delusioni) dopo, eccolo responsabile della regia di un fantasy futuribile e artificioso, dal cast fitto di nomi di richiamo compressi in ruoli stereotipati, deludente anche nelle sequenze d'azione." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 ottobre 2008)"Dal quarantenne regista francese Kassovitz si poteva aspettarsi di meglio, ma il film è interessante per la sua crudeltà, per il mondo futuro che ipotizza per lo stile. Non manca neppure l'idillio tra il brutto protagonista e la bella Mélanie Thierry, unico momento profondamente e provocatoriamente horror. Brevi apparizioni di Charlotte Rampling (gelida padrona) e di Gérard Depardieu (un cattivo)." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 ottobre 2008)"I francesi sono gli unici in Europa che cercano di confrontarsi con i grandi blockbuster d'azione e per farlo chiamano i loro pupilli più spregiudicati. Mathieu Kassovitz si cimenta con un kolossal fantascientifico che è esagerato fin dal titolo: 'Babylon A.D.'. Il confronto è proprio sul piano dell'immaginario catastrofista fanta-sociale e il risultato è una copia brutta di tutti i film hollywoodiano del genere. A un ex combattente gli viene chiesto dalla mafia del futuro di scortare una giovane donna dalla Mongolia a New York, non sapendo di star per consegnare una sorta di bomba a orologeria. Ne succederà di ogni, in un concentrato indigesto di cinema di genere, da 'I figli degli uomini' a 'L'esercito delle dodici scimmie', aumentato a dismisura proprio da quel sentimento di grandezza applicato al catastrofismo diventa ridicolo e puerile ." (Dario Zonta, 'L'Unità', 24 ottobre 2008)
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Titolo Ritorno al futuro
Titolo originale Back To The Future
Anno 1985
Regista Robert Zemeckis
Durata 116
Paese USA
Genere avventura, commedia, fantascienza
Trama Marty McFly vive con i genitori e i fratelli a Hill Walley: è un simpatico diciassettenne, che una sera incontra uno scienziato spiritato - il dott. Brown - il quale è riuscito a trasformare un'auto DeLorean in uno straordinario "veicolo del tempo". L'auto è alimentata da plutonio, che Brown ha sottratto a dei terroristi libici e questi lo tallonano per vendicarsi, finchè gli sparano, poco dopo che il vecchio ha sommariamente spiegato a Marty gli elementi essenziali della sua creatura e le possibilità straordinarie che a questa si presentano. Così Marty, per salvarsi dagli aggressori, parte a razzo e tutto solo e si ritroverà nella sua stessa cittadina trent'anni prima, giusto nel 1955. Egli andrà incontro ad imprevedibili avventure, si troverà coinvolto in situazioni bizzarre e farà spesso con la gente la figura dello sprovveduto o del matto (il bar locale è sempre lo stesso, ma certo il ragazzo non vi troverà la "Fanta" che richiede e così via discorrendo). Proprio lì egli conosce George McFly, suo futuro padre, un suo coetaneo goffo e sbeffeggiato dai compagni di scuola (sempre quella, ovviamente) e per di più incontra Lorraine Baines, altra diciassettenne, destinata a sposare George e, a tempo debito, a mettere al mondo proprio lui (anche se, nel '55, quella graziosa ragazza pare trovarlo infinitamente attraente e simpatico). Marty scopre poi la casa dove Brown lavora, anche lui più giovane, ma con la sua grande zazzera bianca al vento e tutto preso dai suoi esperimenti scientifici. Quello che però preme maggiormente a Marty è che Lorraine si innamori di George, ma questi è così timido che occorreranno al giovanotto mille astuzie per spingere i due l'uno nelle braccia dell'altro, pena ... l'avvenire di Marty stesso. Poi, rincuorato e stimolato dal nuovo amico, George salva Lorraine dalle "avances" di un mezzo teppista locale e la porta ad un ballo pubblico, dove con il primo bacio scoccherà la scintilla fatale. Ora che le necessarie premesse sono assicurate, Marty desidera tornare nell'anno 1985 e, quindi, a casa. Grazie ai suoi geniali marchingegni (e profittando di un fulmine che alle 22 e 4 minuti di una sera di trent'anni prima era piombato sul grande orologio cittadino di Hill Walley), il dottor Brown fa ripartire il ragazzo per la sua camera da letto. A casa egli ritrova i suoi, George che ora è un uomo più deciso e fortunato, l'ex teppistello di trent'anni prima, che ora gli lava la macchina e, soprattutto, sua madre, sempre graziosa e gentile. Tutto non è durato che una manciata di secondi. Ma si direbbe che quel Brown sia immortale: Marty lo vedrà ricomparire alla fine, proprio mentre incontra di nuovo, un po' stonato data la sua fantastica avventura, l'amichetta del cuore...Note - OSCAR (ACADEMY AWARDS) (1985):MIGLIORI EFFETTI SPECIALI SONORI.- PREMIO DAVID 1986 PER MIGLIOR SCENEGGIATURA STRANIERA (BOB GALE E ROBERT ZEMECKIS), MIGLIORE PRODUZIONE STRANIERA (STEVEN SPIELBERG).- IL FILM E' STATO CAMPIONE D'INCASSI NEGLI STATI UNITI NEL 1985.Critica "Spassosa e intelligente commedia camuffata da favola fantastica, diretta da Robert Zemeckis, con la supervisione dell'infallibile Steven Spielberg, che fu travolta da un clamoroso successo di pubblico. Una sorta di 'American graffiti' nel segno della nostalgia, che prende dolcemente per il bavero gli States di trent'anni prima (valga per tutti il Reagan cowboy). Scoppiettante e ricco di trovate con una vena di malinconia, diventerà uno dei film più copiati di sempre". (Massimo Bertarelli, 'Il giornale', 11 novembre 2001)
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Titolo Ritorno al futuro parte II
Titolo originale Back To The Future Part II
Anno 1989
Regista Robert Zemeckis
Durata 108
Paese USA
Genere fantasy
Trama Doc Brown, lo spiritato inventore, comunica al suo amico Marty McFly che per il suo bene e quello dei suoi futuri figli è opportuno che intraprenda un viaggio nel futuro, nel 2015, grazie alla famosa DeLorean alimentata da plutonio che già aveva condotto entrambi nel passato nel 1955, al fine di "correggere" gli avvenimenti che stanno per verificarsi. La missione nel 2015 ha successo, ma durante il viaggio di ritorno Marty si accorge di strani mutamenti: la tranquilla cittadina di Hill Valley è diventata una città malfamata, dominata dal perfido Biff Tannen, diventato ricco grazie a un almanacco sportivo che Marty aveva comprato nel 2015 e a lui rubato da un Biff Tannen quasi centenario, il quale riportava tutte le classifiche sportive dal 1955 in poi, consentendogli di vincere tutte le scommesse. Il laboratorio-officina di Doc è stato distrutto e l'inventore, dichiarato legalmente insano di mente, si trova rinchiuso in una casa di cura. Nel tentativo di riportare tutto alla normalità, Marty deve tornare nel 1955 per impedire che il Biff Tannen del futuro consegni al Biff Tannen giovane l'almanacco del 2015 che gli consente di conoscere in anticipo i risultati degli eventi sportivi. Alla fine riesce a modificare gli eventi, in modo che il "suo" 1985 ritorni normale, ma a causa di un uragano che scatena lampi elettrici, la DeLorean viene risucchiata nel vortice temporale, lasciando Marty nel 1955...Note - IL FINALE DEL FILM E' STATO CONCEPITO COME PROMO PER IL TERZO CAPITOLO DELLA SAGA ED I DUE FILM SONO STATI GIRATI UNO DI SEGUITO ALL'ALTRO, SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITA'. LA LAVORAZIONE DI ENTRAMBE LE PELLICOLE HA RICHIESTO 10 MESI.Critica Nel film, divertente per un certo frenetico andirivieni dei passaggi temporali interessante per i numerosi riusciti trucchi cinematografici, il filo logico tra futuro e passato ben presto scompare a causa di un libero accumulo di blocchi narrativi in diversi momenti assai complicati e farraginosi. (Segnalazioni Cinematografiche)
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Titolo Ritorno al futuro parte III
Titolo originale Back To The Future Part III
Anno 1990
Regista Robert Zemeckis
Durata 118
Paese USA
Genere fantasy
Trama Nel 1955, un estroso scienziato, Emmett Brown, detto Doc, e Marty McFly, un suo giovane amico, mentre sono intenti al recupero della "DeLorean", la prestigiosa "macchina del tempo", scoprono una tomba sulla cui lapide è ricordata l'uccisione di Emmett Brown avvenuta il 7 settembre del 1885 a Hill Valley. Per evitare la morte di Doc, Marty decide di viaggiare indietro nel tempo: giunge pertanto a Hill Valley il 2 settembre 1885 e scopre che Emmett Brown, un bizzarro maniscalco-scienziato del luogo, non solo si è attirato le ire del fuorilegge Buford "Mad Dog" Tannen ma si è anche innamorato dell'affascinante maestra Clara Clayton. Assunto il nome di Clint Eastwood, un temibile pistolero, Marty, dopo aver affrontato Mad Dog ed i suoi accoliti, riesce ad evitare la morte di Doc. Ora necessita ritornare nel futuro: poichè la "DeLorean" non è in grado di ripartire, Doc progetta di sospingerla a velocità vertiginosa con un locomotore lungo una linea ferrata. Dopo numerose peripezie e con l'aiuto di Doc e di Clara, Marty riesce a ritornare indenne nel futuro.Critica Ancora un'avventura folle, con ritmi e tensioni mozzafiato. Di nuovo successo sicuro. (Gian Luigi Rondi, Il Tempo) Regia affascinante, gag e dinamismo brillanti, belle trovate. (Lietta Tornabuoni, La Stampa)
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Titolo Bad Boys
Titolo originale Bad Boys
Anno 1995
Regista Michael Bay
Durata 116
Paese USA
Genere poliziesco
Trama A Miami, con uno spettacolare colpo, una gang si impossessa di una partita di eroina giacente, in quanto sequestrata, nel caveau della polizia: due agenti, Marcus Burnett e Mike Lowrey, vengono incaricati di indagare. Intanto Max, una prostituta di colore amica di Mike, viene invitata a casa da Eddie Dominguez l'autista della gang, che ha sottratto un pacchetto di droga: costei si presenta con l'amica Julie Mott, una fotografa. Fouchet, il capobanda, irrompe all'improvviso e uccide Eddie e Max; Julie scampa fortunosamente alla stessa sorte, e chiede la protezione di Mike, amico della defunta. Ma Mike é assente e Marcus si sostituisce a lui salvando la donna dai sicari, e la porta nella casa di Mike. Il capitano Howard ordina ai due di non rivelare l'inversione delle parti per non allarmare Julie, che decide di vendicare Max andando nel locale di Fouchet, dove si recano anche i due poliziotti che, dopo una sparatoria, riescono ad allontanarsi con Julie. Inseguiti dagli uomini di Fouchet, riescono a liberarsene solo facendo saltare i bidoni di etere, destinati alla raffinazione dell'eroina, di cui è carico il furgone utilizzato per la fuga. Frattanto lo scambio d'identità tra i due causa non pochi incidenti: Marcus crede che Mike lo tradisca con la moglie Theresa e va a casa sua dove litiga col socio, prima di accettare le sue scuse. Poi la moglie di Marcus, insospettita, va da Mike e fa una scenata al marito, supponendolo fedifrago, mentre Julie che si trova con loro ne approfitta per scappare ma viene rapita da Fouchet che ricatta la polizia per essere lasciato libero di andare via con la droga. Finalmente si scopre che Eddie ha subornato l'addetta all'archivio computerizzato della polizia che ha fornito i dati per il colpo. Costei rivela dove Fouchet nasconde la merce, e Mike e Marcus, non potendo ricorrere a rinforzi perchè destituiti, affrontano in un acceso scontro l'intera banda: Julie riesce a scampare, tutto il magazzino va a fuoco e dopo un inseguimento drammatico Fouchet viene ucciso.Critica "C'è tutto quello che si può immaginare, in questo genere di film, girato con buona mano per le scene d'azione, ma prevedibile quando dovrebbe essere illuminato dalla grazia dell'humour, è proprio il rapporto tra i due agenti che fa acqua; sono troppo visibilmente buoni, troppo infantili, non sembrano persone di questo mondo, sembrano usciti da un cartone animato." (La Nazione, Giovanni Bogani, 14/9/95)
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Titolo Batman & Robin
Titolo originale Batman & Robin
Anno 1997
Regista Joel Schumacher
Durata 130
Paese USA, GRAN BRETAGNA
Genere azione, fantasy
Trama Nella futuribile città di Gotham City, Batman, affiancato da un Robin ormai cresciuto e più indipendente, è sempre pronto ad accorrere laddove si presentano situazioni di pericolo. Nella propria, spaziosissima abitazione, quando torna a casa la sera è accolto dal fedele e amatissimo Albert, uomo tuttofare sempre prodigo di consigli e che quasi di nascosto fa ad un certo momento entrare in casa la nipote Barbara. Da lei rimane subito colpito Robin, che infine riesce a farla partecipare alle loro imprese sotto la maschera della Batgirl. Intanto una minaccia incombe: il malvagio Mr. Freeze vuole distruggere la città se non verrà accolta la sua richiesta di mettere tutto ai suoi ordini. Le autorità si rivolgono a Batman, che subito si mette in azione. Tra i suoi avversari si inserisce anche Poison Ivy, che cerca di ingannare il giovane Robin per arrivare a far cadere in trappola Batman. Questi però, sempre muovendosi nella sua doppia identità dell'eroe e del tranquillo cittadino Bruce Wayne, miliardario dedito ad opere filantropiche, riesce, dopo molti affanni, a sconfiggere il malvagio Freeze e a ridare tranquillità a Gotham City.Note - REVISIONE MINISTERO LUGLIO 1997- PER MR. FREEZE SONO STATI IDEATI BEN QUATTRO COSTUMI, REALIZZATI IN INGHILTERRA, DI CUI SOLAMENTE UNO COMPOSTO DA VENTI PARTI E PESANTE BEN 21 CHILOGRAMMI.Critica "Spettacolare e vuoto fumettone galattico, il quarto e se Dio vuole ultimo, episodio della serie, il più grandioso e fantasmagorico, ma anche il più confuso, noioso e kitsch. Se i costumisti meritano una medaglia, andrebbero radiati dall'albo gli autori, per l'abissale stupidità narrativa, e i maghi degli effetti speciali, per la nausea provocata dalle riprese impazzite. Gli occhialoni neri calati sul volto del bel George Clooney faranno singhiozzare le ammiratrici". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 30 gennaio 2001)"Con 'Batman & Robin' Schumacher tenta il bis. (...) Ma l'autentica novità sono effetti molto ma molto speciali (grande uso di computer, immagini stroboscopiche e ingrandimenti digitali) e le surreali scenografie di Barbara Ling, ispirate all'art nouveau e allo stile dei costruttivisti russi. Scenografie che danno vita a un colossale videogadget, un sogno infantile dalle atmosfere gotiche e notturne che culmina in un gigantesco spettacolo pirotecnico immerso in un bagno di moderne tecnologie. A Hollywood trionfa l'età delle meraviglie". (Enzo Natta, 'Famiglia Cristiana', 1 ottobre 1997)"E' vero che c'è qualcosa di formalmente sinistro che perturba anche l'assunzione dei rituali pop-corn, che è infine l'obiettivo complementare di ogni 'franchise' (si possono chiamare anche popcorn-movie). Ma se si accetta la sfida, sintonizzandosi col film, vien fuori una certa qualità estetica dell'operazione, che stavolta Schumacher, dopo la maldestra, tonitruante regia di 'Batman Forever', riesce a tenere in mano. La storia è soltanto un supporto convenzionale per costruire e poi di struggere una certa relazione tra lo spettatore e il set, tra il pubblico e l'audiovisione. C'è un potente effetto di sberleffo del kolossal su se stesso. È forse cinema neo-dadaista, o se preferite, questo è un film dadaista dell'era postmoderna in parte riuscito. Dopo Michael Keaton e Val Kilmer, George Clooney vorrebbe essere un Batman più fragile e ironico, strizzando l'occhio al suo pubblico televisivo. Non sappiamo che farcene, in un crio-film così. Meglio la maschera metallica di Schwarzy. Meglio il disegno floreale psichedelico di Uma Thurman". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 29 agosto 1997)"Stiracchiato a 130 minuti, sempre più zeppo di effetti speciali, poco conturbante sul piano dell'ambientazione gotico-fantastica, 'Batman & Robin' segnala la crisi di un cinema di derivazione fumettistica che raschia il fondo del barile triplicando i budget. (...) Come suggerisce il titolo, 'Batman & Robin' allarga il ruolo dello scalpitante aiutante-funambolo e introduce in famiglia la poco frequentata Batgirl, che nei fumetti era la figlia di Batwoman mentre qui ci viene presentata come la nipotina tutta pepe del vecchio maggiordomo all british. Ma la moltiplicazione dei personaggi non giova più di tanto al film, gonfio di trucchi e povero di idee". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 10 settembre 1997)
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Titolo Batman Begins
Titolo originale Batman Begins
Anno 2005
Regista Christopher Nolan
Durata 140
Paese USA
Genere avventura, azione, fantasy, poliziesco, thriller
Trama Dopo l'assassinio dei suoi genitori, Bruce Wayne decide di andare in giro per il mondo alla ricerca degli strumenti più sofisticati per combattere le ingiustizie e coloro che terrorizzano il mondo. Tornato a Gotham City, inizia a vestire i panni del suo alter ego: l'eroe mascherato Batman che usa la forza, l'intelligenza e ogni altro mezzo disponibile per combattere le forze del male che minacciano la città...Note - PRESENTATO AL FESTIVAL DI TAORMINA 2005.- NOMINATION OSCAR 2006: MIGLIOR FOTOGRAFIA.Critica Dalle note del regista e cosceneggiatore Christopher Nolan: "Ho voluto raccontare l'unica storia di Batman che gli appassionati non avevano mai visto: la storia di come Bruce Wayne è diventatoBatman, le origini della sua leggenda del suo tentativo di liberare Gotham City dall'ingiustizia"."Non sapendo come andare avanti, si va indietro; finito il romanzo si legge la prefazione. Con Christian Bale protagonista, il regista inglese Christopher Nolan risale agli inizi di Barman. (...) Meno tenebroso, bello e post-moderno dei 'Batman-movies' diretti da Tim Burton, ma interessante e ingegnoso." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 giugno 2005)"La barriera tra film popcorn e film d'autore non è più invalicabile come nel passato, ma non sempre lo sconfinamento apporta gli sperati benefici ai campi avversi. Se Tim Burton aveva genialmente reinventato l'universo fumettistico di Kane & Finger nel 'Batman' dell'89 e nel seguito del '92 ('Il ritorno', persino migliore del prototipo), Joel Schumacher ha per due volte riportato la saga dell'uomo-pipistrello nell'ambito dell'intrattenimento puro; con la quinta trasposizione, invece, Christopher Nolan ('Memento', 'Insomnia') si mantiene a metà del guado col risultato d'evitare cadute rovinose, ma anche di mancare punte eccelse. Dal punto di vista dell'onesto blockbuster, 'Batman Begins' non può rimproverarsi nulla: la fotografia è fastosa, il montaggio (sin troppo) scoppiettante, la scenografia rigorosa, il cast ottimo e abbondante. Succede peraltro che il versante psicanalitico, notturno e spettrale sconta l'inevitabile paragone con il tocco di Burton, ben più raffinato; mentre le sequenze d'azione non vanno al di là della concitazione di routine, facendo in qualche caso perdere allo spettatore il filo logico degli eventi. Discutibile anche la scelta di consacrare agli antefatti - e cioè alla formazione e alle prime esperienze del ricco ragazzino Bruce Wayne - un'ora di pellicola sulle 2 e 17' del totale, infarcita di sensi di colpa e arti marziali come un Karate Kid qualunque. (?) 'Batman Begins' non è certo da buttare, però il meglio va cercato nelle rifiniture del prodotto: come s'individua la batcaverna, come nasce la batmobile, il musetto della Holmes, le tirate reboanti del boss populista ecc. Bale ('American Psycho', 'Velvet Goldmine', 'L'uomo senza sonno') è un Batman credibile, con quel volto che sembra scalpellato nella pietra che trasmette sia la classica doppiezza del supereroe che l'incarnazione di un uomo posseduto e in perenne lotta con la propria anima." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 giugno 2005)
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Titolo Racconti incantati
Titolo originale Bedtime Stories
Anno 2008
Regista Adam Shankman
Durata 100
Paese USA
Genere commedia, fantasy
Trama Skeeter Bronson ha l'abitudine di raccontare spettacolari favole della buona notte ai suoi nipoti. La fantasia si trasformerà in una bizzarra realtà quando i personaggi e le storie delle fiabe cominceranno a prendere vita...Critica "Gli accompagnatori dei piccoli spettatori potranno ricordare quando qualcuno raccontava loro storie, prima che dormissero. Senza addormentarsi ora, forse."(Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 27 marzo 2009)
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Titolo Bee Movie
Titolo originale Bee Movie
Anno 2007
Regista Steve Hickner
Durata 90
Paese USA
Genere animazione
Trama L'ape Barry B. Benson non vuole rassegnarsi al suo triste destino: lavorare in un alveare per tutta la vita. Riesce quindi ad unirsi alla squadra dei raccoglitori di polline e si avventura all'aria aperta. Ben presto, però, scopre che la vita fuori dell'alveare e il contatto con l'uomo possono essere molto pericolosi. Quando, poi, viene a conoscenza dello sfruttamento delle api per la produzione del miele Barry decide di rivendicare i diritti delle api e con l'aiuto di Vanessa, una fioraia di New York che gli ha salvato la vita, porta avanti e vince una battaglia legale che toglie agli esseri umani ogni diritto ad usare il miele. I serbatoi degli alveari vengono così riempiti di tonnellate del prezioso nettare e i laboriosi insetti possono finalmente godersi un meritato riposo. Tuttavia, la vittoria di Barry scatena una reazione nell'ecosistema così disastrosa che le api decidono di riprendere l'importante incarico che Madre Natura ha loro assegnato.Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: JERRY SEINFELD (BARRY B. BENSON), RENÉE ZELLWEGER (VANESSA), MATTHEW BRODERICK (ADAM), JOHN GOODMAN (LAYTON T. MONTGOMERY), CHRIS ROCK (MOOSEBLOOD, LA ZANZARA), KATHY BATES (MAMMA BENSON), BARRY LEVINSON (PAPA' BENSON), LARRY KING (APE LARRY KING), OPRAH WINFREY (GIUDICE BUMBLETON), RAY LIOTTA (SE STESSO), STING (SE STESSO).- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE.Critica "Ideato e sceneggiato da Jerry Seinfeld, cabarettista molto popolare in America per una serie TV di successo che è intitolata al suo nome, il film è pieno di battute raffinate, forse persino troppo per un pubblico di bambini. Ma ci sono anche tante deliziose gag: Barry appiattito sul vetro di un auto a rischio tergicristallo o incollato a una pallina da tennis e rischio colpo di racchetta, le reazioni nevrasteniche di noi umani terrorizzati all'idea di quel pungiglione e ignari del fatto che pungendoci le povere api muoiono. Ed è divertente la presenza di ospiti di eccezione (sempre in versione disegnata) come Sting, Ray Liotta e addirittura Winnie Pooh, stigmatizzati come nemici delle api dall'intrepido Barry prima che si pervenga a un finale conciliatore dove il gioco della parti viene ristabilito in quanto utile e necessario. Personalmente a incantarci di 'Bee Movie' è la grazia e la bellezza di una grafica che non cerca mai di essere realistica: presso Spielberg, gran patron della Dreamworks, gli effetti speciali sono di un livello tecnologico sofisticatissimo, ma il modello restano i cari vecchi cartoni del tempo che fu." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 21 dicembre 2007)"Messaggio ecologista unito ad un anelito di giustizia sociale. Ma il film di Hickner e Smith vede come autore e protagonista Jerry Seinfeld (che ha piazzato i bimbi della sua famiglia come humor consultant, furbetto), cabarettista censore di costumi e qualunquista famoso in Usa per una sit-com in cui ha interpretato se stesso fino al 1997. Doppia garanzia: battute esilarante sferzanti e messaggio conservatore. Infatti il trionfo di Barry Benson, l'ape ribelle, tale non è. Se le api hanno il miele non lavorano, come farebbe l'operaio che si riappropriasse tutto insieme del plusvalore. Il mondo appassisce. Letteralmente. La felicità è nella classe (e nell'ape) operaia che torna all'inferno, al lavoro alienante. E' la natura. La Dreamworks risponde all'anarchico-liberal 'Ratatouille' della Pixar con un pericoloso cartone animato ben scritto e disegnato. E tutti gridano al capolavoro. Subdoli neo-con fordisti o autolesionisti convinti che essere precario e/o operaio sia fico. Pardon, fuco." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 21 dicembre 2007)"Per un Seinfeld cinematografico ci aspettavamo di più una commedia cittadina indipendente, non un cartoon parossistico. E qui risiede il problema. Seinfeld non è andato verso l'animazione. Ha portato l'animazione verso di lui. (...) L'antropomorfizzazione del mondo animale perfezionata negli ultimi anni dalla Pixar con capolavori come 'A Bug's Life' e 'Alla ricerca di Nemo' si sposa con citazioni di riviste e talk show televisivi. Comicità più verbale che visiva. Un bambino di cinque anni capirà la battuta su di avvocati parassiti o i continui riferimenti a Vogue come terribile arma brandita contro le api? Tra noi e loro non c'è differenza. Le api vengono ammesse in tribunale come niente fosse e la floricoltrice, quasi quasi, perde la testa per Barry. Se la Pixar è sempre stata geniale nel creare delle storie che vedevano noi come alieni e loro come umani (quanta paura metteva l'indimenticabile arrivo horror del sub in Nemo?), per il comico yankee tra noi e loro è una faccia, una razza e qualche nevrosi in comune. Troppo riduttivo, troppo facile, troppo Seinfeld." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 21 dicembre 2007)"Ne è uscito un cartoon dall'umorismo insolitamente 'adulto', pur senza togliere nulla (vedi la scena della partita di tennis con Barry attaccato alla palla) al divertimento dei bambini. Un po' meno buone le notizie sul fronte dell'animazione: a paragone della Pixar, lo studio di Steven Spielberg la DreamWorks, dispone di una direzione artistica quasi artigianale. Molto meglio così, comunque, di certi cartoon sofisticatissimi e noiosi visti di recente." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 21 dicembre 2007)"La straordinaria rappresentazione della società delle api e le soluzioni inventive fanno di 'Bee Movie' un entusiasmante dono natalizio, che non impedisce di osservare come il nuovo volga sempre lo sguardo al passato: Barry B. Benson, ricorda tanto il Topolino disneyano: sarà solo un caso?." (Adriano De Carlo, 'Il giornale', 21 dicembre 2007)
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Titolo Beetlejuice - Spiritello porcello
Titolo originale Beetle Juice
Anno 1988
Regista Tim Burton
Durata 95
Paese USA
Genere fantasy
Trama Adam e Barbara Maitland sono due giovani sposi di Winter River, una cittadina del Connecticut. Hanno un'accogliente casa con giardino e le loro giornate trascorrono serene finché un banale incidente d'auto non li sbalza d'improvviso in un curioso "al di là". Si trovano ancora nella loro casa, ma la loro esistenza è comicamente incorporea. Marito e moglie ritengono comunque di poter riprendere in qualche modo le abitudini di prima, fino a che Charles e Delia Deetz - una sofisticata coppia di New York alla ricerca di tranquillità - decidono di trasferirsi a Winter River con la figlia Lydia. Ignari della presenza dei due "fantasmi", ne acquistano la casa e la trasformano - nella struttura e nell'arredo - secondo i loro gusti e una moda astratta e impersonale. Adam e Barbara, disturbati da tutto questo, sono costretti a rifugiarsi in soffitta. I due fantasmi architettano di spaventare i Deetz e costringerli a lasciare la casa, ricorrendo anche al malvagio Beetlejuice, specialista in magia spettrale. Ma i Deetz intravedono nelle azioni provocate dai tre "fantasmi" un'occasione d'insperata fortuna economica da sfruttare, e si apprestano a trasformare la pacifica casa dei Maitland in una specie di "parco di divertimenti ultraterreni". La loro venale iniziativa provoca però un indiavolato scatenamento di forze terrene e ultraterrene, che va oltre ogni possibile previsione.Note - OSCAR 1988 PER IL MIGLIOR TRUCCO (VE NEILL, STEVE LAPORTE, ROBERT SHORT).- IL FILM E' COSTATO 13 MILIONI DI DOLLARI PER 10 SETTIMANE DI LAVORAZIONE TRA LOS ANGELES E IL VERMONT.Critica "Uno dei più divertenti e spiritosi film del filone dei fantasmi, fiorito a Hollywood a cavallo tra gli '80 e i '90. E' un cocktail riuscito di effetti speciali, trovate comiche da 'cartone', espressionismo e arte pop." (Laura e Morando Morandini, 'Telesette')."Grande successo negli Stati Uniti, il film ha avuto meno fortuna in Europa. E infatti soltanto gli americani possono trovare esilarante una sciocchezza del genere, che offre un paio di trovate divertenti e un'infinità di materiale di scarto." (Francesco Mininni, 'Magazine italiano tv')
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Titolo Behind Enemy Lines - Dietro le linee nemiche
Titolo originale Behind Enemy Lines
Anno 2001
Regista John Moore
Durata 105
Paese USA
Genere azione
Trama TRAMA BREVEUn comandante dell'esercito americano stanziato in Bosnia, contravvenendo agli ordini dei suoi superiori, organizza una missione per recuperare un pilota americano abbattuto durante un volo di ricognizione, che si trova solo e braccato nel territorio nemico.TRAMA LUNGASulla portaerei americana Vinson, in missione di pace e di controllo al largo della Bosnia, il giovane tenente Chris Burnett confida ai colleghi di essere seriamente intenzionato a lasciare il servizio: troppa routine e troppo tempo passato senza far niente. Subito il comandante, ammiraglio Reigart, lo convoca e gli chiarisce che per il momento non si parla di congedo. Per tutta risposta, e proprio nel giorno di Natale, lo invia su un F18 in missione di ricognizione fotografica. Burnett parte di malavoglia, poi scatta alcune foto su zone proibite e subito entra in funzione la contraerea. Colpito dai missili, l'aereo cade, Burnett e il copilota Steakhouse si gettano con il paracadute. Mentre Burnett sale su una collina per attivare il contatto telefonico, arrivano soldati serbi. Sasha, killer designato, spara di spalle a Steakhouse, uccidendolo. Rimasto solo e scoperto, Burnett si dà alla fuga, inseguito da Sasha, che deve eliminarlo. Quando faticosamente raggiunge il punto di incontro stabilito e crede di essere in salvo, Burnett si sente dire che non può essere prelevato in quella zona: il rischio è di compromettere il delicato processo di pace avviato dall'ONU. Dovendo raggiungere una zona presidiata dagli Usa, Burnett comincia una fuga tra territori desolati e città fantasma rase al suolo. Passa tra sparatorie, bombe, attentati, e ad un certo punto scambia la propria divisa con quella di un serbo. Annunciato alla portaerei come morto, Burnett va avanti, fin quando decide di andare a recuperare le fotografie scattate alle fosse comuni, che avevano determinato la reazione serba. Giunto sul luogo, riattiva una radio e fa capire di essere ancora vivo. Reigart a questo punto decide di andare a prenderlo, anche contravvenendo agli ordini. Dopo una colluttazione, Burnett uccide il killer Sasha, prende le fotografie, e finalmente arriva l'elicottero a salvarlo. Tornati in patria, Reigart sarà sollevato dal comando e assegnato ad un ufficio a Washington, che lui però rifiuta per andare in pensione mentre Burnett rimarrà nei marines.Critica "Patriottismo oltranzista, critica del pacifismo, onore, eroismo, sacrificio. Il film sembra un lungo spot a favore dell'arruolamento dei giovani americani: cosa tanto più scontata poiché realizzato in anticipo sull'11 settembre (...) Per un'ora e quaranta, Moore manipola senza ritegno lo spettatore con abili riprese montate a ritmo frenetico, senza lasciargli un attimo per riflettere su chi siano i buoni e chi i cattivissimi. Di eroi con sventolio di bandiere stelle-e-strisce come questo non se ne vedevano dai tempi di John Wayne e dei 'Berretti verdi'". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 8 dicembre 2001)"Ispirato al caso di Scott O'Grady, il 'plot' sta in tre righe. (...) ma ogni riferimento alla realtà viene saltato a piè pari dallo spottone patriottardo di Moore, che usa tutti gli espedienti delle vecchie serie B e del moderno cinema d'azione per semplificare, estremizzare, cartoonizzare la guerra nella ex-Jugoslavia, così maledettamente complicata, anzi 'incomprensibile'. Ma in tanta rozza propaganda ci sono almeno due sequenze davvero da antologia. La prima è l'abbattimento del caccia (...) La seconda, da non raccontare, è la scena che culmina con la scoperta delle fosse comuni. Anche questa, e non è certo un caso, ad alto coefficiente di tecnologia". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 gennaio 2002) "Muscolare mega spot della marina americana, con una sequenza aerea iniziale mozzafiato e un finale nazionalista involontariamente comico. In mezzo, il dramma della ricerca del commilitone disperso, ripreso da 'Rambo' (...) Il finale allinea l'intervento militare americano in Jugoslavia alle azioni fumettistiche di James Bond. Almeno una sequenza vale il biglietto: la fuga del jet supersonico inseguito dai missili, di parossistica e coinvolgente precisione. Si spara. Troppo". (Silvio Danese, 'Il Giorno' 11 gennaio 2002)"(...) L'aereo va fuori rotta, fotografa fosse comuni e movimenti di truppe serbe e viene abbattuto. Burnett sopravvive, ma è braccato dai soldati e da un cecchino-predatore. Da questo momento il film, tradotto in immagini il 'soggetto' annunciato dal titolo, si lancia, senza intreccio e con dialoghi risibili, in un rush effettato verso la salvezza che miscela la meccanica idiota dei videogame con una sorta di decathlon di guerra. Wilson non si scrolla di dosso quell'aria da comprimario, gli sceneggiatori praticano ogni codicillo dell'inverosimiglianza, il regista è al suo debutto, dopo aver impressionato i produttori con uno spot per un gioco della Sega". (Enrico Magrelli, 'Film Tv', 15 gennaio 2002)"Benché realizzato prima dell'attacco alle Torri di New York dell'11 settembre 2001, il film fa parte del nuovo cinema bellico che dovrebbe nutrire o contrastare il patriottismo americano. Ma le difficoltà sono molte: il vecchio kolossal guerresco non si può più fare, risulterebbe ormai autoironico e insopportabile; il nuovo stile, applicato a conflitti militari, non arriva oltre il videogioco nella sua carenza di principi, moralità, emozioni; la via di mezzo è inevitabilmente mediocre. In 'Behind Enemy Lines' si adotta il genere Stallone nella giungla o 'Salvate il soldato Ryan' (...). Come nei film di Stallone, il protagonista è insofferente dei compromessi necessari, vorrebbe combattere in modo aperto e diretto, disprezza le politiche di pace. Il regista debuttante John Moore gira in uno stile da videogioco veloce, frammentato, affannato, supercontemporaneo: eppure il film dà l´impressione di essere lungo, e nel suo patriottismo enfatico risulta antiquato, poco interessante". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 13 gennaio 2002)"'Behind Enemy Lines' vorrebbe essere un inno agli Usa come gendarmi del mondo: ne diviene, per assurdo, la parodia. Un decisivo contributo lo dà il regista, l'irlandese John Moore, scelto dai produttori per come aveva girato uno spot per la 'Sega' (in precedenza è stato operatore per Neil Jordan e Jim Sheridan, registi dai quali non ha imparato nulla in termini di finezza psicologica e analisi politica). Moore gira tutto come fosse un videogame: macchina da presa ballerina, effettacci visivi, sonoro perennemente roboante. Alla fine il film risulta tronfio, retorico, decerebrato, politicamente disgustoso. Ma anche istruttivo: con gente simile a dargli la caccia, il mullah Omar potrebbe essere fuggito anche in monopattino, altro che motocicletta". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 11 gennaio 2002)"Che il regista venga dalla pubblicità è evidente. L'adrenalina del montaggio, dei continui e moltissimi stacchi, della guerra vista come un prodotto, ma anche una sensazione, da pubblicizzare a vista, e non in negativo, grazie a inquadrature da steadycam, filtri, jump cut, è il 'pregio' di un film che distilla retorica yankee manipolando l'emotività. Con fervente patriottismo e vezzi da video game, il film è molto manicheo ma corre veloce come il suo eroe, col ritmo da hip-hop: in fondo potrebbe diventare un ottimo spot per l'arruolamento. C'è sempre qualcuno che 'want you'. Sarà una stagione gonfia di guerre cinematografiche. La violenza continua a pagare, specie se associata ai soliti optional: l'onore, la patria e il sacrificio. Purtroppo nel dozzinale film di Moore anche i sentimenti sono video giochi, nonostante la passione anche fisica che ci mette Wilson. Il quale non fa che errori, gioca a pallone sul ponte della portaerei, si serve di serbi rockabilly in cambio di una Coca, fa esplodere un campo minato: è un miracolo che sia vivo. Lo stesso dicasi per il pubblico, anestetizzato alla fine di fronte a tutto, con una baraonda di emozione visiva che comunica solo un disagio semplicistico e puramente irrazionale, da thriller, rispetto alla guerra, alla ragione, alla politica". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 12 gennaio 2002)
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Titolo La leggenda di Beowulf
Titolo originale Beowulf
Anno 2007
Regista Robert Zemeckis
Durata 114
Paese USA
Genere animazione, avventura, drammatico, fantasy
Trama Il valoroso guerriero Beowulf è chiamato a combattere contro il demone Grendel, provocandone la morte e scatenando così l'ira funesta della madre della bestia, una strega potente e affascinante.Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: RAY WINSTONE (BEOWULF), ANTHONY HOPKINS (HROTHGAR), JOHN MALKOVICH (UNFERTH), ROBIN WRIGHT PENN (WEALTHOW), BRENDAN GLEESON (WIGLAF), CRISPIN GLOVER (GRENDEL) , ALISON LOHMAN (URSULA), ANGELINA JOLIE (MADRE DI GRENDEL), CHRIS COPPOLA (OLAF).Critica "Un poema nordico medievale amato e saccheggiato da Tolkien e da molti altri. Un regista pazzo. Due sceneggiatori sanguinari. Un'industria a caccia di immagini (e storie) per le nuove tecnologie. Una tecnica, inaugurata in 'Polar Express', che trasforma gli attori in docili cartoons. Unite il tutto e avrete una pallida idea del cupo, violentissimo, sconcertante 'Beowulf' di Zemeckis, l'uomo che in un altro (più sereno) millennio celebrò le nozze fra umani e cartoni in Roger Rabbit, e ora sforna pellicole mutanti per il rinascente mercato delle sale in 3 D. (...) Insomma un film difficile da amare, che però spiazza, scuote, sfida tutte le nostre categorie. E a suo modo annuncia il cinema diverso e un po' mostruoso, appunto, che sta nascendo dagli amori contronatura fra la Settima arte e il digitale." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 novembre 2007)"Di 'Beowulf' si può dire che affronta con spregiudicatezza la raffigurazione di un passato di cui esistono solo tracce archeologiche. Si impone d'ammirazione il lavoro di: operatore, scenografo, costumiste (l'italiana Gabriella Pescucci), coreografi di carnasciali e duelli.Gli attori recitano come se facessero Shakespeare e il computer ci pensa ad abbellirli, a invecchiarli, a motivare la loro fama di eroi. Zemeckis ne emerge trionfante come un super-Blasetti, con a disposizione una tastiera elettronica che avrebbe mandato in estasi il nostro Sandro se nel '38, quando i miracoli si facevano a mano (ricordate 'La corona di ferro'?), fosse magicamente apparsa a Cinecittà." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 16 novembre 2007)"Per raccontare le vicende del guerriero Beowulf ambientate nel 500 d.C. nella cornice di una Danimarca mitologica e violenta popolata di mostri e draghi, Zemeckis è infatti ricorso alla tecnica della 'performance capture'. Vale a dire che gli attori, dal protagonista Ray Winstone alla strega Angelina Jolie, dal re Anthony Hopkins alla sua sposa Robin Wright Penn hanno recitato in uno spazio vuoto con indosso speciali sensori. Quelle sullo schermo sono le loro immagini lavorate al computer, artefatte e al contempo così vere da risultare inquietanti. I valori produttivi e spettacolari sono di prima qualità e Zemeckis si conferma regista abilissimo, ma è difficile lasciarsi coinvolgere da personaggi che ogni tanto sembrano cartoni animati." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 16 novembre 2007)"Robert Zemeckis riappare dall'oblio in cui era caduto dopo il sonnolento 'Polar Express' con 'La leggenda di Beowulf' testo del medioevo inglese che aveva studiato, senza amarlo, a scuola. Si sente che non l'ama nemmeno ora, solo che qualcuno deve pur fare film; e poiché il fantastico è di moda, il regista brioso di vent'anni fa è stato rimesso in pista. Ma solo per impantanarsi in questa leggenda a sfondo danese (...) Suicida l'idea di prendere tanti noti attori per modificarne i lineamenti del Volto e del corpo al computer. E il ritmo non è fatto per tener desti. Peccato: siamo ben al di sotto anche del non eccelso ciclo del 'Signore degli Anelli' di Peter Jackson." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale, 16 novembre 2007)"Affilando le armi della computergrafica e perfezionando il metodo della performance capture che ha generato l'inquietante Gollum de 'Il Signore degli Anelli', Zemeckis utilizza l'intero spazio dell'inquadratura per trasformare gli attori in figure da cartoon manipolabili illimitatamente. Ne risulta uno show dinamico, ibrido e iperviolento che cerca di esorcizzare la minaccia di un'algida ripetitività grazie al buon lavoro compiuto dagli sceneggiatori Roger Avary e soprattutto Neil Gaiman, emulo di Frank Miller e Alan Moore nel passare dall'autorevolezza nel campo dei fumetti a quella tout court cinematografica. Ambientata nel 500 d.C., la cavalcata fantasy racconta le imprese del possente e un po' fanfarone guerriero vichingo che liberò dal mostro il re Hrothgar, ricevendone in cambio corona, beni e sposa; cinquant'anni più tardi, però, il vecchio Beowulf è costretto ad affrontare una nuova e temibile creatura, anch'essa procreata dall'acquatica strega incarnata dalla signora Pitt con pelle giallo brillante, treccia vertiginosa e tacchi a spillo incorporati nella carne delle gambe. La sorpresa finale è relativa, a conti fatti, rispetto a quella procurata ad ogni fotogramma da un film sgradevole ma forte ed eloquente, in bilico com'è tra epica, psicanalisi, videogioco e splatter." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 17 novembre 2007)
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Titolo Beverly Hills Chihuahua
Titolo originale Beverly Hills Chihuahua
Anno 2008
Regista Raja Gosnell
Durata 95
Paese USA
Genere commedia
Trama Chloe, è una cagnolina di razza Chihuahua che vive nel lusso di Beverly Hills. Durante una vacanza in Messico, per una serie di sfortunate coincidenze, per la prima volta nella sua vita Chloe si trova sola e abbandonata in mezzo alla strada. Riuscirà a cavarsela grazie all'aiuto del pastore tedesco Delgado e del cagnolino Papi.Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: DREW BARRYMORE (CHLOE), ANDY GARCIA (DELGADO), GEORGE LOPEZ (PAPI), SALMA HAYEK, PLÁCIDO DOMINGO.Critica "È una vera cagnara quella scatenata in 'Beverly Hills Chihuahua' di Raja Gosnell, film di coproduzione con gli Stati Uniti girato tutto in Messico, dove l'addomesticazione sostituisce efficacemente l'animazione: complice il doppiatore, ogni reale cane fa qui ciò che in altri film fa il disegno. Ed è un metodo che costa meno, esigendo meno tempo. E poi è scontata, ma scorre bene, la storiella della cagnolina dei quartieri alti di Los Angeles, che piomba nell'originario - per la specie - Stato messicano di Chihuahua, subendolo come un declassamento. La metafora è attuale per tutti, oggi specialmente: mai credersi garantiti." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 16 gennaio 2009)
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Titolo Il grande Lebowski
Titolo originale Big Lebowski, The
Anno 1998
Regista Ethan Coen Joel Coen
Durata 117
Paese USA
Genere grottesco
Trama Due sicari, inviati dal pornografo Treehorn, irrompono nell'appartamento di Jeff Lebowski, detto Drugo, disoccupato giocatore di bowling, rimasto legato agli anni Settanta. Ma hanno sbagliato, perché il loro obiettivo è un altro Jeff Lebowski, un miliardario di Pasadena, ma prima di andare via sporcano il tappeto all'ingresso. Deciso ad ottenerne la sostituzione, Drugo va a casa del suo omonimo. Sottrae un tappeto e, in seguito, viene richiamato ed incaricato dal riccone di consegnare il riscatto per liberare la propria giovane moglie Bunny, attricetta porno presa prigioniera da un gruppo di nichilisti tedeschi. Ma la consegna fallisce, causa la goffaggine di Walter, amico di Drugo e veterano del Vietnam. Maude, figlia del miliardario e pittrice eccentrica, convoca a sua volta Drugo, gli dice che il rapimento potrebbe essere un'invenzione e lo invita a tenere i contatti con Treehorn. Questi, dopo aver incontrato Drugo, manda i suoi scagnozzi a fargli a pezzi la casa. Maude poi attira Drugo, gli rivela che il padre è in realtà nullatenente e poi ha con lui un rapporto perché desidera rimanere incinta. Finalmente appare chiaro che Bunny non è mai stata rapita. I nichilisti però vogliono guadagnare qualcosa e aspettano Drugo e gli amici fuori dal bowling. Walter li riempie di botte ma Donny, l'altro amico, muore d'infarto. Dopo le esequie davanti al mare, Drugo e Walter tornano al bowling. Un cowboy straniero, che all'inizio aveva dato il via alla storia, informa che è imminente l'arrivo di un nuovo, piccolo Lebowski.Note - PRESENTATO AL FESTIVAL DI BERLINO 1998.
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Titolo Black Hawk Down - Black Hawk abbattuto
Titolo originale Black Hawk Down
Anno 2001
Regista Ridley Scott
Durata 144
Paese USA
Genere azione, drammatico, guerra
Trama La mattina del 3 ottobre del 1993 a Mogadiscio (in Somalia), diciassette elicotteri con a bordo le truppe speciali dell'esercito americano volano verso un quartiere della città dove è asserragliato uno dei 'Signori della guerra'. Da poco meno di un anno, gli eserciti dei Paesi occidentali sono sbarcati in terra africana nell'ambito dell'operazione 'Restor Hope', nata per riportare tranquillità in Somalia e per sfamare le popolazioni locali. Ma la missione sta fallendo per le interferenze dei 'Signori della guerra'. Quando le truppe americane penetrano all'interno del loro obiettivo, tutto sembra essere andato per il verso giusto. Ma all'esterno, una pioggia di fuoco si abbatte su di loro. Due elicotteri sono abbattuti. E' l'inizio di una battaglia che durerà quindici ore e che costerà ai 'berretti verdi' 18 morti e 70 feriti.Note - OSCAR 2002 PER MIGLIOR MONTAGGIO E SONORO (MICHAEL MINKLER, MYRON NETTINGA E CHRIS MUNRO). IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR REGIA E SCENEGGIATURA.- REVISIONE MINISTERO GENNAIO 2002.Critica "Spietato e crudo nella ricostruzione, il film è stato in forse a causa dei fatti dell'11 settembre. L'America si è divisa: i dettagli delle atrocità di guerra sono stati considerati eccessivi. Trionfo invece per Josh Artnett, già protagonista di 'Pearl Harbour' e nuova star americana. Per stomaci forti e per patiti dei film di Ridley Scott". (Piera Detassis, 'Panorama', 10 gennaio 2002)"Alla maniera di un film del Settima Cavalleria, il nemico è un branco senza individualità, motivato soltanto a uccidere come i Sioux della vecchia Hollywood; i soldati bianchi si asserragliano in un fortino e, alla fine, arrivano i nostri. La perizia registica di Ridley Scott è fuori discussione; la suspense che s'instaura nella prima parte, diabolicamente efficace. Se qui e là, il film sparge pillole di umanitarismo, è un war-movie da capo a fondo: senza un solo personaggio femminile, non un melodramma d'amore travestito da storia bellica quale era 'Pearl Harbour'". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 febbraio 2002)"Ridley Scott ha diretto magnificamente un film di guerra unico, senza tregua, feroce, su uno di quei piccoli sporchi conflitti così contemporaneamente non dichiarati ma guerreggiati". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 8 febbraio 2002) "Mogadiscio, 3 ottobre 1993: le truppe Usa tentano un blitz per catturare due uomini del generale Aiidid. Una missione da 45 minuti. Ma sarà l'inferno. Cade un elicottero, poi un altro, la città brulica di cecchini e loro devono soccorrere i feriti. Bilancio: 18 marines uccisi (in primo piano) e 500 somali (in campo lungo. 'Black Hawk Down' di Ridley Scott è un altare sacrificale in ricordo di quel martirio. Patriottico, sanguinoso, molto impressionante. E molto discutibile". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 febbraio 2002) "La macchina-cinema di Ridley Scott è un'infallibile performance sul 'tempo del combattimento' nella durata insopportabile e nelle sanguinose digressioni: tra Spielberg ('Salvate il soldato Ryan') e Kubrick ('Full Metal Jacket') ci sono i pezzi d'autore della coreografia di fuoco sull'edificio, la difesa dell'elicottero abbattuto, la sutura della femorale, lo strazio del pilota lapidato dalla folla, il montaggio parallelo dei piani. Oltre il confine morale, eroico, che 'un compagno non si abbandona mai', resta la cronaca di un attacco chirurgico fallito, muto e ambiguo nel suo risvolto spettacolare". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 8 febbraio 2002) "Seguendo il film lo spettatore ha l'impressione di essere finito anche lui in una trappola. Nel descrivere i combattimenti, Ridley Scott mostra quanto va succedendo dall'alto e dal basso, dalle posizioni dei militari assediati. Questa attenzione alle varie componenti del crudele gioco della guerra, questa intelligenza narrativa, di natura non solamente tecnica ma direi morale, favoriscono il formarsi di un discorso pacifista, sempre implicito nel reportage e sottolineato nella sequenza simbolica dell'esodo dei militari con la folla immobile e minacciosa e la danza dei ragazzini": (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 8 febbraio 2002)
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Titolo Blade Runner
Titolo originale Blade Runner
Anno 1982
Regista Ridley Scott
Durata 118
Paese USA
Genere azione, drammatico, fantascienza
Trama Rick Deckard vive in una megalopoli ed è un "blade runner", un identificatore e sterminatore di replicanti, esseri viventi confezionati per essere utilizzati nelle colonie spaziali. La polizia cerca Deckard, ormai stanco di uccidere e lo trova: è l'unico "blade runner" capace di "ritirare dalla circolazione" i quattro replicanti tipo 'Nexus 6' tornati clandestinamente sulla Terra a chiedere conto al loro creatore di una vita limitata: quattro anni. Il capitano Bryant minaccia di eliminarlo se non accetta l'incarico. Deckard fa alzare in volo il suo spinner e va da Tyrrel, il geniale creatore di Nexus 6. Il test Voight-Kampff è il solo sistema che permette di distinguere un replicante da un umano: Deckard è uno dei pochi a conoscerlo. Lo usa con Rachael, la segretaria di Tyrrel: è una replicante. La prima preda si chiama Zhora, è bellissima e danza in mezzo ai serpenti in un night club. Dopo una lunga camminata nella notte di una città degradata e sovrappopolata, misera e sgargiante, Deckard scova Zhora, ma lei capisce chi è, lo sorprende e fugge sotto la pioggia battente. Comincia l'inseguimento tra la folla: Zhora corre veloce, Deckard anche. Fin quando lui non prenderà la mira e sparerà con il suo blaster, uccidendola. Eliminata Zhora, Deckard viene attaccato da Leon, un replicante che ha già commesso un omicidio, e sta per essere ucciso quando Rachael spara a Leon salvando così il "blade runner". Tra Rachael e Deckard nasce l'amore. Pris è la terza preda di Deckard che verrà abbattuta nonostante la sua strenua lotta. Non resta ora che Batty, il capo dei replicanti ribelli, il quale dopo aver ucciso Tyrrel si mette in cerca di Deckard per vendicare i suo compagni. La lotta finale è all'ultimo sangue. Deckard, battuto, sta precipitando nel vuoto ma Batty, ormai vicino alla fine, gli tende una mano e lo salva: l'uomo artificiale consegnerà all'uomo vero un messaggio di vita. Deckar e Rachael lasciano la città verso una nuova vita.Note - USCITO NEL 1982 COME 'BLADE RUNNER' HA AVUTO UNA PRIMA RIEDIZIONE COME "BLADE RUNNER THE DIRECTOR'S CUT" NEL 1992. NEL 2007 ALLA 64. MOSTRA DI VENEZIA CON IL TITOLO "BLADE RUNNER: THE FINAL CUT" E' STATA PRESENTATA LA VERSIONE DEFINITIVA VOLUTA DAL REGISTA.Critica PER 'BLADE RUNNER' (1982):"Quello che spicca maggiormente nel film, oltre agli straordinari effetti dell'intramontabile Douglas Trumbull, è proprio l'amore per la vita di quegli esseri che, prodotti dall'uomo, non sono uomini, quindi possono essere tranquillamente eliminati dai loro artefici." (Segnalazioni cinematografiche, vol. 93, 1982)"E' il miglior film di fantascienza degli anni '80. A livello tematico mette in sospetto per la sua presunzione filosofeggiante ma colpisce il fascino visivo, un alto livello spettacolare, un eccitante universo fantastico." (Laura e Morando Morandini, Telesette)"Un film tanto famoso quanto sopravvalutato. Scott azzecca un'ambientazione memorabile, ma ha a disposizione una storia poco originale e cerca di vivacizzarla rendendo omaggio al "noir" e all'horror, il ritmo non ci guadagna." (Francesco Mininni, Magazine italiano tv)PER 'BLADE RUNNER THE DIRECTOR'S CUT' (1992):"(...) Intanto va spiegato il titolo. Si tratta sempre di 'Blade Runner', il film di Ridley Scott diventato, in soli dieci anni, oggetto di culto, la versione '92, però, è quella originale che aveva pensato e voluto il suo regista ma che poi i produttori avevano modificato perché fosse più accessibile agli spettatori. Quali sono le differenze? A parte, qua e là, un montaggio diverso e di scarso peso narrativo e parte anche qualche scena in più, specie nel rapporto amoroso tra il protagonista Harrison Ford e la bella 'replicante' Sean Young, c'è un finale molto meno roseo e di tipo aperto che non solo non ci garantisce dove l'eroe e la sua bella approderanno, ma insinua perfino dubbi sulla vera identità di questo eroe. Qui, adesso c'è un sogno che potrebbe dare adito al sospetto che lo stesso Harrison Ford sia un replicante, capovolgendo di conseguenza il primitivo senso liberatorio con cui la vicenda si chiudeva. Oltre a questo non c'è più la voce narrante che spiegava sì molte cose ma che, trattandosi di un commento diretto del protagonista, impediva ogni sospetto sulla sua identità e sulle sue intenzioni, mentre ora questo sospetto sia pur lieve e sia pur fatto solo scaturire da cifre oniriche, ha una certa possibilità di proporsi. Cambia molto? Si è più inquieti, l'assenza dell'happy end conferma l'inquietudine e l'incubo che pesava già su tutta l'azione ne risulta indubbiamente accentuato da giustificargli una seconda visione. Quanto ai cinefili, è tutto pane per i loro denti. A soli dieci anni di distanza, l'edizione "critica" di un film tanto amato non se la perderanno di sicuro (...)." (Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 21 maggio 1993)."Il finale non più speranzoso, anzi disperato; il dubbio che l'eroe Harrison Ford, cacciatore di replicanti ribelli, sia a sua volta un replicante: l'eliminazione della voce narrante fuori campo. Sono questi i maggiori cambiamenti, nella nuova versione autentica dal regista, dello straordinario film sul nostro medioevo prossimo venturo." (Lietta Tornabuoni, La Stampa)"Affascinante connubio di poliziesco e fantascienza, una Chinatown stellare dove il cinema nero degli anni Quaranta (Deckard sembra Marlowe reincarnato) si amalgama alla perfezione con le battaglie spaziali, tra navicelle volanti e raggi laser. Un film tetro, angoscioso, quasi spettrale, ha il suo punto di forza negli effetti speciali e nella scenografia. E non manca l'encomiabile tocco d'ironia: gli Agnelli del futuro (ormai neppure troppo lontano) che sfrecciano in aeromobile sulla testa della gleba che sgobba". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 26 settembre 2000)PER "BLADE RUNNER: THE FINAL CUT" (2007):Commento del regista: 'The Final Cut' è il risultato di una lavorazione intrapresa nei primi mesi del 2000 e protratta in maniera discontinua per sette anni, un periodo di intensa ricerca, meticoloso restauro, sfide tecniche, scoperte sorprendenti e nuove possibilità. Oggi posso serenamente dire che questa è la mia versione definitiva del film.
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Titolo Blow
Titolo originale Blow
Anno 2001
Regista Ted Demme
Durata 120
Paese USA
Genere drammatico
Trama TRAMA CORTATratto da una storia vera, quella di George Jung, l'uomo che ha organizzato il mercato americano della cocaina negli anni '70 divenendo il braccio destro di Pablo escobar, l'esponente dell'organizzazione di narcotrafficanti colombiani nota, fra gli anni '70 e '80, come 'Il cartello di Medellin'. TRAMA LUNGAIl giovane George Jung, stanco di vivere in una famiglia povera ma onesta e di vedere suo padre trattato come una marionetta dalla madre, si trasferisce in California tra surfisti e hostess. Con la fidanzata Barbara e l'amico Derek comincia un traffico di marijuana che lo fa finire nel mirino della polizia. Il ragazzo sembra al sicuro, ma la madre lo denuncia e lui finisce in prigione. Barbara muore di una malattia che teneva nascosta e George, che la considerava l'affetto più importante della sua vita, cade più in basso di prima. In cella conosce Diego che, appena uscito, lo fa socio di un traffico di cocaina dalla Colombia a Hollywood e poi fino alla East Coast. Ricchissimo, deposita tutti i suoi averi in una banca colombiana, sposa la bella Mirtha e diventa padre di Kristina. Più si va in alto però, più la caduta è violenta: Diego lo taglia fuori dal giro; la banca, che non era affidabile, gli fa sparire i soldi; Mirtha se ne va con la bambina, e George finisce di nuovo in carcere. Uscitone, tenta di recuperare il rapporto con la figlia, ma proprio mentre sembra riuscirvi, ricade nel giro e questa volta viene condannato all'ergastolo. Ancora oggi è recluso e finirà di scontare la pena nel 2015.Critica "Ascesa e caduta di un uomo con un sogno: portare agli americani, dalla California hippy alla New York underground, la propria dose di erba prima e cocaina poi. Negli anni Settanta lo spaccio richiedeva una dose di genio e Depp incarna la drammatica figura di un ingenuo self made man che raggiunge l'apice e, tradito dai soci, da una donna troppo ambiziosa e persino da sua madre, finisce in cenere. Storia vera e si capisce." (Paola Piacenza, 'Io Donna', 8 settembre 2001). "Difficile fare Scorsese se non si ha il suo senso della tragedia e il suo serrato rigore stilistico. E 'Blow' finisce per appiattirsi in una narrazione che corre verso un finale scontato, e per non dimostrarci niente, se non che un disgraziato ha avuto la vita rovinata (a più riprese) da una madre ignobile e da amici infidi". (Emanuela Martini, 'Film Tv', 25 settembre 2001) "Il film, se si salva dall'isterismo moralizzatore dei registi hollywoodiani sulla droga, è molle, fiacco, flemmatico, senza etica né energia". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 21 settembre 2001) "Povero Ted Demme, che porta un cognome pesante, lo stesso dello zio Jonathan, autore del 'Silenzio degli Innocenti', e perde sempre il confronto. Si addensano nubi critiche sul suo 'Blow', colpevole di essere troppo mosso e di razzolare apertamente nel modaiolo e nel revival optical, senza però il distacco critico che lo giustifica all'occhio del cinefilo. Ted è comunque un buon narratore, assai surriscaldato, almeno nella metà del film che racconta la giovinezza flower power di Depp & soci. Ma il seguito della storia, con ascesa, pentimento e caduta dell'eroe ormai stressato dallo sniffo, è più stanco, più scontato, più gridato". (Piera Detassis, 'Panorama', 4 ottobre 2001)"'Blow' è il ritratto di un perdente, di uno che agisce d'impulso, non sa difendersi e manca del necessario cinismo. Trascorrendo dalla giovinezza alla maturità, il bravo Depp conferisce al protagonista la sua sensibilità e la sua simpatia, e il regista Ted Demme, nipote di Jonathan, ne segue le peripezie con un'affettuosità ben sottolineata dalla fotografia intimista di Ellen Kouras. Tuttavia il film ha il difetto tipico di quelle biografie che per raccontarti tutto finiscono per raccontare poco, risultando noiosamente illustrative". (Alessadnra Levantesi, 'La Stampa', 23 settembre 2001)
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Titolo Nessuna verità
Titolo originale Body Of Lies
Anno 2008
Regista Ridley Scott
Durata 128
Paese USA
Genere drammatico
Trama Roger Ferris è un agente della CIA inviato ad Amman, in Giordania, con l'incarico di catturare, insieme al capo dell'Intelligence locale, un pericoloso terrorista di Al Qaeda sospettato di progettare un piano per attaccare gli Stati Uniti. Per questa missione, Ferris viene seguito telefonicamente da un esperto veterano dell'agenzia, Ed Hoffman che, grazie al suo computer portatile, ha scoperto il modo in cui i terroristi eludono la più sofisticata rete di servizi segreti del mondo.Critica "Malgrado la crisi, Hollywood può ancora permettersi di impiegare ingenti budget produttivi per rappresentare sullo schermo gli scenari di guerra contemporanei, e va bene; come va bene mostrare che la potenza americana si esercita prevalentemente attraverso la forza, ma che con la forza non si fa un solo passo in avanti. E tuttavia il film manca di convinzione, non riesce mai a decollare veramente. Denunce sì, la ragnatela di menzogne e doppiogiochismo su cui si gioca la partita irachena; ma lo avevamo già visto, e con ben altra efficacia, in 'Syriana'. Né altri film recenti ci avevano fatto mancare il concetto che la supersviluppata potenza tecnologica americana non basta a sconfiggere la resistenza di culture millenarie, apparentemente arcaiche però capaci di mettere al servizio della rete terroristica la 'rete' di internet. (...) In fondo è una efficiente 'serie B' d'avventure (con le sequenze d'azione Scott ci sa ancora fare: e ci mancherebbe...) gonfiata a forza di steroidi."(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 21 novembre 2008)"Immaginiamo che William Monahan, lo sceneggiatore di 'Nessuna verità', il telefono cellulare se lo porti anche a letto. Tanto ne è zeppo il film di Ridley Scott, quanto il precedente di Scorsese ('The Departed') da lui scritto e praticamente risolto grazie alle rivelazioni da display del telefonino. (...) Ridley Scott, oramai anonimo regista da spot, ripete meccanicamente la sua visione dicotomica del mondo divisa tra bene e male, buono e cattivo. La confezione è quella super oliata con macchina da presa in continuo furente movimento e scambio di angolazione sommata al montaggio iperbolico del sodale Pietro Scalia. Insomma niente di nuovo sul fronte orientale per un regista ammaliato dall'esteriorità dell'innovazione tecnologica e dall'intrusione peregrina della minaccia terroristica araba in Europa. Se, come scorgiamo oltre la cortina fumogena dello stile Scott, c'era una strigliatina moralizzatrice, la sequenza della bomba al Noordmarkt di Amsterdam è davvero una soluzione puerile." (Davide Turrini, 'Liberazione', 21 novembre 2008)"C'è tuttavia un difetto del libro che Scott non è riuscito a correggere ed è la farraginosità a volte oscura di una trama dove tutti tradiscono tutti e sono pronti a tutto. Per cui l'agente DiCaprio, pur capace di uccidere a sangue freddo, conserva una residua dose di umanità rispetto a Crowe suo cinico superiore, che se ne sta in un comodo ufficio a Langley o addirittura con i bambini nella quiete di casa sua. Per quasi un'ora di film i due non s'incontrano, parlano a un telefonino segreto e non di rado si scontrano perché il primo si sente forte dell'esperienza di chi opera sul campo e l'altro ha la freddezza machiavellica di chi vede le cose da migliaia di chilometri di distanza. Inutile dire che gli attori sono bravissimi, ma in un film in cui anche i comprimari sono impeccabili si ritaglia un bel numero anche Mark Strong nei panni dell'ambigua e ben vestita superspia giordana. Merita spiegare, a questo punto, che gli interpreti sono facilitati da un regista avido di verità capace di seguirli con otto occhi, tante sono a volte le macchine da presa pronte a catturare da ogni parte gesti, espressioni e intonazioni da offrire all'oculata scelta del supermontatore Pietro Scalia". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 21 novembre 2008) "Diciamo la verità: a Ridley Scott interessa poco o nulla delle varie crisi politico-militari causate dagli interventi americani nel mondo, laddove ambienta e muove i suoi thriller spionistici e guerreschi. A Ridley Scott interessa il potere del cinema di mettere in scena l'azione come fosse vera, tanto più se di guerra. La Somalia di 'Black Hawk Down' come l'Iraq di 'Nessuna verità' sono set impossibili per una rappresentazione verosimile, e seducente. Scott sa girare, è indubbio, ma questo è il suo talento e il suo limite, soprattutto quando mette le mani nella pasta di guerre sporche e imprecise. Quando si tratta di definire una posizione politica chiara rispetto agli interventi militari americani ecco che subentra il relativismo e nessuna verità può assicurare lo spettatore. (...) Lo scontro delle due posizioni è il tema del film. Il risultato è 'Nessuna verità' sulla giustezza o meno dell'invasione irachena." (Dario Zonta, 'L'Unità', 21 novembre 2008)"Quando è il mondo che fa il suo cinema, allora il cinema dovrebbe smetterne di farne. Sviluppando rapporti specifici con il video, l'elettronica, l'immagine numerica digitale, per inventare una nuova resistenza 'single' e opporsi alla funzione televisiva di sorveglianza e controllo-consumi. Così il 'terror porn' davanti a guerre nuove crede di inventare 'war movies' clonando 'war-games', svolazzanti, vorticosi su terra, aria e cyberspazio. Ma Scott rallenta. Non svuota più l'immagine dei suoi pesi." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 21 novembre 2008)"Il sessantenne Kidley Scott confeziona qui un altro mattone dopo 'American Gangster', partendo dal romanzo di David Ignatius. Chi ha visto 'Syriana' di Stephen Gaghan e 'Il regno' di Peter Berg, troverà in 'Nessuna verità' la loro miscela: del primo c'e la frammentarietà, che non si ricompone in un ordine finale nella testa dello spettatore diligente che vada al cinema come a una lezione di fisica. Resta la solita morale: la spia è un lavoro sporco, mai qualcuno deve pur farlo." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 21 novembre 2008)"Sceneggiato da William Monahan, premio Oscar per 'The Departed', ha permesso a Ridley Scott di ricavarci un film tutto impeti e fiamme, con ritmi quasi inarrestabili, con una azione che, mentre si dipana tra le spire più infuocate dell'avventura, può permettersi di fare il punto ma senza mai sostare, sullo scontro tra questi due agenti, sul piano psicologico quasi l'opposto l'uno dell'altro. In cifre in cui i colpi di scena, gli intrighi internazionali e le complicazioni drammatiche hanno sempre modo di imporsi addirittura con violenza. Spesso mozzando il respiro. Forse un finale un po' facile in cui Ferris vede risanate le sue ferite coniugali dall'amore di una bella iraniana, spezza un po' tanto arsata, ma il film, nel suo complesso, conquista egualmente e coinvolge. Come spesso riesce Ridley Scott." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 21 novembre 2008)
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Titolo Body of Lies
Titolo originale Body of Lies
Anno 2008
Regista Ridley Scott
Durata 128
Paese USA
Genere Azione, Dramma, Triller
Trama Nessuna verità (Body of Lies - drammatico/azione, USA 2008) Regia di Ridley Scott, con Leonardo DiCaprio, Russell Crowe, Mark Strong, Golshifteh Farahani, Oscar Isaac.

Roger Ferris è l’uomo migliore di cui dispongono i servizi segreti americani, in luoghi dove la vita umana non vale più delle informazioni che può dare. In situazioni che lo portano a girare tutto il mondo, la sopravvivenza stessa di Ferris spesso dipende dalla voce che si trova all’altra estremità di un telefono segreto — il veterano della CIA, Ed Hoffman. Creando le sue strategie tramite un computer portatile nei quartieri periferici, Hoffman è sulle tracce di un importante terrorista che ha organizzato una serie di attentati eludendo la più sofisticata rete di servizi segreti del mondo. Per attirare allo scoperto il terrorista, Ferris dovrà insinuarsi nel suo mondo tenebroso, ma più Ferris si avvicina al suo obiettivo e più scopre che la fiducia è sia un bene pericoloso e sia l’unica cosa che lo farà uscire vivo da questa situazione.

Uscirà domani, 21 novembre, nelle sale Italiane l’ultima fatica di Ridley Scott, che vede nuovamente insieme DiCaprio e Crowe dopo Pronti a Morire e di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Nessuna Verità (da un mesetto sugli schermi USA, dove - nonostante il cast da applausi - non ha ottenuto risultati soddisfacenti al boxoffice) è senz’altro un film sofisticato, di grande qualità, molto ben confezionato, ottimamente recitato e diretto… del resto da un regista come Scott non ci si potrebbe aspettare nulla di meno. Purtroppo, il buon Ridley - pur confermando di essere un maestro nel dirigere scene d’azione - non è riuscito ad aggiungere nulla di nuovo a questo action-spy-drama bello e senz’anima, che non coinvolge e lascia in bocca uno spiacevole retrogusto di déjà vu.

In 128 minuti di pellicola (che tutto sommato scorrono rapidamente), Scott mette in scena una sorta di partita a scacchi fra l’intelligence americana e i terroristi islamici di Al-Qaeda. Trama che non si discosta troppo da quella di The Kingdom, diretto lo scorso anno da Peter Berg (con un tocco di Syriana, di Stephen Gaghan); con l’aggiunta della inquietante onnipresenza di satelliti-spia che possono rintracciare chiunque, in qualsiasi momento, captando il segnale emesso da un telefono cellulare o da un computer. Come in Nemico Pubblico, diretto dal fratello minore di Scott, Tony, nel 1998. Inoltre, c’è una sequenza che sembra arrivare direttamente da The Hurt Locker di Kathryn Bigelow. Insomma…dal ‘papà’ di capolavori come Alien, Blade Runner e Thelma&Louise e da William Monahan, sceneggiatore di The Departed, avremmo voluto qualcosa di più e di meglio.

Bravi gli interpreti, nulla da eccepire. Peccato siano limitati da personaggi ben poco sfaccettati, per i quali è ben difficile riuscire a simpatizzare e da una sceneggiatura in cui non viene dato spazio all’introspezione o alle motivazioni che spingono i protagonisti a compiere le azioni che compiono. DiCaprio, con inedite lenti a contatto scure, è Ferris, ‘il buono’ della situazione (che poi tanto buono non è). L’ottimo Mark Strong è il capo dei servizi segreti Giordani. L’unico uomo tutto di un pezzo che dice quello che pensa e mantiene quello che dice. Russell Crow è talmente bravo a rendere odioso l’arrogante ed egocentrico Ed Hoffman, che quasi quasi si potrebbe cedere alla tentazione di tifare per i terroristi! La più grave pecca del film è, secondo me, quella di non avere un maggior numero di scene con una reale interazione fra DiCaprio e Crowe. Sarebbe stato bello vederli affrontarsi sullo schermo, gareggiare in bravura…

In definitiva: un’ennesima variazione sul tema dello spionaggio internazionale con tutti i clichè tipici dei film del genere. Il gatto dà la caccia al topo senza curarsi dei danni collaterali che la sua corsa può provocare. Dato il grande talento di tutti gli interpreti che aveva a disposizione, Ridley Scott ha sprecato una gran bella occasione.

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Titolo Bolt - Un eroe a quattro zampe
Titolo originale Bolt
Anno 2008
Regista Chris Williams
Durata 96
Paese USA
Genere Animazione
Trama Trama Il cagnolino Bolt, protagonista di uno show televisivo di successo, è cresciuto tra riflettori e telecamere ed è convinto di essere dotato di superpoteri. Un giorno, Bolt viene accidentalmente allontanato dal set e, disperato, realizza che la vita reale è ben diversa dalla finzione sullo schermo. Ad aiutarlo nel suo viaggio attraverso l'America per ritrovare la strada di casa, sarà l'amicizia con Mittens, una gatta domestica abbandonata, e con Rhino, un criceto rinchiuso in una palla di plastica e ossessionato dalla TV.

Critica "Il cartoon è spiritoso e pieno di personaggi buffi, con un solo inconveniente: il continuo intreccio di realtà e simulazione, che potrebbe confondere i più piccoli. Quanto all'effetto 3D, la profondità di campo è abbastanza impressionante, fra treni in corsa, visioni dall'altro, animali e cose che schizzano dallo schermo alla sala." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 28 novembre 2008)

"È proprio vero che la tivvù la fanno i cani. 'Bolt', infatti, è la star a quattro zampe di uno show successo. A sua insaputa. Come un Truman Show canino, il cartone animato in 3d 'Bolt - Un eroe a quattro zampe' di Chris Williams e Byron Howard racconta la presa di coscienza di un quattrozampe che scoprirà a sue spese l'orribile verità: i superpoteri che pensava di possedere non erano veri, ma solo frutto degli effetti speciali della trasmissione tv. La trama, purtroppo, è proprio questa. Una serie di gag fisiche frustranti per un quadrupede borioso che si rende conto di essere normale. Peccato perché in originale la voce di John Travolta è sempre trascinante. La versione italiana con Raoul Bova non è proprio la stessa cosa. Se questa è la risposta Disney a 'Wall-E' (c'è anche dell'ironia piuttosto anacronistica su 'Alla ricerca di Nemo') e 'Kung Fu Panda', allora dalle parti della casa di Zio Walt siamo messi maluccio." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 28 novembre 2008)

"È diretto da Chris Williams e Byron Howard, ma dietro l'operazione c'è, come produttore esecutivo, il geniale Lasseter, direttore creativo della Pixar/Disney, reduce dal successo di 'Wall.E'. Bolt è una star televisiva a quattro zampe, nei panni di un cane supereroe alle prese con avventure, pericoli e mistero è il protagonista di una delle serie più amate d'America. Quando, però, viene spedito a New York e per una serie di contrattempi si perde, si trova coinvolto nella più grande avventura della sua vita. Scopre che nella vita i suoi superpoteri non funzionano e si trova in un mare di guai, ma viene aiutato da una navigata gatta newyorchese e un porcellino d'India. Sulla scia di una tradizione cinematografica di cani in carne e ossa come Rin Tin Tin, Lassie, Rex con un'attitudine per le gesta eroiche, 'Bolt' esibisce la maggiore fisicità tridimensionale del cane, la forza visiva dei paesaggi ottenuta con un'animazione d'avanguardia che si ispira alla pittura iperrealista di Hopper e una qualità fotografica ottenuta con la tecnologia digitale. Nella versione originale Bolt è doppiato da John Travolta." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 29 novembre 2008)
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Titolo Bourne Identity, The
Titolo originale Bourne Identity, The
Anno 2002
Regista Doug Liman
Durata 119
Paese USA, REPUBBLICA CECA, GERMANIA
Genere azione, thriller
Trama Un uomo viene strappato alla morte dal tempestivo intervento dell'equipaggio di un peschereccio italiano nel Mar Mediterraneo e scopre di essere diventato il bersaglio di alcuni sicari. L'uomo non ricorda nulla di sé, ma alcuni indizi lo inducono a sospettare che nel suo passato si nasconda qualcosa di molto importante: è un esperto di arti marziali e un poliglotta, ha un microfilm impiantato in un fianco, è stato sottoposto a un intervento di chirurgia plastica che gli ha alterato i lineamenti del volto, e nel delirio pronunciava una misteriosa sigla, J.B. Inizia così la ricerca della sua vera identità e del motivo per il quale chiunque s'imbatta in lui preferirebbe vederlo morto.Note - PRESENTATO AL FESTIVAL DI LOCARNO 2002.- IL FILM E' STATO GIRATO IN GRAN PARTE A PARIGI E NELLA REPUBBLICA CECA. ZURIGO E' STATA RICOSTRUITA A PRAGA. LA SCENA INIZIALE DEL RECUPERO IN MARE E' STATA EFFETTUATA DAVANTI A IMPERIA MENTRE IL PESCHERECCIO ATTRACCA NEL PORTO DI ONEGLIA.Critica "Tratto da un romanzo di Robert Ludlum del 1980, 'The Bourne Identity' dà forma a una paura assai diffusa in tempi di Internet e di webcam: l'ossessione del controllo, la perdita dell'individualità, l'abolizione delle libertà personali in cambio della sicurezza. (...) Non è un tema nuovo, ma Liman gli dà un tocco neoromantico in più. Stranamente in armonia con le prodezze di un eroe capace di sparare a due killer mentre cade nella tromba delle scale usando un cadavere come materasso. (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 novembre 2002)"Sfogliando le quasi cinquecento pagine del romanzo intitolato 'Un nome senza volto' si ammira la bravura degli sceneggiatori Tony Gilroy e William Blake Herron i quali hanno saputo condensare la debordante materia nelle due ore del film 'The Bourne Identity' diretto da Doug Liman. Mentre il libro si diffonde in dialoghi e situazioni accessorie, fedele allo stile pasteggiato del bestseller, la pellicola va dritta allo scopo; e ci sarebbe materia, in un confronto fra pagina e schermo, per un corso universitario sull'annoso problema dei rapporti fra cinema e letteratura". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 16 novembre 2002)"Adattamento del romanzo di John Ludlum, 'The Bourne Identity' gioca le sue carte sul vecchio tema dell'amnesia, non sempre credibile ma buono per innescare un efficace meccanismo a suspense: quando il pubblico ne sa più dell'eroe, partecipa alle sue peripezie con particolare immedesimazione. Alle prese con un 'blockbuster' da 75 milioni di dollari, Liman non si sogna neppure di fare la parodia del film di spionaggio, né si affida agli effetti speciali che ormai spadroneggiano nel genere; racconta invece in modo piano e funzionale, traversando una Parigi diventata teatro di una classica caccia all'uomo. La missione è compiuta: e pazienza per le piccole incongruenze che affiorano qui e là". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 novembre 2002)
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Titolo Bourne Supremacy, The
Titolo originale Bourne Supremacy, The
Anno 2004
Regista Paul Greengrass
Durata 120
Paese USA, GERMANIA
Genere thriller
Trama Jason Bourne conduce insieme a Marie una vita anonima, passando da una città all'altra. Sta cercando di ricostruire gli ultimi avvenimenti che l'hanno coinvolto e insieme di capire perché intorno a lui ci sia un costante clima di minaccia. Qando però in un nuovo agguato, Marie resta uccisa, Bourne ormai non ha più possibilità di nascondersi. Essendo accusato di omicidi che non ha commesso, non può fare altro che tornare a quel momento dello spionaggio da cui cercava di uscire. La ricostruzione della propria identità e l'identificazione dei colpevoli, avviene al prezzo di rischi enormi e di profonde ferite interiori.Critica "Diretto con piglio autorevole dall'inglese Paul Greengrass, senza un'inquadratura fissa, con febbrile incisività, il film mostra inseguimenti automobilistici ogni volta sorprendenti e corpo a corpo coreografati con spaventosa abilità. Matt Damon dà un'interpretazione feroce, che l'aria da bravo ragazzo rende ancora più inquietante. Il finale lascia intendere che il capitolo Bourne è solo all'inizio. E non è una cattiva notizia." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 23 settembre 2004)"Indistruttibile e masochista allo stesso tempo, Bourne si conquista la solidarietà del pubblico, nonché di un paio di spie americane di sesso femminile. Dirige Paul Greengrass, Orso d'oro per il simil documentario 'Bloody Sunday', che ha imparato subito la lezione hollywoodiana." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 settembre 2004)"Da Pirandello si trascorre a Dostoevskij, niente male per un thriller. Jason Bourne, lo spione smemorato della trilogia di Robert Ludlum (1927-2001) di cui questo è il secondo romanzo (titolo in SuperBur: 'Doppio inganno'), sembra nato dall'incrocio di due personaggi pirandelliani: Mattia Pascal, ovvero l'uomo che si inventa una seconda vita, e l'Ignota di 'Come tu mi vuoi', la donna che ha perso la memoria. Non ricordando niente e senza sapere perché vogliono ucciderlo, Bourne è in fuga da un angolo all' altro del globo. Nei libri siamo ai tempi della Guerra fredda, sullo schermo si passa all'oggi. Come per ribadire che tutto il mondo attuale è un solo e opprimente regno del male. I frammenti di memoria che a tratti folgorano l'eroe ne condizionano i comportamenti; e il suo impeccabile know how da agente segreto contrasta con il vuoto di personalità che c'è sotto. Le motivazioni umane o disumane dei personaggi di contorno trovano modo di scatenarsi in un contesto insensato. Quanto a Matt Damon, sembra proprio il perfetto attore epico come piaceva a Brecht: attraversa peripezie inaudite con un atteggiamento impassibile, tranne quando l'occhio gli si inumidisce nel ricordo dell'amorevole Franka Potente. C'è qualche esuberanza di troppo nelle scene d'azione, ma riscattate da un bel sottofinale, quando Damon si presenta all'orfana russa di cui ha ammazzato i genitori sulla spinta di un pentimento alla Raskolnikov. Da Pirandello si trascorre a Dostoevskij, niente male per un thriller." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 25 settembre 2004)"Dopo il successo del primo episodio, riecco Matt Damon nel ruolo di Bourne, il superkiller programmato dalla Cia che non ricorda più chi era e affronta folli imprese per aggiungere qualche tassello alla propria identità. 'The Bourne Supremacy' però conferma la dura legge dei sequel. Di rado il n° 2 è meglio del n° 1, anche se visti gli strepitosi incassi Usa già si parla di Bourne (nato dalla penna di Robert Ludlum) come di un possibile rivale per Jack Ryan, l'eroe creato da Tom Clancy, o addirittura di un nuovo James Bond. La cosa curiosa è che malgrado i ritmi adrenalinici, la cornice high-tech, le finezze di regia, risultava più problematico, insolito, insomma europeo 'The Bourne Identity', diretto dall'americano Doug Liman. Mentre l'elegante sequel, con i suoi folli inseguimenti in mezzo mondo, sa di gusto yankee anche se è diretto dall'inglese Greengrass, Orso d'oro per l'impegnato 'Bloody Sunday'. Misteri di Hollywood." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 settembre 2004)
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Titolo Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo, The
Titolo originale Bourne Ultimatum, The
Anno 2007
Regista Paul Greengrass
Durata 120
Paese USA
Genere azione, thriller
Trama L'ex agente dei servizi segreti Jason Bourne, rimasto solo dopo la morte della compagna Marie, è chiamato ancora una volta a confrontarsi con i suoi ex-colleghi e con chi gli ha insegnato ad essere un assassino senza scrupoli e a combattere contro i demoni del suo passato. Braccato e senza memoria, Jason ha un unico scopo: scoprire chi è per poter vivere in pace.Note - OSCAR 2008 PER MIGLIOR MONTAGGIO A CHRISTOPHER ROUSE; MIGLIOR SOUND EDITING A KAREN BAKER LANDERS E PER HALLBERG; MIGLIOR SOUND MIXING A SCOTT MILLAN, DAVID PARKER E KIRK FRANCIS.Critica "In 'The Bourne Ultimatum' conta solo il ritmo, l'adrenalina che sprigiona la pallottola schivata di striscio, la capacità di districarsi con lo sguardo tra dedali di impervie stradine. Jason Bourne esce indenne da qualsiasi pericolo, in mezzo a un clangore di canne di pistola caricate, ticchettii continui di tasti di computer pigiati e una sinfonia di effettucci sonori come ululati e musichette elettroniche sintetizzate al computer. Al bando ogni ipotesi di sviluppo psicologico da spy story, da quando il timone della regia è passato a Greengrass esiste solo l'atto smodatamente veloce e performativo dell'inseguimento. In fondo la differenza estetica tra un 'The fast and the furious' o un 'Taxi' e gli episodi due e tre di Bourne sembra si veda, ma proprio non c'è." (Davide Turrini, 'Liberazione', 2 novembre 2007)"Come in ogni film d'azione che si rispetti sono le sequenze di genere quelle che danno il tono e 'The Bourne Ultimatum' ne vanta almeno un paio davvero notevoli. La prima in una stazione della metropolitana a Londra, la seconda a Tangeri con uno straordinario inseguimento multiplo: Julia Stiles inseguita dai killer, inseguiti da Bourne, inseguito dalla polizia. Là dove il racconto smarrisce il senso per carico eccessivo è a New York, la grande mela sembra svolgere il ruolo di grande pera, tutto assume una tonalità esagerata, enfatizzata, esasperata, non che prima fossimo in ambito neorealista, ma qui qualcuno sbrocca. Peccato perché il faccione attonito di Matt Damon funziona proprio per il contrasto che si determina tra quell'espressione perplessa e disarmata e il talento nel trovare soluzioni inaspettate, non risulta efficace quando deve comportarsi da cartone animato, visto che nessun essere umano potrebbe compiere performance del genere. E allora, nonostante quel sorriso di Julia Stiles nel finale, foriero di nuovi sviluppi, sarebbe meglio evitare un ulteriore sequel che rischierebbe di rovinare quanto di buono ha fatto sinora Jason Bourne." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 2 novembre 2007)"Coreografato egregiamente nei corpo a corpo, montato con forsennata rapidità, in stile Tony Scott, è comunque un occasione di puro intrattenimento, la cui efficienza testimonia almeno l'onestà professionale del cinema americano. I1 cinema è anche questo e per i reduci dei film di Gilliam, Burton e Rodriguez, il film di Paul Greengrass è una camera di decompressione, una corsa sui prati. Non casualmente lo sceneggiatore di 'Bourne Ultimatum' è Tony Gilroy, regista del magnifico 'Michael Clayton'. Matt Damon ha la solidità che lo rende credibile e così Bourne, ormai non più Bourne, tornerà, o si che tornerà!." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 2 novembre 2007)"Interpreti ben scelti sostengono l'esplosivo intrigo: da David Strathairn genio del male a Albert Finney, che emulò il dottor Frankenstein per manipolare in laboratorio la psiche di Jason, fino a Joan Allen impegnata a riscattare l'immagine di una Cia non deviata che speriamo esista ancora. Ovviamente il centro sostegno dell'appassionante sfida è ancora una volta Matt Damon, che si conferma qualcosa di più di un buon attore (ha vinto a suo tempo un Oscar come sceneggiatore) e puntando sull'impassibilità di un personaggio traumatizzato riesce a convincere e perfino a commuovere." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 2 novembre 2007)"Buona parte del successo, dovuto anche all'acrobatico lavoro del montatore Christopher Rouse, si deve attribuire al carisma di Matt Damon. Accordandosi su una scansione narrativa che sfiora la ripetitività (qualcuno ha azzardato un paragone con il Bolero di Ravel) spicca l'efficace impassibilità di Matt che assume quasi una valenza straniata di tipo brechtiano. Uso a nascondersi perfino a se stesso, l'uomo d'azione appena uscito da un totale sconvolgimento della psiche fa trapelare poco degli interni affanni; e i palpiti li lascia a coloro che lo circondano e lo assediano, nessuno dei quali rimane uno stereotipo. Tutti hanno una motivazione in qualche modo nobilitante, anche le anime nere: a conferma che il (super) patriottismo è l'ultimo rifugio di un briccone." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 2 novembre 2007)
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Titolo Dracula di Bram Stocker's
Titolo originale Bram Stoker's Dracula
Anno 1992
Regista Francis Ford Coppola
Durata 123
Paese USA
Genere drammatico, horror, romantico
Trama Per la falsa notizia della sconfitta e morte sul campo di Vlad III, la moglie Elisabetta si suicida lanciandosi dall'alto di una roccia. Il condottiero, folle d'ira e di dolore, giura vendetta contro l'Onnipotente, resta "non morto per sempre", ambizioso di potere, assetato ...